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Le foto della cerimonia di proclamazione ufficiale del baby sindaco e di insediamento del consiglio comunale baby

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Piccola grande storia

VERSI POPOLARI

Armando Carruba

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L'immagine può contenere: spazio all'aperto

 

Ntà ‘sta strata
ci sta ‘n’amata quagghia
di quantu picciutteddi
fa muriri
ci n’è unu
ca ni mori e squagghia
pari piccatu di fallu muriri
Ci diciti a so’ mamma
ca si la ‘ngaggia
mancu a la missa
la facissi jri
ca su pi’ sorti
na ‘sti manu ‘ngagghia
la tegnu forti e nun la lassu jri

 

POPOLARE

In questa strada/ ci sta un’amata quaglia (una bella ragazza)/ di quanti giovanotti/ fa morire/ c’è uno/ che ne muore e perde peso/ sembra un peccato farlo morire/ Dite a sua madre/ che la tenga dentro/ nemmeno a messa/ la faccia andare/ che se per caso/ capita tra queste mani/ la tengo forte e non la lascio andare.

Gela, appiccato fuoco a bar appena inaugurato e ad un lido, I due attentati incendiari nelle prime ore del mattino, dopo una notte di pioggia. Pesanti i danni per entrambe le strutture. I commercianti invocano la presenza dell’esercito

La Sicilia

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Gela, appiccato fuoco a bar appena inaugurato e ad un lido

Il primo rogo è stato appiccato al bar Belvedere intorno alle 3,30. Un’ora dopo è stato il turno del «Bcool Beach» i cui proprietari (padre, madre e tre figli) hanno dichiarato di non avere ricevuto minacce nè richieste di denaro. Avevano lavorato fino alle 3. La stessa famiglia gestisce un rinomato bar (il «Bcool”) in viale Indipendenza, attualmente chiuso per lavori di ristrutturazione. Sui due episodi indagano polizia e carabinieri.

«Il prefetto di Caltanissetta metta in atto tutte le misure necessarie a ristabilire l’ordine e la sicurezza nel territorio gelese, se necessario anche con l’ausilio dell’esercito».

Lo scrivono in una nota i presidenti delle associazioni dei commercianti e degli artigiani di Gela (Confcommercio, Confesercenti, Casartigiani e Fipe-Confcommecio) esprimendo «solidarietà e vicinanza ai titolari delle attività commerciali B Cool Beach e Belvedere per l’increscioso attacco criminale che è stato perpetrato ai loro danni.

«Ben consapevoli del fatto che azioni del genere minano la serenità personale di chi le subisce – scrivono i vertici locali di categoria – manifestiamo seria preoccupazione per la sicurezza di questo territorio». «Non è con le intimidazioni, le minacce e l’uso di taniche di benzina che si riuscirà a far abbassare la testa ai commercianti gelesi che continuano a credere nella giustizia e nei valori di libertà e democrazia» sottolineano i sindacati degli esercenti gelesi, secondo i quali a Gela «viviamo in un territorio abbandonato a se stesso, in mano a balordi, liberi di agire incontrollati». E auspicano che «questa ennesima azione delinquenziale non ci faccia tornare indietro, ai tempi in cui, prima si bruciavano le attività commerciali e poi si sparava addosso a chi aveva il coraggio di denunciare e ribellarsi ai mafiosi».

