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Archive for the ‘Storia’ Category

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FIANO DOCET

Bolzano, il fregio dedicato al Duce coperto da una installazione

Libero

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Lo chiamano “depotenziamento” dei monumenti di epoca fascista. Ma quello in atto a Bolzano potrebbe essere più semplicemente inteso come “deturpamento”.

Il bassorilievo che ritrae il Duce a cavallo e la scritta “credere, obbedire e combattere”, opera dell’artista Hans Piffrader che si trova in piazza Tribunale sulla facciata degli uffici finanziari, sarà coperta con un’installazione con la citazione della filosofa Hannah Arendt “Nessuno ha il diritto di obbedire”.

 

Bolzano, il fregio dedicato al Duce coperto da una installazione

“L’obbedienza non è un valore assoluto e deve lasciare il passo ai valori più alti dell’umanità, della libertà e della democrazia. Con questa installazione il monumento fascista diventa un monito che ci invita a riflettere sulla strada a cui conducono i regimi totalitari e spero potrà essere un momento di condivisione di tutti noi sudtirolesi” ha ricordato il presidente della Provincia Arno Kompatscher.

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di Walter Guttadauria

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download (2)Risale al 1930 il progetto per l’edificazione dell’ospedale sanatoriale di Caltanissetta, con i lavori di ricostruzione che vengono avviati lo stesso anno, appunto in un’area di quel grande polmone di verde che era stato il parco Testasecca.

L’area interessata alla costruzione, scelta per la sua solubrità in contrada Babaurra, a ridosso della strada che dal capoluogo raggiunge San Cataldo, si estende per una superficie complessiva di circa 45 mila metri quadrati su un terreno ceduto gratuitamente dal Consorzio provinciale antitubercolare.

I lavori, per un costo complessivo di quasi otto milioni di lire, sono affidati all’impresa romana dell’ing. Luigi Carnelli. A dirigere i lavori è l’ingegnere nisseno Ernesto Amato, assistito dall’ing. Michele Giunta.

download (1)Sono centinaia gli operai messi all’opera per la realizzazione dll’imponente fabbricato che viene terminato nell’arco di poco più di due anni: risulta costituito da tre piani fuori terra oltre a un piano seminterrato, e copre una superficie di quasi 25 mila metri quadri.

La sua inaugurazione avviene nel 1933 e la data scelta è quella del 28 ottobre a ricordo della Marcia su Roma: la cerimonia vede presenti autorità, esponenti fascisti e personalità del campo sanitario, sociale e politico.

L’ospedale risulta tra i più grandi fino a quel momento costruiti in Italia, e tra i più moderni e attrezzati: un vero e proprio “gioiello” della sanità locale, tanto da meritare nel 1937 la visita del Duce in persona che nelll’agosto di quell’anno giunge in città.

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“Non ci avrete mai come volete voi”

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Ci avete provato l’11 settembre mentre eravamo al lavoro: ci avete tirato addosso due aerei ammazzandoci come topi in trappola. Il 12 settembre eravamo di nuovo là, a lavorare con gli occhi lucidi di fumo e la schiena dritta di orgoglio.

Ci avete provato l’11 marzo mentre correvamo trafelati tra i tornelli della metropolitana, chiusi nei tunnel, senza una fuga. Il 12 marzo eravamo di nuovo in altri tunnel a prendere altri treni, il cuore in gola dall’angoscia, la schiena dritta di orgoglio.

Ci avete provato mentre scrivevamo i nostri giornali, pieni di satira e di altrettanta libertà. Il giorno dopo eravamo di nuovo chini sui computer a inventarci un modo di ridere anche se ci veniva da piangere, la schiena dritta di orgoglio.

Ci avete provato mentre eravamo in vacanza, stesi al sole di una spiaggia a Sousse, o mentre scoprivamo la meraviglia della storia al museo del Bardo. Il giorno dopo eravamo di nuovo al sole o dentro a un museo a vivere, la schiena talmente dritta da sembrare di marmo.

Ci avete provato a Bruxelles, all’aeroporto: pronti per partire ci avete impedito di farlo. Eppure il giorno dopo eravamo di nuovo in un aeroporto a fare il check in, bagaglio a mano pesante che rendeva difficile tenere la schiena dritta, ma ci importava poco e tra mille fatiche non le permettevamo di ingobbirsi.

Ci avete provato a Nizza, a Berlino, con i camion, tra fuochi d’artificio e bancarelle di Natale. Avete ammazzato chi festeggiava e si preparava a farlo. Ma il giorno dopo, con il cuore listato di nero, eravamo di nuovo pronti a inventarci una ragione per fare festa alle nostre schiene dritte, che avevano mille ragioni per piegarsi alla paura ma che si ostinavano a non farlo.

E poi…

E poi ci avete provato ai nostri concerti, a Parigi e a Manchester: rock e canzonette. Avete provato ad ammazzarci nel cuore della vita, dove si canta, si salta, si balla, si bacia e si suda. Dove c’è così tanta gioia di vivere, di esistere, di esserci, così tanta adrenalina, energia e allegria che solo chi odia la vita, nella sua genuina semplicità, può pensare di trasformare quel luogo in una tomba.

