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Archive for the ‘Costume/Società’ Category

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Arrivate le risorse per interventi urgenti ma il 75% degli istituti non sono antisismici e hanno tanto amianto

Problemi d’inizio anno: le scuole siciliane cadono a pezzi

di Andrea Lodato

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Problemi d'inizio anno: le scuole siciliane cadono a pezzi

In Sicilia si è consumata la prima settimana del nuovo anno scolastico, che ha preso il via ufficialmente il 14. Situazione tutt’altro che serena. Vero è che l’assessore regionale Marziano, proprio ad inizio del mese, ha potuto comunicare una serie di iniziative comunitarie, nazionali e regionali, attualmente aperte a favore dell’edilizia scolastica. Dal Fondo Europeo di Sviluppo regionale Fesr, per esempio, arrivano 115,2 milioni alla Sicilia. Ma se i soldi ci sono, i bandi sono aperti e gli enti locali dovrebbero accelerare con l’elaborazione dei progetti per la messa in sicurezza degli edifici scolastici di loro competenza, il quadro che si è delineato già in una settimana non promette nulla di buono. Scuole materne, elementari, medie, superiori: problemi diffusi, calcinacci che cadono nelle classi e davanti ai portoni d’ingresso, nelle palestre e nelle sale professori.

La prima grande paura dell’anno a Palermo. All’istituto scolastico Ragusa Moleti, che ospita scuola primaria e dell’infanzia, inaugurazione con crollo dell’intonaco, scolari in fuga accompagnati da maestre e maestri, arrivo dei vigili del fuoco. E la paura dei genitori, le spiegazioni del Comune, la stridente contraddizione tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è. Cioè la scuola riparo sicuro, formativo ed educativo per la collettività, invece paura e delusione. Ma quella del Ragusa Moleti è solo una delle cento storie di questa prima settimana. Problemi a Catania tra i genitori degli scolari del Circolo Didattico Rapisarda e la dirigente scolastica che, nonostante le rassicurazioni dell’amministrazione comunale, chiede di trasferire per motivi di sicurezza le classi quinte della scuola. E polemiche, proteste e manifestazioni anche sullo stato in cui si trova l’immobile destinato ad ospitare l’Istituto Alberghiero a San Michele di Ganzaria, con la denuncia diretta e chiara della preside dell’Iis “Cucuzza-Euclide”, prof. Maria Malignaggi.

Situazione di degrado diffuso sul territorio, con dati statistici che parlano chiaro: in Sicilia il 75% degli istituti scolastici non è stato progettato e neanche adeguato alla normativa antisismica e quasi tutti non hanno il certificato di conformità.  Dallo studio dell’ufficio regionale per l’anagrafe scolastica emerge che quasi un istituto su tre è stato costruito tra il 1961 e il 1971, il 18% addirittura tra il ‘21 e il ‘60. Poco più di mille sono quelli realizzati dopo il 1976, quando sono entrate in vigore le leggi antisismicità. E, per di più, solo il 17% degli edifici che ospitano le scuole siciliane ha effettuato la verifica sismica. Controlli non di routine, ma fondamentali per prevenire tragedie. Servirebbe un’azione incisiva da parte degli enti locali per intervenire sui 4.345 edifici scolastici siciliani che sono in situazioni critiche: servono manutenzioni ordinarie e straordinarie, il 90% non ha il certificato di prevenzione incendi e in uno su dieci c’è una forte presenza di amianto.

Dove mandiamo i nostri figli a studiare, dunque?

Dove c’è posto. Ad Agrigento da anni è in stato di abbandono l’ex Istituto Professionale Fermi. Fu chiuso quando scoppiò lo scandalo del cemento depotenziato dell’ospedale San Giovanni di Dio. Ed è rimasto lì, chiuso. Tre edifici abbandonati al degrado, alle incursioni di teppisti, un danno anche economico per la collettività. L’istituto ha trovato spazi e aule altrove, il fantasma abbandonato giace.

Non c’è provincia che possa dire di star bene nell’Isola. A Siracusa un’istituzione come il liceo Corbino «resiste, considerata la vetustà storica dell’edificio – ha spiegato al nostro giornale nei giorni scorsi la dirigente Lilly Fronte – e noi cercheremo di migliorare gli stratagemmi per la sicurezza, abbattendo le barriere architettoniche, consolidando la struttura e attivando le vie di fuga». Anche al Gargallo – ha ammesso la dirigente Maria Grazia Ficara – qualcosa non va, perché siamo in circa 700. Internamente siamo a posto, ma manca la manutenzione della aree esterne».

Ma se le docenti provano a trasmettere ottimismo, e fanno bene, i ragazzi sono assai più tranchant. «Tornare in classe e trovare i tetti che crollano, i bagni intasati e i servizi che mancano non è mai bello – ha spiegato Alessio Baldini, della Consulta degli studenti – né vorremmo passare il nostro tempo scontrandoci con la burocrazia. Vorremmo, invece, una maggiore continuità, cosa non possibile con gli insegnanti che vanno e vengono a causa delle assunzioni. Se molti ragazzi scelgono di andare a studiare fuori è anche colpa di strutture che non offrono proposte allettanti».

