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Archive for the ‘Storie di Milocca/Milena’ Category

C’era una volta a Robba Ranni il Museo della Civiltà Contadina…

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Per problemi alla struttura dell’edificio che ospita il prezioso Museo, dove sono raccolti tantissimi reperti della nostra storia contadina, i preziosi beni che conteneva sono stati trasferiti nell’inutilizzata scuola elementare San Giovanni Bosco.

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La domanda è: “Sarà solo temporaneamente oppure definitivamente?”. Di certo c’è solo il fatto che non si notano lavori di restauro.

La Pro Loco di Milena che gestisce il Museo della Civiltà Contadina è molto preoccupata per le ripercussioni per l’abbandono del posto suggestivo in cui il museo era collocato, che rappresenta di per sé stesso un’attrazione turistica in quanto testimonianza delle antiche Robbe,

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Come altrettanto suggestivo è Arco Provenzano che si attraversa per raggiungere il Museo. L’antica “Robba Ranni” non può essere privata di una delle poche attrattive turistiche.

Anche Perché Masaniello s’inserisce bene nel percorso della visita dell’antica Milena trovandosi sulla strada che porta a Masaniello e alle Tombe Micenee al Villaggio Neolitico del Monte Campanella, beni che meritano non di essere abbandonati ma valorizzati per attrarre il mondo culturale e turistico.

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Il Prefetto in visita a Robba Magaro

Tommaso Palumbo

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125518887_464252297879831_2142034225615826901_nRingrazio l’amico Pasquale Giuseppe Palumbo per avere pubblicato questa foto scattata, come recita la didascalia, a Robba Magaro (villaggio Montehrappa) negli anni ’90.

É una foto eccezionale e per certi versi storica: è un fotogramma della visita ufficiale del Prefetto di Caltanissetta fatta a Milena su invito del sindaco di allora Carmelo Mantione.

Un momento particolarmente significativo di questa presenza prefettizia a Milena é stato quando gli ospiti sono stati accompagnati in questa robba, scelta per le sue caratteristiche topografiche, per essere ancora testimone vivente di un mondo, di una civiltà, di consuetidini ancestrali che nel resto del paese se non erano scomparse di sicuro erano al crepuscolo.

Quella visita, fortemente voluta dal Sindaco Mantione, voleva essere un incoraggiamento ad andare avanti a quanti sostenevamo la necessità del recupero urbano e integrale di almeno una robba del nostro paese.

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L’attenzione, allora,si concentrò su questo nucleo abitato ancora integro. Agli ospiti le donne del luogo prepararono prelibatezze squisite e raffinate come “lu pani di casa”, la ricotta, etc. Cibi che appartenevano a quella civiltà contadina, tipicamente milocchese, onore e vanto della Milena di allora.

Con amarezza constato che di tutta quella frenesia e voglia di fare é rimasto solo il ricordo. Un ricordo dolente perché molte delle persone che si vedono nella foto non ci sono più.

Un ricordo struggente perché il degrado ambientale, l’abbando quasi totale da parte degli abitanti, hanno cancellato definitavente ogni forma di vita : ne abbiamo fatto un deserto e lo abbiamo chiamato pace!

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musumeci-1280x720Ben 620 cittadini si sono rivolti con fiducia al Presidente della Regione per la sistemazione della SP 151 diventata impercorribile con grave danno per gli agricoltori e la fruizione della zona archeologica.

La loro richiesta è stata accolta.

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Giornale “La Sicilia” di oggi 2 novembre 2021

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Maria Carmela Ferlisi – Angela Falcone – Maria Giulia Provenzano – Alfonso Cipolla

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I Consiglieri di “Milena Domani” hanno inviato una nota urgente al Sindaco perché faccia rimuovere i pannelli solari sulle fontane/abbeveratoi del secolo scorso e chiede l’intervento della Sopraintendenza ai beni culturali e ambientali di Caltanissetta e il parere dell’Assessorato regionale ai Beni Culturali e all’Identità siciliana.

