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Archive for the ‘SiciliAntica’ Category

I ricordi in una Conchiglia in riva al mare

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Il Lido “La Conchiglia” non era un semplice stabilimento balneare sul lungomare di Gela. Costruito inizialmente con struttura lignea veniva smantellato per la stagione invernale, ma ben presto si pensò di passare ad una struttura in cemento armato che durasse anche alle intemperie invernali. Completamente immersa nel mare, ancorata ai fondali marini tramite possenti palafitte e circondata da sabbia dorata, la Conchiglia gelese presentava però un elemento architettonico tanto caratteristico quanto unico: il tetto della sala era infatti un’enorme “conchiglia”.

Già dal suo primo anno di attività, 1958, divenne il punto di riferimento ed il simbolo del turismo balneare a Gela che di conseguenza divenne una delle capitali del turismo isolano. Chi ha frequentato quel luogo di classe e dal sapore quasi magico ricorda la particolarità della Conchiglia con il suo tetto azzurro a pois, la grande sala circolare circondata da vetrate attraverso le quali era possibile ammirare lo spettacolo che offriva il panorama sul Mediterraneo. La sala presentava al centro un’ampia pista da ballo circondata dai tavoli del ristorante-pizzeria. Dalla sala era possibile uscire e percorrere tutt’attorno la panoramica terrazza sul mare, dalla quale era possibile tuffarsi dall’alto mentre attorno alla struttura delle cabine dall’andamento sinuoso ospitavano i bagnanti.

conchiglia

Le cabine della Conchiglia

Il ricordo dei gelesi

Per i gelesi e non degli anni ’60 la Conchiglia era un punto di ritrovo importante, non solo per la frequentata spiaggia sottostante, ma soprattutto per i diversi eventi mondani che ospitava: ricevimenti, veglioni, balli, convegni, mostre, sfilate di moda, concerti e festival musicali. Tante sono state le persone che lì hanno costruito il loro album dei ricordi e vissuto momenti spensierati. Lo ricordano con commozione ed un’amara malinconia alcuni gelesi quando guardano vecchie foto che avevano riposto nei cassetti e cartoline ormai sbiadite dal tempo, quando rievocano momenti del proprio matrimonio o cene per le festività da trascorrere in allegria, tutti insieme, sempre. Il palco presente in sala ha potuto vantare la presenza di personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura e della politica dell’epoca. I più ricorderanno le esibizioni di Marcella, Peppino di Capri, dei Pooh, Nilla Pizzi, persino Claudio Villa e Modugno. Ed ancora presentarono serate grandi personaggi dello spettacolo tra cui Pippo Baudo, Corrado, Mike Bongiorno, Cino Tortorella, si svolsero le finali regionali dei concorsi di bellezza o canori. Il locale era ormai attivo per l’intero anno e dunque ricercato anche dai turisti che cercavano spiagge dal clima mite anche durante i rigidi mesi invernali.

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I particolari interni della Conchiglia

La chiusura definitiva

Gli anni ’80 portano però lo stabilimento alla crisi che ne determinerà la chiusura definitiva e la fine di un’era, aiutata dall’inquinamento petrolifero e dalle correnti marine che provocarono un arretramento della linea di costa costringendo l’amministrazione comunale a collocare dei frangiflutti. Le barriere artificiali provocarono di contro l’avanzamento della linea di costa, cosicché La Conchiglia si ritrovò ben presto “arenata” in mezzo alla spiaggia, perdendo buona parte della sua caratteristica bellezza. Degrado e costi di mantenimento probabilmente fecero il resto. È così che si è costruita la storia e la rovina del fiore all’occhiello della città sicula, la struttura fatiscente, ormai spoglia ed in parte crollata, che ora si erge davanti agli occhi dei gelesi non cancellerà di certo la memoria dei momenti trascorsi lì e degli anni d’oro in cui la Conchiglia faceva ancora sognare.

