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Archive for the ‘Storia’ Category

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 di Mark Weber

Tra i due bombardamenti, la Russia Sovietica si unì agli Stati Uniti in guerra contro il Giappone. Sotto le forti pressioni americane, Stalin ruppe il suo trattato del 1941 di non aggressione con Tokyo. Lo stesso giorno che Nagasaki veniva distrutta, le truppe sovietiche iniziarono a riversarsi in Manciuria, travolgendo le forze giapponesi ivi dislocate. Sebbene la partecipazione sovietica influì poco o nulla nell’esito finale della guerra [contro il Giappone], Mosca beneficiò enormemente dall’essersi unita alle ostilità.

In una trasmissione diramata da Tokyo il giorno successivo, il 10 Agosto, il governo giapponese annunciò la propria disponibilità ad accettare la dichiarazione congiunta anglo-americana di Potsdam sulla “resa incondizionata” [dei nemici degli Alleati], “con l’intesa che la detta dichiarazione non comprometta le prerogative sovrane di Sua Maestà [l’Imperatore]”.

cattura2Il giorno dopo venne la replica americana, che includeva le parole seguenti: “Dal momento della resa l’autorità dell’Imperatore e del governo giapponese a guidare lo Stato sarà soggetta al Comando Supremo dei Poteri Alleati”. Infine, il 14 Agosto, i giapponesi accettarono formalmente le disposizioni della dichiarazione di Potsdam, e venne annunciato un “cessate il fuoco”. Il 2 Settembre, i rappresentanti giapponesi firmarono la resa a bordo della corazzata statunitense Missouri nella baia di Tokyo.

Una nazione sconfitta

A parte le implicazioni morali, furono militarmente necessari i bombardamenti atomici? Secondo ogni [possibile] parametro razionale, non lo furono. Il Giappone era già stato sconfitto militarmente dal Giugno del 1945. Non era rimasto quasi nulla della – una volta potente – Marina Imperiale, e l’aviazione giapponese era stata totalmente annientata.

E’ solo contro un’opposizione ormai simbolica che gli aerei americani percorsero a piacere il paese, e i bombardieri devastarono le città, riducendole in macerie. Quello che venne lasciato in piedi di fabbriche e officine si dibatteva precariamente per produrre armi e altri beni da materie prime insufficienti (i rifornimenti di petrolio non erano più disponibili dal mese di Aprile). A Luglio circa un quarto di tutte le abitazioni giapponesi erano state distrutte, e il sistema di trasporti era vicino al tracollo. Il cibo era diventato così raro che la maggior parte dei giapponesi sopravviveva con un’alimentazione da fame.

La notte tra il 9 e il 10 Marzo del 1945, un’ondata di 300 bombardieri americani colpì Tokyo, uccidendo 100.000 persone. Lanciando circa 1.700 tonnellate di bombe, gli aerei devastarono buona parte della capitale, bruciando completamente oltre 25 chilometri quadrati e distruggendo 250.000 edifici. Un milione di abitanti rimasero senza casa.

Enola-Gay

Il 23 Maggio, undici settimane più tardi, arrivò il più grande raid aereo della guerra sul Pacifico, con 520 enormi bombardieri B-29 “Superfortress” che sganciarono 4.500 tonnellate di bombe incendiarie nel cuore della già malconcia capitale giapponese. Generando potenti spostamenti d’aria, le bombe cancellarono completamente il centro commerciale di Tokyo e gli scali ferroviari, e distrussero il quartiere dei divertimenti di Ginza. Due giorni più tardi, il 25 Maggio, un secondo assalto di 502 aerei “Superfortress” piombò su Tokyo, sganciando circa 4.000 tonnellate di bombe. Complessivamente questi due raid di B-29 distrussero oltre 90 chilometri quadrati della capitale giapponese.

paceAnche prima dell’attacco di Hiroshima, il generale dell’Aviazione americana Curtis LeMay si vantò che i bombardieri americani “li avevano riportati [i giapponesi] all’età della pietra.” Henry H. (“Hap”) Arnold, generale in capo dell’Aviazione, dichiarò nel 1949 nelle sue memorie: “Ci è sempre stato chiaro, bomba atomica o non bomba atomica, che i giapponesi erano già sull’orlo del collasso.”