Milena, 17/10/2021

Oggetto: “Nota urgente sul restauro in corso degli abbeveratoi di Milena”

Signor Sindaco,

sono stati collocati dei pannelli solari su due degli abbeveratoi per i quali sono in corso interventi di restauro. In data odierna, alcuni cittadini ci hanno segnalato, meravigliati, questa anomalia che contrasta fortemente già a prima vista con gli antichi manufatti.

A nostro avviso i moderni pannelli così come sono stati collocati rappresentano una deturpazione delle storiche fontane pubbliche/abbeveratoi comunali. A nostro parere non è possibile collocarli sopra senza alterarne irrimediabilmente il significato storico e costruttivo, come bene si evince dalle foto allegate.

Noi sottoscritti consiglieri comunali del Gruppo “Milena Domani” chiediamo un suo immediato intervento perché sospenda i lavori e disponga la rimozione dei pannelli solari che, se necessari, potrebbero in seguito essere spostati in un altro punto di minore impatto visivo ambientale.

Chiediamo anche che, nel frattempo, invii tutta la progettazione relativa al restauro delle fontane/abbeveratoi di Milena alla Sopraintendenza ai Beni Culturali e Ambientali della provincia di Caltanissetta perché possa esprimere il proprio parere al fine di evitare la deturpazioni delle fontane-abbeveratoi che rappresentano un passaggio storico del nostro paese quando a metà del secolo scorso, in assenza di una rete idrica al servizio delle civili abitazioni, furono utilizzati dai cittadini e dagli animali domestici.

Alfonso Cipolla – Angela Falcone – Maria Carmela Ferlisi – Maria Giulia Provenzano

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E’ deceduto ieri a 87 anni il signor Gerlando (Dino) Nalbone.

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Per ricordarlo abbiamo scelto di ripubblicare il ricordo della famiglia Nalbone scritto da Nonna Melina. La  lunga tradizione commerciale della famiglia Nalbone cominciò con Don Cristo’ che venne a stabilirsi a Milena sposando la signora Maria Giuseppa Cipolla…

L’articolo è accompagnato da alcune fotografie che testimoniano la lunga storia della famiglia Nalbone, alla quale vanno le più sentite condoglianze.

La Redazione di Milocca/MilenaLibera

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Cristoforo Nalbone

di Nonna M.

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A destra Crostoforo Nalbone, ai suoi piedi il figlio Gerlando (Dino)

Cristoforo Nalbone in abito scuro. Sulla destra, ai suoi piedi il figlio Gerlando (Dino)

Don Cristo’ è il diminuitivo di Cristoforo e così la gente chiamava il signor Cristoforo Nalbone, un signore di Racalmuto che era emigrato negli Stati Uniti e aveva fatto fortuna.

Tornato in Sicilia aveva aperto un negozio a Palermo assieme al fratello Giuseppe.  A Milocca i due fratelli si fidanzarono con due belle ragazze appartenenti alle famiglie più in vista del paese.  Giuseppe sposò Rosa Palumbo, sorella dell’Arciprete. Cristoforo prese per moglie Maria Giuseppa Cipolla, figlia del proprietario terriero Gerlando.

Don Cristo’ venne ad abitare a Milocca dove aprì un negozio di stoffe, tele e altro ancora, alla fine di via Nazionale nello stesso posto in cui si trova ancora oggi.  Praticava anche la vendita ambulante, caricava la sua giumenta con “le pezze”, rotoli di stoffa e tele varie e girava per tutte le “robbe” del paese; arrivava a vendere fino a Sutera e alla “Samprìa” in quel di Mussomeli e in quei tempi in cui circolava poco denaro, accettava di essere pagato anche con grano e altri cereali.

Maria Giuseppa Cipolla e Cristoforo Nalbone il giorno delle nozze

Maria Giuseppa Cipolla e Cristoforo Nalbone il giorno delle nozze

Mi è rimasto impresso per gli occhiali che teneva nella tasca dei pantaloni, legati ad una cordicella che continuamente tirava fuori per controllare la misura. Misurava con la “mezza canna”, un’asta di 75 centimetri. Alla “misura” richiesta aggiungeva altri pochi centimetri di stoffa: questa era la “carezza” per i suoi clienti.