 

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Quando «u ‘ncagliacani» immobilizzava i randagi

FRANCO SPENA

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L’incontro programmato ieri in municipio per discutere sul problema del randagismo, finisce per richiamare alla memoria quello che era, in passato, il servizio di accalappiacani in città.

Tra i personaggi che si conoscevano e che davano movimento alla vita del quartiere c’erano, infatti, proprio gli accalappiacani, nel gergo comune i cosiddetti “‘ncagliacani”, che giravano per le strade in cerca di cani randagi da catturare. Spesso capitavano tra le loro grinfie cani lasciati incautamente in strada dai loro padroni.

Gli “‘ncagliacani” camminavano a due a due ed erano dei dipendenti comunali che si muovevano con un furgoncino, un’Ape, “‘na lapa” come veniva chiamata generalmente in dialetto, che aveva montata sul cassonetto un’apposita gabbia costruita con dei robusti reticolati di ferro. Posteggiato il furgoncino dove era possibile, si muovevano per la strada con una specie di frusta metallica che somigliava a un “nirbu” con la parte finale agganciata al manico.

images (2) Dopo avere avvistato il cane, si avvicinavano cautamente a lui e, quando erano alla distanza giusta, facevano scattare come una molla la frusta che si stendeva e si attorcigliava al collo dell’animale costringendolo all’immobilità. Era un’azione abbastanza violenta perché il povero cane cadeva a terra a zampe in aria e guaiva per il dolore. A questo punto lo afferravano stando attenti a non farsi mordere e, prendendolo di peso, lo infilavano nella gabbia.

L’animale catturato veniva portato al canile municipale che si trovava in via Angeli, in un basso caseggiato presso la vecchia usina del gas, a sinistra poco prima di arrivare al cimitero, caseggiato in abbandono che esiste ancora, dove veniva trattenuto per alcuni di giorni. Se dopo il tempo stabilito il cane non veniva reclamato da nessuno, veniva soppresso. L’eventuale proprietario, per riaverlo, doveva presentarsi in tempo e il cane gli veniva restituito dietro il pagamento di una tassa.

images (4)Vedere accalappiare un cane era sempre un’azione violenta e angosciante, non certo piacevole per come veniva trattato, e ci si restava in ogni caso un po’ male sapendo che fine avrebbe fatto se non fosse stato richiesto da nessuno.

Infatti spesso ad alcuni cani che frequentavano il quartiere e che erano innocui, ci si affezionava, cosicché li si trattava in maniera familiare: ricordo, per esempio, un coker di un bel colore marrone chiaro che si presentava in strada in orario “di manciari”. Era una cagna che si chiamava Gina ed era molto affettuosa, si intratteneva con i bambini e si lasciava accarezzare. “Si faceva” il giro delle case che conosceva e si conservavano apposta per lei alcuni avanzi di cibo.
Le eravamo infatti molto affezionati e sapevamo che apparteneva ad un accalappiacani che abitava nei paraggi. A un certo punto non la vedemmo più e ci restammo molto male quando venimmo a sapere che il suo padrone l’aveva portata al canile municipale e l’aveva fatta sopprimere.

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Carrellata sugli antichi usi nuziali in città, a riscoprire riti, tradizioni e abbigliamento d’occasione. Tra le curiosità del passato, quella dell’imboccare gli ospiti col dolce

Ecco come ci si sposava tra mandorle, miele, vino e il bambino “benedicente”

Walter Guttadauria

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LaICL100013520121202CLQuello con il matrimonio è sempre stato un appuntamento particolare per protagonisti e relativi congiunti, nel susseguirsi delle mode, dei riti, dei costumi.

E parlando di moda intendiamo riferirci, oltre a quella degli abiti da cerimonia, soprattutto alla particolare “scenografia” allestita per l’occasione, tra cornici più o meno impegnative, e tra costi più o meno accessibili.