Foto da Quotidiano di Gela.it

Klapan

Kaplan

di Briciolanellatte

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Kaplan aveva telefonato nel tardo pomeriggio; si era capito molto poco di quello che aveva detto sia perché aveva farfugliato a bassa voce e sia perché a Trigger Point la trasmittente prendeva pochissimo e solo a tratti. Ma John Kaplan non era tipo da chiedere aiuto inutilmente e a quel modo poi; Maggie Stark e Thorvald Olsen lo sapevano bene, tanto che, nonostante stesse iniziando a fare buio, si erano preparati a partire.
In caserma, Olsen lasciò di guardia il giovane Jeremiah Spencer che a quell’ora, anche volendo, non avrebbe potuto far eccessivi danni; preparò con cura la motoslitta aggiungendo una tanica di gasolio, un paio di fucili in soprannumero e una scorta di viveri. Non poteva sapere cosa avrebbe potuto trovare lassù. Anche perché ci sarebbe voluta un’ora buona con il mezzo per arrivare alla baita intermedia e poi da lì a piedi in direzione nord-est per il capanno di Kaplan. Peraltro era anche iniziato a venir giù acqua gelata e in vista di Pine Cross si era ormai trasformata in neve.
Mentre guidava sulla pista ghiacciata, Olsen pensò che non era mai riuscito a farsi spiegare da Kaplan perché un uomo ricco e di successo come lui, una rockstar internazionale acclamata e osannata dal pubblico, si fosse all’improvviso ritirato dal bel mondo per vivere in cima a una montagna; e lontano, non solo da qualunque comfort, ma anche da qualsiasi contatto umano. Ma erano trascorsi oramai una decina d’anni da allora e forse, dopo tutto, non valeva nemmeno più la pena saperlo.
Erano le 11 di sera quando Stark e Olsen arrivarono al capanno. Sembrava tutto tranquillo.
«La porta è aperta» se ne uscì d’un tratto Olsen illuminando l’ingresso con la torcia.
«Non è affatto un buon segno» gli fece eco la donna dietro di lui. «Con questo freddo!»
L’uomo si trattenne sull’uscio e vi diresse il fascio di luce. C’erano strisciate di sangue fresco che dall’interno della casa puntavano verso il bosco. Caricò il fucile e, fatto segno a Maggie di fare attenzione, entrò lentamente.
Il capanno era formato da una sola stanza immersa nel buio: il lume sulla tavola era spento e il fuoco nel caminetto stava languendo. Non c’era nessuno. Apparentemente non c’era neppure alcun segno di lotta. Olsen si inoltrò nella stanza e vicino al divano vi notò posato il fucile di Kaplan e quel che restava della sua mano destra; c’era tanto sangue dappertutto, sull’assito. La sergente, quando vide la scena, si girò di scatto portandosi la mano alla bocca.
«Se vuoi puoi uscire, Maggie, non fare complimenti, posso fare da solo.»
«No no, sto bene… grazie Capo» disse lei senza esserne convinta.
Olsen controllò attentamente tutta la stanza e poi, con il fascio di luce proiettato su Maggie, rimasta in disparte, le disse:
«Due lupi, massimo tre. Lo hanno aggredito proprio lì, vicino al divano, entrati però da non so dove, non credo dalla porta. Anche se se lo aspettava, Kaplan è stato preso alla sprovvista. Con la sua arma ha sparato un solo colpo e il proiettile si è conficcato su quel trave laggiù. Poi i lupi hanno avuto la meglio e se lo sono trascinato via nella foresta, forse per nutrire il resto del branco» concluse girandosi e indicando la porta aperta.
«Con questo gelo, spinti dalla fame, hanno pensato bene di fargli visita» fu d’accordo lei, scuotendo la testa.
«Tu rimani qui, Maggie. Io vado a vedere se riesco a riportare indietro il corpo. Non possiamo lasciarlo a loro…»
«No, non possiamo» disse Maggie assentendo nel buio come un automa.
Subito dopo Olsen spalancò la porta d’ingresso e un fascio di luce lunare fece brillare lo sguardo della donna diventata pallida. Aveva smesso di nevicare ed era tutto un bagliore.
«Non ci dovrei mettere molto» fece l’uomo allungando un primo passo sulla neve fresca; e sotto gli occhi di Maggie, che nel frattempo si stava chiedendo fino a quando sarebbe dovuta restare lì al buio da sola, Olsen sparì nella foresta.
Le macchie di sangue erano state coperte dalla neve ma nel sottobosco vi erano comunque i segni del passaggio del branco. Il povero Kaplan non doveva essere morto subito, rifletté Olsen camminando con circospezione: era stato probabilmente divorato vivo.

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