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Archive for the ‘Storia’ Category

Lieto evento per Segesta: ora è Parco archeologico, ad istituirlo la Regione che ne ha in programma altri 17: il prossimo sarà quello di Pantelleria

La Sicilia

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Nasce in Sicilia il Parco archeologico di Segesta – che avrà la sua autonomia scientifica e di ricerca, gestionale, amministrativa e finanziaria – voluto dalla giunta regionale presieduta da Nello Musumeci, che ne prevede altri 17: il prossimo sarà Pantelleria.

Dall’approvazione della legge regionale 20 del 2000, che ha previsto i Parchi archeologici, nell’Isola ne sono stati istituiti tre: Agrigento, Naxos-Taormina e Selinunte-Cave di Cusa.

«La nuova gestione dei beni culturali – dice Musumeci – inizia da qui. Tre soli parchi in diciotto anni rappresentano uno dei paradossi della Regione, che non ha dato attuazione a una buona legge che in molti ci invidiano. Segesta, con il suo teatro e il suo tempio, è uno dei simboli della Sicilia nel mondo. Il patrimonio della nostra Isola merita di essere valorizzato e restituito ai siciliani. La piena attuazione della legge consentirà di rimetterci al passo con le più moderne forme di valorizzazione e gestione dei beni culturali».

Lieto evento per Segesta: ora è Parco archeologico

«Finora solamente al parco della Valle dei Templi – aggiunge il governatore – sono stati applicati i criteri che lo rendono realmente autonomo dal punto di vista finanziario, scientifico e gestionale.

Ciò ha consentito uno sviluppo straordinario rispetto alle altre strutture. Infatti il numero dei visitatori ad Agrigento ha avuto un incremento di circa il 30% ogni anno, raggiungendo il milione di visitatori e ricevendo quest’anno il Premio del paesaggio del Consiglio d’Europa.

Nel 2007 e nel 2013 sono stati istituiti formalmente anche i Parchi di Naxos e Selinunte, ma che in realtà non godono della piena autonomia. Assieme agli altri a breve avranno la stessa dignità».

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Ventilatore 1882

ventilatore.jpg

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Le sei lingue di Carlo V

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Papa Clemente VII e Carlo V

L’imperatore Carlo V d’Asburgo (1500-1558) si vantava di parlare in molte lingue.

Lo spagnolo con la madre e con Dio.

L’italiano con gli angeli e con il Papa.

L’inglese con la zia Caterina d’Aragona e con gli uccelli.

Il fiammingo con amici e concittadini.

Il francese con se stesso e con le belle donne.

Il tedesco invece lo riservava per parlare con i cavalli.

 

Chi era carlo d’Asburgo?

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Giorgio Almirante

Italo Balbo

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falcone filippo

Filippo Falcone

Tra i politici locali Napoleone Colajanni condivise la nuova ideologia e chiese l’iscrizione al relativo gruppo parlamentare.

Anche in Sicilia vi fu l’assalto agli organismi democratici e sindacali e alle amministrazioni comunali non allineate, come fu il caso di Niscemi e Terranova (Gela).

In provincia scontri e incidenti si verificarono a Serradifalco tra fascisti e lavoratori

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Così novant’anni fa il “listone” fascista trionfò alle urne

Filippo Falcone

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Già nel 1921 anche a Caltanissetta e nei paesi della provincia iniziavano a farsi sentire le prime avvisaglie di presenza fascista.

Il ceto possidente e la piccola borghesia, sentitisi minacciati dalle agitazioni post belliche, che ancora continuavano, si erano avvicinati sempre più al nascente fascismo. In esso vedevano quello strumento di ordine sociale e disciplina, che i governi liberali di quella fase non erano riusciti a garantire.

Alle porte delle elezioni politiche di quell’anno, il nascente partito di Mussolini stringeva, anche in Sicilia, un accordo che culminava con la nascita di un listone unico. La strategia era quella di inserire esponenti fascisti nelle liste governative vicine al giolittismo, ormai al tramonto, ma pur sempre più organico ed organizzato.

Nell’allora collegio Caltanissetta-Agrigento-Trapani le liste in tutto erano sette: Democratica liberale, Alleanza democratica sociale, Partito democratico riformista, Unione democratica, Partito popolare, liste minori socialista e comunista. Per quella circoscrizione i nisseni eletti alla fine risultavano: per la lista Democratica-sociale Colajanni, Pasqualino, Lo Piano, per i Popolari Aldisio, per l’Unione democratica Nasi; che pur non essendo nisseno, con il territorio intratteneva forti rapporti elettorali.