Come detto prima Don Cristo’ aveva sposato una giovane di buona famiglia: Maria Giuseppa Cipolla, sorella di don Carmelo Cipolla noto in paese come Carmelo “Biffa”. Gli diede i figli: Gesua (Gina), Gioacchino, Gerlando (Dino), Gaetana (Tanina) e Giuseppina.

Purtroppo la moglie morì prematuramente, ma ebbe la fortuna della figlia maggiore che accudì i fratelli nella loro crescita.

A Don Cristo’ subentrò il figlio Gerlando (Dino) che portò avanti il negozio e nel fare pure commercio ambulante, con l’evoluzione dei tempi aveva sostituito la giumenta con una vettura Fiat che si chiamava “giardiniera”.

Oggi gestisono il negozio i suoi figli Maria José e Christian.

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I consiglieri comunali del gruppo consiliare “MIlena Domani”, Alfonso Cipolla, Angela Falcone, Maria Carmela Ferlisi e Maria Giulia Provenzano, parteciperanno oggi alle 19 all’inaugurazione del monumento all’Emigrante in piazza Aix-les-Bains.


Il gruppo scultoreo in marmo ricorderà tutti i milenesi che sono emigrati in cerca di lavoro e un futuro migliore

Gruppo Consiliare “Milena Domani”

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Il gruppo marmoreo, scolpito dall’artista Joseph Tona e donato al Comune di Milena, rappresenta una famiglia composta da una coppia di genitori con due bambibi di sesso diverso.

Da oggi questa scultura costituirà il simbolo della classica Famiglia Emigrante che lasciava il proprio paese natale in cerca di lavoro e di un avvenire migliore.

Così come la famiglia di Joseph Tona che riuscì ad inserirsi bene nella cittadina di Aix-les-Bains. “Peppe” è stato ed è molto disponibile ed ospitale verso tutti ed è stato sempre presente in tutte le iniziative sociali e politiche che hanno portato al Gemellaggio tra Milena ed Aix-les-Bains.

Ci piace immaginare che nella Famiglia Emigrante possano riconoscersi tutti i concittadini che, lasciata Milena, si sono sistemati nelle colonie più numerose di Aix-les-Bains, Asti, e Basilea, ma anche in tutte le città, i paesi del mondo e i vari continenti.

Ed è con questo spirito che i consiglieri di “Milena Domani” annunciano la loro partecipazione all’inaugurazione del Monumento alla Famiglia Emigrante creato da Joseph Tona.

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giovanni cassenti

Giovanni Cassenti

Pubblico un racconto scritto dal cav. Giovanni Cassenti che riguarda una vicenda realmente accaduta nella prima metà del Novecento, dal finale incerto, come si intuisce dal titolo stesso: “Fatto che fu, dubbi che rimasero”.

Giovanni Cassenti (1886-1976) fu un credibile testimone del suo tempo. Profondo conoscitore di uomini e cose, ci ha lasciato molti scritti e poesie che costituiscono un’attendibile ricostruzione  storica di alcuni eventi a cavallo dei due secoli.

“Fatto che fu, dubbi che rimasero” è la storia nient’affatto romanzata delle bande che imperversarono nel nisseno e, in particolare della famiglia milocchese soprannominata “Filuviu” contro la quale, alla stregua de “I Malavoglia” di Verga, si accanì una tragica sorte.

Il fatto l’ebbi anche raccontato da mio nonno con i particolari raccapriccianti dello sterminio delle bandi rivali, che ometto nel rispetto della sua volontà.

Alfonso Cipolla


Fatto che fu, dubbi che rimasero

di Giovanni Cassenti

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Capitolo I

scFu l’ultima domenica di luglio che corse insistente la voce che a Peppi Filuviu era successo una qualcosa brutta. Fu trovato morto ammazzato su una trazzera che porta dal feudo Rabbione a Serradifalco. Erano le nove di mattina e nella vicina Campofranco la gente festeggiava il patrono San Calogero.

