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Archive for the ‘SiciliAntica’ Category

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La biddrina è un animale mitico, che appartiene al mondo delle leggende siciliane e sarebbe un grosso serpente d’acqua

NeveAppennino

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Rappresentazione grafica della biddrina. Disegno di Tatzel Wurm

Si narra che nelle zone umide della campagna in provincia di Caltanissetta viva la biddrina. Ma cosa è la biddrina? Si tratta di un animale mitico, che appartiene al mondo delle leggende siciliane.

A quanto pare, il termine biddrina deriverebbe da una parola araba, che indica un grosso serpente d’acqua. Stando ad altre fonti, invece, potrebbe originare da “belluino”, cioè “bestiale”. In alcune zone della Sicilia si chiama Culobbia o Culofia.

Questo rettile avrebbe un colore tra il verde e il blu, gli occhi rossi e una bocca talmente grande da consentirgli di ingoiare capretti, agnelli e bambini. Spesso viene descritta come una grandissima biscia, come un’idra o, addirittura, come un incrocio tra un drago e un coccodrillo. È dotata di una corazza robusta, fatta di squame luminose, che la rende praticamente indistruttibile.

Leggenda vuole che una biscia che rimane nascosta per sette anni si tramuti in biddrina, diventando gigantesca. Si tratta di una serpe ammaliatrice, che vive nascosta presso fonti e paludi e riesce ad attirare i malcapitati che passano, con il suo sguardo. L’invenzione di questa creatura sarebbe legata alla necessità di tenere i bambini alla larga dei laghetti paludosi, per il pericolo di annegare.

L’habitat della biddrina sarebbe a Montedoro, in provincia di Caltanissetta, in un luogo paludoso, alimentato dalle acque sulfuree della vicina miniera di zolfo. Nei pressi di Riesi sarebbe stata avvistata in alcune grotte e nell’immaginario collettivo vive nei paesi del circondario, come Sommatino, Canicattì, Campobello e Marianopoli

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Il fascino di una fortezza tra storia e mistero, dalle tre donne murate vive alla tragedia di Laura Lanza al presunto fantasma

S. D.

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castMimetizzato nella roccia calcarea, in una posizione impervia e solitaria, sorge su una rupe, a due chilometri ad est di Mussomeli (in provincia di Caltanissetta) il castello di Mussomeli, noto come “Castello Manfredonico”, che si mostra simile a un nido d’aquila ad un’altitudine di circa 778 metri.

Esso appare differente dalle altre fortezze del tempo, e contraddistingue il paesaggio e lo scenario della zona in maniera assolutamente originale.
La sua fama e il suo fascino sono noti anche fuori dalla Sicilia per le leggende e le storie che riguardano fatti misteriosi che accadevano tra le sue mura, tanto che si ricorda una visita del
kaiser Guglielmo II di Germania.

OIP (2)Nella memoria di molti rimase la triste storia di tre donne murate vive; la tragica vicenda di Laura Lanza, figlia di Cesare e baronessa di Carini, effettivamente avvenuta e documentata in un atto del 1563, conservato nella chiesa parrocchiale del paese siciliano; il fatto riguardante lo spagnolo don Guiscardo de la Portes, al servizio, nel 1392, del re Martino I di Sicilia, presunto fantasma del maniero, morto durante un combattimento contro il ribelle Andrea Chiaramonte.

fantLe tracce architettoniche più antiche del sito risalgono al periodo svevo.
Tra queste c’è la cappella posta nel recinto interno. Il castello fu poi edificato tra il 1364 e il 1367 da Manfredi III
Chiaramonte, conte di Modica, che poimorì nel 1391.

Le forme attuali della roccaforte risalgono invece all’intervento operato all’inizio del XV secolo ai Castellar, signori di Mussomeli. Si distingue per fascino e per rilevanza, oltre alla cappella, anche la “Sala dei Baroni” o “Sala del Trono” che si trova anch’essa nel recinto interno.
Di particolare pregio in questa corte sono dei portali di stile chiaramontano. Di particolare interesse, caratterizzati da elementi gotici, sono poi la “Sala del camino” e la “Sala da pranzo”. Vi è poi la “Camera da letto” il cui soffitto è a doppia volta a crociera.

Legate alla tradizione che riguarda poi le storie e le leggende legate al castello sono l’armeria, la cosiddetta “camera della morte”, con insidiose botole, la “Stanza delle tre donne” e il carcere feudale.