Insomma sale la voce della protesta.

 

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Il progetto governativo di schiavitù collettiva a vita prende sempre più forma.

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Incremento delle aspettative di vita, mancanza di fondi ed altre mille frottole tutte scuse per intascar soldi a tradimento e trasformare la società in un gigantesco pollaio a sfruttamento intensivo.
Le maxipensioni, intanto, non si toccano.

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I siciliani più vivi

di ANTONELLO PIRANEO

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Confusi nell’allegra caciara dell’agosto siciliano – tra turisti ammirati per le bellezze che la Sicilia offre, altri indignati per la spazzatura in strada, irriducibili dell’anguria in spiaggia, cultori della coda ai caselli, sacerdoti della movida vera o presunta – confusi in questa folla di umori, poi ci sono loro, i siciliani che tornano a casa, dalla Germania, dal Belgio, dalla Svizzera, dal Venezuela, dall’Australia, dall’altrove nel mondo che li ha accolti, dando loro quel lavoro e quindi quella dignità che qui non hanno mai trovato.

Sono gli emigrati, sono i siciliani “altri” di cui pochi parlano, dimenticati. Prima costretti a partire e poi rimossi. Fantasmi. Eppure loro, immancabilmente, fanno migliaia di chilometri all’incontrario per rivedere i luoghi della gioventù o per conoscere i posti di cui hanno soltanto sentito parlare, gli stessi in cui sono nati genitori, nonni, bisnonni. Tornano per abbracciare parenti magari mai visti ma sempre sentiti intimamente vicini. Nell’entroterra siciliano le piazze tornano a colorarsi delle sfumature di età diverse, si rivedono giovani e appena ex giovani, non soltanto bambini e anziani, estremi di una quotidianità arida.

Tornano sempre, questi siciliani “altri”, perché non c’è amore più forte di quello non corrisposto. E trovano una Sicilia troppo uguale a quella che hanno lasciato. Con gli stessi problemi, dall’acqua che manca alle strade interne polverose e improbabili, mentre ormai in quell’altrove ospitale viaggiano su treni lindi e superveloci.

Trovano, soprattutto, giovani pronti a fare oggi la stessa strada che loro e le loro famiglie fecero ieri e ieri l’altro. E li incrociano non nelle viuzze del paesino arroccato sull’impervio cocuzzolo, ma nelle strade delle città. Dalla valigia di cartone al trolley in cui piegare anche un diploma di laurea, in fondo è cambiato ancora poco per evitare di svuotare questa terra di braccia e cervelli, di prospettive e di sviluppo.

Ma una speranza ce la regalano proprio gli emigrati che rientrano in estate, testimonial inconsapevoli di una regione bella come poche altre e che potrebbe essere pure magnifica se riuscisse a fare sfruttare anche soltanto metà delle proprie potenzialità. Molti di questi diversamente siciliani farebbero carte false per tornare a casa, attratti da quel certo non so che è l’aria di casa, dall’indice molto personale del Fil (Felicità Interna Lorda) che spesso confligge con quell’altro e sinistro indice, il Pil, il Prodotto Interno Lordo. Alcuni lo hanno già fatto, dopo avere affrontato sacrifici e incognite in Paesi lontani.

Ecco, da qui si dovrebbe (ri)partire, dalla costruzione di un progetto che non faccia dei giovani siciliani i nuovi emigrati, che renda la scelta di studiare fuori una legittima opzione per acquisire competenze su cui poi potere investire qui e non una scorciatoia per sfuggire alla condanna del precariato, al compromesso dell’ambizione al ribasso.
Parafrasando Brecht, fortunato quel popolo che non ha bisogno di emigrati per sentirsi vivo.

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L’UTILIZZO DEI TELEFONINI IN CLASSE: NO AL PROVVEDIMENTO DELLA MINISTRA DELL’ISTRUZIONE FEDELI

Franco Petraglia

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Vorrei dissentire vibratamente e con forza rispetto alla scelta scriteriata della ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli: consentire, dopo tanti anni di divieto, l’uso dei telefonini in classe. Per me è solo un mezzo di distrazione per chi lo usa. Per non parlare della pericolosità di questo strumento, che può condurre gli studenti all’indebolimento della capacità di pensare, leggere e scrivere autonomamente.

No, quindi, agli studenti robot!

Vorrei ricordare quanto ha detto la psicologa americana Jean Twenge: l’abuso di smartphone e tablet causa nelle giovani generazioni depressione e apatia, mentre lo psicoterapeuta Alberto Pellai suggerisce di regolamentare  l’uso degli strumenti tecnologici per evitare un pericoloso allontanamento dalla realtà. Rilfetta, signora ministra!

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