Nei gruppi parlamentari alla Camera dei deputati i siciliani eletti nelle varie liste erano così suddivisi: 18 democratici sociali, 2 liberali democratici, 6 riformisti, 4 democratici liberali, 6 agrari, 5 popolari, 3 socialisti, 2 gruppo misto e, clamorosamente, nessun fascista.

Napoleone Colaianni

Ma, paradossalmente, al clamoroso risultato negativo per i fascisti in Sicilia, in quell’inizio di legislatura vi era un’altrettanta clamorosa novità, rappresentata dalla richiesta, già nel giugno, dell’on. Colajanni – per l’ennesima volta rieletto – che chiedeva di essere iscritto al gruppo parlamentare fascista.

Formalizzata la richiesta, l’esame della stessa, da parte degli organismi di quel gruppo parlamentare, veniva rimandata ad un prossimo suo incontro con il segretario del gruppo l’on. Bottai. La richiesta non sarebbe però mai più stata esaminata, per la sopraggiunta morte del Colajanni, avvenuta il 2 settembre di quello stesso anno.

In quell’ultima fase della sua lunga carriera politica, in effetti, il politico di Castrogiovanni più volte aveva pubblicamente – e per mezzo della stampa dell’epoca – condiviso alcune scelte del nascente fascismo, di fronte, ad esempio, a talune manifestazioni popolari sfociate – a suo dire – in vere e proprie “violenze del proletariato, manovrato dai socialisti e dai comunisti” e alle quali – secondo lui – le squadre fasciste avevano prontamente risposto come “santa manifestazione di italianità”.

download (1)In verità non c’era voluto molto, dopo la Marcia su Roma, per comprendere la vera natura del fascismo ed il suo vero volto di violenza. Preso il potere Mussolini avrebbe dichiarato che la “democrazia aveva esaurito il suo compito storico”, che “il secolo della democrazia era finito, così come le ideologie democratiche si potevano considerare liquidate”.

Da quel momento in poi era partito, anche in Sicilia, l’assalto fascista agli organismi democratici e sindacali ed ai Comuni democraticamente eletti. Quelle poche amministrazioni comunali che non erano già in mano fascista sarebbero state presto sciolte.

In provincia di Caltanissetta, nel 1923, quella sorte era toccata, nel luglio al Comune di Niscemi, nel settembre a quello di Terranova (Gela).

In molti altri comuni, devastate erano state molte sedi di partiti politici, di categoria e sindacali; soprattutto le camere del lavoro.

Qualche scontro aveva luogo qua e là, anche nel nisseno: a Serradifalco, ad esempio, nell’agosto, in occasione dell’inaugurazione di una centrale elettrica si erano verificati incidenti tra fascisti e lavoratori. Qualcuno di questi ultimi veniva arrestato ed incarcerato provocando la reazione degli altri lavoratori. A quel punto le stesse forze dell’ordine erano costrette a ricorrere all’aiuto della milizia fascista locale.

Il+fascismo+è+arrivato+al+potere+con+metodi+violenti,+usando+il+manganello+e+l_olio+di+ricino+(un+potente+lassativo)+contro+gli+avversari+politici.Altri scontri, nel dicembre, avevano luogo a Mazzarino tra esponenti democratici e fascisti, a causa dell’ostilità di questi ultimi nei confronti dell’amministrazione comunale democratica.

Le elezioni politiche dell’aprile 1924 portavano ad una strepitosa vittoria in Sicilia del listone Nazionale (manovrato dai fascisti) con 484.811 voti, contro i poco più dei 200mila di tutte le altre liste. Della lista Nazionale ben 38 erano gli eletti e tra essi quelli legati al territorio nisseno: il principe Lanza di Scalea e Rosario Pasqualino Vassallo. La spuntava anche il gelese Salvatore Aldisio per la lista dei Popolari.

Il mese dopo Mussolini era in visita ufficiale in Sicilia. La visita prevedeva la presenza in tutte le province dell’isola. Il 10 maggio visitava, tra l’altro, anche la miniera di zolfo Trabia-Tallarita, tra Sommatino e Riesi da cui proseguiva per Caltanissetta.

mussoliniacaltanissetta

La sua parola d’ordine sull’isola sarebbe divenuta da lì a poco, che nell’Italia fascista non era più tollerabile tenere la Sicilia in uno stato “negletto e dimenticato”, ma che sarebbe dovuta divenire terra “fonte di civiltà e ricchezza del Mezzogiorno d’Italia”.

