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Archive for the ‘SiciliAntica’ Category

Usare la cosa più adatta

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Cu sparagna la vardeddra

sparda la visazza.

Chi risparmia la sella

consuma la bisaccia

Per dire che è meglio usare ciò che è più adatto all’uso.

PROVERBI MILOCCHESI RACCOLTI DA NONNA M.

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La Settimana Santa a Milena negli anni sessanta come la ricordo io

di Rosa Lombardo

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Il giorno del Venerdì Santo (e del Corpus Domini) i “Fratelli” si vestivano con lunghi abiti bianchi con ai fianchi una cordicella. Avevano la testa nascosta sotto un cappuccio con due fessure all’altezza degli occhi. Portravano sulle spalle una cappa (mantellina) corta di color rosso e al collo un grosso medaglione d’ottone con impressa l’effige del Santissimo Sacramento. Indosssavano questi vestiti anche quando uno loro confratello moriva.

In chiesa, dopo le funzioni, incominciavano i sette ”viaggi”. La tradizione vuole che in questo giorno si visitino sette chiese, i cosìddetti “viaggi” in cui il fedele entra in chiesa e, pregando, arriva fino alla reposizione, o come dicevano noi  a “u sepolcru” dove lascia un’offerta. Dopo aver offerto questo piccolo obolo doveva ripetere tutto per sette volte in una chiesa diversa, ma siccome a Milena non c’erano altre chiese, i “viaggi” si facevano tutti nella stessa chiesa madre, e il fedele iniziava un altro viaggio e così  per sette volte.

Questo andirivieni non ha niente di ordinato perché succede spesso che non tutti si avviano allo stesso tempo a fare i giri e allora si viene a creare un  movimento di persone che, a vederlo dal di fuori, si  vedono persone che girano attorno per la chiesa con uno strano e disorganizzato moto rotatorio che credo non esista in nessun altro paese.

C’è poi chi fa la Via Crucis e recita il Santo Rosario a ogni Stazione. Le Stazioni sono soste davanti ai quadri che mostrano il percorso di Gesù verso la sua Crocifissione. (Gli antichi quadri, risalenti al 1906, erano stati tolti e posti in soffitta, ma proprio in questi giorni padre Luca Milia li ha fatto rimettere, dopo averli fatto restaurare).

La sera sul tardi arrivavano i Cantori divisi in più gruppi e al suono delle loro lamentazioni facevano a gara per aggiudicarsi il posto dietro all’Urna dove verrà posto il Corpo martoriato di Cristo. La chiesa si riempiva di lamenti e canti.

Il Venerdi Santo, giornata di Passione, la chiesa si risvegliava vestita a lutto. I paramenti dai colori viola, nero e oro scendevano dall’alto delle travi fino ad altezza uomo.  Tutte le statue dei Santi erano coperte da un drappo nero in segno di lutto. Solo Cristo in Croce e la statua dell’Addolorata erano a viso scoperto.

La chiesa non si svuotava mai, le Pie donne si davano il cambio. L’acquasantiera veniva svuotata. Mai tanti uomini si recavano in chiesa come quel giorno. Anche mio padre che non frequentava tanto la chiesa quel giorno era con noi.

v_san026A casa mia madre copriva lo specchio con un drappo e metteva un nastrino nero alla “grattalora” (grattugia) che stava appesa al muro, per ricordarci che bisognava fare il digiuno. Anche i nostri cani facevano il digiuno e stavano legati tutto il giorno del Venerdi Santo. Non potevamo pettinarci o peggio ancora farci delle trecce  A tal proposito mia madre diceva: “Biniditta chiddra pasta ca di venniri s’impasta, maliditta chiddra trizza ca di venniri s’intrizza” e ci raccondava questa storiella. .

