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Archive for the ‘Cultura’ Category

Latte sì, oppure no? Yogurt sì, oppure no?

Renato Pierri

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Alle pagine 250 e 251 del libro di grande successo “L’intestino felice” di Giulia Enders, Sonzogno Edizioni, al capitolo: “Una saggia voglia di acido”, il che è già tutto dire, si legge:

«“Il nostro corpo conosce l’acidità grazie alla frutta e ai batteri benefici (per esempio, i lattobacilli dello yogurt). Se non è eccessiva ed è combinata con altri  alimenti, il nostro gusto si fida di lei. Per preparare un buon piatto saporito, utilizziamo dunque una componente acida: pomodori nella salsa, una spruzzata di limone sul pesce, un po’ di vino nel soffritto. Questa saggia voglia di acido è particolarmente interessante per gli appassionati di batteri.

Viene da chiedersi: quando cerchiamo una “nota acida” non è che in realtà sentiamo la mancanza di microbi gentili? Nel corso dei millenni, questo desiderio veniva normalmente soddisfatto dai batteri. I nostri antenati lasciavano fermentare il cavolo bianco per fare i crauti e bevevano il vino al posto dell’acqua (che nel medioevo era perlopiù contaminata in modo pericoloso). Facevano il pane con vera pasta acida naturale, o pasta madre, e mangiavano latte acido e yogurt di produzione propria».

Nel libro pure di grande successo “Mangiare bene per sconfiggere il male”, Mind Edizioni, della dottoressa Maria Rosa Di Fazio, responsabile Oncologia del Centro medico internazionale SH Health Service di San Marino, leggiamo invece:

«Tornando al latte e ai suoi derivati e a quanto di negativo possono contenere come il lattosio (e cioè il suo zucchero), gli ormoni, i fattori di crescita e la caseina, lo yogurt aggiunge a tutto ciò la sua acidità intrinseca. E l’acidità, l’ho già spiegato più volte, è quella brutta bestia…” (pag. 72).

A chi dobbiamo dare retta?

 

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abcUn po’ di Relax

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Il “ballottino” era:

  • Un ballerino di minuetto del Settecento
  • Una figura legata a una particolare elezione
  • Un tipo di castagna usato dai contadini delle Prealpi.


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Realizzare (re-à-liz-zà-re)

unaparolaalgiorno.it

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Concretizzare, conseguire un fine predisposto; rendersi conto di qualcosa, capire.
Nei primi casi, derivato di reale, secondo il francese réalizer ‘rendere reale’; nei secondi, dall’inglese to realize, anch’esso mutuato dal réalizer francese.
State realizzando soltanto ora che si tratta (in parte) di un anglicismo? Non fatevene un cruccio, a giustificarvi c’è la grande arte mimetica degli ampliamenti semantici, che si producono sotto l’influenza di un termine molto simile di origine straniera. In questo caso, infatti, il verbo ‘realizzare’, che originariamente significa in italiano «concretizzare, conseguire un fine predisposto», si allarga e accoglie a braccia aperte una delle tante sfaccettature del corrispettivo inglese to realize, ovvero quella di «percepire mentalmente qualcosa come reale» o «essere, divenire completamente consapevoli e coscienti di qualcosa».

E d’altra parte la radice la troviamo sempre in quel reale che indica il tangibile, l’effettivo, il palpabile, solo che nel primo significato della parola italiana il ruolo di chi compie l’azione è pienamente attivo nel trasformare la materia di partenza (che sia un sogno, un progetto, un’opera ecc.) in qualcosa di concreto, mentre il senso che abbiamo adottato dall’inglese si riferisce più alla realtà che ci investe nella sua evidenza e di cui ci rendiamo conto, spesso in maniera improvvisa, come in un’epifania.

Chissà a quanti traduttori un po’ pigri o spinti dalla fretta sarà capitato di volgere letteralmente, ma erroneamente, quel falso amico che è to realize nel nostro ‘realizzare’; e allora, siccome l’errore di oggi è spesso la regola di domani, a furia di confonderci abbiamo optato per arricchire una risorsa già di per sé potentissima, fornendola di una nuova, intensa sfumatura che ne ha permesso una amplissima diffusione ed una totale integrazione nella nostra lingua.

 

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Isolde

ISOLDE

di Briciolanelatte

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isolde«Come mai quell’aria imbronciata?»

Lui stava fissando il fiume d’argento fuori dalla finestra e sentì la voce di lei come se provenisse da un’altra stanza. Passò ancora dell’altro tempo e quindi disse: «Eh?»

Lei sorrise e ripeté con calma:

«Perché hai quell’aria imbronciata?»

«Pensieri…» tagliò corto lui riprendendo il libro che aveva in mano. La poltrona su cui era seduto cigolò un poco ma poi l’accolse ancora di più tra le sue braccia.

«Se mi spieghi, magari capisco» fece lei volenterosa.

