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Archive for the ‘Storia’ Category

LA CRUDELTÀ DELLA MAFIA E LA FOTO CHE SMENTÌ IL MITO

Pino Maniaci

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pmLa violenza mafiosa non ha mai risparmiato i bambini: chi non conosce la storia di Giuseppe Di Matteo, il ragazzino che all’età di 15 anni venne strangolato e sciolto nell’acido? Oggi è il suo compleanno.

Vent’anni prima che nascesse, il 19 gennaio 1961, a Palermo veniva ucciso Paolino Riccobono, di appena 13 anni. La stessa età che aveva il piccolo Di Matteo quando fu rapito e segretato per due anni, fino al giorno dell’omicidio.

Paolino era un pastorello, si trovava alle pendici del monte Billemi quando i suoi killer lo raggiunsero e lo colpirono a morte al petto e alle spalle. Quelli erano gli anni della faida tra le famiglie di Tommaso Natale e di Cardillo: nel 1957 era stato assassinato suo padre, tre anni dopo suo fratello. Poi toccò a lui.

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Il fotoreporter Nicola Scafidi immortalò il suo corpicino privo di vita, martoriato dalla rosa dei micidiali pallettoni della lupara; sullo sfondo la madre e altre persone che correvano per dargli l’ultimo saluto.

La foto smentì quel falso mito secondo il quale “la mafia non uccide i bambini”.

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Prefazione a Dum Calatafimi pugnabat, Partanna convivium tenebat.

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paolo la roccaA seguito del rinvenimento, tra i faldoni dell’archivio storico comunale di Partanna, di una nota delle spese sostenute dalla municipalità per allietare le notti passate a Partanna a ridosso della battaglia di Calatafimi da un gruppo di garibaldini inviati dal Generale per arruolar gente e, sopratutto, per sequestrare i depositi contenuti nelle casse comunali, l’autore offre una sua interpretazione sulla vicenda, che tanto scalpore fece all’epoca, della mancata partecipazione di Giuseppe La Masa al primo e decisivo scontro tra le camicie rosse e le truppe duo siciliane.

Nei tanti faldoni che pubblicò a difesa della sua onorabilità, ferita dalle maldicenze degli avversari politici, il patriota di Trabia non fa alcun cenno agli ozii di Partanna cui partecipò e che si protrassero fino a qualche ora prima della battaglia di Pianto romano. E’ sembrato all’Autore, per mera curiosità, farne cenno ad integrazione di quanto già dibattuto dagli storici di professione.

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L’ex Provincia di Caltanissetta ha approvato il progetto e l’impegno di spesa per il rifacimento della Milena-Grotte.

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Significativo passo avanti per la Milena-Grotte, adesso si è completato l’iter burocratico più importante e si avvicina sempre più l’inizio dei lavori.

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Due sono le strade interessate:

  1. La nostra SP 151 cioè la Milena-Grotte nel tratto nisseno
  2. La SP 204 cioè la Milena-Bompensiere, il tratto più breve (l’accurzu) di appena 2 km che unisce i due paesi, come si può vedere nella mappa.

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L’importo complessivo è di 670 mila euro.

I Consiglieri comunali del gruppo “Milena Domani” promotori dell’iniziativa: Alfonso Cipolla, Angela Falcone, Maria Carmela Ferlisi e Maria Giulia Provenzano esprimono profonda gratitudine al  Presidente della Regione Nello Musumeci per aver accolto la Petizione Popolare, firmata da ben 620 cittadini, e per avere mantenuto l’impegno e ringraziano l’Assessore regionale Marco Falcone e il Commissario del Libero Consorzio di Caltanissetta Duilio Alongi per la puntuale realizzazione dell’intervento disposto sulla SP 151 Milena-Grotte.

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Adesso non resta che attendere gli ultimi passi che precedono l’inizio dei lavori per il ripristino di una decente viabilità sulla Milena-Grotte che agevolerà in particolare i numerosi agricoltori della zona.