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I massacri delle foibe e l’esodo dalmata-giuliano sono una pagina di Storia che per molti anni l’Italia ha voluto dimenticare. Uno storico e giornalista, racconta i sanguinosi eventi che seguirono la fine della seconda guerra mondiale

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Che cosa furono i massacri delle foibe

Luciano Garibaldi

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Esattamente dodici anni fa, nel 2005, gli italiani furono chiamati per la prima volta a celebrare il «Giorno del Ricordo», in memoria dei quasi ventimila nostri fratelli torturati, assassinati e gettati nelle foibe (le fenditure carsiche usate come discariche) dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della seconda guerra mondiale.

La memoria delle vittime delle foibe e degli italiani costretti all’esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è un tema che ancora divide. Eppure quelle persone meritano, esigono di essere ricordate. Per questo motivo proviamo a ricostruire quegli eventi drammatici,  e a capire come mai questa tragedia è stata confinata nel regno dell’oblio per quasi sessant’anni. Ma andiamo con ordine.

Foibe, 10 cose da sapere

LA FINE DELLA GUERRA. 

Nel 1943, dopo tre anni di guerra, le cose si erano messe male per l’Italia. Il regime fascista di Mussolini aveva decretato il proprio fallimento con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Ne erano seguiti lo scioglimento del Partito fascista, la resa dell’8 settembre, lo sfaldamento delle nostre Forze Armate.

Nei Balcani, e particolarmente in Croazia e Slovenia, le due regioni balcaniche confinanti con l’Italia, il crollo dell’esercito italiano aveva fatalmente coinvolto le due capitali, Zagabria (Croazia) e Lubiana (Slovenia). Dove si trovano le principali foibe utilizzate per i massacri. Nella sola Istria si trovano più di 1.700 cavità carsiche, non tutte peraltro sono state usate per scaraventarvi, spesso ancora vivi, i prigionieri torturati e sommariamente processati da parte delle milizie facenti capo a Tito.

LA VENDETTA DI TITO.

Qui avevano avuto il sopravvento le forze politiche comuniste guidate da Josip Broz, nome di battaglia «Tito», che avevano finalmente sconfitto i famigerati “ustascia” (i fascisti croati agli ordini del dittatore Ante Pavelic che si erano macchiati di crimini), e i non meno odiati “domobranzi”, che non erano fascisti, ma semplicemente ragazzi di leva sloveni, chiamati alle armi da Lubiana a partire dal 1940, allorché la Slovenia era stata incorporata nell’Italia divenendone una provincia autonoma.

La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali.

Con il crollo del regime – siamo ancora alla fine del 1943 – i fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone. Le prime vittime di una lunga scia di sangue. Dal 1918 al 1943 la Venezia Giulia e la Dalmazia furono amministrativamente italiane, ma oltre la metà della loro popolazione era composta da sloveni e croati. Durante il fascismo l’italianizzazione venne perseguita seguendo, nelle intenzioni, il modello francese (attraverso una serie di provvedimenti come l’italianizzazione della toponomastica, dei nomi propri e la chiusura di scuole bilingui); nei fatti, il modello fascista. La repressione divenne più crudele durante la guerra, quando ai pestaggi si sostituirono le deportazioni nei campi di concentramento nazisti e le fucilazioni dei partigiani jugoslavi.

Tito e i suoi uomini, fedelissimi di Mosca, infatti, iniziarono la loro battaglia di (ri)conquista di Slovenia e Croazia – di fatto annesse al Terzo Reich – senza fare mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria (dove c’erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all’Isonzo.

IL FRENO DEI NAZISTI. 

Fino alla fine di aprile del 1945 i partigiani jugoslavi erano stati tenuti a freno dai tedeschi che avevano dominato Serbia, Croazia e Slovenia con il pugno di ferro dei loro ben noti sistemi (stragi, rappresaglie dieci a uno, paesi incendiati e distrutti). Ma con il crollo del Terzo Reich nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, irreggimentati nel IX Korpus, e la loro polizia segreta, l’OZNA (Odeljenje za Zaštitu NAroda, Dipartimento per la Sicurezza del Popolo). L’obiettivo era l’occupazione dei territori italiani.

Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò l’Istria (fino ad allora territorio italiano, e dal ’43 della Repubblica Sociale Italiana) e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della prima guerra mondiale, erano stati negati alla Jugoslavia.

LA LIBERAZIONE DEGLI ALLEATI. 