Può pertanto suscitare una qualche curiosità, e forse oggi anche qualche sorriso, riscoprire come questa moda caratterizzasse a Caltanissetta i matrimoni negli anni che furono. Lo facciamo ricercando qualche testimonianza lasciata dagli storiografi locali, e rilevando come proprio alcuni di essi (ad esempio il Mulé Bertòlo), apprezzati e ricordati per aver scritto testi preziosi su storia e personaggi della città, ai loro tempi non disdegnassero di scrivere dei pamphlet d’occasione (riportando comunque e sempre notizie e curiosità di carattere storico), molto eleganti e ben curati dal punto di vista grafico, dedicati a nozze di personaggi di famiglie ovviamente importanti della città: insomma un omaggio ai “vip” del tempo.

Francesco Pulci canonico

Ma ecco descritto, sempre nella testimonianza di un altro storiografo nisseno (stavolta ci riferiamo al canonico Francesco Pulci), un esempio risalente agli ultimi decenni dell’Ottocento, da dove è possibile trarre informazioni su quel che dettava la moda del tempo in merito, appunto, ai matrimoni.

Il Pulci descrive un corteo di nozze in quella Caltanissetta del passato, corteo che esce dalla chiesa subito dopo la cerimonia, formato dai congiunti e dagli amici degli sposi. In testa al corteo vi sono le donne, con la precisazione che si tratta di «quelle già passate a marito, che non è mai uso fra noi condurre le zitelle», che tengono in mezzo a loro la sposa «vestita dei più appariscenti abiti adorna di ori (…). Né eran meno di lei le commari che formavano il corteo». E’ chiaro che il matrimonio descritto nell’occasione dall’erudito sacerdote non era certo tra quelli della povera gente…

Ed ecco un accenno agli abiti di quelle donne: tradizionale mantellina di panno nero finissimo, a coprire vestiti dai colori sgargianti, che vanno dal violetto al perla, dall’arancione al rosa, dal verde all’indaco, con aggiunta di ciocche e mazzi di fiori in seta, o fantasiosi disegni policromi.

A livello di gioielleria, le signore in corteo, sposa compresa, sfoggiano «i cerchioni d’oro, le grandi spille, le ricche collane (“li guleri”) e le molte anella (“cinturittuna”) di che erano adorne…». In quanto alle calzature, da ammirare la «scarpetta di pelle lucida, colla “nocca” di seta nera e la bianchissima calza a punto a giorno di che vestivano il piede».

E andiamo agli uomini, che a loro volta si tengono in mezzo a loro lo sposo. Se non erano stati in grado di procurarsi un vestito nuovo, da “incignarsi” (indossare per la prima volta) per l’occasione, ecco che avevano avuto cura di mettersi gli abiti usualmente riservati alla domenica e alle feste. Si tratta di vestiti fatti di “burdigghiuni” (grossolano panno blu), o di panno nero, stoffa usata anche per “lu giliccuni” (giubba corta), “lu gileccu” (panciotto) e “li causi cu la nappa”; per il resto, camicia di “tila di casa” o di seta “cu lu giummu”; scarpe di “vacchittina bianca con doppia fila di bullette”. Immancabile poi, a fare da codazzo al corteo, il gruppo man mano più folto di “carusi” di strada a fare chiasso e baldoria.

Così composto, il corteo arriva alla casa nuziale, dove gli sposi vengono accolti dal lancio di orzo (il riso non era ancora di moda…) in segno di augurio e prosperità. Dentro casa (a confermare che si trattava di nozze tra famiglie agiate) ecco pronta un’orchestrina con violini, violoncelli e fischietti, a festeggiare i nuovi arrivati. Frattanto si procede, fuori casa, ad un altro curioso rito. Si colloca un tavolo coperto da un tappeto, con sopra un nuovo e bianco bacile di terraglia con dentro mandorle e miele.

