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Archive for the ‘Cultura’ Category

La Piece

La pièce

di Briciolanellatte

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pieceSedendosi in sala, si chiese come mai ci avesse messo così tanto tempo per venire a vedere quella pièce; aveva infatti tanto contribuito alla sua riuscita, sia mettendo mano al testo che alla musica, che era stato quindi grazie anche a lui se era divenuto un successo tanto enorme quanto inatteso; anche se poi, per via di quel brutto litigio con Mark, il capo compagnia, aveva dovuto abbandonare la stagione e nessuno gli aveva mai più riconosciuto un qualche merito.

Non ricordava bene perché non si fosse deciso prima. Ma che importa? Ora era lì, in quel teatro ed era giunto il momento di riconciliarsi con gli errori del passato, di mettere un po’ d’ordine nella sua vita come in un solaio dimenticato. Chissà, magari a fine spettacolo sarebbe potuto andare a trovarli in camerino per un breve saluto e poi forse uscire pure con loro a mangiare un boccone e ricordare i bei vecchi tempi. Dopotutto, qualcosa gli dovevano. Ma ecco… ecco… si era appena levato il sipario: il brusio in sala si stava sciogliendo in un silenzio di aspettativa, creando l’attesa nell’attesa, l’attimo nell’attimo e lui, sì, proprio lui, finalmente era lì.

L’attacco dei violini era rimasto sempre lo stesso, morbido, accattivante, tanto da creare fin da subito l’atmosfera giusta; la voce impostata di Annalise, l’attrice principale, faceva il suo grande effetto persino a palco vuoto; riempiva tutta la sala prima ancora che il suo ingresso sul proscenio scatenasse un sincero scroscio di applausi. Era sempre la solita, lei, ci godeva un mondo a creare quell’attenzione spasmodica nel pubblico; sì, li poteva ben vedere di profilo nella penombra della sala; tutti quei volti rapiti che pendevano dal suo incedere misurato, dal quel movimento studiato delle mani, la postura leggera del suo corpo di giunco a sfidare il mondo; ogni oggetto di scena, ogni più piccolo particolare sembrava solo valorizzare la sua bellezza.

E poi il testo! Si era dimenticato di quanto fosse stato bello e ricco e appassionato. E la scenografia!?! Avevano avuto delle idee brillanti: le soluzioni erano innovative e avveniristiche; bravi, sì, bravi davvero; adesso tutto appariva armonioso e il succedersi delle scene era fluido, il ritmo incalzante, accurato, mai affrettato. Ora capiva perché avevano avuto una così buona riuscita; una bella compagnia di attori, nulla da dire.

Rimpianse all’improvviso di aver dato di matto, quel giorno, con Mark. Non avrebbe dovuto dirgli che sua moglie Annalise amoreggiava con tutti: con lui, con l’impresario, con il produttore, persino con il trovarobe e da ultimo, dietro le quinte e durante le prove, persino con l’addetto alle luci; avrebbe potuto tacere, avrebbe dovuto tacere, ma lui era fatto così: sincero, leale, diretto. Le cose non se le poteva tenere per sé, oh no, le doveva dire, soprattutto a Mark che era suo fratello.

Poi, da un lato della sala, una falce di luce per un attimo gli ferì l’occhio.

‘Il solito ritardatario’, pensò. ‘A miei tempi, una volta iniziata la rappresentazione, non era possibile entrare in sala in ritardo. Ora fanno come vogliono e vanno e vengono dal teatro come in una stazione ferroviaria. Non c’è più rispetto per nessuno e men che meno per quelli che pagano il biglietto. Che gente!”.

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Guidrilgildo (gui-dri-gìl-do)

unaparolaalgiorno

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Nell’antico diritto germanico, somma che l’uccisore di un uomo libero doveva pagare per evitare la vendetta attraverso il latino medievale guidrigildum, dal longobardo Wiedergild, composto da wider ‘in cambio’ (o secondo altri wer ‘uomo) e gild ‘denaro’.
Il sapore medievale di questa parola è intenso come quello di poche altre, e descrive un istituto tanto antico quanto interessante.

Nel diritto germanico – in particolare in quello longobardo – il guidrigildo era la somma, il risarcimento che chi avesse ucciso una persona libera avrebbe dovuto pagare come riparazione alla famiglia della vittima per evitarne la vendetta.

In un’epoca in cui ogni fatto di sangue poteva portare a faide interminabili e all’annichilimento di intere famiglie, un istituto del genere presentava dei pregi non dappoco. Tant’è che fu inserito nero su bianco nell’analitico Editto di Rotari, nel 653, prima raccolta scritta delle leggi longobarde, proprio come mezzo legale per limitare il ricorso a vendette private: pagando (con una doverosa percentuale a favore delle casse sovrane) la lite veniva estinta.

CatturaLa commisurazione del guidrigildo trovava la sua più notevole variabile nel rango sociale dell’offeso, per cui persone diverse venivano monetariamente valutate in modo diverso: dopotutto allora le persone non erano considerate uguali, e la dimensione del guidrigildo era ancora privata.

Fu solo molti secoli dopo, verso il XIV secolo, quando l’autorità pubblica iniziò ad avere alcuni caratteri dello Stato moderno, che l’attrazione della pena nella sfera pubblica portò alla recessione del guidrigildo – così come delle ordalie per duello e dei privati mezzi di composizione delle liti penali.