Non aveva fatto i conti, però, con le truppe alleate che avanzavano dal Sud della nostra penisola, dopo avere superato la Linea Gotica. La prima formazione alleata a liberare Venezia e poi Trieste fu la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l’eroe della battaglia di Cassino, appartenente all’Ottava Armata britannica. Fu una vera e propria gara di velocità. Gli jugoslavi si imadronirono di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste.

Schema di una foiba

Infatti, la Divisione Neozelandese del generale Freyberg entrò nei sobborghi occidentali di Trieste nel tardo pomeriggio del 1° maggio 1945, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero il 2, impedendo in tal modo a Tito di sostenere di aver «preso» Trieste.

La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari della Russia del periodo 1917-1919.

I NUMERI DELLE VITTIME. 

Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila.

Fin dal dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi».

In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani – nel periodo tra il 1943 e il 1947 – furono almeno 20mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila.

COME SI MORIVA NELLE FOIBE. 

Recupero di resti umani dalla foiba di Vines, località Faraguni, presso Albona d’Istria.

I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Soltanto nella zona triestina, tremila sventurati furono gettati nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe del Carso. Uno dei principali monumenti alle vittime si trova a Basovizza, alle porte di Trieste. Qui è stata trovata una foiba che in realtà era il pozzo di una miniera di carbone che, scavata nella roccia agli inizi del novecento, fu poi abbandonata. Vi sono state gettate almeno 2.500 persone nei 45 giorni dal 1 maggio al 15 giugno 1945.

 

IL DRAMMA DI FIUME E IL DESTINO DELL’ISTRIA. 

Il trattato di pace a Parigi segna la fine della Seconda guerra mondiale. L’Italia, pur sconfitta, ottiene un trattamento di rispetto anche grazie all’intervento di Alcide De Gasperi.

A Fiume, l’orrore fu tale che la città si spopolò. Interi nuclei familiari raggiunsero l’Italia ben prima che si concludessero le vicende della Conferenza della pace di Parigi (1947), alla quale – come dichiarò Churchill – erano legate le sorti dell’Istria e della Venezia Giulia. Fu una fuga di massa. Entro la fine del 1946, 20.000 persone avevano lasciato la città, abbandonando case, averi, terreni.

LA CONFERENZA DI PACE DI PARIGI. 

Alla fine del 1946 la questione italo-jugoslava era divenuta per molti un peso che intralciava la soluzione di altre e ancora più importanti questioni: gli Alleati volevano trovare una soluzione per Vienna e Berlino; l’Unione Sovietica doveva sistemare la divisione della Germania. L’Italia era alle prese con la gestione della transizione tra monarchia e repubblica. In sostanza bisognava determinare dove sarebbe passato il confine tra Italia e Jugoslavia.

Gli Stati Uniti, favorevoli all’Italia, proposero una linea che lasciava al nostro Paese gran parte dell’Istria. I sovietici, favorevoli ai comunisti di Tito, proposero un confine che lasciava Trieste e parte di Gorizia alla Jugoslavia. La Francia propose una via di mezzo, molto vicina all’attuale confine, che sembrava anche l’opzione più realistica, non perché rispettava le divisioni linguistiche, ma perché seguiva il confine effettivamente occupato dagli eserciti nei mesi precedenti.

Giovane esule italiana in fuga trasporta, insieme ai propri effetti personali, un tricolore.

Il dramma delle terre italiane dell’Est si concluse con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Alla fine, alla conferenza di Parigi venne deciso che per il confine si sarebbe seguita la linea francese: l’Italia consegnò alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana rinunciando per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all’Istria e a parte della provincia di Gorizia.

L’ESODO. Il trattato di pace di Parigi di fatto regalò alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l’accordo che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma.

Questo causò due ingiustizie. Prima di tutto l’esodo forzato delle popolazioni italiane istriane e giuliane che fuggivano a decine di migliaia, abbandonando le loro case e ammassando sui carri trainati dai cavalli le poche masserizie che potevano portare con sé. E, in seguito, il mancato risarcimento.

La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo cercando una nuova patria: chi in Sud America, chi in Australia, chi in Canada, chi negli Stati Uniti. Tanti riuscirono a sistemarsi faticosamente in Italia, nonostante gli ostacoli dei ministri del partito comunista che – favorevoli alla Jugoslavia – minimizzarono la portata della diaspora.

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Saviano, filosofo ossessionato dai simboli fascisti

Alfonso Cipolla

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L’architettura fascista – piaccia o no – ha un suo posto nella storia, apprezzato non soltanto da chi si intende di architettura, tranne da chi è reso cieco da un’ossessione ideologica.