Questa valutazione venne confermata dall’ex Primo Ministro giapponese Fuminaro Konoye, che disse: “Fondamentalmente, la cosa che ci spinse alla resa fu il bombardamento prolungato dei B-29.”

 

 

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Borsellino a 25 anni da strage, serata evento su Rai1

Ansa

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download“La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che t’impedisce di andare avanti”, sono le parole di Paolo Borsellino. La sua storia, quella di un eroe civile, capace di rimanere al suo posto sapendo di essere condannato a morte, mantenendo nel contempo la sua profonda umanità, viene raccontata nella docufiction ‘Paolo Borsellino-Adesso tocca a Me’, in onda su Rai1 il 19 luglio, in occasione del venticinquesimo anniversario della strage di via d’Amelio.

images (2)Cesare Bocci presta il volto al magistrato ucciso insieme ai 5 agenti della sua scorta (Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi e Vincenzo Li Muli) il 19 luglio 1992.
Il film è un mix di fiction con la ricostruzione della vita del magistrato e di testimonianze, di interviste, e di filmati dell’epoca. Nel luogo dove dove avvenne la strage abitava la madre di Paolo Borsellino presso la quale il giudice si era recato per una visita domenicale. L’esplosione fu terribile.

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Rita Borsellino con Antonio Vullo

Filo conduttore del racconto saranno i ricordi di Antonio Vullo, l’unico agente della scorta sopravvissuto alla strage, che con la sua voce narrante offrirà uno sguardo privilegiato a tutta la vicenda. Con il soggetto e la sceneggiatura di Sandrone Dazieri, nel film tv insieme a Cesare Bocci, Giulio Corso, Ninni Bruschetta, Anna Ammirati. La regia è di Francesco Miccichè. Una coproduzione Rai Fiction e Aurora tv.
Alla presentazione a Viale Mazzini anche il presidente del Senato Grasso (“E’ importante continuare a cercare la verità, lo dobbiamo alle vittime, lo dobbiamo al Paese”); la presidente della Rai Monica Maggioni, il direttore generale Mario Orfeo, oltre ai direttori di Rai1 Andrea Fabiano e di Rai Fiction Tinny Andreatta.

images (3)Bocci ha fatto notare: “Quando ci si confronta con personaggi reali si sente sempre una grossa responsabilità. Qui la mia faccia viene messa direttamente a confronto con quella di Paolo Borsellino. Avevo un innegabile timore. Abbiamo cercato di cogliere gli aspetti del viso di Borsellino che ci avrebbero aiutato. Ma non è stata tanto la mia trasformazione fisica, quanto piuttosto la ricostruzione, il mixare documenti reali e fiction in maniera puntuale e magistrale, a fare la differenza. Poi se anche gli assomigliassi un decimo per la sua moralità sarei l’uomo più felice al mondo”.
“Quel tipo di mafia lì – ha concluso l’attore – ha perso, perché c’è stato il risveglio delle coscienze di tanti giovani, non solo siciliani”. “Vinceva la paura con la sua positività”.
Sei morti ancora senza un colpevole: al processo di revisione, nei giorni scorsi, la corte d’appello di Catania ha assolto tutti gli imputati. Il processo di revisione e’ stato chiesto, inizialmente, dalla procura generale di Caltanissetta ed è stato celebrato a Catania, come prevede la legge. A consentire il nuovo giudizio sono state le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza.

Tra le testimonianze del film di Rai1 quelle dell’agente Antonio Vullo, oggi in pensione, è l’unico sopravvissuto della strage di Via D’Amelio. Vullo, all’epoca, era in servizio come autista: il giorno della strage nell’attimo in cui Borsellino e i cinque colleghi della scorta scendevano dall’auto per andare a citofonare alla madre del giudice prima di saltare in aria con una Fiat 126 imbottita di tritolo, lui è tornato indietro a parcheggiare la macchina.

agenda_rossa_borsellino-e1340920060937“Ci sono stati tanti processi, tante condanne, ma qualcosa ancora manca. Molto ruota, secondo me, intorno all’agenda rossa. Borsellino si sentì isolato dopo la morte di Falcone.

Se l’appoggio dello Stato fosse stato più forte, la storia sarebbe andata diversamente”. “Molti sono convinti che l’esplosione ci sia stata dopo aver premuto il campanello del citofono. Non è vero, si è appurato che chi ha premuto il telecomando dell’ordigno era nascosto dietro un muretto alla fine di via D’Amelio. In questo docufilm viene raccontato, finalmente”.

