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Archive for the ‘Storia’ Category

Quando il comunismo si murò vivo

Luca Tantino

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La cortina di ferro tra Oriente e Occidente calò il 13 agosto del 1961, perché d’agosto riescono meglio le cose più infami. I berlinesi si trovarono d’un tratto divisi da un Muro eretto dal governo comunista di Pankow che segnò il cementificarsi della guerra fredda, lo spartiacque irrimediabile tra due mondi e due visioni del mondo. Per sopravvivere al confronto ed evitare perdite, il comunismo decise di murarsi vivo nei suoi confini. Un tentativo feroce di arrestare il flusso della modernità che valica muri e frontiere nel segno degli scambi e delle comunicazioni globali. Ma la divisione sancita dal Muro non era astratta, formale o solo ideologica, perché feriva una città e la sua vita reale, divideva famiglie, parentele, amicizie, spezzava progetti di vita e di lavoro. La drastica misura fu decisa dal blocco comunista per arginare l’esodo da est a ovest che stava assumendo proporzioni allarmanti. L’alibi per il Muro fu il solito, ancora attuale: ripararsi da un fantomatico pericolo fascista.

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MARCELLOVENEZIANI.COM

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Danni materiali immediati e tardivi. La piaga morale della sindrome Hibakusha.

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la bomba Fat Man

La bomba Fat Man fatta cadere dagli americani su Nagasaki il 9 agosto del 1945 fu realizzata principalmente con plutonio-239, un elemento sintetico. Il suo sistema di detonazione era più complesso ed era stato testato qualche settimana prima nel cosiddetto Trinity Test, il 16 luglio, in un’area desertica del Nuovo Messico.

L’ordigno venne sganciato sulla zona industriale della città, 4 km a Nord-Ovest da dove previsto, alle 11:02 a circa 470 metri sul livello del mare con una detonazione equivalente a 21 chilotoni di Tnt. Più del 40% della città fu distrutta ma proprio tale ‘errore’ salvò gran parte della città, protetta dalle colline circostanti.

Nagasaki era stato per secoli uno dei porti più importanti del Sud del Giappone e aveva ulteriormente acquisito importanza durante la Seconda Guerra Mondiale per la sua attività commerciale. A Nagasaki morirono circa 40 mila persone nel momento del bombardamento e il numero salì a oltre 70 mila nei mesi successivi. Negli anni seguenti molti morirono per carcinoma tiroideo o leucemia.

il pregiudizio di essere ‘hibakusha’

I due bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki segnarono la fine del Giappone imperiale, che capitolò il 15 agosto 1945, aprendo la strada alla fine della Seconda guerra mondiale.

Negli anni a seguire, tra gli storici, si è aperto un dibattito sul fatto che quei devastanti bombardamenti alla fine possano aver salvato la vita a migliaia di persone perché, mettendo fine al conflitto, hanno evitato un’invasione di terra.

Ma quei calcoli significano ben poco per i sopravvissuti, molti dei quali hanno dovuto affrontare conseguenze fisiche e psicologiche pesantissime, oltre allo stigma di essere ‘hibakusha’, esposti a radiazioni e dunque oggetto di pregiudizi.

The-Atomic-Bombings-of-Hiroshima-and-Nagasaki-b349a

Proprio loro però sono diventati una delle voci più potenti contro l’uso di armi

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Ecco una serie di foto storiche tratti dagli archivi nazionali statunitensi della città giapponese, prima e dopo quel 6 agosto 1945, che insieme alla devastazione provocò la morte di 100 mila – 200 mila persone, quasi esclusivamente civili disarmati.

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Qui, il vibrante centro della città, pieno di esercizi commerciali dei quali, dopo la deflagrazione, rimasero solo macerie.

