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Archive for the ‘Storia’ Category

I massacri delle foibe e l’esodo dalmata-giuliano sono una pagina di Storia che per molti anni l’Italia ha voluto dimenticare. Uno storico e giornalista, racconta i sanguinosi eventi che seguirono la fine della seconda guerra mondiale

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Che cosa furono i massacri delle foibe

Luciano Garibaldi

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Esattamente dodici anni fa, nel 2005, gli italiani furono chiamati per la prima volta a celebrare il «Giorno del Ricordo», in memoria dei quasi ventimila nostri fratelli torturati, assassinati e gettati nelle foibe (le fenditure carsiche usate come discariche) dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della seconda guerra mondiale.

La memoria delle vittime delle foibe e degli italiani costretti all’esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è un tema che ancora divide. Eppure quelle persone meritano, esigono di essere ricordate. Per questo motivo proviamo a ricostruire quegli eventi drammatici,  e a capire come mai questa tragedia è stata confinata nel regno dell’oblio per quasi sessant’anni. Ma andiamo con ordine.

Foibe, 10 cose da sapere

LA FINE DELLA GUERRA. 

Nel 1943, dopo tre anni di guerra, le cose si erano messe male per l’Italia. Il regime fascista di Mussolini aveva decretato il proprio fallimento con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Ne erano seguiti lo scioglimento del Partito fascista, la resa dell’8 settembre, lo sfaldamento delle nostre Forze Armate.

Nei Balcani, e particolarmente in Croazia e Slovenia, le due regioni balcaniche confinanti con l’Italia, il crollo dell’esercito italiano aveva fatalmente coinvolto le due capitali, Zagabria (Croazia) e Lubiana (Slovenia). Dove si trovano le principali foibe utilizzate per i massacri. Nella sola Istria si trovano più di 1.700 cavità carsiche, non tutte peraltro sono state usate per scaraventarvi, spesso ancora vivi, i prigionieri torturati e sommariamente processati da parte delle milizie facenti capo a Tito.

LA VENDETTA DI TITO.

Qui avevano avuto il sopravvento le forze politiche comuniste guidate da Josip Broz, nome di battaglia «Tito», che avevano finalmente sconfitto i famigerati “ustascia” (i fascisti croati agli ordini del dittatore Ante Pavelic che si erano macchiati di crimini), e i non meno odiati “domobranzi”, che non erano fascisti, ma semplicemente ragazzi di leva sloveni, chiamati alle armi da Lubiana a partire dal 1940, allorché la Slovenia era stata incorporata nell’Italia divenendone una provincia autonoma.

La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali.

Con il crollo del regime – siamo ancora alla fine del 1943 – i fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone. Le prime vittime di una lunga scia di sangue. Dal 1918 al 1943 la Venezia Giulia e la Dalmazia furono amministrativamente italiane, ma oltre la metà della loro popolazione era composta da sloveni e croati. Durante il fascismo l’italianizzazione venne perseguita seguendo, nelle intenzioni, il modello francese (attraverso una serie di provvedimenti come l’italianizzazione della toponomastica, dei nomi propri e la chiusura di scuole bilingui); nei fatti, il modello fascista. La repressione divenne più crudele durante la guerra, quando ai pestaggi si sostituirono le deportazioni nei campi di concentramento nazisti e le fucilazioni dei partigiani jugoslavi.

Tito e i suoi uomini, fedelissimi di Mosca, infatti, iniziarono la loro battaglia di (ri)conquista di Slovenia e Croazia – di fatto annesse al Terzo Reich – senza fare mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria (dove c’erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all’Isonzo.

IL FRENO DEI NAZISTI. 

Fino alla fine di aprile del 1945 i partigiani jugoslavi erano stati tenuti a freno dai tedeschi che avevano dominato Serbia, Croazia e Slovenia con il pugno di ferro dei loro ben noti sistemi (stragi, rappresaglie dieci a uno, paesi incendiati e distrutti). Ma con il crollo del Terzo Reich nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, irreggimentati nel IX Korpus, e la loro polizia segreta, l’OZNA (Odeljenje za Zaštitu NAroda, Dipartimento per la Sicurezza del Popolo). L’obiettivo era l’occupazione dei territori italiani.

Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò l’Istria (fino ad allora territorio italiano, e dal ’43 della Repubblica Sociale Italiana) e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della prima guerra mondiale, erano stati negati alla Jugoslavia.

LA LIBERAZIONE DEGLI ALLEATI. 

Non aveva fatto i conti, però, con le truppe alleate che avanzavano dal Sud della nostra penisola, dopo avere superato la Linea Gotica. La prima formazione alleata a liberare Venezia e poi Trieste fu la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l’eroe della battaglia di Cassino, appartenente all’Ottava Armata britannica. Fu una vera e propria gara di velocità. Gli jugoslavi si imadronirono di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste.

Schema di una foiba

Infatti, la Divisione Neozelandese del generale Freyberg entrò nei sobborghi occidentali di Trieste nel tardo pomeriggio del 1° maggio 1945, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero il 2, impedendo in tal modo a Tito di sostenere di aver «preso» Trieste.

La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari della Russia del periodo 1917-1919.

I NUMERI DELLE VITTIME. 

Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila.

Fin dal dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi».

In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani – nel periodo tra il 1943 e il 1947 – furono almeno 20mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila.

COME SI MORIVA NELLE FOIBE. 

Recupero di resti umani dalla foiba di Vines, località Faraguni, presso Albona d’Istria.

I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Soltanto nella zona triestina, tremila sventurati furono gettati nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe del Carso. Uno dei principali monumenti alle vittime si trova a Basovizza, alle porte di Trieste. Qui è stata trovata una foiba che in realtà era il pozzo di una miniera di carbone che, scavata nella roccia agli inizi del novecento, fu poi abbandonata. Vi sono state gettate almeno 2.500 persone nei 45 giorni dal 1 maggio al 15 giugno 1945.

 

IL DRAMMA DI FIUME E IL DESTINO DELL’ISTRIA. 

Il trattato di pace a Parigi segna la fine della Seconda guerra mondiale. L’Italia, pur sconfitta, ottiene un trattamento di rispetto anche grazie all’intervento di Alcide De Gasperi.

A Fiume, l’orrore fu tale che la città si spopolò. Interi nuclei familiari raggiunsero l’Italia ben prima che si concludessero le vicende della Conferenza della pace di Parigi (1947), alla quale – come dichiarò Churchill – erano legate le sorti dell’Istria e della Venezia Giulia. Fu una fuga di massa. Entro la fine del 1946, 20.000 persone avevano lasciato la città, abbandonando case, averi, terreni.

LA CONFERENZA DI PACE DI PARIGI. 

Alla fine del 1946 la questione italo-jugoslava era divenuta per molti un peso che intralciava la soluzione di altre e ancora più importanti questioni: gli Alleati volevano trovare una soluzione per Vienna e Berlino; l’Unione Sovietica doveva sistemare la divisione della Germania. L’Italia era alle prese con la gestione della transizione tra monarchia e repubblica. In sostanza bisognava determinare dove sarebbe passato il confine tra Italia e Jugoslavia.

Gli Stati Uniti, favorevoli all’Italia, proposero una linea che lasciava al nostro Paese gran parte dell’Istria. I sovietici, favorevoli ai comunisti di Tito, proposero un confine che lasciava Trieste e parte di Gorizia alla Jugoslavia. La Francia propose una via di mezzo, molto vicina all’attuale confine, che sembrava anche l’opzione più realistica, non perché rispettava le divisioni linguistiche, ma perché seguiva il confine effettivamente occupato dagli eserciti nei mesi precedenti.

Giovane esule italiana in fuga trasporta, insieme ai propri effetti personali, un tricolore.

Il dramma delle terre italiane dell’Est si concluse con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Alla fine, alla conferenza di Parigi venne deciso che per il confine si sarebbe seguita la linea francese: l’Italia consegnò alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana rinunciando per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all’Istria e a parte della provincia di Gorizia.