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Il giallo del barone di Torretta…

a cura del Prof. Salvatore Vaccaro

7Più di cento anni fa, Louise Hamilton sposata Caico, in una delle tante escursioni che fece nel suo soggiorno a Montedoro, dal 1897 al 1913, volendo andare a trovare la tenuta del barone di Torretta, scriveva  nel suo “Sicilian ways and days”, pubblicato nel 1910 e tradotto  in italiano nel 1983, a cura dell’amministrazione comunale di Montedoro, in “Vicende e costumi siciliani”, una delle tante bellissime pagine sulle aree interne del  nostro territorio:

Lasciato il villaggio, cavalcavo pervasa da una sensazione di profondo benessere che mi riconciliava con la vita… La strada per Torretta serpeggiava lungo il costone  di una collina e, cammin facendo, si apriva ai nostri occhi l’ampio panorama di colline e vallate, dorate dal grano maturo e appena chiazzate da macchie verdi di olivi o di fichi, e, al lontano orizzonte, si profilavano le alte montagne, azzurre come il cielo nel quale si fondevano… Mentre ci dirigevamo verso la fattoria dell’immenso feudo, chiesi notizie sul barone di Torretta… A frasi mozze, i  miei accompagnatori mi lasciarono intendere che…si era legato a gruppi di banditi e, che era stato arrestato per la scomparsa di alcuni infelici cacciatori, e poi prosciolto per mancanze di prove…”.

Qui, in queste pagine, di cui ho trascritto alcuni stralci, più che un diario, quello della Hamilton sembra un romanzo giallo, in cui non mancano i lati oscuri di una vicenda che resta un mistero, in quanto, avendo dato un’occhiata all’elenco delle case nobiliari di Sicilia e ai proprietari degli ex feudi di Mussomeli, non è mai esistito un barone dell’ex feudo di Torretta, che, come detto nel precedente articolo, fu venduto dal Principe Pietro Lanza di Scalea a Salvatore Volpe nel 1931, anche se la figlia Pierina mi dice che, già a 6 anni, e cioè nel 1926, suo padre l’aveva portata per la prima volta nella masseria di Torretta.

Le pagine di questa storia del barone assassino, che è il penultimo capitolo del libro di Louise Hamilton, diventata anche un romanzo, “Il barone di Torretta”, scritto, nel 1997, nelle edizioni Lussografica, da Federico Messana, residente a Milano, vengono, però, straordinariamente inframmezzate da idilliache descrizioni della nostra terra, quasi a voler rimarcare il contrasto tra la violenza del barone assassino di quel tempo con la pace e la bellezza della nostra terra:

Nessuna altra costruzione rompeva la solitudine del paesaggio attorno alla casa bianca, alta sulla distesa di nuda, arida terra che scendeva giù fino a valle dove, nella chiara luce, si intravedeva un nastro d’acqua… Dalla cima ventilata della collina, la vista che si stendeva fino a Girgenti e al mare era davvero stupenda, nella gran pace di quel pomeriggio d’estate che attardava la sua luce evanescente sui pendii e le vallate. Regnavano tutt’intorno il silenzio e la calma e avevo dimenticato i sinistri racconti sul padrone di Torretta, mentre proprio lui, in persona, mi stava accanto indicandomi questo o quel monte, quel villaggio. A farmi ricordare dov’ero bastò il boschetto di cipressi su cui caddero i miei occhi, durante il ritorno a casa…”.

1Come ho già accennato sopra, una cosa è certa: non è mai esistita una baronia o signoria di Torretta. Sia nella “Storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalla loro origine ai nostri giorni (1924)” di Francesco San Martino de Spucches, che nella Storia di Mussomeli del Sorge ed in altri documenti non c’è alcuna menzione di titolo nobiliare per l’ex feudo Torretta. I

n una ordinanza emessa, il 16 agosto 1843, dall’Intendente di Caltanissetta Barone di Rigilifi, a seguito di controversia sugli usi promiscui, sorta tra il nostro Comune e il principe Trabia, si fa l’elenco di tutti gli ex feudi di Mussomeli, compreso Torretta, che appartengono al Principe Trabia. Solo l’ex feudo Scala è di proprietà del Barone Beniamino Ingham come quello di Raffi (o Mustulicatu) che è della baronessa Isabella Ayala in Scozzaro.