La strada percorribile permetterà anche ai turisti di potere visitare la Zona Archeologica e lo splendido paesaggio non appena l’Assessorato regionale ai Beni Culturali interverrà per ripristinare la copertura del Villaggio Neolitico e la sistemazione dell’accesso delle Tombe Micenee. Un’altra iniziativa portata avanti dal Gruppo Consiliare “Milena Domani” sempre propositivo negli interventi a favore dei cittadini e dello sviluppo globale di Milena.

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Oggi ricorre il brutale assassinio di Beppe Alfano

Centro Studi Grammatico
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beppe-alfano-credits-Circolacio-478x420Beppe Alfano nacque a Barcellona Pozzo di Gotto il 4 novembre 1945 e la sua grande passione fu il giornalismo.

Cominciò così a collaborare con alcune radio provinciali, con l’emittente locale Radio Tele Mediterranea e fu corrispondente de La Sicilia di Catania. Divenne il “motore giornalistico” di due televisioni locali della zona di Barcellona Pozzo di Gotto, Canale 10 e poi Tele News, questa ultima di proprietà di Antonino Mazza, anch’egli ucciso dalla mafia.

La sua attività giornalistica era rivolta soprattutto verso uomini d’affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali e massoneria. Le sue inchieste sul quotidiano La Sicilia avevano rivelato gli intrecci tra mafia, imprenditoria e collusioni con la politica. Forse era arrivato molto vicino a scoprire che il boss catanese Nitto Santapaola proprio a Barcellona Pozzo di Gotto aveva la sua rete di protezione.

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Nella foto si riconoscono, oltre a Beppe Alfano, anche Mimmo Nania, Nuccio Carrara, Giorgio Almirante e Dino Grammatico.

La notte dell’8 gennaio 1993 fu colpito da tre proiettili calibro 22 mentre era fermo alla guida della sua Renault 9 amaranto in via Marconi a Barcellona Pozzo di Gotto. A cento metri di distanza, nella vicina via Trento, una strada parallela, c’era la sua casa. I primi soccorritori lo trovarono con il capo riverso sul volante, ancora seduto al posto di guida dell’auto.

Era un uomo incorruttibile, un giornalista d’inchiesta con il fiuto e l’esperienza del poliziotto, l’intuito del magistrato e la passione per la ricerca della verità. Disegnò anche l’organigramma delle cosche di Barcellona e del messinese, importante traccia che venne usata anche dagli inquirenti nel contrasto alle cosche emergenti degli anni ’90, era considerato, insomma, un giornalista che non si poteva né comprare né intimidire, poteva essere solo eliminato.

IL RICORDO DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE NELL’ANNIVERSARIO DELL’UCCISIONE DI BEPPE ALFANO

«Fare memoria è cercare la verità»

Nello Musumeci

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1EAF8999-CAD8-4F1D-B539-C5E8A530F6BA«Beppe Alfano era un giornalista tenace e scomodo, un uomo coraggioso alla continua ricerca della verità.

Ecco perché fa male ancora di più constatare, a ormai 29 anni dal suo omicidio, che di quella esecuzione in piena regola conosciamo i bracci armati ma non i mandanti.

Il modo migliore per alimentare la memoria di Beppe Alfano è non rassegnarsi, ma rinnovare l’impegno quotidiano nella ricerca della verità e nella convinta lotta contro ogni tipo di malaffare».

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Lu Statutu

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25Oggi, insieme al Natale, vogliamo festeggiare una ricorrenza di grande importanza per la storia politica della Sicilia: il 25 dicembre 1130 infatti, con l’incoronazione di Ruggero II d’Altavilla nella Cattedrale di Palermo, veniva fondato il Regno di Sicilia. Coeva alla fondazione del Regno fu anche l’istituzione del Parlamento Siciliano di cui l’odierna Assemblea Regionale Siciliana è diretta erede.

Ricordare la nascita della formazione statale che ha accompagnato la vita del popolo siciliano per quasi settecento anni è un’occasione importante per riflettere anche sul valore e l’importanza dello Statuto Speciale della Regione Siciliana. L’Autonomia, infatti, fu una conquista dei Siciliani giunta dopo una lunga e travagliata lotta per l’autogoverno iniziata dopo la soppressione del Regno di Sicilia nel 1816 e passata attraverso coraggiosi tentativi riformatori e rivoluzionari nonché repressioni violente da parte delle autorità borboniche e sabaude.