La Teramachi o strada dei templi, nella Hiroshima prima della guerra. Di questi edifici non rimase praticamente nulla. Durante la guerra Hiroshima giocò un ruolo strategico come punto di appoggio e di rifornimento alle truppe. Aveva un ruolo importante soprattutto nelle comunicazioni e nello smistamento dei militari. Prima del bombardamento atomico era stata in parte evacuata: ma il 6 agosto, quando fu sganciata la bomba, ospitava ancora 255 mila civili. L’operazione Trinity e i primi test atomici

Una veduta aerea della città lungo il fiume Motoyasugawa. La bomba atomica “Little Boy” fu sganciata in un’area in alto a destra rispetto alla foto, e fu fatta esplodere a 580 metri d’altezza per aver effetti ancora più distruttivi.

Le tradizionali case di legno lungo le rive dell’Otagawa, non lontano dal ponte di Aioi, il ponte a forma di “T” che fu scelto come mirino per il rilascio della bomba, in quanto facilmente riconoscibile dall’alto. In primo piano, le barche fluviali giapponesi, in uno scatto del periodo prebellico

Un ancora integro Product Exhibition Hall: l’edificio nel centro finanziario della città, di fianco al ponte di Aioi e proprio sotto al punto di esplosione della bomba, fu l’unico nell’epicentro della deflagrazione a rimanere parzialmente in piedi. Oggi ha preso il nome di Hiroshima Peace Memorial (ma è comunemente chiamato Atomic Bomb Dome o Genbaku Dōmu, “cupola della bomba atomica”). Lo scheletro di metallo del tetto dell’edificio rimane a testimonianza della ferita della città.

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6 agosto 1945, ore 8:15: il bombardiere B-29 statunitense Enola Gay sgancia l’atomica su Hiroshima.

Alla missione di quel giorno parteciparono altri cinque aerei: tre di scorta, uno (The Great Artiste) per le misure scientifiche dell’esplosione e uno per le riprese video e fotografiche della distruzione, come queste che mostrano il fungo atomico sopra la città.

 

https://www.msn.com/it-it/notizie/video/la-bomba-atomica-su-hiroshima-75-anni-dopo/vi-BB17CMbJ

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Siamo il Paese dove non si scoprono mai i segreti delle stragi!!!

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Onofrio, Salvatore, Antonino, Angela, Vito, quel futuro negato nella strage di Bologna. Fra le 85 vittime della strage ci furono anche 9 siciliani, stavano tornando a casa per le ferie o viaggiavano per raggiungere i loro parenti.

di Carmen Greco

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Ecco le storie delle vittime siciliane.

Onofrio Zappalà

Onofrio, 27 anni, era nato a Santa Teresa di Riva, in provincia di Messina e aveva due sorelle. Finito il liceo classico, si era iscritto alla facoltà di lettere, ma aveva lasciato al secondo anno per cercarsi un lavoro. Si era innamorato di Ingeborg, una maestra danese di 22 anni, conosciuta un’estate al mare a Sant’Alessio siculo dove Onofrio risiedeva con i genitori. L’aveva raggiunta a Copenaghen dove pensava di stabilirsi, ma venne chiamato in Italia perchè assunto alle Ferrovie dello Stato. Il 2 agosto era in stazione a Bologna con due colleghi ed aspettavano un treno per lo scalo di San Donato. I colleghi decisero di uscire, mentre Onofrio rimase sul marciapiede del primo binario dove lo scoppio lo uccise. Il 3 agosto Onofrio avrebbe dovuto incontrare Ingeborg a Bologna.