Quando il Cristo in Palestina venne condannato a morte e caricato della croce, mentre passava per la via una donna che stava impastando il pane, senti delle grida e dei lamenti, corse fuori a vedere cosa era successo, si strofinò le mani per togliere la farina, prese uno straccio e si affaccio. Vide il Cristo sotto il peso dellla croce, era pallido, sul suo viso c’era sangue e sudore, si avvicinò, e incurante dei soldati, gli asciugò il viso. Un’altra donna che stava intrecciandosi i capelli davanti allo specchio, sentì le voci e i lamenti, ma per paura che i suoi capelli si disfacessero e si strecciassero, non volle vedere il Cristo che se ne rammaricò.

Di prima mattina mia madre faceva il pane, un po’ per tradizione un pò per la storiella che ci raccontava. Io penso che lo faceva per avere il pane ancora fresco il giorno di Pasqua.

Il giorno della Deposizione si ripetevano trentatrè Credo: uno per ogni anno di Nostro Signore, non si dice il Rosario e c’è la Mezza Missa. (la Mezza Messa, senza le letture). Alla fine delle funzioni religiose con due alte scale e un lenzuolo bianco veniva fatto calare il Cristo dalla Croce e sistemato nell’Urna o Vara che è la stessa che anche oggi sfila per le vie del paese. I Chiodi e la Corona di spine venivano adagiate dentro l’urna; sopra veniva posata una palma che spesso era una di quelle che aveva intrecciato mio padre.

Lo stendardo portato da un membro della Confraternita

Un alto stendardo a forma di croce con un lungo velo nero in cima annunciava l’arrivo dei Fratelli accompagnati dal rullo del tamburo di lu zi Peppi Farina.

Tra i Fratelli ricordo lu zi Peppi Nsalacu (Insalaco Giuseppe) che era il capo, infatti nella sua casa si vestivano tutti,  lu zi Caloriu Ciaciaramiddru (Mattina Calogero), Giurlannu Namparusu (Cipolla Gerlando,) Peppi Cola (Ingrasci Giuseppe), Giuvanni lu Stipiu (Vitello Giovanni), Caliddru Cardiari (Calogero Caldiero), Giurlannu Masciunardu (Gerlando Bonomo), Peppi Callariaddru (Giuseppe Alfano) e qualcun altro di cui ricordo il volto ma non rammento il nome.

Alle tre pomeridiane usciva l’Urna seguita dall’Addulurata portate a braccia da giovani ufedeli che facevano a gara e qualche volta perfino bisticciavano per potere portare l’Urna o la statua della Madonna. C’era la musica (la banda musicale). Qualche volta asi faceva anche La Scinnenza.

La voce tuonante dell’arciprete Salvatore Taffaro dai balconi predicava la Via Crucis, Patri Taffaru aveva un modo di  predicare, un tono di voce forte e chiaro che faceva tremare durante le prediche l’intero edificio sacro. Lo affiancava Patri Gilormu Farcuni (padre Girolamo Falcone) e i due si alternavano nelle  varie Stazioni.

Tantissime persone seguivano la Processione scalze per un voto. Mia zia Rosalia ogni anno seguiva la processione scalza e io l’accompagnavo; lei con una mano stava attaccata all’Urna e con l’altra teneva la mia, io evitavo che gli altri fedeli le pestassero i piedi.

Tutte le donne erano vestite di nero o di scuro. Ricordo i fazzoletti legati sul capo o le lunghe sciarpe di lana nera avvolte al collo e sulle spalle delle persone anziane. Io chiedevo a mia madre perche si vestisse di nero e lei  mi rispondeva che era morto il suo Dio: “Se si  indossava il  lutto anche per un lontano cugino non  si doveva portarlo per il Messia?”

Era consentito  ai lamentatori  di bere vino (“sangue di Cristo” dicevano) e, ogni tanto, si allontanavano per andare a bere nelle osterie della zà Annnetta o di “lu Judici”  e mangiare anche una sarda salata: la scuotevano, le toglievano la testa e la mangiavano senza averla lavata.