L’aspirazione all’autogoverno dei Siciliani, oggi troppo spesso ridicolizzata e stigmatizzata dai media e dalla politica italiani, costituisce in realtà la naturale conseguenza della storia politica della nostra terra. Con l’incoronazione di Ruggero II avvenuta nel 1130, infatti, la Sicilia – già “regno” nell’antichità siceliota – assurse a potenza politica indipendente al centro del Mediterraneo.

Dopo il maestoso apogeo politico e culturale normanno-svevo e la formazione di un’identità di popolo più definita, con il Vespro del 1282 i Siciliani difesero strenuamente l’indipendenza del loro regno e posero le basi, con Federico III, per la formazione della prima monarchia protocostituzionale d’Europa.

La drammatica estinzione di una famiglia reale stabilmente residente nell’Isola, a partire dal XV secolo, con la conseguente unione personale del Regno di Sicilia alle monarchie iberiche, ridusse – è vero – i margini d’indipendenza dello Stato siciliano, il quale però conservò amplissimi spazi di autonomia politica interna, rimasti tali fino ad inizio ottocento. Nel 1812 giunse poi la grande conquista di civiltà della Costituzione liberale promossa da Carlo Cottone, Principe di Castelnuovo.

Questa, in estrema sintesi, la gloriosa storia del Regno di Sicilia conclusasi nel 1816, con la fraudolenta annessione a Napoli sancita da Ferdinando I delle DueSicilie. Una storia che ispirò i Siciliani delle generazioni successive a riscattare l’antica libertà dell’Isola e che ancora oggi funge da grande riferimento ideale per chiunque abbia a cuore l’autogoverno, l’identità e la dignità della Sicilia.

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Storia della cuccìa

di Antonio Fragapane

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cucL’Anno del Signore 1693, per l’intero Val di Noto, fu catastrofico a causa di un terribile terremoto che praticamente rase al suolo la maggior parte delle case e dei palazzi allora presenti (e abitati). Subito dopo, ci fu una strabiliante ricostruzione, durata decenni ma che donò al mondo artistici gioielli architettonici di cui ancora oggi possiamo ammirare bellezza e magnificenza: il Barocco siciliano, dal 2002 inserito nel Patrimonio dell’Umanità tutelato dell’Unesco.

Perché ne stiamo scrivendo qui? Molto semplice, perché una particolare leggenda narra di una commemorazione dell’evento sismico appena descritto, che si stava svolgendo a Siracusa nel 1763, anno di una micidiale carestia alimentare che in tutto il territorio aretuseo (ma non solo) stava mietendo tantissime vittime.

Si racconta che durante un’omelia, un sacerdote si rivolse direttamente alla concittadina Santa Lucia per intercedere e far arrivare proprio lì a Siracusa un battello carico di grano, così da poter sfamare tutti e salvarli da una morte sicura. Il giorno dopo, inaspettatamente (ma secondo la credenza, miracolosamente), attraccarono nel porto della città prima una nave proveniente dal lontano Oriente, poi un’altra, successivamente un vascello, seguito da altri tre. La loro particolarità? Erano tutti stracarichi di grano. Ma la cosa ulteriormente strana fu la dichiarazione di uno dei comandanti delle navi ormeggiate, il quale dichiarò che quel porto non era affatto la meta finale del suo viaggio, ma che era stato costretto a entrarvi a causa dei venti contrari scatenatisi in mare aperto e scoprendo che si trattasse di Siracusa solo dopo aver sganciato l’ancora.

Cosa successe dopo? Beh, sempre la leggenda continua narrando di un assalto a tutte le navi appena arrivate e della successiva distribuzione del grano a tutti gli abitanti della città, i quali erano talmente affamati che, rientrati nelle rispettive case, non ebbero neanche la forza (e la voglia) di macinarlo per ottenerne farina con cui preparare pane e pasta, limitandosi invece a bollirlo così com’era, in acqua salata, e a condirlo semplicemente con un filo d’olio d’oliva. Era il 13 dicembre e, dopo quegli avvenimenti, quel giorno fu consacrato a Santa Lucia, la Santa del miracolo della salvezza siracusana, che divenne anche la Patrona della città e che si iniziò a omaggiare con una particolare consuetudine: il 13 dicembre di ogni anno, i siracusani avrebbero mangiato solo ed esclusivamente grano (e legumi), evitando i farinacei, quindi pane e pasta. E quell’inedito piatto di grano cotto e condito in maniera molto semplice fu ribattezzato Cuccìa, termine che deriva dal greco antico kokkìa (“granulo”), da cui l’etimo dialettale isolano cocciu, ovvero “chicco”.