L’ESODO. Il trattato di pace di Parigi di fatto regalò alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l’accordo che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma.

Questo causò due ingiustizie. Prima di tutto l’esodo forzato delle popolazioni italiane istriane e giuliane che fuggivano a decine di migliaia, abbandonando le loro case e ammassando sui carri trainati dai cavalli le poche masserizie che potevano portare con sé. E, in seguito, il mancato risarcimento.

La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo cercando una nuova patria: chi in Sud America, chi in Australia, chi in Canada, chi negli Stati Uniti. Tanti riuscirono a sistemarsi faticosamente in Italia, nonostante gli ostacoli dei ministri del partito comunista che – favorevoli alla Jugoslavia – minimizzarono la portata della diaspora.

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Saviano, filosofo ossessionato dai simboli fascisti

Alfonso Cipolla

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L’architettura fascista – piaccia o no – ha un suo posto nella storia, apprezzato non soltanto da chi si intende di architettura, tranne da chi è reso cieco da un’ossessione ideologica.

Ed ecco spuntare, tra coloro che vedono la realtà (e la storpiano) usando lenti deformanti, i saviano e le boldrini di turno a criticare e chiedere perfino l’abbattimento dei palazzi “fascisti” perchè frutto del “male assoluto”.

Come se il fascismo sia stato tutto un male e non abbia fatto anche cose buone: innegabili da chi ha un pizzico di buon senso e comprende la storia. Non ce ne voglia il presidente Mattarella, il quale per fortuna non è uno storico e quindi può parlare solo a titolo personale e di conseguenza non può pretendere di parlare ex cathedra nè a nome di tutti noi.

Il fascismo e, quindi Mussolini, fece cose abominevoli da condannare senza alcun dubbio o pietà, come le leggi razziali e la limitazione della libertà quando divenne dittatura, ma anche cose buone. Tra le più importanti e storiche, non dimentichi il nostro caro Presidente, ci fu la lotta alla mafia, molti rapppresentanti della quale fuggirono in America sotto l’incalzare del prefetto Mori voluto da Benito Mussolini.

La lotta alla mafia ebbe risultati migliori di quella fatta nel secolo scorso dalla democrazia – anche cristiana – quando la mafia fece strage di giudici eroi e onesti politici, tra i quali il fratello dello stesso Mattarella.

Di cose buone il fascismo ne fece tante, di cattive altrettante; dalla storia vanno giudicati con distacco i fatti, senza piegarli all’ottica partitica o alle mode del momento. Con tale metodo/metro andrebbero giudicati altri due regimi dittatoriali del secolo scorso: il nazismo e il comunismo che mieterono milioni e milioni di vittime, a differenza del fascismo.

La lunga premessa serve a passare ai giorni nostri per interessarci di Saviano, novello don Chisciotte  in lotta contro i simboli fascisti definiti un momento buio della nostra storia da dimenticare. Ad esempio cita il colossale edificio dell’Eur, un complesso urbanistico e architettonico progettato negli anni trenta del XX secolo per la costruzione della sede dell’Esposizione Universale di Roma.

Piazzale Ferruccio Parri, nel cuore dell’Eur, dove si sono tenute le prime selezioni del programma televisivo X Factor.

“Pensando all’Eur – scrive su L’Espresso – ho spesso riflettuto su cosa significasse vivere in un quartiere di monoliti bianchi e giganteschi. L’uomo che cammina tra quelle strade è un uomo piccolo, schiacciato, che può fare la differenza solo se si unisce ad altri uomini, solo se crea un fascio”.

Quindi per Saviano l’architettura non dovrebbe essere ardita e maestosa ma a misura d’uomo (palazzi inferiori ai 2 metri?). Con questo suo criterio dovremmo cancellare dalla Storia, oltre l’Eur, anche la Torre di Babele, le Piramidi e i Grattacieli…

E sempre secondo il filosofo, l’uomo dovrebbe starsene anche lontano dal pericoloso fascio come se non fosse sempre vero e incontrovertibile che l’unione faccia la forza: il filosofo solitario dimentica che l’uomo è un essere sociale, non un eremita.