All’esterno si notano il ricovero del corpo di guardia e la cappella, dedicata prima a san Giorgio, protettore dei Chiaramonte, poi alla Madonna della Catena, per il probabile riferimento ai detenuti.

MUSSOMELI_2045-11-21-38-7363Nel 1391 il maniero entrò in possesso di Andrea Chiaramonte, che ebbe dei seri contrasti con la regina Maria, tanto da essere giustiziato l’anno successivo. La rocca passò poi ai Moncada e, più tardi, in modo definitivo, ai Lanza.
Cesare Lanza, nel 1564, acquistò infatti il rango di primo conte di Mussomeli. Suo figlio Ottavio, nei primi anni del Seicento, decise di abbandonarla e adibirla a carcere.

Il castello di Mussomeli sarà poi abbandonato alla mercé delle intemperie, ma ciò risulterà un vantaggio per la sua salvaguarderà, almeno, dai rifacimenti secenteschi e settecenteschi con la conservazione dell’aspetto originario, seppure degradato.

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Amarcord, quando a Pina Adelina per le nozze della figlia Pasqualina invitò tutto il paese

FILIPPO BELLIA

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pdmPALMA DI MONTECHIARO.

Fu un matrimonio che fece epoca poiché si sposava la figlia della Pina Adelina una delle donne più popolari del paese poiché nella sua piccola bottega di generi alimentari, stimata dal popolo poiché dopo le miserie della guerra aiutava i più poveri fornendo a tante famiglie gli alimenti a “cridenza” che quasi mai poi non venivano saldati.

Ma quel matrimonio fece anche epoca poiché la Pina Adelina invito’ tutto il paese. E così nel “camerone” della Chiesa Madre dove si svolse il trattenimento si presentarono centinaia di persone di ogni estrazione sociale tanto che fu triplicata la fornitura di dolci da distribuire da parte di una ditta di Licata.

Era dunque il 13 luglio del 1957 e la persona che notate nella foto, compunta ed orgogliosa conduce all’altare della Chiesa Madre l’adorata figlia Pasqualina. Dietro in trepida attesa lo sposo promesso Pino .Marino .nell’attesa di ricevere nell’altare dal papà la mano di colei che da li a poco.sarebbe stata consacrata in un matrimonio felice e che.sarebbe stato allietato da tre figli le gemelle Loredana e Patrizia e Rosario.

Dopo .la cerimonia nuziale, officiata dall’arciprete mons. Pietro Castellino, nel sagrato della Matrice, d attendere i novelli sposi era pronto Beniamino Minuzzu Tutino figlio della Pina Tresa grande amica della mamma della sposa. Minuzzu, per l occasione, aveva comprato una fiammante Fiat 600 macchina di lusso in quell’epoca che volle inaugurare in un matrimonio che ebbe risonanza popolare in paese poiché si sposava la figlia della Pina Adelina, rispettata per la sua generosità e famosa perché sapeva governare le sarde salate e il baccalà a mollo considerati come gli alimenti.dei poveri ma di cui preferivano rifornirsi anche i notabili del paese.

Ma pubblicando.questa foto, intendo. onorare la memoria del papà della sposa. Egli è Francesco Bellia. Un uomo passionale ma mite e che è stato uno dei personaggi che meritano di essere ricordati ed additati. È stato membro della Milizia nel periodo del regime fascista. Ha svolto il mestiere di sellaio e cioè di “vardunaru” nella sua sede artigianale di via Di Vincenzo dove è stato tra gli altri il maestro di Pietro Zimmile, del  pinu Piddu D’Orsi e del fratello di mamma
Lorenzo Pace.

Poi ha avuto l’intuizione di creare a Marina di Palma la conservazione in barili di legno delle sarde salate i cui prodotti ittici venivano buttati all’alba sulla battigia dai pescatori licatesi dopo la loro pesca notturna con i ciancoli illuminati dalle lampare. La battigia diveniva così un tappeto di colore argenteo.
Quest’uomo che accompagna la figlia all’altare è stato insignito da Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi della onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana per i suoi indiscussi meriti in campo commerciale.