Questa appena descritta è la versione siracusana del racconto, ma sappiate che ne esiste una identica ma datata 1646 e ambientata a Palermo, città dove, in effetti, il giorno di Santa Lucia è completamente dedicato al consumo di Cuccìa (quella dolce, però), arancine e panelle, quindi anche lì niente farinacei.

Ecco, quindi, la suggestiva leggenda che narra l’invenzione della Cuccìa, una cui prima traccia scritta la si ritrova però in un antico dizionario, il Vocabolario siciliano-latino di Lucio Cristoforo Scobar, stampato a Venezia nel 1519 e in cui la stessa ricetta è già definita Cucchia: triticum decoctum (“Cuccìa: grano bollito”). Incongruenze storiche nelle date? Vabbe’, se c’è di mezzo la devozione popolare, sono dettagli, abbiate un po’ di comprensione, suvvia.

E adesso veniamo ai nostri giorni, quelli in cui la Cuccìa, oltre a essere il piatto tipico del 13 dicembre in buona parte della Sicilia, è consumata all’occorrenza e secondo i sacrosanti gusti, nella doppia variante salata e dolce. La prima è quella originale e molto semplice: grano bollito in acqua salata (cui, in qualche località, si aggiungono anche i ceci) e poi condito con olio e spezie. La seconda, invece, è quella molto più sfiziosa che prevede la cottura del grano in acqua dolce, successivamente condito con ricotta di pecora o vaccina (cui qualcuno aggiunge anche crema di latte), cannella e scaglie di cioccolato fondente.

Il risultato? Immaginatevi il delicato sapore del grano, reso molto tenero dalla lunga cottura, unito alla cremosità della ricotta, all’aroma della cannella e all’amaro del cacao. Fatto? Benissimo. E adesso correte subito a prepararla…

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La Cripta delle Reepentite. La storia di un ipogeo nel cuore della vecchia Palermo.

Cripta delle Reepentite – foto di Rosaria Acquaro

La Cripta delle Reepentite, si trova all’interno di un edificio storico, sito in via Divisi, detta via dei biciclettai.

Nel 1506 l’erudito palermitano, Giovanni Vincenzo Sottile, si impegnava perché in quel luogo nascesse un monastero femminile olivetano. Quest’ultimo annesso alla limitrofa chiesa di Santa Maria della Grazia, a cui assegnava anche un beneficio.

Nel 1524 suor Francesca Leofante dei Duchi della Verdura, fa acquistare ai parenti l’immobile e fonda il monastero sotto la regola benedettina di Monte Oliveto. Suor Francesca è eletta prima badessa in perpetuo, con la facoltà di vestire altre suore con lo stesso abito.

Alla morte della badessa, il numero delle conversioni per questo Ordine si ridusse ed il monastero decadde anche a causa della diminuzione delle rendite; le poche suore rimaste si spostano in altri conventi. Le autorità amministrative, nobiliari ed ecclesiastiche, decisero allora di destinare il monastero ad ospitare donne che avevano vissuto in maniera dissoluta. Le ree pentite, desideravano espiare i loro peccati ritirandosi in preghiera nel raccoglimento della vita monastica. Questa la ragione che diede nome a queste suore “Reepentite“, termine che nasce dalla contrazione delle due parole ree e pentite.

Il diritto della bacchetta e l’accoglienza delle cortigiane nel monastero

Dal 1542, le prostitute pentite della propria condotta e convertite alla vita monastica, ricevevano accoglienza all’interno del monastero. Le convertite abbracciarono il credo francescano, il loro sostentamento, era garantito dal Senato palermitano e dalle cortigiane ancora in attivo con il “diritto della bacchetta”. Un’imposta versata dalle cortigiane al Senato che gli concedeva in cambio di poter vestire abiti eleganti di seta e di oro, come delle nobildonne. Fa molto riflettere invece, ciò che scrive L. Sampolo, sulla scelta e selezionamento delle fanciulle “traviate”.