Quindi, un bambino di circa otto anni, cui è stata messa al collo una bianca tovaglia tale da sembrare una sorta di stola sacerdotale, sale sul tavolo, prende il cucchiaio d’argento che gli si porge, fa un segno di benedizione in aria, un altro sul recipiente di mandorle e miele, e gusta per primo il liquore che poi verrà distribuito tra gli invitati.

Terminata questa particolare funzione, e rimosso il tavolo, ecco il momento dell’anch’esso tradizionale “firriatu”, cominciando ovviamente dagli sposi, dato «ca sunnu li re di la festa».

Ed è ora il bambino a reggere il recipiente con le mandorle abbrustolite e il miele, mentre la madre della giovane sposa, o altra vicina parente, va mettendo in bocca agli invitati, con il cucchiaio d’argento, il dolce boccone e ne asciuga le labbra con la tovaglia. Il “firriato” può così procedere in tutta la sua molteplice offerta a base di “mustazzola, nuci e ciciri caliati”, oltre ovviamente ad un buon bicchiere di vino.

Tutto questo accadeva fino agli ultimi decenni dell’Ottocento cittadino.

Nel secolo successivo ritroviamo le usanze nuziali un po’ cambiate, dato che – come scrive sempre il Pulci – «la zitella, sia figlia di contadino, massaro od operaio, non va in chiesa per giurare fedeltà allo sposo se da questo non si ha avuto portato lo scialle a vece della mantellina, i guanti, i pendagli, i braccialetti (…) cose tutte che si portavano prima a la figlia di “lu galantomu” (civile) ». E inoltre al miele, alle mandorle, ai mustacciuoli, ai ceci, «si sostituiscono i dolci di miglior costo e i bicchieri di gustosissimi liquori, che solleticano meglio l’ugola e il palato».

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Dalla Plaia alla Scogliera, con le donne in costume che non facevano “taliari nenti…”. Le famiglie preferivano la sabbia anche per fare divertire i picciriddi, mentre i giovani alla moda andavano ad Ognina. E poi c’era quel parroco …ca si puteva fari l’affari so

di Tony Zermo

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A Catania prima della guerra gli accessi al mare organizzati con lidi ad uso pubblico e cabine in affitto a stagione, oppure ad ore, erano: la Plaia; la scogliera dell’Armisi nei pressi della stazione ferroviaria; la spiaggia di San Giovanni Li Cuti; la scogliera nei pressi della Parrocchia Santa Maria di Ognina davanti al porticciolo di Ulisse; la spiaggetta nella piazza Mancini Battaglia che affiancava la “Terrazza Balsamo” e lo scoglio del Carabiniere di via Acque Casse. Insomma, ti putevi abbuddare unni vulevi. Avvertenza: si chiama Carabiniere solo perché lì c’era una vecchia putia gestita da un carabiniere in pensione. E quella bettola, caso curioso, ha dato nome alla località.

Quanto al Porto di Ulisse, esso fu realizzato dal barone Castorina, detto arruggiatu, negli anni 40 non distante dalla “Terrazza Balsamo”: le cabine divennero famose per la botola interna che consentiva la discesa a mare delle donne in costume da bagno lontane da occhi indiscreti. I settori marini erano divisi, secondo il suggerimento del parroco (ca si puteva fari l’affari so) da corde a fior d’acqua che separavano il settore famiglie da quello degli uomini. Ci sono anche foto dell’epoca dove le donne mostrano solo metà braccia e metà polpacci. Insomma, non c’era chi taliari.

Mentre le famiglie preferivano la Plaia per la sabbia che serviva anche a fare divertire i picciriddi, i giovani alla moda preferivano la scogliera di Ognina servita ogni giorno dal tram. Il porticciolo accanto alla “Terrazza Balsamo” collegava il mare alla piazza regalata dalla benemerita famiglia Mancini Battaglia alla città «con il vincolo che fosse riservata ai pescatori e servisse a stendere le loro reti per farle asciugare al sole».