Solo i malati e gli anziani restavano  a casa per il Venerdi Santo. Gli uomini si recavano alla processione un pò per devozione un pò per ascoltare le lamentazioni  che i cantori intonavano a gara tra di loro. Le lamentazioni facevano piangere, incutevano tristezza, si respirava un’aria funebre. Eravamo veramente tutti tristi e scoraggiati come se il morto fosse lì davanti a noi e noi eravamo impotenti. Ci sentivamo tutti peccatori, pronti a chiedere perdono e diventare piu buoni: “Oh Dio cosa ho fatto per ridurti cosi?” sembravano dire le nostre facce.

“L’annacata” era d’obbligo, i portatori facevano tre passsi avanti e tre all’indietro. Questa non era una processione ma una “cunnutta” e si doveva “cunnuciri” il morto: quel dondolìo sempre uguale era come una danza che serviva ad allungare l’ora del distacco. Tutti  pian piano ci radunavamo  dietro all’urna vicino ai cantori, sparpagliati senza ordine.

L’Addolorata restava sola a piangere il Figlio morto mentre stringeva tra le mani un fazzoletto listato a lutto. Verso la mezzanotte, ma certe volte anche piu tardi, la processione finiva e mesti si ritornava a casa stanchi, infreddoliti e digiuni.

 

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La Settimana Santa a Milena negli anni 60 come la ricordo io

di Rosa Lombardo

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Negli anni 60 io ero una bambina ma ho ancora impresso nella memoria quello che si faceva a quei tempi. Forse in qualche altra famiglia non era cosi, ma a casa mia, giuro e dico il vero, si facevano le cose che ora sto a descrivervi.

La  Settimana Santa iniziava il giorno della Domenica delle Palme.

domenica-delle-palme1Noi avevamo una pianta di palma proprio nel giardino (c’è ancora) e puntualmente prendevamo le foglie più bianche che si trovavano all’interno. Mio padre sapeva intrecciare le palme e fare oggetti pasquali. Non li vendavamo ma li regalavamo ai bambini della robba (Valenti), ai parenti e ai figli dei nostri amici. Venivano anche le mamme dalle robbe vicine, dalla piazza, dalla stessa via e dicevano trepidanti nei  giorni prima della festa: “Mi ci ava fari la parmuzza a ma figliu?“. Mio padre segnava il numero di palme che servivano e incominciava a intrecciare.

Anche io so intrecciare le palme e così pure i miei fratelli, ci divertivamo ad aiutare nostro padre. Facevamo “la cruci cu li sferi”, “u panariddru”, “la cruciddra” tutti intrecciati le foglie della palma.  Per renderle piu belle vi attaccavamo “l’abbarcu” (violaciocca) e qualche nastrino colorato. Qualche bambino portava un sigaro a mio padre che fumava i toscani, ma era solo un regalino non un pagamento.

Il Lunedi con farina, saìmi (strutto), uova e zuccchero si preparavano “li gaddruzza di Pasqua” . Si  mettevano li gadddruzza nelle lanne (teglie) di ferro e si aspettava la cottura nel forno. Allora si accendeva il forno di gesso, che abitualmente si usava per il pane, ed essendo il forno molto grande, per risparmiare la paglia e la legna, le famiglie vicine si accordavano di infornare i dolci insieme. L’odore dei dolci era inebriante, forse perché lo sentivamo solo a Pasqua e a Natale. La tradizione di questi dolci continua ancora oggi.

La sera tardi i “lamentatori” si riunivano nella vicina osteria della zà Annetta e intonavano le lamentazioni del Venerdi Santo, con foga e passione, aiutati dal vino rosso che tracannavano mentre ripassavano il testo dei canti. Quando qualcuno stonava o andava fuori tempo, forse  per il troppo vino, si alzavano le voci di rimprovero e poi ricominciavano da capo.

36ce4460236f114c3dbeb87dfd6a9109Il Martedi si passava sui biscotti la glassa e la “diavulina” di zucchero colorata e si mettevano ad asciugare. Poi più tardi si portavano in dono a qualche amico o alle persone ch’erano a lutto o ammalate. I regali più frequenti erano vino, uova e biscotti, raramente il rosolio e la marsala.