La storia di Giuseppe Filuviu s’intreccia con quella della sua famiglia.

Suo padre era un forestiero che verso la fine del 1800 si trasferì a Milocca perché aveva conosciuto e sposato una donna milocchese. Lei casalinga, lui agricoltore si volevano un gran bene e leali nell’affetto, misero al mondo cinque figli, quattro maschi e una femmina.

Stavano bene perché erano proprietari di oltre 5 ettari di terreni e avevano in mezzadria un’altra decina di ettari per cui si vantavano di mangiare del loro pane. Erano buoni con i buoni ma non si facevano posare le mosche sul naso.

Al padre piaceva passare certe serate in compagnia, farsi il bicchierotto in allegria per poi rincasare la sera tardi anche se la mattina lo aspettavano i lavori di campagna. Si portava appresso i figli idonei al lavoro, non esclusa la femmina ché la vita del contadino è dura e lo diventa maggiormente quando le annate male si prestano alla produzione.

betIl vizietto del capofamiglia di farsi il bicchierotto, di chiacchierare nelle bettole e l’atteggiamento spavaldo non sfuggì a qualche spia prezzolata che riportò ai gendarmi le sue parole in libertà. Fu chiamato in caserma, interrogato su alcuni reati commessi nella zona, diffidato e invitato a curare gli affari della campagna e a rinchiudersi nella sua cerchia familiare.

Questo campanello d’allarme per l’onesto agricoltore fu come un fiammifero che col tempo doveva mandare in fiamme tutta la famiglia. Per parecchio tempo tenne a freno la lingua e il vizietto. Quando gli parve che le acque si erano calmate, ritornò a quel bicchiere di vino bevuto in bettola che per lui era la migliore medicina contro la fatica di dodici e più ore di lavoro massacrante.

Ma i nemici erano sempre alle calcagna e portavano in caserma informazioni prezzolate che lo dicevano autore di furti di bestiame così frequenti nel biennio 1924-1925. Mancavano sicure prove ma era sempre tenuto d’occhio e fatto oggetto di perquisizioni, e una volta si vide piombare addosso la squadriglia di Mussomeli.

In una delle tante perquisizioni, dopo aver protestato violentemente, perché brillo, venne arrestato, processato e condannato ad un mese di carcerazione.

Sopra questa famiglia si era aperta una tale frana che ne minacciava le fondamenta. I figli crescevano in questo ambiente, si stringevano al padre e promettevano di rompere la faccia a chi li voleva male.

Capitolo II

sito-2Il figlio Paolo sposò una ragazza di Montedoro e lì volle stabilirsi proprio per cercare un po’ di quiete, quella che non aveva vivendo con suo padre. Ma fu tempo sprecato, al destino non si sfugge, la polizia di Montedoro gli si mise alle costole, E così ora erano due e non una le famiglie Filuviu a essere sorvegliate.

Le forze dell’ordine avevano tanto da fare in quegli anni, i furti erano all’ordine del giorno, così decine di indiziati venivano convocati in caserma, presi a schiaffi, chiusi in camera di sicurezza a patire uno o due giorni a pane ed acqua per poi essere rilasciati con duri avvertimenti.

Nel 1927 a Montedoro venne uccisa una guardia giurata. Paolo Filuviu fu rinchiuso in caserma a patire schiaffi e fame per diversi giorni, si sentì male e chiese di essere visitato. Il medico intervenne con ritardo. Il giovane uscì dalla caserma portato a braccio dai parenti, raggiunse la propria abitazione ma in pochi giorni se ne dipartì lasciando nel lutto, nella disperazione e nella fame la moglie e i due teneri figli.

I parenti di Milocca gli dettero l’ultimo addio al cimitero. Il padre, la madre e i fratelli tornarono a Milocca imprecando contro la malasorte che gli aveva rubato il loro congiunto e rovinato la nuova famiglia.