Poi naturalmente la piazza accolse altre attività. Una volta ci proiettavano i primi film con il macchinario che l’impresario Gangi aveva portato da Parigi. La gente pagava il biglietto e si sedeva a vedere la pellicola. Ma finì che, siccome gli sciauni si portavano i seggi da casa e non pagavano nenti, le proiezioni cessarono.

Tutta la zona a mare di Ognina è piena, oltre che di locali importanti, pure da ville di grande valore. Queste ville arrivavano verso sud fino a San Giovanni Li Cuti e verso nord fino a villa Pancari. Nella villa del notaio Pittella ci fu per oltre un decennio il Club della Stampa, che poi si trasferì, quando io ne fui presidente, nella zona a mare tra l’albergo Baia Verde e il ristorante Selene di via Mollica. Qualche vecchio socio si ricorderà di quegli anni felici, gli anni da sudda.

Ma torniamo a Ognina, dove c’è un piccolo borgo marinaro di grande fascino, ma poco valorizzato, con la chiesetta extra moenia quasi in riva al mare che con il vescovo Riggio divenne Parrocchia con il titolo di Santa Maria di Ognina.

Non lontana c’era l’ancora più nica chiesetta di S. Euplio in polemica con la prima per chi doveva svolgere la funzione parrocchiale (in quanto spettava un aiuto economico da parte della Curia). Ambedue chiesette erano con ingresso da via Parrocchia. La chiesetta di S. Euplio venne poi abbattuta per realizzare il Lungomare e al suo posto è rimasta un’edicola votiva che per fortuna non sa futtenu.

L’unica chiesetta rimasta viene nascosta da quel disgraziato cavalcavia che la sovrasta soffocando il piccolo borgo marinaro attaccato alla discesa a mare dello storico Circolo Canottieri Jonica che vanta 80 anni di storia e 600 famiglie socie (impedite a entrare al Circolo perché il Lungomare viene chiuso alle auto una domenica al mese per favorire il passeggio che potrebbe avvenire tranquillamente sui larghi marciapiedi).

Prima della realizzazione del Lungomare (che avvenne dal 1954 al 1970) c’erano un accogliente lido con particolari caratteristiche per bravi nuotatori, una zona affascinante che piaceva alla gioventù bene di allora: il lido Grotte d’Ulisse, uno stabilimento di grande profondità dal quale si accedeva al Circolo Canottieri Jonica. Ambedue le strutture avevano accesso da una stradella che precedeva l’attuale via Parrocchia. I luoghi erano scoscesi, ma portavano ad un mare unico con arditi giochi architettonici di lava raffreddata costituita da scogli e caverne formati dai capricci naturali delle due colate laviche, quella preistorica di Ognina e quella del Rotolo del 1380. Le colate, adagiandosi sull’acqua del mare, hanno creato grotte marine affascinanti e camminamenti che solo i giovani, saltellando, potevano percorrere.

Tra le rocce e le grotte naturali si crearono dei posti cabina, un angolo per la ristorazione, uno slargo comprendente due campi da tennis gestiti dal maestro Umberto e alberi di alto fusto. Dopo la costruzione del cavalcavia del Lungomare cessa di esistere il lido Grotte d’Ulisse, in quanto il più penalizzato dall’esproprio del terreno, e viene sostituito con caratteristiche diverse dal Circolo Canottieri Jonica che raccoglie da allora la migliore società catanese.

 

 

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Carrozze e carretti per passeggio e trasporto sostavano abitualmente alla stazione e tra la piazza Garibaldi e la Badia in attesa di clienti

Franco Spena

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Quando il centro arrivava alla Grazia e le automobili erano poco diffuse, per spostarsi da un luogo all’altro, specie se si avevano carichi da portare, la piazza e la stazione erano i capolinea delle carrozze. Ne sostavano anche davanti all’ex Ospedale Vittorio Emanuele in viale Margherita. Erano quasi degli elementi caratterizzanti, per chi frequentava piazza Garibaldi, con la loro grande capotta nera che veniva alzata quando c’era sole o pioveva e i cavalli che ogni tanto scalpitavano, nitrivano e lasciavano a terra montagnole di sterco. Cavalli che spesso si vedevano con le coffe piene di paglia appese al collo per farli mangiare.