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Indro Montanelli, altro sfregio: il fantoccio di una bimba eritrea in braccio alla statua

Per ottenere il warholiano quarto d’ora di celebrità – altrimenti nisba – a Milano ormai è necessario prendersela con la statua di Indro Montanelli ai giardini di Porta Venezia. Dopo i neocensori chiamati Sentinelli e gli studenti imbrattatori della LuMe, ieri è stato il turno di Cristina Donati Meyer: una che si autodefinisce «artivista». Eh già. Che cosa ha pensato fare costei in una calda domenica di giugno? Ha “integrato” il bronzo che raffigura il più grande fra i giornalisti italiani con il fantoccio di una bambina eritrea. Nelle sue intenzioni corrisponderebbe tout court alla «schiava sessuale, che il giornalista comprò in Eritrea, durante l’occupazione italiana» nel 1936. È la stessa Meyer a celebrare la sua “impresa”: «Elusa la sorveglianza della polizia e scavalcando la doppia fila di reti e transenne ho posato in braccio alla statua del giornalista il fantoccio e affisso un cartello esplicativo: “Il monumento a Montanelli, così, è completo”». Stavolta nessun atto vandalico ma solo la tiritera umanitarista con cui – partendo dagli States e dal movimento Black lives Matter – si continuano a giustificare gli attacchi iconoclasti, “talebani” e sommari contro le figure di primo piano della storia.

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“Qui comincia il terrore”: così Agrigento superò l’ondata del colera di fine Ottocento

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epiGli storici riferiscono che la malattia fosse giunta in Italia nel 1865 dall’Egitto, di poi giungendo a Palermo per tramite involontario di alcuni soldati imbarcatisi a Napoli.

“Qui comincia il terrore”. Sono parole, apodittiche e lapidarie, di Giuseppe Picone, il più grande storico di Agrigento, che le annotò durante l’ultima devastante epidemia di colera nel 1867. La terza in soli cinquant’anni.

 

L’insorgere lesto e virulento dell’epidemia ci viene descritto da Edmondo De Amicis in una sua bella pagina, secca come un resoconto stenografico, in cui registra: «Nei mesi di gennaio e febbraio del sessantasette, il colera mietè qualche vittima nelle vicinanze di Girgenti, e specialmente in Porto Empedocle; donde nel mese di marzo, si sparse per tutta la provincia, e da questa, nell’aprile, in quella di Caltanisetta, e crebbe poi fierissimamente in entrambe nel mese di maggio, favorito dai calori estivi, che si fecero sentire un mese prima a cagione della lunga siccità».

Gli storici di oggi riferiscono che la malattia fosse giunta in Italia nel 1865 proveniente dall’Egitto, di poi giungendo a Palermo per tramite involontario di alcuni soldati imbarcatisi a Napoli. Anche la Sicilia, uno scrigno inefficacemente protetto dal mare, si apprestava alla barbarie della morte.

D’urgenza, il Ministro dell’Interno comunicava al Prefetto di Girgenti di vigilare sulle disposizioni cogenti in merito alla pubblica sanità ed igiene, intensificando le misure di sorveglianza. Come anche oggi, dove l’inatteso sconvolge il piano delle abitudini, il colera giunse prima del riparo normativo. Era una fine atroce; solo a Napoli ne morirono a migliaia, contando anche il poeta Giacomo Leopardi, figlio di Don Monaldo e Adelaide Antici, di anni 38, deceduto in Vico Pero n. 2 e seppellito come tanti in una fossa comune.

821a1fe638502707f4941d984ace93f38a257458-colera-sicilia-jpg-31524-1586159239“Qui comincia il terrore”, e di ciò si rende immediatamente conto Giuseppe Mirabile, di famiglia titolata e colta, due volte sindaco di Agrigento, che con un’ordinanza contingibile e urgente aveva disposto nell’ordine: un cordone sanitario interno alla città; la custodia delle porte d’ingresso; lo sfratto dei luoghi infetti; l’obbligo di certificazione sanitaria per i cittadini provenienti da altri comuni.

Si cercò di garantire a tutti gratuitamente farmaci e antisettici, e le case si disinfettavano con cloro e solfato di ferro. «La fame ed il colera minacciano la città. Il popolo fugge per le campagne. La mortalità di chi resta nell’abitato è relativamente numerosissima».