I Filuviu diventarono più cauti, ostili a dire una parola, rinunciarono ai divertimenti e a comparire in pubblico, si isolarono ma vennero pure isolati, alcuni conoscenti non li trattavano più per paura della polizia, altri perché cominciavano a dubitare di loro. Ma rinchiudersi in famiglia non servì a nulla perché ormai ad ogni furto e danneggiamento si ritrovavano in casa le forze dell’ordine.

Prefetto_di_ferro_01Nel 1928 la delinquenza e gli atti di mafia raggiungono proporzioni allarmanti. Mussolini è costretto a prendere provvedimenti decisivi: arrivano abili commissari e rinforzi, bisogna procedere a retate, arrestare tutti quelli con la fedina penale sporca, addebitargli ogni tipo di reato, salvo poi riuscire a provare la propria innocenza.

La provincia di Caltanissetta non fu risparmiata e gli arresti coinvolsero anche la famiglia Filuviu. Il capofamiglia e il figlio Peppe vengono arrestati, gli furono addebitati alcuni reati e l’associazione a delinquere. Dopo due anni di galera arrivò il verdetto del tribunale: cinque anni per il padre, due per il figlio.

Le cose non migliorarono dopo i cinque anni. La polizia li perseguitava sempre. Quale poteva essere il loro stato d’animo se non quello di ritenersi una nave in avaria, in balia delle onde che un giorno o l’altro sarebbe scomparsa in fondo al mare?

Il padre ultrasettantenne era sfinito dalle avversità e roso dai reumatismi presi in carcere, sempre accorato era costretto a muoversi per le necessità della vita. Peppe confidava la sua rabbia ad amici fidati e si sfogava dicendo che se gli sbirri e le spie non finivano di perseguitarlo da un uomo onesto sarebbe finito per diventare un vero delinquente.

Capitolo III

Nel 1937 fu taglieggiato un vigneto. Arrestano i tre fratelli Flavio. Dopo tre mesi di latitanza però vengono arrestati i veri colpevoli e i tre rientrano a casa più avviliti e arrabbiati di prima. Intanto muore la madre. Il padre secco come uno scheletro va alla deriva. I figli Luigi, Melo, Peppe e Narra reagiscono e sono pronti a lottare per fare cambiare le cose.  Ma la musica non cambiò.

Nel 1939 ci fu un furto di bovini. Ancora una volta furono indiziati i Filuviu che, per fortuna, poterono presentare un alibi di ferro. Per Peppe questo fu il colmo, decise che morto sì sarebbe tornato in caserma, ma vivo mai. Agli amici cominciò a manifestare l’intenzione di darsi alla macchia e diventare uccel di bosco.

Aveva un fisico aitante, sapeva stare in compagnia ma ormai poco gli interessava la vita campata così, i suoi venticinque anni gli sembravano già troppi. Pensò che per troppo tempo era stato pecora e lasciò ancora per poco a Dio la possibilità di vendicarsi delle spie, poi decise di allontanarsi da quel posto maledetto.

Fu dichiarato latitante e quando nel 1940 venne chiamato alle armi e non si presentò. Disertore un motivo in più per cui fu ricercato con più accanimento dai carabinieri. La sua casa venne tenuta sotto controllo e perquisita più volte ma senza risultato. Ogni tanto Peppe di notte andava a trovare i familiari.

Peppe non si era allontanato troppo dal paese. Dolce con gli uomini dolci, amaro con gli amari si era fatto benvolere dai proprietari terrieri del triangolo Milocca – Mussomeli – Serradifalco i quali in cambio dei suoi servizi gli avevano regalato una bella giumenta. Portava con sé il moschetto e una pistola automatica ma anche gli attrezzi agricoli per passare alcune ore nei seminati del padre.

Nel 1943 successo l’Armistizio, molti sbandati si aggiunsero ai disertori. Anche le zone di Crocefia, Cannitello, Raffi, Conigliera, Sampria e Reina dove abitava Peppe furono invase da costoro. Dapprima isolati, si unirono in bande armate.

banNon finivano mai di chiedere vitto e alloggio e rubavano pure bestiame. La loro presenza fu un momento di crisi per i proprietari terrieri e i coloni che li denunziavano ai carabinieri.