Saviano, sempre più calato nel ruolo di maestro di vita, chiude il suo scritto con una visione apocalittica: “L’architettura fascista genera un forte senso di impotenza, quindi alla prepotenza dell’apparato statale corrispondeva in modo eguale e contrario l’impotenza del singolo uomo”.

Berlino piazza antistante il Teatro dell’Opera, 10 maggio 1933: i nazisti bruciano migliaia di libri

Ma è proprio sicuro il filosofo che fosse senso d’impotenza la sensazione che coglieva l’uomo del passato davanti alle Sette Meraviglie del Mondo? Il civis romanus (sum) si sentiva piccolo piccolo quando sostava davanti i Palazzi di Roma Antica e beveva l’acqua portata dagli imponenti acquedotti?

E’ davvero sicuro il filosofante che l’uomo comune generalmente si senta “impotente” nel guardare i capolavori architettonici progettati e realizzati dai geniali architetti di ieri e di oggi?

Forse la Scuola – per certuni – non è stata Magistra vitae.

Così ragionando, boldrinamente e savianamente, si potrebbe finire col distruggere i Palazzi fascisti ma forse anche con il mettere all’indice (o bruciare?) alcune opere letterarie sol perché ebbero la (s)fortuna di nascere, crescere e prosperare nel Ventennio…

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Fascismo, bonifica, lavoro e architettura: il lato “buono” del Ventennio

di Mario Bernardi Guardi

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Col suo consueto stile plumbeo-retorico il presidente Mattarella ha celebrato la Giornata della Memoria. E ha ricordato l’ infamia delle leggi razziali. Parliamone. Guai a dimenticare.
E allora, nel momento in cui il Fascismo viene inchiodato alle sue responsabilità storiche – ideologiche, la coscienza nazionale e l’ onestà intellettuale impongono che, anche quel passato, soprattutto quel passato, e proprio nello spirito di una Costituzione “liberale”, venga raccontato “tutto”.
Il che, ad esempio, significa che nel parlare del fascismo “repubblichino”, indubbiamente alleato dei nazisti debba ricordare il pensatore che ad esso consacrò fedeltà, vita e opere. E cioè Giovanni Gentile.
Il quale, fascista fino all’ ultimo, non solo aveva aperto l’ Enciclopedia Italiana anche a collaboratori non fascisti (il che è un bell’ esempio di spirito “democratico”, no?), ma, in seguito, non aveva mai ceduto agli incanti delle sirene razziste.
Tanto è vero che, nel 1939, quando tanti intellettuali facevano la fila per essere accreditati come antisemiti ( tra gli altri, Guido Piovene e Giorgio Bocca), aiutò un suo allievo “normalista”, lo storico della filosofia Paul Oskar Kristeller, ebreo-tedesco, ad espatriare negli Stati Uniti.

CatturaPerché parlando dei milioni di italiani, intellettuali in testa, che da un giorno all’ altro si scoprirono fieri nemici degli ebrei (lo ha ricordato spesso, lo scrittore fascio-comunista Antonio Pennacchi), non si ricorda che un italiano d’ eccezione, fascista duro e puro destinato a cadere nel 1944 sotto il piombo comunista, fu coerente con la sua immagine della libertà e della dignità a trecentosessanta gradi, proteggendo un ebreo (che mai dimenticò il suo Maestro)?

E perché non si ha ancora il coraggio, fermo restando che non ci piove sul fatto che questa repubblica nasce dalla lotta antifascista e dalla Resistenza, di storicizzare il Ventennio? Oddìo, i migliori storici, a partire dal De Felice, lo han fatto, ma i migliori politici, ci hanno provato? Hanno mai provato a raccontare il Fascismo per quello che fu?

