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Alfonso Cipolla

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TRATTA DI STATO

Moreno Sgarallino

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Andare a prendere della gente in acque internazionali o addirittura in acque libiche e portarla in territorio italiano, non è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina o, peggio ancora, complicità con gli scafisti nella tratta di esseri umani, parte dei quali addirittura minori?

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“Solo così fermiamo gli sbarchi”

Vittorio Feltri

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La ricetta di Feltri per gli immigrati: "Solo così fermiamo gli sbarchi"

Dire che gli immigrati sono dei poveracci è come scoprire l’ acqua calda, quella tiepida e anche quella fredda. Pertanto, non intendiamo ammorbarvi con l’ ennesimo pistolotto politicamente corretto. Vorremmo semplicemente dire a voi e ai responsabili della cosa pubblica che le invasioni barbariche sono inevitabili – sempre avvenute dalle origini del mondo – ma andrebbero governate per evitare che i barbari vincano subito.

Cerchiamo almeno di rendere la vita dura agli invasori, così come fecero gli antichi romani. I quali, non ancora corrotti, non ancora debosciati, quando venivano attaccati da orde germaniche, slave e sarmatiche reagivano e non si facevano soverchiare, ma combattevano con tutte le forze allo scopo di non farsi dominare dagli stranieri incivili.

images (4)Allora usava così. I migranti non erano accolti a braccia aperte, nessuno si sognava di offrire loro assegni di sostentamento, case popolari e soggiorni in albergo. Scoppiavano guerre tra cittadini in armi dell’ Impero e coloro che miravano a impadronirsene. I conflitti durarono secoli e secoli. Alla fine, vinsero i barbari, ma ce ne volle per battere gli antenati di Alberto Sordi. Oggi, invece, gli eredi dei romani, ossia gli italiani, non sono capaci di opporsi agli invasori e li ospitano volentieri nella speranza di stringere amicizia con loro; se essi sono in difficoltà su barconi in balìa del mare, noi ci rechiamo per salvarli direttamente a casa loro, a poche miglia dalle coste libiche e li portiamo qui, dopo di che cerchiamo di integrarli pur sapendo che non sono integrabili.
In breve, caliamo le brache.

azSoccorrere il prossimo – lo dice il Papa – è cosa buona e giusta. Ma se il prossimo sono quattromila sfigati in un botto solo, non è facile dare loro assistenza. Dove li mettiamo? Con quali mezzi li manteniamo, visto che molti nostri compatrioti sono in miseria e sopravvivono a stento, magari pernottando in automobili sostitutive di civili abitazioni? Vogliamo o no prendere coscienza che non abbiamo risorse per fronteggiare l’ emergenza extracomunitari?

Fino a qualche tempo fa, coloro che sfuggivano dai luoghi infami della Terra arrivavano da noi, poi tentavano di trasferirsi nel Nord Europa e ci riuscivano pure. Cosicché, non rimanevano qui a pesare sui nostri bilanci già abbastanza disastrati. Ora invece Austria, Germania, Danimarca, eccetera hanno chiuso i confini e non c’ è più verso di oltrepassarli. I profughi sono impossibilitati a varcare le frontiere e restano nella Penisola. Una catastrofe.

Si dà cioè il caso che tutti i Paesi membri delle Ue abbiano sbarrato le porte e non accettino di ricoverare un solo straniero, mentre noi poveri tapini, circondati dal mare, anziché respingere i pretendenti asilo, li andiamo a prelevare (per spirito caritatevole) direttamente nei pressi di casa loro; dopo di che, quando sbarcano, ci tocca fornirgli il necessario per campare. Succede spesso che essi non gradiscano la nostra cucina e si ribellino, perché non amano i maccheroni e preferiscono altre pietanze. Bisognerebbe accontentarli? Certamente, sarebbe bello.

Ma se non abbiamo soldi, che possiamo fare? Vendere i nostri averi per soddisfarli? Non tutti sono disposti a sacrificarsi per andare incontro ai gusti alimentari dei barbari. Dato che l’ Europa si fa gli affari propri, e non tollera di ricevere altri stranieri, lasciando a noi il compito ingrato di prenderli in consegna, non abbiamo altra scelta che agire come gli antichi romani. Non dico che l’ Italia debba rigettare in mare coloro che arrivano sulle amate sponde, ma almeno non offriamoci volontari per andarli a ripescare tra le onde lontane dalle nostre rive.