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Quando Gino Billecci raccoglieva asparagi e spuntò la “biddina”

Pasquale Almirante

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490935600Chi l’ha mai vista la biddina?
Qualcuno giura di averla avvistata nelle campagne più desolate del nisseno e dell’agrigentino fra zolfare, nascosta fra rocce e pietraie o dentro boschi intricati; tra macchie, arbusti, rovi e distese di ferule intrecciate da enormi ragnatele. Ma anche attorcigliata agli alberi, ha giurato un giovane contadino di averla vista. Era stato il cavallo ad avvertirne la presenza, che si è imbizzarrito, nitrendo spasmodicamente per indicare al suo padrone che, aggrappato all’albero
sul terrapieno, da dove i rami di gelsi pendevano sulla trazzera più bassa, c’era un colubro gigante, la biddina appunto, che sibilando allargava le spire minacciando cavallo e cavaliere.
Il contadino, quella sera stessa, era corso a casa del sindaco di San Cono per raccontargli quello strano avvenimento. Era scosso e ancora tremava, mentre i suoi occhi erano diventati due pozzi enormi, tanto si erano sgranati e dilatati.
Tuttavia, allorché accennò all’albero di gelsi e al posto dell’avvistamento, il vigile urbano, che si trovava lì per caso, scoppiò in una risata compassionevole e, celiandolo, sentenziò: «Ma quale biddina!
Quella sarà stata una trovata di Totò Crucifisseddu per evitare che la gente, passando, gli rubi i gelsi.
Quell’albero sul terrapieno, coi rami carichi di more succulente che pendono sulla trazzera sono un invito alla gente a raccoglierle. Te lo garantisco io! Chissà cosa hai visto veramente. Però da stasera in poi, quando il paese saprà la notizia, nessuno passerà più accanto a quell’albero e Crucifisseddu potrà finalmente mangiare i frutti del suo albero».
Anche il sindaco diede credito a quella versione e bonariamente consigliò al giovane di tornare a casa, farsi preparare una sostanziosa cena dalla moglie e andare a letto. Il giorno dopo, di sicuro, avrebbe dimenticato tutto. D’altra parte andare a verificare, in quella sera inoltrata di agosto, era inutile perché comunque le biddine, se esistono, si muovono di giorno come tutti i serpenti, benché quegli esemplari di “culobrie” sembrerebbero fuori dal comune: bestiacce lunghe alcuni metri, grosse come un pioppo e ripiene di squame.
In ogni caso, come il vigile aveva pronosticato, nel volgere di qualche giorno, tutto il paese sapeva che attorcigliato all’albero di gelsi di Totò Crucifisseddu, in contrada Portella di Camemi, Filippo Pisalupani aveva visto, sul suo cavallo
che si era imbizzarrito, la biddina.
Ma veramente? Veramente! E a quel punto ciascuno aggiungeva un particolare inedito, un segnale distintivo per negare tutto o tutto credere.
«Quel ragazzo lavora troppo e la zappa, se si usa soprattutto in estate, può provocare brutti effetti, fa vedere perfino gli spiriti e le biddine» dicevano gli scettici in Piazza, durante le passeggiate vespertine.

OIP (1)A differenza di Filippo Pisalupani, che si massacrava la schiena, anche in estate, per tenere soffice il terreno e raccogliere abbondanti ortaggi per mantenere la famiglia dignitosamente, Gino Billecci non avendo terreni, né figli da mantenere, tranne la moglie, viveva di espedienti, ma tutti leciti.

Riparava crepe nei fienili, faceva qualche impianto elettrico alla buona, aggiustava grondaie, sistemava tegole turbate dal vento, porte ferite e finestre accoltellate dall’usura e pure tubature e rubinetti inceppati dall’acqua; ma soprattutto, essendo iscritto nell’elenco dei disoccupati, era all’occorrenza chiamato fra i primi a lavorare nei cantieri scuola finanziati dal Comune di San Cono.

Si dava insomma da fare come possibile e dove possibile per portare soldi a casa, mentre quella iscrizione tra i disoccupati gli consentiva pure qualche mese di lavoro con la forestale, in estate, come supporto nelle operazioni di spegnimento dei troppi incendi nei boschi o di ripopolamento di eucalipti che poi, in età matura, venivano tagliati per le cartiere.

Tutte le estati in pratica, per un motivo o per l’altro, per un lavoro o l’altro, Gino Billecci era quasi sempre occupato e raramente lo si vedeva in piazza a chiacchierare coi suoi amici. Piccolo di statura, magrissimo, i capelli neri e ricciolini tirati all’indietro, con la sigaretta sempre fra le dita, conducendo questa vita un po’ più movimentata dei suoi amici, aveva sempre qualcosa da raccontare, qualche aneddoto da lanciare, un accadimento particolare di cui era stato testimone e perfino sibilare dicerie attorno a femmine con cui veniva a contatto per i suoi mille lavori a cui si dedicava con una certa competenza in cambio di pochi spiccioli e talvolta perfino di qualche testa di verdura.