Il Mercoledi si preparavano gli abiti per la festa. Non c’erano quasi mai capi nuovi perché il raccolto (quando i contadini venivano pagati) era ancora lontano, e perciò si sistemavano gli abiti migliori che avevamo e, se era il caso si allungavano; si lavavano e, se pioveva o faceva freddo, si mettevano ad asciugare sul “circolo” di legno sistemato sopra “la brascera” (braciere). La sera i lamentatori all’osteria cantavano ancora piu forte  e banchettavano con cardi, sarde salate e patate bollite…….

Cattura1Il Giovedì era una giornata movimentata e caotica. Si “parava” (addobbava) la chiesa con vasi di frumento ingiallito. Il frumento, la sera del Mercoledì delle Ceneri, era stato seminato in alcuni vasi che si tenevano al buio in modo che le piantine, per mancanza di luce crescevano gialle (perché prive di clorofilla). Si abbellivano con fiori di carta velina colorata e qualche nastrino.

Intanto giovedì a mezzogiorno, “lu miazzu iuvi” (il mezzo giovedì), i barbieri coprivano gli specchi del salone con un grande lenzuolo e non lavoravano più.

In chiesa si preparavano i Santi Sepolcri con tappeti tessuti. Erano adornati da vasi pieni di piccoli garofani americani rossi, bianchi e rosa. L’abbarcu (violaciocca) emanava il suo profumo inconfondibile e i tanti lumini accesi disposti a forma di croce, rendevano l’atmosfera ancora più suggestiva.

Come ancora oggi, si praticava la Lavanda dei Piedi, il gesto compiuto da Gesù durante l’Ultima Cena. In chiesa, in attesa del lavaggio dei piedi da parte del sacerdote, stavano seduti i cosidetti “Fratelli”, come erano chiamati i componenti della Confraternita del Santissimo Sacramento di Milena.

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ballo diavoli

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PALME, PANI E CASSATEDDI ‘I PASQUA

Armando Carruba

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Armando Carrubba

Per preservare la serenità coniugale e la discendenza della famiglia, le palme benedette la Domenica che precede la Pasqua, vengono poste a capizzu cioè sulla sponda del letto matrimoniale o attaccate vicino a naca dde’ picciriddi e ciò grazie alle proprietà quasi taumaturgiche ad esse attribuite dalle tradizioni popolari.
Le palme hanno assunto numerosi significati simbolici.

Nei rapporti sociali, ad esempio, offrire una palma serviva a consolidare vincoli di vicinato, ad esprimere gesti di solidarietà, desiderio di riappacificazione e persino… dichiarazioni amorose! A pamma dda’ zita (la palma della fidanzata) era infatti il dono che il pretendente era solito inviare alla ragazza che desiderava… impalmare!

Al di là dei suoi significati simbolici, la palma rappresenta ancora oggi un raffinato prodotto dell’arte dell’intreccio.
Le palme utilizzate durante la liturgia pasquale sono accuratamente preparate dai pammari.
La preparazione e ‘a vinnita dde’ pammi ‘ntrizzati, è ancora appannaggio dei braccianti, contadini e cestai.
L’espressione farisi ‘i pammi indicava generalmente, il diritto alla raccolta che il proprietario del palmento concedeva in cambio dell’operazione di rimunna (potatura) delle foglie secche.
Ppi tirari ‘i pammi bisogna munirsi di lunghe scale e di tutti gli attrezzi che servivano ppi spartiri ‘i sbitti, cioè aprire le foglie a ventaglio e privarle dei filamenti secchi.
Nell’eseguire queste operazioni, ogni parmaru sa che è la palma che comanda … ovvero sono la misura e la consistenza fogliare che suggeriscono il modo di utilizzare la palma stessa.