In quel periodo erano molte le controversie tra i signori degli ex feudi ed i nuovi comuni sorti dalla loro abolizione nel 1812. Il 29 aprile del 1844,  infatti, a proposito di Mussomeli, l’Intendente di Caltanissetta, a chiusura del dibattimento sugli usi promiscui tra il Comune e i rappresentanti del principe Trabia, rigettando altre richieste sui rimanenti feudi  “Ritenuto che non sorge alcun dubio aver gli abitanti di Mussomeli sempre estratto sale dalla miniera di Garzizzetti, ciò che nemmeno contradice l’ex barone nelle ragioni addotte in questa controversia….Dichiara essere demanio all’uso dei comunisti di Mussomeli la salina dell’ex feudo Garzizetti che resta nella parte meridionale dell’ex feudo…Ordina che gli abitanti di Mussomeli ritenendo in proprietà la salina accennata, continuino ad estirpar sale nel modo che àn sinor praticato. Le spese a carico dell’ex barone, l’esecuzione a cura del sindaco.”

3Ma se il barone di Torretta non esisteva perché, allora, la Hamilton Caico fece il suo nome? Da quello che mi ha riferito l’amico Calogero Messana, pare che il vero barone, quello delinquente ed assassino, doveva essere il barone di Villanova  (probabilmente il padrone della masseria Bellanova/Villanuova, ancora esistente, a pochi chilometri a sud est di Torretta, in zona Racalmuto), in rapporti di amicizia o parentela con i Caico di Montedoro, per cui la nostra scrittrice irlandese, sposata con Eugenio Caico, decise di sviare l’attenzione e di ispirarsi, per il suo vero barone criminale, a cui aveva fatto visita in una delle sue escursioni, ad un immaginario barone di Torretta.

Barone di Torretta “i cui modi erano così gentili e disinvolti che uno spettatore avrebbe pensato che certamente egli mi riteneva all’oscuro di tutto ciò che  lo riguardava, mentre proprio al contrario, il barone, non solo era certo che mi avessero raccontato tutto sul suo conto, ma supponeva che io avessi fatto tutta quella strada per pura curiosità, per poter vedere com’era fatto. E indovinava”.

Ma al di là di questo giallo, dai contorni ancora oggi misteriosi, il diario di Louise Hamilton Caico è un vero resoconto documentale e fotografico di oltre cento anni fa, un periodo di sofferenza e di dolore per le classi contadine, all’alba di un nuovo secolo, il 900, in cui a fatica, dopo  oltre 40 anni, al prezzo di due guerre mondiali e milioni di morti, sarebbero stati conquistati, anche per il desolato entroterra siciliano, quei diritti sacrosanti, sanciti dalla nostra Costituzione italiana nel dicembre 1947, che sono il diritto al lavoro, al suffragio universale, alla dignità umana…

 

 

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L’emigrazione italiana

L’emigrazione italiana

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Gli italiani all’estero secondo le stime del Ministero degli affari esteri erano nel 1986 5.115.747, di cui il 43 per cento nelle Americhe e il 42,9 in Europa. L’entità delle collettività di origine italiana ammonta invece a decine di milioni, comprendendo i discendenti degli immigrati nei vari paesi. Al primo posto troviamo l’Argentina con 15 milioni di persone, gli Stati Uniti con 12 milioni, il Brasile con 8 milioni, il Canada con un milione e l’Australia con 540.000 persone.

Come si spiegano questi dati? Si spiegano con il fatto che gli italiani sono stati protagonisti di uno dei più grandi esodi migratori della storia moderna. “Nell’arco di poco più di un secolo, a partire dal 1861, sono state registrate più di ventiquattro milioni di partenze, un numero quasi equivalente all’ammontare della popolazione al momento dell’Unità”. Tale fenomeno interessò tutte le regioni italiane, non soltanto il sud d’Italia.

Le mete migratorie

Le mete migratorie furono diverse: sia mete transoceaniche (Oceania, Africa e Asia, ma soprattutto Americhe) sia paesi industrializzati dell’Europa del Nord.