Di sicuro tuttavia non aveva mai millantato.

Tutte le sue storie apparivano credibili anche perché lui amava documentarle con i particolari più minuti, sospettando magari che qualcuno potesse dubitare della sua buona fede e dell’onestà del suo racconto. Quando poteva, portava un tizio a testimone: chiedete a lui, se non mi credete. Gino in pratica, nei suoi discorsi, era affidabile e credibile, né parlò mai a sproposito. Accadde allora che una delle prime sere di settembre, a un mese circa dell’avvistamento della biddina da parte di Filippo Pisalupani, mentre in piazza un capannello di amici, dentro cui anche Gino si trovava, riprendeva quello strano avvenimento, insaporendolo di risate ma anche di qualche raccapriccio, Billecci, accendendosi una sigaretta, ringhiò: «Ora però mi ascoltate tutti e il primo che prova a sfottermi gli lascio correre una scarpe in testa».

Fece una leggera pausa, aspirò una boccata di fumo, e poi in un solo fiatò sibilò: «Anche io ho visto la biddina! E non era all’imbrunire, né attorcigliata a un albero, né ero stanco di lavoro, né avevo presso una insolazione. Ero del tutto sereno, fresco come una rosa e mi stavo svagando a raccogliere asparagi nel bosco ai piedi del Monte Bubbonia. Tersa e profumata l’aria primaverile dopo le piogge di due giorni prima. Ne avevo già raccolto un bel mazzo che stavo pensando di legare e mettere dentro la sacca a tracolla. Ma quando mi accingevo a farlo, da un rovo di fronte vidi dondolare tre asparagi superbi, grossi quanto un dito.

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Sono partiti in tre per il cammino della Magna Via Francigena.

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Cipolla Gaetano, Gaspare Incardona e la calabrese Francesca Nisi.

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Da Palermo raggiungeranno Agrigento nonostante le elevate temperature.

(altro…)

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Tra­va­glio e na­sci­ta in Casa Bat­ta­glia quar­tie­re Ar­chi Ra­gu­sa Ibla E già… sia­mo alla fine de­gli anni 50’ e pre­ci­sa­men­te il 5 ago­sto del 1957… qua­si la to­ta­li­tà dei neo­na­ti al­lo­ra na­sce­va­mo in casa.


 

Fine anni ’50, quando si nasceva in casa e si chiamava la levatrice…

Sal­va­to­re Bat­ta­glia

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8687BC53-7CEA-4A2B-8EB7-EADEE46053A8La lo­ca­li­tà è un Cor­ti­le (Cur­tig­ghiu) di Via Iop­po­lo Ra­gu­sa Ibla. 

Que­sto par­to è av­ve­nu­to in modo con­ci­ta­to. Nel­l’im­mi­nen­za del tra­va­glio in casa Bat­ta­glia si sono al­lon­ta­na­ti dal­l’a­bi­ta­zio­ne gli uo­mi­ni e bam­bi­ni.

Le don­ne adul­te del­la casa la non­na Gio­van­na e Ma­rian­na era­no en­tra­ti in azio­ne ri­scal­dan­do gran­di pen­to­lo­ni d’ac­qua e pre­pa­ran­do le va­rie pez­ze di stof­fa ne­ces­sa­rie per il na­sci­tu­ro e la mam­ma.

Al ma­ri­to Gio­van­ni, l’u­ni­ca cosa che si chie­de­va di com­pie­re, era di an­da­re a chia­ma­re la le­va­tri­ce o la don­na esper­ta del luo­go e che si era for­ma­ta solo dopo una lun­ga pra­ti­ca di par­ti poi­ché era lei che fa­ce­va na­sce­re tut­ti i bam­bi­ni del quar­tie­re.

Era ar­ri­va­to il mo­men­to… il Gio­van­ni era pron­to, a qual­sia­si ora del gior­no o del­la not­te, per chia­ma­re la le­va­tri­ce. Il 5 ago­sto del 1957 fu chia­ma­ta la Ro­si­na la le­va­tri­ce di fi­du­cia, lei non per­de­va tem­po. Sa­pe­va quel­lo che do­ve­va fare, gra­zie alla sua espe­rien­za.