Travagghiari na pamma a specchiu significa rispettare una simmetria secondo la quale ogni figura sul lato sinistro del ramo va riprodotta uguale sul lato destro.
I tipi d’intreccio sono vari: ‘a trizza a pettu d’oca, ‘u vureddu ‘i lupu etc.
Così intrecciate le palme, in molti paesi della Sicilia, fanno ancora bella mostra di sé tra le mani di gigantesche statue di cartapesta quali i Sampauluna di S. Cataldo in prov. Caltanissetta che, la DOmenica di Pasqua, assistono all’incontro tra Cristo e la Madonna nella piazza del paese.

Ritroviamo inoltre le palme sugli altari votivi insieme ai pani e altri dolci tradizionali.
A proposito di dolci pasquali non dimentichiamoci le gustosissime e famose cassatelle conosciutissime quelle di Ferla prov. Siracusa e del detto: Cu n’appi n’appi ‘i cassateddi ‘i Pasqua! che ricorda l’usanza di distribuire a tutti, nel giorno di Pasqua, questi tradizionali dolci che andavano a ruba!

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Parole d’Autore – Fiabe popolari Italiane – La leggenda di Colapesce (Sicilia).

La leggenda di Colapesce (Sicilia)

Giuseppe Pitrè

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Nicola fu l’ultimo dei numerosi fratelli: viveva con la sua famiglia a Messina, in una capanna vicino al mare e fin da fanciullo prese dimestichezza con le onde.

Quando crebbe e divenne un ragazzo svelto e muscoloso, la sua gioia era d’immergersi profondamente nell’acqua e, quando vi si trovava dentro, si meravigliava anche lui come non sentisse il bisogno di ritornare alla superficie se non dopo molto tempo.

Poteva rimanere sott’acqua per ore e ore, e quando tornava su, raccontava alla madre quello che aveva visto: dimore sottomarine di città antichissime inghiottite dai flutti, grotte piene di meravigliose fosforescenze, lotte feroci di pesci giganti, foreste sconfinate di coralli e cosi via.

La famiglia, a sentire queste meraviglie, lo prendeva per esaltato; ma, insistendo egli a restar fuori di casa, senza aiutare i suoi fratelli nella dura lotta per il pane, e vedendo che egli passava veramente il suo tempo dentro le onde e sotto il mare, come un altro se ne sarebbe andato a passeggiare per i campi, si preoccupò e cercava di scacciare quei pensieri strani dalla testa del figliuolo.

Cola amava tanto il mare e per conseguenza voleva bene anche ai pesci: si disperava a vederne le ceste piene che portavano a casa i suoi fratelli, ed una volta che vi trovò dentro una murena ancora viva, corse a gettarla nel mare.

Essendosi la madre accorta della cosa, lo rimbrottò acerbamente: “Bel mestiere che sai fare tu! Tuo padre e i tuoi fratelli faticano per prendere il pesce e tu lo ributti nel mare! Peccato mortale è questo, buttare via la roba del Signore. Se tu non ti ravvedi, possa anche tu diventare pesce.”

Quando i genitori rivolgono una grave parola ai figli, Iddio ascolta ed esaudisce. Così doveva succedere per Nicola. Sua madre tentò di tutto per distoglierlo dal mare, e credendolo stregato, si rivolse a santi uomini di religione. Ma i loro saggi consigli a nulla valsero.

Cola seguitò a frequentare il mare e spesso restava lontano giorni e giorni, perché aveva trovato un modo assai comodo per fare lunghi viaggi senza fatica: si faceva ingoiare da certi grossi pesci ch’egli trovava nel mare profondo e, quando voleva, spaccava loro il ventre con un coltello e cosi si ritrovava fuori, pronto a seguitare le sue esplorazioni.

Una volta egli tornò dal fondo recando alcune monete d’oro e cosi continuò per parecchio tempo, finché ebbe ricuperato il tesoro di un’antica nave affondata in quel luogo.

La sua fama crebbe tanto, che quando venne a Messina l’imperatore Federico, questi volle conoscere immediatamente lo strano essere mezzo uomo e mezzo pesce.