Certo, quando si parla di bonifica delle Paludi Pontine, anche il più fanatico fan della Boldrini, riconosce che qualcosa di buono il truce Duce fece; e pare anche che la mafia abbia provato a combatterla, che abbia varato una politica sociale di tutto rispetto, che anche nel campo della cultura possa rivendicare non pochi meriti (Enciclopedia, Accademia d’ Italia ecc.), che abbia mobilitato centinaia di intellettuali attraverso riviste, organizzazioni di partito, manifestazioni pubbliche ecc., che si sia sforzato di proporre nuovi linguaggi artistici: sono fascisti Sgarbi e Fuksas quando dicono che l’ architettura del Ventennio non poi così schifo?

E l’ Eur, nel patrimonio nazionale, vale qualcosa o no?.

Le colonie estive come luogo ricreativo per i bambini di umile stato sociale. Diffuse le colonie marine, montane, ma anche quelle campestri e fluviali come progetto nazionale di qualificazione ricreativa dell’infanzia.

E che, prima ancora di cercare per l’ Italia proletaria un posto al sole in Etiopia, abbia trovato tanti posticini al sole per i figli dei contadini e degli operai, che per la prima volta, grazie alle cosiddette “colonie”, vedevano il mare. Di cose buone da raccontare, insomma, ce ne sono. E senza fare apologia. L’ ha detto anche Matteo Salvini, in risposta a Mattarella.

E a proposito di apologia e di memoria, ci sia consentito di ricordare un paio di cose di prima mano. Noi, abbiamo conosciuto tre “apologeti”.

Uno si chiamava Armando Saitta ed era uno storico comunista, docente all’ Università di Pisa.

 

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Giornata della memoria 2018, frasi e aforismi per non dimenticare

Quotidiano.net

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E’ la Giornata della memoria. Una data ricordata in tutto il mondo proprio il 27 gennaio perché in quel giorno, nel 1945, le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Per non dimenticare, ripercorriamo le frasi di alcuni ‘grandi’, che ci aiutano a tener vivo il ricordo dell’orrore.

Impossibile prescindere da Primo Levi, e in particolare dai versi della poesia  ‘Shemà’ (ovvero ‘Ascolta’) che apre il romanzo “Se questo è un uomo”.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi”.

Primo Levi scriveva anche:
“L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria”.

D’impatto anche due frasi dai campi di concentramento. La prima è incisa in trenta lingue su un monumento di Dachau, la seconda è apparsa su un muro di Auschwitz, scritta da un internato:
“Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”.
“Se Dio esiste, dovrà chiedermi scusa”.

Scegliamo due frasi anche dal magnifico “La banalità del male” di Hannah Arendt:
“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”.

“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale”.

 

Sul tema dell’indifferenza insiste molto Elisa Springer, che è  stata una scrittrice austriaca naturalizzata italiana, di origine ebraica, superstite dell’Olocausto:
“Lo strazio più grande, in questi cinquant’anni, è stato quello di dover subire l’indifferenza e la vigliaccheria di coloro che, ancora adesso, negano l’evidenza dello sterminio”.

E poi c’è Simon Wiesenthal, il ‘cacciatore di Nazisti’. Morto nel 2005, era ingegnere e scrittore austriaco di origine ebraica, superstite dell’Olocausto, e dedicò gran parte della sua vita a raccogliere informazioni sui nazisti in latitanza per poterli rintracciare e sottoporre a processo.
“Chiunque contesti l’esistenza delle camere a gas di Auschwitz è sempre o un vecchio nazista o un neonazista”. 

Infine Liliana Segre, da pochi giorni senatrice a vita, nel suo “Sopravvissuta ad Auschwitz” scrive:
“Lo racconto sempre ai ragazzi perchè devono sapere, e quando si passa in una stazione qualsiasi e si vedono i vitelli o i maiali portati al mattatoio, penso sempre che io sono stata uno di quei vitelli, uno di quei maiali. Vivevamo immersi nella zona grigia dell’indifferenza. L’ho sofferta, l’indifferenza. Li ho visti, quelli che voltavano la faccia dall’altra parte. Anche oggi ci sono persone che preferiscono non guardare”. “Più di 6000 ebrei italiani furono deportati ad Auschwitz. Siamo tornati in 363”.

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