La traviata che desiderava entrarvi doveva essere non maritata, nè maggiore di 25 anni, bella, sana di corpo e sinceramente pentita. Accanto al Monistero era una casa di probazione, ove le donne traviate affermavan pruova del loro ravvedimento innanzi di passare allavita claustrale

(L. Sampolo, Istoria degli istituti femminili di emenda della città di Palermo dal secolo XVIal XIX. Palermo, 1874).

Dal 1624, le suore del monastero sono trasferite nel complesso dello Scavuzzo sino al 1866, quando la legge sulla soppressione delle corporazioni religiose costringe le monache, ad abbandonare le antiche celle di clausura, per essere accorpate ad altri monasteri.

La chiesa che restò aperta al culto per qualche tempo in seguito diventa un deposito di legname. Il resto del palazzo adibito ad altri usi e destinazioni. Nel 1960 il complesso monastico è interessato da un lavoro di trasformazione e consolidamento; una parte dell’edificio è trasformata prima in Istituto d’Igiene e in seguito in aule dell’Università per il dipartimento di Biologia.

Durante gli innumerevoli rimaneggiamenti, come solitamente capita per queste strutture ipogee, il materiale di risulta è depositato in questi ambienti sotterranei. Lo stesso accade per questa cripta, che per secoli accoglie i resti di vari interventi, fino ad essere dimenticata e seppellita dai suoi stessi rifiuti.

Palermo ritrova la sepoltura delle ex cortigiane che avevano abbracciato l’abito monacale

Particolare altare Reepentite – foto di Rosaria Acquaro

Nel 2005, in seguito a nuovi lavori di ristrutturazione, si scopre la cripta, grazie al ritrovamento di un foro d’aerazione corrispondente ad un soffitto a botte.

Si metteva così in luce il tetto a volta di una cripta, con uno splendido altare seicentesco rivestito di maioliche con motivi floreali, mentre sulla parete altre mattonelle riproducono la figura di una monaca che si pensa sia Santa Chiara ed un frate identificato con San Francesco. I due sono posti ai piedi della croce, alla cui base si trova un teschio, simbolo dei santi eremiti, ma anche della caducità del corpo.

All’interno di questa cripta, esistono gli scolatoi dei cadaveri, la fossa comune dove troviamo seppellite tutte le religiose e in disparte, la sepoltura della Madre Badessa, identificata da una lapide di marmo che reca questa scritta:
in questo sepolcro giace il corpo della Reverenda Madre Santa Ignazia di Gesù Squatrito quale nacque al 1706, si chiamò al secolo Donna Maria Squatrito, mori’ di anni 76 l’8 aprile 1782.”

Le ampolle della Madre Badessa all’interno della cripta

Le ampolle della madre badessa – foto di Rosaria Acquaro

All’interno di quest’ultima tomba, vi erano due ampolle, una contenente il referto medico, dal quale si evince che sia morta per una gamba andata in cancrena, l’altra ampolla, contenente un’altra pergamena che celebrava la bontà e generosità della Madre, al cui funerale accorse il popolo dell’intera città. Pezzi di storia persi nella memoria del tempo e che queste ampolle hanno restituito alla città di Palermo.

L’ipogeo funebre di questo convento, era la camera di decomposizione dei cadaveri, uno spazio finalizzato e funzionale ad una particolare pratica funeraria, in cui i corpi, ormai privi di vita ed adagiati in posizione “seduta” all’interno di una specie di vasca muraria, dotata di un foro che permetteva il deflusso dei liquidi cadaverici che fuoriuscivano durante la decomposizione, privando così il corpo, in modo naturale e sotto l’azione del tempo, delle parti molli e putrescibili, fino al totale essiccamento e la successiva tumulazione.