Ci avete provato in ogni modo e so già che, mentre scrivo, qualcuno di voi si sta organizzando per escogitarne un altro. Ci avete provato e, ancora una volta, nonostante questi nuovi 22 corpi sui quali si chiuderà il coperchio di una bara, non ci siete riusciti.

E non ci riuscirete nemmeno domani. non ci riuscirete mai. Perché noi continueremo a vivere, a viaggiare, ad andare al lavoro, in vacanza, nei musei e ai concerti. Continueremo a vivere e troveremo il modo di farlo nonostante i vostri tentativi di renderci paurosi al punto di chiuderci in casa, coprirci la testa e farci crescere la barba.

 (Photo credit should read KENZO TRIBOUILLARD/AFP/Getty Images)

Lo faremo perché non siamo disposti a negoziare sulla nostra libertà, che è costata molti più morti di quelli che ci costringete oggi a piangere. Lo faremo condividendo con voi quel diritto alla libertà che abbiamo sintetizzato in ogni Costituzione, dando a voi la possibilità di farla vostra se la vorrete, ma rispettando la vostra cultura, la vostra fede e le vostre tradizioni.

Non tenteremo di imporvi la nostra libertà, ma non sperate di convincerci a rinunciarvi con la vostra strategia della paura.

Perché, forse, è vero: oggi abbiamo più paura di ieri, ma siamo ancora più certi del dovere di resistere con la schiena dritta. Che il futuro dei nostri figli dovrà essere pieno di musica, concerti, viaggi, musei, vacanze, metropolitane e mercatini. E noi è a questo che pensiamo oggi prendendo a prestito una delle frasi che i ragazzini gridano arrabbiati a chi cerca di ridurli al silenzio dell’oscurantismo: “Non ci avrete mai come volete voi”.

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/11-settembre-2001-il-fotoracconto-efda5092-59b5-498d-aed3-80c940a04c66.html#foto-1

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SIMONA DALLA CHIESA: VI RACCONTO IL GENERALE, MIO PAPÀ

di Elisa Chiari

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download (1)La stoffa dell’abbraccio, percepita con la guancia. A nessuno verrebbe in mente di descrivere così la divisa dei Carabinieri, a nessuno tranne a una figlia bambina. Per questo Simona Dalla Chiesa, la più piccola dei tre figli del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha scelto di intitolare il suo lessico familiare Un papà con gli alamari, scritto a sei mani con i fratelli Rita e Nando, illuminando il lato paterno del prefetto ucciso a Palermo dalla mafia il 3 settembre del 1982.

«Papà, non padre, per il suo affetto fisico, tenero. Con gli alamari perché lo vedevo sempre in divisa, e perché è rimasto fedele a quei valori, anche dopo essere tornato a Palermo da prefetto».

Quando ha capito che suo padre non faceva un lavoro ordinario?

images (7)«Arrivando a Palermo a 13 anni. Se frequentavamo amici voleva sapere tutto: chi è, come si chiama, dove abita. A costo di passare per un rompiscatole totale, ci sorvegliava per tenerci lontani dai contesti mafiosi. Noi sbuffavamo, perché per proteggerci non ci dicevano tutto. Ma era autorevole non autoritario: non serviva. A quell’epoca i figli obbedivano».

Era complicato negli anni ’60/70 essere figli di un generale, di più: di quel generale?

«Nando che studiava a Milano e militava, nella contestazione, dalla parte dei ribelli, doveva gestire i giudizi degli altri contro papà. Discuteva anche con lui, vivacemente, ma si rispettavano a vicenda. Nando conosceva troppo bene mio padre e i carabinieri per ragionare per categorie e mio padre credeva nei giovani: riaffermava i suoi valori, ma voleva capire».

E il pericolo quando l’ha percepito?

images (8)«A Torino, gli anni del terrorismo, li ho vissuti in casa con mamma e papà e, benché già grande, coltivavo l’illusione infantile che ce l’avrebbe sempre fatta. La guerra contro il terrorismo l’abbiamo pagata carissima: mamma è morta d’infarto, giovane, per le tensioni che viveva in silenzio. Poco dopo la sua morte, un giorno che ero con mio marito da due ore a casa di amici è arrivata una telefonata: “Sappiamo che ospiti la figlia del generale Dalla Chiesa e sappiamo dove va a scuola tua figlia”. Ce ne siamo andati da Torino, eravamo diventati bersagli indiretti per colpire papà. Quando è andato prefetto a Palermo, invece, non ho avuto il tempo di avere paura: è stato tutto troppo breve, ho capito dopo».

Sua sorella Rita ammette di aver faticato a elaborare il secondo matrimonio del generale con Emanuela Setti Carraro. E lei?

INT07F5_8115523F1_9645«Avevo con mamma, con cui ho condiviso più degli altri essendo la piccola, un rapporto viscerale. Ma non sono mai stata gelosa di Emanuela: era discreta, rispettosissima di noi. Non solo, io soffrivo per l’abisso di solitudine in cui mio padre era sprofondato dopo la morte di mamma. Sarebbe stato egoistico ostacolare quell’affetto, chiedere che, mentre noi eravamo a casa con le nostre famiglie, lui, tornato a Palermo, vivesse la sua trincea da solo, circondato dai ricordi».