Non sem­pre il par­to era fa­ci­le, anzi. Quan­do si com­pli­ca­va bi­so­gna­va cor­re­re a chia­ma­re an­che il me­di­co. Que­st’ul­ti­mo ve­ni­va in­ter­pel­la­to solo in casi estre­mi, quan­do la par­to­rien­te era in gra­vi con­di­zio­ni: nel quar­tie­re de­gli Ar­chi, ci si è sem­pre ar­ran­gia­ti alla meno peg­gio.

La Pina (mia ma­dre) par­to­rì in casa nel­la ca­me­ra ma­tri­mo­nia­le era il 5 ago­sto del 57 in una mat­ti­na­ta già cal­da. Mio pa­dre il Gio­van­ni dopo es­ser­si ac­cer­ta­to che tut­to era an­da­to bene, andò su­bi­to in Piaz­za Ar­chi a fe­steg­gia­re con gli Ami­ci di sem­pre pres­so il mi­ti­co Chio­sco di Don Fi­ri­li… Bir­ra, Li­quo­ri (STOCK, ROS­SO AN­TI­CO, STRE­GA, CY­NAR…).

Il-Battesimo-Chiesa-Anime-del-PurgatorioLa do­me­ni­ca suc­ces­si­va, già ero bat­tez­za­to, per­ché si te­me­va per la so­prav­vi­ven­za del pic­co­lo Totò… (si te­me­va di fi­ni­re nel Lim­bo).

In casa si fe­steg­gia­va con cioc­co­la­ti­ni e con­fet­ti alle man­dor­le, of­fer­ti in un con­te­ni­to­re con un cuc­chia­io, si brin­da­va con lo spu­man­te Cin­za­no…

La cul­la era mol­to pic­co­la, in le­gno de­co­ra­to a mano, il ma­te­ras­si­no con­si­ste­va in un sac­co di lana mol­to pie­no e sul­le co­per­te era ste­so un drap­po il più bel­lo pos­si­bi­le. Il tut­to era te­nu­to fer­mo con una lar­ga fet­tuc­cia di tela che pas­sa­va ne­gli ap­po­si­ti fori pra­ti­ca­ti ai lati del­la cul­la.

La casa, al­l’e­po­ca, non era mol­to cli­ma­tiz­za­ta, anzi qual­che vol­ta i bam­bi­ni mo­ri­va­no di pol­mo­ni­te nei pri­mi mesi, so­prat­tut­to se ave­va­no la sfor­tu­na di na­sce­re in in­ver­no. Quan­do si te­me­va per la vita del na­sci­tu­ro, il bat­te­si­mo ve­ni­va am­mi­ni­stra­to in casa su­bi­to dopo la na­sci­ta dal­la le­va­tri­ce e poi com­ple­ta­to con la ce­ri­mo­nia in chie­sa. Io per for­tu­na nac­qui in esta­te…

Si cre­sce­va sen­za tan­ti pro­ble­mi, non c’e­ra­no gio­chi pe­ri­co­lo­si per la sa­lu­te e si era con­ten­ti di vi­ve­re con quel­lo che pas­sa­va il con­ven­to, si gio­ca­va con poco. Nei cor­ti­li e nel­le con­tra­de i bam­bi­ni ap­par­te­ne­va­no alla co­mu­ni­tà ed era­no fi­gli e ni­po­ti di tut­te le don­ne pre­sen­ti, la loro sor­ve­glian­za e l’e­du­ca­zio­ne era un fat­to co­ra­le.

Il Pre­si­den­te del­l’Ac­ca­de­mia del­le Pre­fi Sal­va­to­re Bat­ta­glia

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La Regione assicura il finanziamento per l’apertura del Museo Civico archeologico di Palma di Montechiaro

Filippo Bellia

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xoana

XOANA da Palma di Montechiaro (Ag).  Statuette femminili di tradizione dedalica intagliate nel legno di cipresso e di pioppo, fine VII sec. – inizi VI sec. a.C.

E’ stato assicurato un finanziamento di oltre 500 mila euro da parte dell’Assessorato ai Beni Culturali guidato da Alberto Samonà per consentire l’apertura del Museo Civico archeologico di Palma di Montechiaro nella sede dell’ex Carcere Mandamentale attigua al Palazzo Ducale con la realizzazione dei sistemi di sicurezza e delle vetrine e la catalogazione dei reperti che arricchiranno la struttura, fatta ristrutturare nel 2000 dall’ex sindaco Rosario Gallo.

Lo ha assicurato il sindaco Srefano Castellino il quale ormai è fermamente deciso di offrire alla cittadina che amministra con grande impegno e lungimiranza da quasi quattro anni,ad offrire al territorio un’altra importante opportunità per incrementare il turismo che già ha avuto un particolare rilievo con le tante iniziative culturali promosse in questi ultimi anni.