Egli si trovava su di una nave al largo, quando Cola fu ammesso alla sua presenza. “Voglio esperimentare” gli disse l’Imperatore, “quello che sai fare. Getto questa coppa d’oro nel mare; tu riportamela.” “Una cosa da niente, maestà” fece Cola, e si gettò elegantemente nelle onde. Di lì a poco egli tornò a galla con la coppa d’oro nella destra. Il sovrano fu cosi contento che regalò a Cola il prezioso oggetto e lo invitò a restare con lui.

Un giorno gli disse: “Voglio sapere com’è fatto il fondo del mare e come vi poggia sopra l’isola di Sicilia.” Cola s’immerse, stette via parecchio tempo; e quando tornò, informò l’Imperatore. “Maestà,”disse, “tre sono le colonne su cui poggia la nostra isola: due sono intatte e forti, l’altra è vacillante, perché il fuoco la consuma, tra Catania e Messina.”

Il sovrano volle sapere com’era fatto questo fuoco e ne pretese un poco per poterlo vedere. Cola rispose che non poteva portar il fuoco nelle mani; ma il sovrano si sdegnò e minacciò oscuri castighi. “Confessalo, Cola, tu hai paura.” “Io paura?” ribatté il giovane, “anche il fuoco vi porterò. Tanto, una volta o l’altra, bisogna ben morire.

Se vedrete salire alla superficie delle acque una macchia di sangue, vuol dire che non tornerò più su.” Si gettò a capofitto nel mare, e la gente stava, ad attendere col cuore diviso tra la speranza e la paura.

Dopo una lunga inutile attesa, si vide apparire una macchia di sangue. Cola era disceso fino al fondo, dove l’acqua prende i riflessi del fuoco, e poi più avanti dove ribolle, ricacciando via tutti i pesci: che cosa successe laggiù? Non si sa: Cola non riapparve mai più.

Qualcuno sostiene ch’egli non è morto e che è restato in fondo al mare, perché si era accorto che la terza colonna su cui poggia la Sicilia stava per crollare e la volle sostenere, cosi come la sostiene tuttora.

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Mezza dozzina di milocchesi studiarono nel Convento di Santa Maria di Gesù di Ispica

Alfonso Cipolla

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padre luca saia

Padre Luca Saia

Finite le scuole elementari, chi poteva mandava i figli a studiare fuori Milena perché le medie da noi sono state aperte negli anni 60.

Negli anni 40, a ridosso della seconda guerra mondiale, alcuni ragazzi del Paese delle Robbe furono mandati dai loro padri e parenti a studiare ad Ispica, nella lontana provincia di Ragusa raggiungibile attraverso un percorso misto corriera – treno della cui straordinaria durata scriveremo tra poco.

Tra i cittadini che, in quel periodo storico, andarono ad Ispica ricordiamo Padre Luca Saia recentemente scomparso che scelse la via religiosa; il geom. Pietro Lombardo e il prof. Cristenzio Mancuso personaggi noti e pure loro scomparsi tempo fa; Salvatore Falletta e Gerlando Cipolla – detto Dino – impiegato comunale in pensione, che ha voluto ricordare padre Luca, raccontando un pezzo comune della loro vita.

Il 2 di ottobre, salutata la famiglia con il cuore in gola (l’avremmo rivista a fine anno… scolastico) partivano la mattina presto salendo su una corriera moderna, che aveva appena sostituita quella a vapore, ma che non riusciva a percorrere più di qualche chilometro senza fermarsi per un poco.

da sinistra in piedi Gerlando Cipolla che legge e Antonino Saia che sorride, Giovanni Cipolla scrive a macchina, in primo piano il segretario comunale Giuseppe Marchese Ragona

Mi accompaganva mio padre Giuseppe, mentre P. Luca era accompagnato dal fratello Nino, decano degli impiegati del Comune di Milena, che lo sovvenzionava mantenendolo agli studi. La corriera ci portava alla stazione ferroviaria di Serradifalco dove aspettavamo il treno che ci doveva portare a Vittoria in provincia di Ragusa. Per raggiungere Vittoria si impiegava un giorno e mezzo di viaggio. A Vittoria perdevamo un’altra mezza giornata asapettando la coincidenza per Ragusa.