Non si sente più parlare del guidrigildo: il suo significato non è attualizzabile nei nostri ordinamenti poiché non è più il denaro a ricomporrre la frattura del reato, e difficilmente si può trovare un sentiero che lo conduca nella lingua comune. Eppure la sua suggestione rimane forte, e vicina: l’idea che alla vita umana si possa dare un valore contato in moneta.

 

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Milena / Aix-les-Bains gemellaggio azzoppato

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Da indiscrezioni sembrerebbe che il progetto di punta “gemellaggio Aix-Les-Bains” dell’IC Milena-Campofranco, diretto dalla Dirigente Genco Calogera, sia clamorosamente naufragato.

Mentre negli altri Istituti viciniori ci si organizza e ci si spende in viaggi di istruzione, progetti Comenius, alternanze scuola-lavoro, qui in controtendenza si va al ribasso.

Rina Genco

Non sono chiari i motivi per cui sia stato seppellito lo storico gemellaggio con la cittadina savoiarda, sembrerebbe che l’origine di tutto sia a causa di un “cambio” di referente voluto dal vertice per la conduzione e l’organizzazione del viaggio.

Altri “bene informati” sostengono che la dirigente abbia convocato i genitori (oramai in ritardo) degli alunni coinvolti, ma questi ultimi forse proprio a causa del “cambio” non abbiano aderito e sottoscritto.

Rimane l’amarezza perché ci si aspettava – come disse il Sindaco Peppuccio Vitellaro, nella palestra della scuola, al primo discorso di benvenuto e accoglienza a Settembre alla dirigente mussomelese – di non abbassare l’asticella dell’eccellenza e, invece, ci ritroviamo purtroppo, qui a discutere di lana caprina.

Alla Dirigente un appello affinché non interrompa una tradizione e un’emozione.

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DAMMI UNA MANO

di Briciolanellatte

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dammiunamano«Ti aiuto a tagliare il prato, nonno?» Il vecchio guardò per un attimo il nipote, pensando a cosa potesse fargli fare. Il volto del bambino si era acceso in un sorriso contagioso.

«Ma sì, mentre inizio qui, tira su i rametti che trovi qua e là così faccio meno fatica a passare il tosaerba.»

Il vento, che spesso rinforzava in quella zona, faceva cadere dalle decine di querce una quantità considerevole di piccola legna che, finendo tra le lame della macchina, rendeva difficoltoso il taglio. E il bambino, accettando di buon grado il suo compito, andava e veniva per il prato come un’ape laboriosa depositando nella cesta, messagli a disposizione dal nonno, tutti i rametti che trovava.

Poi Tommy, tornando da una delle sue corse a perdifiato da dietro le compostiere, si bloccò impietrito davanti al nonno.

«Cosa c’è, tesoro?»

«Nonno nonno, c’è una mano, laggiù!»

«Una mano? Ma cosa dici?»

«Sì, una mano… la mano di una vecchia…»

«Fammi vedere.»

Il nonno spense il tosaerba e, preso per mano il bambino, si fece accompagnare.

«Ecco, è lì dietro» fece Tommy fermandosi a debita distanza e indicando un punto dietro le compostiere. Il vecchio rovistò con cautela. C’era un nugolo di mosche là attorno e un odore di carne putrefatta che toglieva il respiro. Raccolse delicatamente la mano diventata grigio-nera, e, girandosi verso il nipote, gli disse:

«Non devi avere paura Tommy. È la mano di Elsa, la mia vicina di casa. Una settimana fa, mentre era nell’orto, è stata morsa al palmo da una vipera. Siccome aveva la roncola in mano, non ci ha pensato neppure per un attimo e si è troncata di netto la mano all’altezza del polso prima che il veleno le andasse in circolo; e poi, come se niente fosse, tamponandosi il moncherino, se n’è andata a piedi da sola in ospedale. Donne d’altri tempi!»

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Abborracciare (ab-bor-rac-cià-re)

unaparolaalgiorno

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Fare, mettere insieme qualcosa male e in fretta, forse derivato da borraccia, peggiorativo di borra, che è dal latino burra ‘lana grossolana’.
I linguisti non sono del tutto concordi sull’origine di questo vigoroso verbo, ma quella più accreditata fa riferimento alla bórra.
Per borra si intende un insieme di materiali scadenti, cascami, come i residui della cimatura della lana, avanzi di crini e peli d’animali, usati per imbottiture di scarso pregio o per farne feltro: in effetti la borra non è che un riempitivo, e figuratamente roba di poco valore. L’abborracciare sarebbe quindi un mettere insieme borra, anzi peggio, borraccia – azione che si traduce in un eseguire qualcosa in fretta, senza cura e con esiti miserabili. Si vede come l’allestimento dello spettacolo sia un abborracciato tentativo di fastosità, per uno sciagurato calcolo dei tempi ci troviamo ad abborracciare il lavoro da consegnare, e un arredamento abborracciato abbrutisce anche la casa più bella.
La ricostruzione di questa parola tramite la borra calza con la concreta immagine di un riempitivo: è sicuramente un verbo incisivo, tutt’altro che diplomatico, che più dei suoi sinonimi – come raffazzonare o arrangiare – e in maniera più univoca dà la dimensione e il colore di un’esecuzione senza pregio.

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L’eredità degli asini

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