Il primo cittadino palmese’ ha confermato che il Museo Civico archeologico sarà intitolato al grande archeologo palmese Giacomo Caputo, ex Accademico dei Lincei, scopritore dell’insediamento preistorico della Grotta Zubbia, ex
Soprintendente negli anni trenta in Libia dove scopri’ gli insediamenti di stile romanico, che negli sessanta fu
Soprintendente a Firenze degli insediamenti dell’arte Etrusca e che amo’ la sua Palma sino alla fine dei suoi giorni avventura l’8 Settembre del 1982 a Firenze ma la cui salma è stata traslata al cimitero comunale nella antica tomba di famiglia.

pmCon l’occasione il sindaco Stefano Castellino ha deciso di anticipare al nostro giornale una importante novità. Nell’istituire Museo Civico archeologico sarà esposta la Triscele, rinvenuta nel corso di una campagna di scavi in un Santuario rupestre e che attualmente si trova conservata al Museo archeologico regionale San Nicola di Agrigento.

La Triscele è un antico simbolo da tre spinale intrecciate o per estensione. Risale al VI – VII secolo a.c. nel periodo della dominazione di Agatocle ed è realizzata con ceramica di produzione Geloa.

Un cimelio quindi di enorme importanza che arricchirà la struttura in cui il sindaco ha anche promesso che per alcuni mesi verranno esposte le tre statuette di legno votive chiamate Xoana, scoperte proprio in località Tomazzo nell’agro di Palma dall’allora giovane archeologo Giacomo Caputo.

Ma il primo cittadino ha inteso sottolineare che l’organizzazione sarà concordata con la Soprintendenza alle Antichità di Agrigento e non ha escluso il coinvolgimento nella scelta dei reperti con le dovute didascalie dell’altro grande
archeologo palmese e cioè Giuseppe Castellana che fu tra l’altro proprio il direttore del Museo Archeologico San Nicola di Agrigento.

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Celebrato il patrono San Calogero con i Pupi di pane adesso nel Registro delle eredità immateriali

Gandolfo Maria Pepe

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scal2Luglio è il mese della festa per il patrono San Calogero, quest’anno ridotta. L’unico evento che si celebra è la sagra dei Pupi di pane, sospesa nel 2006, e ora ripresa da Calogero Termini e dalla Pro Loco.
Oggi i Pupi di pane sono diventati un segno distintivo di Campofranco, tanto da essere inseriti come patrimonio dei beni immateriali dalla Regione, nel Registro delle eredità immateriali, definite dall’Unesco «Intangible Cultural Heritage».

Una tradizione antica quella dei Pupi di pane: si richiede una grazia al Santo Nero, cui ci si rivolge particolarmente per questioni di salute, realizzando un pane che abbia la forma della parte del corpo interessata.

Con la Sagra dei Pupi del Pane si distribuiscono grandi forme di pane da mangiare calde con olio, pepe e formaggio fresco, che riproducono gambe, braccia o altre parti del corpo guarite per intercessione.

L’inserimento dei Pupi di pane nel registro dei beni immateriali è il frutto di un percorso di progettualità avviato dalla Pro Loco che nel 2019 ha portato il presidente Calogero Termini e il sindaco Rino Pitanza a Matera capitale della cultura europea. «I pupi di pane sono la nostra tradizione – dice Calogero Termini – il nostro presente ed il nostro futuro».

Sabato si è tenuto un convegno dal titolo “San Calogero a Campofranco e patrimonio immateriale: temi strategie e valorizzazione”.

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Tra gli interventi, Calogero Termini presidente Pro Loco, il sindaco Rino Pitanza, il relatore Antonino Frenda esperto etnoantropologo, lo scrittore Carlo Petix e il parroco don Luciano Calabrese e l’on.le Michele Mancuso.

Nel corso della sagra sono stati distribuiti 1.000 chilogrammi di pane.
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I PANI DI SAN CALOGERO DONATI ALLA CASA PROTETTA SAN PIO

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Un ringraziamento di cuore da tutti gli ospiti della Casa Protetta S Pio ed in particolare dagli ospiti di Campofranco, al Sindaco Rino Pitanza, al presidente della Proloco Calogero Termini e alla Proloco Campofranco per il dono dei Pupi di Pane.
san
Infinitamente grazie perché ci avete reso parte di una festa per tutti noi tanto importante .
Da tutti noi : Viva San Calogero

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