Ancora, Giuseppe Picone ci ricorda la condizioni miserevoli di quella infelice stagione di Agrigento, con i poveri rimasti a morire nelle loro stamberghe e i proprietari terrieri a trarsi in salvo scampando nelle loro tenute di famiglia. Nella Chiesa dei Cappuccini e nei conventi della città si impiantano piccoli ospedali di fortuna, dacché il solo ospedale della città non ha posti letto a sufficienza.

agSi ammalò anche Stefano Pirandello, che dopo essere stato curato e salvato decise con la moglie Caterina Ricci Gramitto di spostarsi verso contrada Caos, lontano dalla città, là dove il 28 giugno 1867 nacque Luigi Pirandello. A contrappasso di questa nascita straordinaria, alla fine si conteranno ad Agrigento più di mille morti.

In altri tempi, il racconto del colera in Sicilia sarebbe stato apprezzato da pochi e sparuti lettori: chissà che ora il richiamo alla pandemia da Covid-19 non dia conto delle angosce del presente tra le maglie dolenti del nostro passato, che ci riguardano tutti quali membri di un’umanità collettiva.

E oggi come ieri vengono alla luce azioni di solidarietà: le associazioni di volontariato, le aggregazioni spontanee di cittadini, i medici e gli infermieri, quelli che non hanno il tempo di fare la posa con la mascherina per scattare un selfie contando i like tra le quattro mura della loro casa.

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Giuseppe Serroy – medico, politico e poeta di Raffadali (Ag), origini olandesi. Studi nel Seminario Arcivescovile di Agrigento, laurea in medicina all’Università di Palermo nel 1827

Non i fenomeni da baraccone, ma i medici veri, in corsia, quasi senza volto se non per il loro coraggio che li rende eroi del quotidiano. Per ricordare il loro impegno d’oggi, sia d’esempio quel che fece ad Agrigento il medico Giuseppe Serroy.

Nel 1827, quando scoppiò un’epidemia di tifo in tutta la provincia, affrontò la malattia curando migliaia di famiglie e riuscendo a debellarla anche grazie ad alcuni medicamenti preparati a sua cura e distribuiti agli ammalati.

Per i suoi meriti divenne medico del comune di Agrigento, del suo carcere e dell’ospedale civico, prima di venire eletto deputato del Parlamento Siciliano nel 1848.

Ad Agrigento è ricordato con una via a lui intitolata; a Raffadali, dove nacque, vi è la tomba dove è seppellito, una targa sulle pareti della vecchia casa in cui nacque e la dedica del circolo più antico del paese. Bisognerebbe ricordarlo meglio, Giuseppe Serroy, e con lui i tanti che la cattiva coscienza del tempo ha dimenticato.

Non v’è dubbio che passato tutto quel che sta accadendo, saremo costretti a ripensare un paradigma per la costituzione di una nuova vita sociale; nella difficoltà, si potrà far leva sui principi di un’umanità migliore, che passi anche dal ricordo di quel che è stato e che la nostra memoria corta ha deposto: uomini, azioni, abitudini, pensieri.

 

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Vite (e morti) parallele di due grandi Presidenti degli Stati Uniti: coincidenze o predestinazione?

l’INGLESE

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L’assassinio del presidente John F. Kennedy è legato da una rete di inspiegabili coincidenze a quello di cent’anni prima di Abraham Lincoln.

  • Lincoln è stato eletto al Congresso nel 1846. Kennedy nel 1946.

  • Lincoln fu eletto Presidente Usa nel 1860. Kennedy nel 1960.

  • Entrambi i presidenti erano particolarmente coinvolti nei diritti civili.

  • Entrambi i presidenti furono assassinati di venerdì.

  • Entrambi i presidenti sono stati colpiti in testa.

  • lLincoln è stato sparato in un teatro chiamato “Ford”. Kennedy mentre viaggiava su una “Lincoln” che è un’auto Ford.

  • Entrambi i presidenti sono stati assassinati da cittadini del Sud degli Stati Uniti.