I caratteri architettonici e la tipologia funzionale di questi luoghi, sono pressoché gli stessi. Si possono manifestare poche varianti, come la suddivisione in nicchie, la presenza di sedute su cui adagiavano i corpi e qualche variante nell’uso dei materiali, cotto come in questo caso, ceramica in altri. E’ sorprendente scoprire quanto si celi sotto questo suolo così ricco di vita, storia e verità, di una stratificazione sociale in continuo fermento.

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C’era una volta a Robba Ranni il Museo della Civiltà Contadina…

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Per problemi alla struttura dell’edificio che ospita il prezioso Museo, dove sono raccolti tantissimi reperti della nostra storia contadina, i preziosi beni che conteneva sono stati trasferiti nell’inutilizzata scuola elementare San Giovanni Bosco.

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La domanda è: “Sarà solo temporaneamente oppure definitivamente?”. Di certo c’è solo il fatto che non si notano lavori di restauro.

La Pro Loco di Milena che gestisce il Museo della Civiltà Contadina è molto preoccupata per le ripercussioni per l’abbandono del posto suggestivo in cui il museo era collocato, che rappresenta di per sé stesso un’attrazione turistica in quanto testimonianza delle antiche Robbe,

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Come altrettanto suggestivo è Arco Provenzano che si attraversa per raggiungere il Museo. L’antica “Robba Ranni” non può essere privata di una delle poche attrattive turistiche.

Anche Perché Masaniello s’inserisce bene nel percorso della visita dell’antica Milena trovandosi sulla strada che porta a Masaniello e alle Tombe Micenee al Villaggio Neolitico del Monte Campanella, beni che meritano non di essere abbandonati ma valorizzati per attrarre il mondo culturale e turistico.

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Il gruppo consiliare e gli agricoltori ringraziano il Presidente della Regione per il buon esito della petizione popolare.

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aLunedì sera in un noto ristorante di Caltanissetta c’è stata una cena in cui gli invitati hanno potuto incontrare il Presidente della Regione, al di là dell’apparteneza politica.

Nel corso della serata una rappresentanza dei consiglieri comunali di “Milena Domani” e degli agricoltori che coltivano i terreni che si trovano lungo la strada provinciale Milena-Grotte, ha avuto la possibilità di incontrare il Presidente della Regione Nello Musumeci per ringraziarlo di avere accolto favorevolmente la petizione popolare a lui rivolta firmata da ben 620 cittadini che hanno chiesto il suo intervento per la sistemazione di questa strada diventata impercorribile e rischiosa.

Com’è noto, poco tempo dopo, Musumeci ha incaricato il Dipartimento delle Infrastrutture di provvedere alla sistemazione della SP 151 Milena-Grotte nel tratto appartenente alla provincia di Caltanissetta e affidato all’Assessore regionale Marco Falcone il compito di seguire le procedure.

5 morganteLunedì sera finalmente c’è stata l’opportunità di ringraziare di persona il Presidente e il Governo regionale da lui presieduto nel corso di un cordiale incontro in cui gli sono state donate alcune confezioni di vini realizzati con le uve di Grotte e di Milena.

Il Presidente, ringraziando, ha comunicato al signor Giuseppe Tona, rappresentante di tutti gli agricoltori del posto, che il commissario della ex provincia di Caltanissetta nei giorni scorsi ha già inviato sulla Milena-Grotte i tecnici per i primi rilievi necessari alla realizzazione del progetto esecutivo.

Un’altra buona notizia dunque per tutti coloro che, a lavori finiti, potranno transitare senza rischi sulla Sp 151 sia per recarsi al lavoro sia per turismo.

Infatti nella petizione si faceva anche riferimento alla zona archeologica di Monte Campanella dove si trovano le tombe micenee a tholos e il villaggio neolitico. In precedenza per la loro fruizione il gruppo consiliare “Milena Domani” aveva incontrato Alberto Samonà, assessore regionale ai Beni Culturali, per sollecitare un intervento finalizzato a rendere fruibili questi preziosi reperti archeologici apportando le necessarie migliorie.

A tal proposito: “Siamo a buon punto” ha confermato l’architetto Luigi Gattuso dirigente del Parco Archeologico anche lui  presente lunedì sera alla serata “A cena con Nello Musumeci”.

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