Ed ecco spuntare, tra coloro che vedono la realtà (e la storpiano) usando lenti deformanti, i saviano e le boldrini di turno a criticare e chiedere perfino l’abbattimento dei palazzi “fascisti” perchè frutto del “male assoluto”.

Come se il fascismo sia stato tutto un male e non abbia fatto anche cose buone: innegabili da chi ha un pizzico di buon senso e comprende la storia. Non ce ne voglia il presidente Mattarella, il quale per fortuna non è uno storico e quindi può parlare solo a titolo personale e di conseguenza non può pretendere di parlare ex cathedra nè a nome di tutti noi.

Il fascismo e, quindi Mussolini, fece cose abominevoli da condannare senza alcun dubbio o pietà, come le leggi razziali e la limitazione della libertà quando divenne dittatura, ma anche cose buone. Tra le più importanti e storiche, non dimentichi il nostro caro Presidente, ci fu la lotta alla mafia, molti rapppresentanti della quale fuggirono in America sotto l’incalzare del prefetto Mori voluto da Benito Mussolini.

La lotta alla mafia ebbe risultati migliori di quella fatta nel secolo scorso dalla democrazia – anche cristiana – quando la mafia fece strage di giudici eroi e onesti politici, tra i quali il fratello dello stesso Mattarella.

Di cose buone il fascismo ne fece tante, di cattive altrettante; dalla storia vanno giudicati con distacco i fatti, senza piegarli all’ottica partitica o alle mode del momento. Con tale metodo/metro andrebbero giudicati altri due regimi dittatoriali del secolo scorso: il nazismo e il comunismo che mieterono milioni e milioni di vittime, a differenza del fascismo.

La lunga premessa serve a passare ai giorni nostri per interessarci di Saviano, novello don Chisciotte  in lotta contro i simboli fascisti definiti un momento buio della nostra storia da dimenticare. Ad esempio cita il colossale edificio dell’Eur, un complesso urbanistico e architettonico progettato negli anni trenta del XX secolo per la costruzione della sede dell’Esposizione Universale di Roma.

Piazzale Ferruccio Parri, nel cuore dell’Eur, dove si sono tenute le prime selezioni del programma televisivo X Factor.

“Pensando all’Eur – scrive su L’Espresso – ho spesso riflettuto su cosa significasse vivere in un quartiere di monoliti bianchi e giganteschi. L’uomo che cammina tra quelle strade è un uomo piccolo, schiacciato, che può fare la differenza solo se si unisce ad altri uomini, solo se crea un fascio”.

Quindi per Saviano l’architettura non dovrebbe essere ardita e maestosa ma a misura d’uomo (palazzi inferiori ai 2 metri?). Con questo suo criterio dovremmo cancellare dalla Storia, oltre l’Eur, anche la Torre di Babele, le Piramidi e i Grattacieli…

E sempre secondo il filosofo, l’uomo dovrebbe starsene anche lontano dal pericoloso fascio come se non fosse sempre vero e incontrovertibile che l’unione faccia la forza: il filosofo solitario dimentica che l’uomo è un essere sociale, non un eremita.

Saviano, sempre più calato nel ruolo di maestro di vita, chiude il suo scritto con una visione apocalittica: “L’architettura fascista genera un forte senso di impotenza, quindi alla prepotenza dell’apparato statale corrispondeva in modo eguale e contrario l’impotenza del singolo uomo”.

Berlino piazza antistante il Teatro dell’Opera, 10 maggio 1933: i nazisti bruciano migliaia di libri

Ma è proprio sicuro il filosofo che fosse senso d’impotenza la sensazione che coglieva l’uomo del passato davanti alle Sette Meraviglie del Mondo? Il civis romanus (sum) si sentiva piccolo piccolo quando sostava davanti i Palazzi di Roma Antica e beveva l’acqua portata dagli imponenti acquedotti?

E’ davvero sicuro il filosofante che l’uomo comune generalmente si senta “impotente” nel guardare i capolavori architettonici progettati e realizzati dai geniali architetti di ieri e di oggi?

Forse la Scuola – per certuni – non è stata Magistra vitae.

Così ragionando, boldrinamente e savianamente, si potrebbe finire col distruggere i Palazzi fascisti ma forse anche con il mettere all’indice (o bruciare?) alcune opere letterarie sol perché ebbero la (s)fortuna di nascere, crescere e prosperare nel Ventennio…

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