Gli eroi martiri sono un’asticella altissima anche per un figlio?

«Sì, ma l’esempio non può essere solo quello estremo di sacrificare consapevolmente la vita per dovere: l’obiettivo che mi pongo è seguire e trasmettere il rispetto delle regole. Se più persone rinunciassero alle scorciatoie per raggiungere i propri obiettivi per le vie lineari dell’onestà, forse non avremmo più bisogno dei martiri».

Prevale la rabbia o l’orgoglio?

«L’orgoglio».

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 di Mark Weber

Tra i due bombardamenti, la Russia Sovietica si unì agli Stati Uniti in guerra contro il Giappone. Sotto le forti pressioni americane, Stalin ruppe il suo trattato del 1941 di non aggressione con Tokyo. Lo stesso giorno che Nagasaki veniva distrutta, le truppe sovietiche iniziarono a riversarsi in Manciuria, travolgendo le forze giapponesi ivi dislocate. Sebbene la partecipazione sovietica influì poco o nulla nell’esito finale della guerra [contro il Giappone], Mosca beneficiò enormemente dall’essersi unita alle ostilità.

In una trasmissione diramata da Tokyo il giorno successivo, il 10 Agosto, il governo giapponese annunciò la propria disponibilità ad accettare la dichiarazione congiunta anglo-americana di Potsdam sulla “resa incondizionata” [dei nemici degli Alleati], “con l’intesa che la detta dichiarazione non comprometta le prerogative sovrane di Sua Maestà [l’Imperatore]”.

cattura2Il giorno dopo venne la replica americana, che includeva le parole seguenti: “Dal momento della resa l’autorità dell’Imperatore e del governo giapponese a guidare lo Stato sarà soggetta al Comando Supremo dei Poteri Alleati”. Infine, il 14 Agosto, i giapponesi accettarono formalmente le disposizioni della dichiarazione di Potsdam, e venne annunciato un “cessate il fuoco”. Il 2 Settembre, i rappresentanti giapponesi firmarono la resa a bordo della corazzata statunitense Missouri nella baia di Tokyo.

Una nazione sconfitta

A parte le implicazioni morali, furono militarmente necessari i bombardamenti atomici? Secondo ogni [possibile] parametro razionale, non lo furono. Il Giappone era già stato sconfitto militarmente dal Giugno del 1945. Non era rimasto quasi nulla della – una volta potente – Marina Imperiale, e l’aviazione giapponese era stata totalmente annientata.

E’ solo contro un’opposizione ormai simbolica che gli aerei americani percorsero a piacere il paese, e i bombardieri devastarono le città, riducendole in macerie. Quello che venne lasciato in piedi di fabbriche e officine si dibatteva precariamente per produrre armi e altri beni da materie prime insufficienti (i rifornimenti di petrolio non erano più disponibili dal mese di Aprile). A Luglio circa un quarto di tutte le abitazioni giapponesi erano state distrutte, e il sistema di trasporti era vicino al tracollo. Il cibo era diventato così raro che la maggior parte dei giapponesi sopravviveva con un’alimentazione da fame.

La notte tra il 9 e il 10 Marzo del 1945, un’ondata di 300 bombardieri americani colpì Tokyo, uccidendo 100.000 persone. Lanciando circa 1.700 tonnellate di bombe, gli aerei devastarono buona parte della capitale, bruciando completamente oltre 25 chilometri quadrati e distruggendo 250.000 edifici. Un milione di abitanti rimasero senza casa.

Enola-Gay

Il 23 Maggio, undici settimane più tardi, arrivò il più grande raid aereo della guerra sul Pacifico, con 520 enormi bombardieri B-29 “Superfortress” che sganciarono 4.500 tonnellate di bombe incendiarie nel cuore della già malconcia capitale giapponese. Generando potenti spostamenti d’aria, le bombe cancellarono completamente il centro commerciale di Tokyo e gli scali ferroviari, e distrussero il quartiere dei divertimenti di Ginza. Due giorni più tardi, il 25 Maggio, un secondo assalto di 502 aerei “Superfortress” piombò su Tokyo, sganciando circa 4.000 tonnellate di bombe. Complessivamente questi due raid di B-29 distrussero oltre 90 chilometri quadrati della capitale giapponese.

paceAnche prima dell’attacco di Hiroshima, il generale dell’Aviazione americana Curtis LeMay si vantò che i bombardieri americani “li avevano riportati [i giapponesi] all’età della pietra.” Henry H. (“Hap”) Arnold, generale in capo dell’Aviazione, dichiarò nel 1949 nelle sue memorie: “Ci è sempre stato chiaro, bomba atomica o non bomba atomica, che i giapponesi erano già sull’orlo del collasso.”

Questa valutazione venne confermata dall’ex Primo Ministro giapponese Fuminaro Konoye, che disse: “Fondamentalmente, la cosa che ci spinse alla resa fu il bombardamento prolungato dei B-29.”

 

 

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