Ci portavamo appresso da mangiare e quando arrivavamo alla stazione aprivamo le nostre valige di cartone chiuse con lo spago e mangiavamo, riposandoci poi sulle panche di legno. Di legno erano i sedili della terza classe del treno che a quei tempi era tirato da una locolotiva a vapore che ci riempiva di fumo tanto che arrivavamo con la faccia scura di carbone.

Nella mattinata del terzo giorno il treno merci percorreva l’ultimo tratto, la Ragusa – Ispica.

Di quel viaggio che non finiva mai, ricordo il mercato nero del frumento e altri cereali; quando il treno merci, su cui viaggiavamo, rallentava e andava quasi a passo d’uomo, alcune persone spingevano su pane, farina, pasta, frumento e qualche altro genere alimentare destinati al mercato nero delle città e dei paesi più grossi. Noi ragazzini non lo capivamo questo traffico, ce lo spiegavano dopo i più grandi che si trattava di contrabbando (lo chiamavano ‘u ‘ntrallazzu”) perché c’era il razionamento.

convento-gesuL’ultimo tratto per giungere al Collegio dei frati francescani, posto in cima a un cocuzzolo, lo facevamo a piedi sollevando le valige pesanti.

E così il 4 ottobre, in coincidenza con la ricorrenza di San Francesco, al “collegio”  dei frati francescani cominciava l’anno scolastico che terminava a giugno. Non tornavamo a casa che alla fine dell’anno scolastico: a giugno finalmente potevamo ritornare al nostro paese, dopo 8 mesi di lontananza da casa, parenti e amici.

Nel collegio si facevano le tre classi medie per i privati, e c’era pure il noviziato con il liceo per i monaci, strada che seguì solo padre Luca Saia ma non Pietro Lombardo, Cristenzio Mancuso e Salvatore Falletta detto ‘u maaru. Le nostre famiglie pagavano una retta trimestrale.

Ci si svegliava alle 5 del mattino, ci si lavava con acqua fredda, quindi tutti a Messa e poi a colazione e poi arrivava la prima ricreazione. Ci divertivamo e giocavamo nel cortile sotto lo sguardo e il controllo del Padre Maestro.

Per tutti noi cominciava l’apprendimento della lingua italiana, praticamente sconosciuta; per insegnarcela i frati del Convento di Santa Maria di Gesù di Ispica avevano trovato un metodo sicuro basato su un anello di ferro.

ispik

Dovevamo sempre parlare in italiano, non era facile, era uno sforzo tradurre dal siciliano in italiano e succedevano cose comiche, tipo quella che capitò a Salvatore che disse a un frate: “posso pendere il faccioletto?” il quale scherzando gli rispose: “Ma non l’hai fatto già il letto”? Aveva tradotto fazzoletto in “faccio letto”.

Peggio andò a Pietro che non voleva mangiare fave crude il venerdì, non gli piacevano perché non le digeriva bene, per punizione dovette digiunare tre giorni e fu difficile perché non è che il vitto fosse vario e abbondante in quel periodo, anche il pane era razionato: 200 grammi al giorno. Nel refettorio dove mangiavamo eravamo disposti in tre per tavolo. Iozzia, un commensale al quale i genitori benestanti portavano cibo extra, qualche volta ce ne passava un poco; ma dovevamo stare attenti a che non se ne accorgesse il Superiore perché allora finiva che ci dicesse: ora non mangerete nè il mangiare del collegio nè il vostro e si  restava come al solito a digiuno.

Ma torniamo all’obbligo di parlare in italiano e al sistema infallibile di riuscirci, alla base di tutto c’era un anello di ferro e una parola in latino” àccipe!” cioè “prendilo!”: si consegnava l’anello al compagno che si sentiva parlare in dialetto siciliano.

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