  • Entrambi i loro successori furono del Sud degli Stati Uniti e di nome Johnson.

  • Entrambe le loro famiglie, mogli e figli, vivevano nella Casa Bianca.

  • Il nome del segretario di Lincoln era Kennedy. Quello di Kennedy era Lincoln.

  • Andrew Johnson successore di Lincoln era nato nel 1808. Lindon Johnson che successe a Kennedy necque bel 1939.

  • assassinato de jonh kennedy bnJohn Wilkes Booth, l’assassino di Lincoln, era nato nel 1839. Lee Havey Oswald, l’assassino di Kennedy, nacque nel 1939.

  • Entrambi gli assassini erano noti con tre nomi. Entrambi i tre nomi sono formati da 15 lettere.

  • John Wilkes Booth, l’assassino di Lincoln, scappò dal teatro e fu catturato in un magazzino. Lee Havey Oswald, l’assassino di Kennedy scappò da un magazzino e fu catturato in un teatro.

  • Entrambi gli assassini furono uccisi prima dei loro processi.

  • Vittime e assassini furono tutti uccisi da proiettili sparati con un’arma da fuoco.

 

PER APPROFONDIRE

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Tra Borsellino e Scalfaro scelsero quest’ultimo

Alessandro Nania
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Alessandro Nania

Era il 19 maggio del 1992 quando la Destra italiana propose e sostenne la candidatura di Paolo Borsellino alla presidenza della Repubblica.

La stragrande maggioranza del mondo politico del tempo scelse invece Oscar Luigi Scalfaro.
Anche allora la battaglia della Destra italiana fu di grande significato.
Senza sfilate, senza autoattribuirsi ruoli di paladini dell’antimafia, senza vetrine, cercando naturalmente di sensibilizzare il parlamento sull’importanza di una figura che potesse rappresentare appieno l’onestà di uno Stato.
Neanche la successiva tragica notizia della strage di Capaci con l’assassinio di Giovanni Falcone e della sua scorta, avvenuta 4 giorni dopo, sortì effetti.
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Nessuno della sinistra e dei movimenti centristi, in tutte le componenti e formazioni partitiche, recepì il messaggio di speranza e di libertà che vollero dare quei coraggiosi missini, salvo poi, nel tempo, vedere alcuni rappresentanti, proprio di quelle formazioni politiche di sinistra, stracciarsi le vesti e millantare battaglie legalitarie che oggi scopriamo (ad esempio con il caso Montante) essere semplicemente specchietti per le allodole.
A molti può sembrare illusorio ma in politica (come nella vita) contano le azioni, il rispetto del proprio percorso, delle proprie radici, delle scelte operate nel tempo e la libertà da ogni condizionamento.

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A 32 anni dalla sua scomparsa il suo ricordo è sempre impresso nella memoria di tantissimi Italiani

Pino Castania

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Vengono i brividi alla pelle. Le emozioni di un passato che ha insegnato tanto. Grazie Donna Assunta! Scoprì la sua grande dolcezza qualche anno fa, in occasione di una bellissima intervista. Una delle interviste più belle che abbia mai fatto. Il mio pensiero va a Giorgio Almirante.

 

Nel video vengono raccolte le testimonianze di:
Nello Musumeci- Presidente Regione Sicilia
Magdi Cristiano Allam- Giornalista e scrittore
Luca Barbareschi- Attore, Produttore e Direttore del Teatro Eliseo di Roma
Isabella Rauti- Senatrice Fratelli d’Italia
Alda D’Eusanio- Giornalista e conduttrice TV
Massimo Magliaro – Giornalista
Salvatore Aricò – Già Direttore del Teatro Valle di Roma
Roberto Paccher- Presidente del Consiglio Regionale Trentino Alto Adige
Andrea Tremaglia- Consigliere Comunale FdI Bergamo
Nicola Porro- Giornalista e Conduttore TV
Jean-Marie Le Pen- Front National

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