Lui posò il libro sulle ginocchia, inframezzò il dito indice tra le pagine a mo’ di segnalibro e la squadrò. Pensò subito che a quel ronzio forse non ci si avrebbe mai fatto l’abitudine.

«Isolde… è complicato. Vedi… comincio a diventare vecchio sul serio e quando si diventa vecchi sul serio si cominciano a fare un mucchio di considerazioni stupide, i tre quarti delle quali sono tristissime. E inoltre sono solo… non ci avevi mai pensato?»

«Non sei solo, hai me. E poi non sei affatto vecchio. Secondo gli ultimi rilevamenti statistici sulla vita media degli uomini di razza caucasica hai ancora un’aspettativa di vita di dodici anni, tre mesi e quattordici giorni… Vuoi sapere anche i secondi?»

Alcuni gabbiani nel cielo strillavano sguaiatamente protestando per il gran caldo.

«No, non voglio affatto sapere anche i secondi, Isolde. Te l’avevo detto che non avresti capito.»

«Ho capito benissimo, invece; e poi non mi chiamavi Brunilde?»

«Isolde, Brunilde che differenza fa?»

«Fa una differenza enorme e lo sai benissimo… comunque se hai bisogno di un sostegno psicologico, basta acquistare il nuovissimo pacchetto software ‘Sostegno Emozionale SuperConfort Over 60’ e risolverai tutti i tuoi problemi o almeno li allevierai considerevolmente… basta telefonare al numero verde 800.7056670. È possibile anche ottenere un comodo finanziamento HighCard Class con pagamento persino a rate…»

«Potresti non ricordarmi in ogni momento che sei un robot? Guarda, fammi il piacere, per oggi non ho più bisogno di te: “Brunilde, disattivati”. Così te ne stai zitta.»

Mathias cercò le ciabatte e andò in cucina. Non sapeva neppure lui cosa stava cercando. Forse qualcosa che acquietasse quella sorta di inestinguibile ansia che da diverso di tempo lo faceva sentire un animale braccato. Avrebbe voluto uscire, ma c’era davvero troppo caldo e abbandonare il confortevole rifugio di una casa rinfrescata dall’aria condizionata non se la sentiva proprio. Avrebbe potuto fare qualche telefonata agli amici, o presunti tali, ma non poteva ricordarsi di loro solo quando gli faceva comodo. Il vicino di pianerottolo, invece, era al mare con la nipotina Trudi e inoltre, ultimamente, si era proprio rimbambito in modo insopportabile.

La solitudine cominciò a colpirlo come un maglio, all’improvviso. Tutti i pensieri più cupi entrarono nel suo cuore uno dopo l’altro, in gran fretta come per guadagnare il tempo perduto. Si sarebbe accovacciato a terra per commiserarsi senza ritegno.

Chiuse il frigo che gli era rimasto aperto tra le mani e ritornò in fretta in camera.

«Brunilde, Brunilde per carità riattivati… parla con me.» Mathias non se ne era accorto ma si era messo in ginocchio davanti alla poltrona di lei e la stava supplicando.

«Non mi sono affatto disattivata… stavo solo in silenzio, come mi avevi chiesto. E poi avevo appena memorizzato che desideravi mi chiamassi Isolde. Per disattivarmi dovevi dire: “Isolde, disattivati”; vuoi che ripristini Isolde anziché Brunilde?»

«Come vuoi tu… come vuoi tu…»

«No, come vuoi tu.»

Mathias si era nel frattempo seduto sulla sua poltrona esattamente sopra il suo libro. E si teneva la testa tra le mani. Lei lo guardò compiaciuta.

«Dammi la mano» gli disse accarezzandone il dorso.

Lui stentò ad obbedirle ma poi gliela porse.

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abcUn po’ di Relax

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Cos’è il “serpentone”?

  • Uno strumento musicale
  • Uno sfilatino tipico della Puglia
  • Una specie di anaconda del Venezuela.

 

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L’UTILIZZO DEI TELEFONINI IN CLASSE: NO AL PROVVEDIMENTO DELLA MINISTRA DELL’ISTRUZIONE FEDELI

Franco Petraglia

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Vorrei dissentire vibratamente e con forza rispetto alla scelta scriteriata della ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli: consentire, dopo tanti anni di divieto, l’uso dei telefonini in classe. Per me è solo un mezzo di distrazione per chi lo usa. Per non parlare della pericolosità di questo strumento, che può condurre gli studenti all’indebolimento della capacità di pensare, leggere e scrivere autonomamente.

No, quindi, agli studenti robot!

Vorrei ricordare quanto ha detto la psicologa americana Jean Twenge: l’abuso di smartphone e tablet causa nelle giovani generazioni depressione e apatia, mentre lo psicoterapeuta Alberto Pellai suggerisce di regolamentare  l’uso degli strumenti tecnologici per evitare un pericoloso allontanamento dalla realtà. Rilfetta, signora ministra!

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robba0

robba1.jpg

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