Per contrastarli e riprendere il controllo della zona venne rinforzato il nucleo carabinieri di Mussomeli che si misero a dare la caccia a questi banditi. Contemporaneamente aumentarono i pericoli per Peppe e il fratello Paolo che si erano dati alla macchia. I fratelli si trasferirono al feudo della Marchesa e da lì, avvisati da amici, si spostarono al feudo Rabbione girando tra Mussomeli e Serradifalco.

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La minoranza preme sull’acceleratore

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SM3Dopo le sollecitazioni dei consiglieri comunali Alfonso Cipolla, Angela Falcone, Maria Carmela Ferlisi e Maria Giulia Provenzano del gruppo “Milena Domani”, il sindaco Claudio Cipolla ha fatto recintare SAN MARTINO.

Un traguardo minimo ma indispensabile. Con questo semplice atto si evita che qualcuno, entrandovi, possa farsi del male o abbandonarvi immondizia, trasformando quel che resta dell’antico monastero in discarica a cielo aperto.

Giova ricordare che il monastero di San Martino è la testimonianza storica delle origini del nostro paese e conteporaneamente un bene architettonico, esempio raro di fattoria fortificata.

Lì ebbe inizio nel 1700 la storia di Milena che nacque dalla fusione nel 1923 delle borgate di Milocca e San Biagio che prima erano di proprietà dei comuni si Sutera e Campofranco.

San Martino rappresenta dunque un bene storico e monumentale, come è facilmente dimostrato da tutta una serie di prove documentali, ma si attendono atti pratici che portino al suo restauro sotto la sorveglianza della Soprintendenza nissena ai Beni Culturali e Ambientali di Caltanissetta e dell’Assessorato regionale competente.

I consiglieri comunali della minoranza, sempre attivi per il bene del paese, stanno premendo sull’Amministrazione comunale perché si compiano i passi successivi per raggiungere il traguardo finale: la ristrutturazione del monastero-fattoria fortificata di San Martino che appartiene storicamente ai Benedettini del Monastero di San Martino delle Scale di Morreale dove si trova la famosa Abbazia dedicata dedicata a San Martino vescovo di Tours.

SM2Un successivo passo fondamentale sarà l’espropiazione del terreno su cui sorge il monastero che risulta diviso tra numerosi proprietari.

Il problema potrebbe risolversi anche con una donazione da parte dei numerosi eredi, come come aveva anticipato il compianto e famoso nostro concittadino Padre Vincenzo Sorce la cui famiglia lì abitò ed egli stesso vi trascorse l’infanzia. A tal proposito, come non ricordare la sua volontà nella poesia “Vergine del tramonto”?

.Adesso è arrivato il momento giusto, l’ultimo a nostra disposizione, prima che si rovinino anche le rovine, prima che crolli l’ultimo rudere e con esso anche l’ultima speranza..

E’ ancora possibile restaurare in primis i due portali all’ingresso della chiesa e della foresteria e intervenire sulla recinzione muraria.

E’ necessario procedere a piccoli passi, senza progetti faraonici, se si vuole raggiungere il risultato voluto e sperato da tantisimo tempo, troppo. Il restauro del nostro bene monumentale testimonianza chiave delle origini storiche del nostro amato paese.

La Vergine del tramonto di San Martino | Milocca – Milena Libera (wordpress.com)

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Il gruppo consiliare “Milena Domani” il 30 Giugno scorso ha protocollato un sollecito al Comune per la messa in sicurezza del Convento di San Martino.

nota
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Oggi apprendiamo che finalmente qualcosa si è mosso.

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SM3

La parte antistante il portale risulta transennata.

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Ci saremmo aspettati, ovviamente, una messa in sicurezza totale del rudere, ma evidentemente si è ritenuto che così:

– “può bastare” … 😔

SM2

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Noi non molliamo e continueremo a stimolare l’amministrazione affinché Milena possa ritornare ad “essere” quel famoso “celeste incanto” della nostra canzone che ci fa ancora emozionare e sognare …

gruppo tavolo2

#melodevoricordareincabinaelettorale

#perunamilenamigliore

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