La maggior parte degli italiani del sud preferiva gli Stati Uniti, anche perché il viaggio in treno per raggiungere i paesi dell’Europa settentrionale era non solo altrettanto lungo, ma costava più di quello per nave. Gli emigranti del nord Italia privilegiavano l’America Latina: i veneti soprattutto in Brasile, mentre i piemontesi si diressero prevalentemente in Argentina. Dalle regioni dell’Italia centrale l’emigrazione si divise equamente tra stati nordeuropei e mete transoceaniche.

L’emigrazione italiana negli Stati Uniti

L’arrivo

Sono quasi quattro milioni gli italiani che fra il 1880 e il 1915 approdano negli Stati Uniti. E per tutti l’impatto con il nuovo mondo si rivelava difficile fin dai primi istanti: ammassati negli edifici di Ellis Island o di qualche altro porto come Boston, Baltimora o New Orleans gli immigrati, dopo settimane di viaggio, affrontavano l’esame, a carattere medico e amministrativo, dal cui esito dipendeva la possibilità di mettere piede sul suolo americano. La severità dei controlli fece ribattezzare l’isola della baia di New York come l’ “Isola delle lacrime”.

Le modalità dell’emigrazione e lo sfruttamento

Assieme ai primi emigranti, i cosiddetti pionieri, uomini soli che si recavano in America a cercare fortuna, si sviluppò il fenomeno della catena migratoria: parenti, amici e compaesani raggiungevano i primi emigrati, grazie alle notizie che ricevevano attraverso le lettere inviate dall’America. Le lettere, contenenti notizie più o meno attendibili, fungevano spesso da veicolo principale di propaganda all’emigrazione nel paese. Lette da parenti e amici, a volte nella piazza del villaggio, servirono e attirare in America milioni di italiani.

Molti di loro furono vittime di varie forme di sfruttamento: innanzitutto da parte degli agenti dell’immigrazione, di solito stranieri, e dei sub agenti italiani che cercavano di avvantaggiarsi dell’ignoranza degli immigrati. (DOC 3: “L’emigrazione italiana negli Stati Uniti” di Maddalena Tirabassi )

Le condizioni di vita e i pregiudizi

Nelle principali città statunitensi si vennero a creare delle little italies, interi quartieri abitati da italiani nelle cui strade la lingua ufficiale erano i vari dialetti del paese di provenienza, con negozi in cui si vendevano prodotti di importazione italiani. In questi quartieri gli italiani erano ammassati nei tenements, edifici di cinque o sei piani, a volte sette, lunghi poco più di sette metri e larghi trenta, in cui le condizioni di vita degli immigrati erano assai precarie a causa delle pessime condizioni igieniche e degli ambienti malsani.

Gli italiani erano accusati di essere sporchi, di mantenere un basso livello di vita, di essere rumorosi e di praticare rituali religiosi primitivi. I calabresi e i siciliani che approdavano alle città statunitensi, da una Commissione parlamentare istituita nel 1911 per analizzare il fenomeno della nuova immigrazione, venivano individuati e descritti come coloro che davano un contributo fondamentale alla crescita del fenomeno della delinquenza nelle città americane. La violenza nei ghetti italiani era vera, ma essa era dipinta come un prodotto di importazione, connaturato alla cultura e alla tradizione dei nuovi arrivati come l’abitudine a cibarsi di pasta al pomodoro.

I mutamenti della famiglia immigrata tradizionale

Ben presto si verificano mutamenti profondi nella cultura d’origine degli immigrati e si sviluppano divisioni generazionali all’interno della famiglia immigrata. La tradizionale famiglia patriarcale italiana a contatto con la società americana entra in crisi.

In primo luogo la scuola sviluppa il senso di indipendenza e di autonomia nei bambini, liberandoli dai vincoli della famiglia. La scuola è spesso il primo luogo in cui i figli degli immigrati si rendono conto di essere diversi e cominciano a vergognarsi di essere italiani. Essi, grazie alla scuola, sono spesso gli unici a parlare inglese in famiglia. Le madri si sentono spesso oggetto di vergogna da parte dei figli, che sono attratti da tutto ciò che è americano, invece che di rispetto come nel paese d’origine.