Il discorso è semplice. Dichiariamo solennemente, urbi et orbi, che i posti in Italia sono esauriti e che non siamo in grado di inviare nostre navi a raccattare naufraghi. Diciamolo con fermezza e atteniamoci al proposito senza tentennamenti. Non appena i profughi sapranno che attraversare il mare comporta il pericolo di crepare annegati, se ne guarderanno dal salpare.

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Indubbiamente si tratterà di tenere duro per qualche settimana, dopo di che nessuno più oserà puntare la prua sulle nostre coste. Chi eventualmente si azzarderà a farlo, saprà di rischiare la morte per annegamento. La maggior parte di quelli che aspirano a venire qui, desisterà. Sia chiaro, non ce la facciamo più ad assicurare ad altri la felicità che non abbiamo neanche noi.

 

Grest Promo…sso

Cattura

Il libro ricostruisce un momento importante del nostro Comune e del benemerito protagonista della sua autonomia, Don Totò Angilella. Il Sindaco Giuseppe Vitellaro

Flatulenze in aereo, un incubo

Libero

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CatturaForse – anzi, probabilmente – molti di voi in aereo hanno avuto qualche problemino. Si parla di flatulenze: in volo il “fenomeno” si presenta con una frequenza piuttosto imbarazzante, a tratti ingestibile.

La ragione? Presto detta: sull’aereo, a causa della ridotta pressione, le riserve d’aria all’interno del nostro corpo si espandono, e dunque il litro di gas (questa la media) che nell’arco di 24 ore espelliamo tramite flatulenze “gode” di un 30% di spazio in meno. La conseguenza è presto detta: il corpo si deve liberare e la tendenza a fare puzzette è molto più elevata (si spera solo la tendenza: se possibile, evitate di lasciarvi andare).

Per inciso, per l’equipaggio, il problema è ben peggiore. Il fatto di essere spesso in volo per il 60% dei piloti comporta gonfiori addominali, una percentuale assai più alta rispetto al normale impiegato d’ufficio. Per questa – ottima – serie di ragioni, parecchie compagnie aeree hanno iniziato ad utilizzare filtri al carbone nei loro sistemi di ventilazione.

DON FILIPPO ANGILELLA

Nonna M.

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filippo angilella famigliaDon Filippo Angilella (Don Filippu Angileddra, come lo chiamavano in dialetto) aveva il negozio in via Libertà, dietro la chiesa Madre.

Anche Lui come pure i suoi fratelli erano venuti a Milocca da Serradifalco, un paese vicino.

Sposò donna Concettina Scozzaro che gli diede tre figli maschi: Gaetano morto molto giovane, Silvio, il notaio; Nino che continuò il commercio dei cereali; e Concettina che fece l’insegnante.

Aprì un negozio che oggi si potrebbe definire un supermercato.

Vendeva quaderni, penne e altri articoli per la scuola elementare che allora si trovava in un locale pianoterra nella stessa strada. Anche alimentari e attrezzi agricoli, cordami e scarponi per i contadini. Nel suo negozio si trovava anche il carburo per accendere i lumi ad acetilene.

Accanto al negozio aveva una fabbrichetta di acqua gassosa. Le bottigliette si chiudevano ermeticamente con una curiosa pallina di vetro. Poi bastava una leggera pressione per farla venire fuori. Mi facevano venire la curiosità di scoprire come facevano a mettere la pallina dentro il collo per tapparle. Tutti noi bambini eravamo attratti più da quella pallina di vetro che dalla gassosa.

CatturaLa bottiglia aveva all’interno una pallina, che spinta dalla pressione del gas chiudeva ermeticamente la bibita. Per aprirla bastava fare pressione sulla pallina, usciva  un po’ di gas e la pallina scendeva e così la gassosa si poteva bere. 

Don Filippo commerciava pure in cereali.

 Era in società con i fratelli Salvatore, Giuseppe e Maria (chiamata Donna Maricchia) e possedeva una parte del mulino e del pastificio.

Era un bell’uomo. Ricordo i suoi baffi, il suo parlare a volte ironico e la capacità di trovare il soprannome giusto consono al comportamento delle persone. Era sempre gentile con i clienti.

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