Le carrozze erano messe in fila davanti all’inferriata della Cattedrale, con i cavalli che guardavano verso la Chiesa di San Sebastiano.
Stavano in attesa che qualcuno chiedesse di essere accompagnato da qualche parte con “‘u gnuri”, il guidatore seduto a cassetta o in piedi accanto al cavallo che si intratteneva con amici o frequentatori della piazza, coi quali fraternizzava o attaccava bottone. Ce n’erano anche alcune allineate davanti alla Camera di Commercio, di fronte al teatro Regina Margherita e anche alla Badia davanti alla piazzetta Tripisciano.
Caratteristiche erano le due grandi ruote che si differenziavano da quelle dei carretti che erano più piccole. Le carrozze, oltre ad essere un mezzo di locomozione utile, facevano in fondo anche da taxi, senza dire anche alcuni avevano l’abitudine di prenderla solo per il piacere di fare una passeggiata.

Le carrozze, oltre a svolgere il loro consueto via vai per la città, davano lavoro a dei particolari artigiani che curavano la loro manutenzione. C’era, per esempio, un artigiano specializzato per la costruzione delle ruote nel quartiere di Santa Flavia, nei pressi della Chiesa di Sant’Anna, ma ce n’erano altri che costruivano e aggiustavano i cerchioni di ferro che rivestivano la parte in legno della ruota, senza pensare ai maniscalchi che ferravano i piedi dei cavalli o li rivestivano con delle apposite coperture realizzate ritagliando dei copertoni d’auto, per non farli scivolare quando camminavano nelle strade asfaltate. C’era anche una anagrafe comunale nella quale venivano registrate, tanto che ogni carrozza nella parte posteriore aveva un numero dipinto a mano che la contrassegnava.

“Pigliamu ‘na carrozza”, si sentiva dire, “simu troppu carrichi”, quando si doveva partire e andare alla stazione, o si doveva raggiungere un posto distante come l’ospedale. “‘U gnuri” veniva contattato per tempo, di persona, qualche giorno prima poiché non c’era il telefono o quantomeno lo avevano in pochi, contrattando persino il prezzo poiché non c’era una tariffa fissa; oppure si prendeva al bisogno in piazza o alla stazione nella quale c’erano delle persone che facevano “i facchini”, che a pagamento si chiamavano per prendere e trasportare le valigie che si caricavano sulle spalle portandole fino al punto dove si fermava il treno o accompagnando anche il viaggiatore fin dentro il vagone.

Parlare delle carrozze fa venire alla mente anche il largo uso che si faceva dei carretti che però venivano usati per trasportare materiali vari, spesso edili. Molti venditori ambulanti usavano i carretti per vendere frutta e verdura o altra merce inoltrandosi per le strade dei quartieri anche con carrettini o carretti di piccola dimensione, “tirati” da un asino al posto del cavallo.

Caratteristico era il carro matto. Si differenziava dal carretto perché era più lungo e non aveva le sponde; era più basso e aveva le ruote più piccole. Il carro matto, detto anche “carruzzuni”, veniva in genere usato per trasportare merci dalla stazione e consegnarle ai commercianti. Noti perché possedevano carri matti e facevano questo lavoro erano i “Carminella”.
Sui carretti e sui carri matti i proprietari pagavano una tassa. Infatti ogni carretto aveva applicata una targhetta in alluminio con la sigla “CL” e un numero che lo contrassegnava.
Mezzi di trasporto di una volta, comunque sostituiti evidentemente da furgoncini, camion e dai taxi, questi ultimi allineati lungo i lati della salita Matteotti, con una apposita cabina telefonica per chiamarli alla bisogna.

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