Ma sono soprattutto le ragazze che iniziano a mettere in discussione la finora incontrastata autorità dei genitori. Il principale terreno in cui si verificava lo scontro culturale tra vecchio e nuovo mondo era costituito dai rapporti delle figlie coi coetanei maschi e più in generale sulle scelte matrimoniali. Le ragazze italiane rivendicavano il diritto di scegliere sì un connazionale, ma più americanizzato, di poterlo vedere al di fuori dell’ambito familiare, di poter frequentare ragazzi senza essere costrette a sposarli, non vogliono la dote, vogliono uscire coi ragazzi senza fidanzarsi.

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realmarina

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L’ALTRO 24 MAGGIO: SULLA NAVE CONTE ROSSO 75 ANNI FA MORIRONO 1300 ITALIANI, OGGI DIMENTICATI

FIRENZE – Pochi ricordano il transatlantico italiano Conte Rosso. Come pure pochi sanno che, accanto a quello più noto dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, c’è un altro 24 maggio ormai dimenticato se non sconosciuto del tutto. È quello dell’affondamento della nave Conte Rosso al largo di Siracusa, dove morirono 1297 militari italiani. Erano le 20,40 del 24 maggio 1941. Settantacinque anni fa.

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Il transatlantico Conte Rosso nel 1934 sulla rotta Venezia-Estremo Oriente

Entrato in servizio nel 1922, il Conte Rosso era uno dei transatlantici più utilizzati sulle rotte Italia-Sud America e Genova-Napoli-New York, durante i viaggi di sola andata per tante migliaia di connazionali emigranti in cerca di una nuova vita e di un lavoro. Sotto le insegne del Lloyd Triestino venne poi impiegato anche sulla rotta Trieste-Shanghai.

Ma il Conte Rosso, nave passeggeri di 18.000 tonnellate, venne utilizzata anche come piroscafo per trasporto truppe durante la guerra d’Etiopia nel 1935 e soprattutto nel secondo conflitto mondiale sulla rotta verso l’Africa Settentrionale.

Il suo ultimo viaggio iniziò alle 4.40 del 24 maggio 1941 da Napoli direzione Tripoli. Faceva parte di un convoglio navale con altre tre grandi navi passeggeri: Marco Polo, Esperia e la motonave Victoria. La scorta della Marina Militare era fornita dalle torpediniere Procione, Pegaso e Orsa, e dal cacciatorpediniere Freccia. In mare il convoglio era atteso anche da una scorta indiretta costituita dagli incrociatori pesanti Trieste e Bolzano e dai cacciatorpediniere Ascari, Corazziere e Lanciere.

A bordo del Conte Rosso c’erano 280 uomini d’equipaggio e 2449 fra ufficiali, sottufficiali e soldati dell’Esercito, per un totale di 2729 uomini. Alle 20.40, a circa 10 miglia da Capo Murro di Porco, al largo di Siracusa, la nave fu presa in pieno da due siluri (sembra gli ultimi a disposizione) del sommergibile inglese HMS Upholder (P37). Non ci fu scampo per il transatlantico italiano che affondò di prua nel giro di una decina di minuti.

Morirono 1.297 persone, la maggior parte rimaste imprigionate nella nave senza via di scampo. Ma molti anche affogati nel «gorgo» provocato dalla nave appena inabissata in un mare non più di acqua ma di nafta. Come pure tanti soldati rimasero strangolati dal salvagente dopo un lunghissimo volo in mare dalla poppa della nave.

Dei dispersi furono recuperate solo 239 salme. I naufraghi che riuscirono a sopravvivere rimasero tutta la notte in mare finché non furono recuperati dalle altre unità che facevano parte del convoglio. Tra le navi soccorritrici ci fu la nave ospedale Arno, che trasportava feriti tra l’Africa e Napoli e che, verso le 23, deviò dalla sua rotta per raggiungere il luogo dell’affondamento. La maggior parte fu portata nel porto siciliano di Augusta, dove tra i cittadini, pur nelle ristrettezze della guerra, ci fu una gara di solidarietà verso i militari sopravvissuti.

Il numero di vittime del Conte Rosso fu il più alto per una nave italiana nella seconda guerra mondiale, dopo i 1352 marinai della Corazzata Roma affondata dai tedeschi il 9 settembre 1943 davanti all’isola dell’Asinara. Sono passati 75 anni, ma la maggior parte dei 1297 morti del Conte Rosso è rimasta sul fondo del mare, in posizione 36°41′ Nord, 15°42′ Est. Insieme alla nave e alla loro memoria, oggi dimenticata da tutti.

 

 

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