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Pasqua-2017-1000

dalla Redazione e dai Collaboratori di Milocca – Milena Libera

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Tutto era cominciato il Venerdì Santo… a Milena!!!!!

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La Settimana Santa a Milena negli anni sessanta come la ricordo io

di Rosa Lombardo

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download (1)Per quaranta giorni si prendeva un  caffè la mattina, pane e acqua a pranzo e c’era  il divieto assoluto di assaggiare qualsiasi cosa durante l’intervallo tra un pasto e l’altro. La sera a cena si mangiava normalmente: una specie di Ramadam cristiano.

Se per qualche lavoro urgente gli uomini dovevano uscire in campagna noi donne si andava  a trovarli per aiutarli un poco e mangiare con loro un gaddruzzu cu l’uavu di ncapu. Il giorno del Venerdi Santo, “lu diiunaturi” (chi sceglieva di fare i 40 giorni di digiuno) non  doveva assolutissimamente toccare cibo.

Il Sabato era diverso, ci preparavamo alla festa di Pasqua. Ci lavavamo con più cura dentro la pila. La mamma ammazzava e puliva il pollo, i piu fortunati mangiavano un caprettto o un  agnellino. Si preparavano inoltre pietanze per chi aveva” diiunatu” e il sabato  poteva mangiare una sarda salata.

Ma il giorno di Pasqua…. gli amici e i parenti. gli portavano a casa delle pietanze gustose e succolente. La tavola si riempiva di tanti piatti con un minimo di dodici pietanze diverse (ma poi in base alle amiche che avevi) e per chi per quaranta giorni aveva mangiato poco, spesso finiva con un impietoso mal di pancia.

Il giorno del sabato a mezzogiorno i barbieri scoprivano lo specchio del telo, quello che avevano coperto il giovedì (qualche barbiere invece di coprire lo specchio con un telo, lo oscurava ricoprendolo col sapone usato per la barba).

La Quaresima stava per finire e si aspettava la Pasqua.

La notte di  Pasqua era detta  di li “la notti di lisarminti” perche prima delle funzioni si bruciavano fuori dalla chiesa alcuni tralci di vite (sarminti). Le statue dei santi venivano scoperte, le campane suonavano a distesa. Da qualche anno, la Resurrezione avveniva la notte; mentre prima, ricorda qualcuno, avveniva di giorno.

Il lenzuolo che ricopriva la statua del Cristo Risorto durante  i riti liturgici  veniva abbassato.  Ecco la  Pasqua, ecco il passaggio in cui la morte era stata sconfitta. Cristo con la sua bandiera rossa in mano annunciava  la sua vittoria, il Dio fatto uomo aveva vinto sui demoni, aveva sconfitto l’inferno. Pace, pace, pace era la parola piu usata.

Con le bottigliette piccole, svuotate della gassosa o dello scipoppo, raccoglievamo l’acqua benedetta, l’acqua nuova, l’acqua viva e mia madre diceva:

“Signuri datimilla l’acqua viva

cuamu la dastivu a la samaritana

avi tant’anni ca ni sugnu priva

avi tant’anni ca ni sugnu luntana”

e al ritorno a casa benedicevamo con quest’acqua la casa e buttavano fuori i demoni con una specie di esorcismo. Tenevamo in mano un piccolo “sarmento” e battevavano materassi, mobili, porcellane e arredi dicendo: “Nisci diavulu e trasi Gesù -Nisci diavulu e trasi Gesù” per almeno una mezz’oretta.

La Domenica di Pasqua era festa solenne in piazza e nelle case. ‘U zi Peppi Farina suonava il tamburo. A mezzogiorno si pranzava e finalmente potevamo assaggiare i dolci “gaddruzza” che la mamma aveva preparato per la festa. Poi si andava a trovare i nonni e per far loro gli auguri.

Il Lunedì di Pasqua (Pasquetta) non esisteva o meglio non si festeggiava come ora.  Gli uomini nostri stavano tutto l’anno fuori a mangiare in campagna e in questi giorni preferivano stare a casa a riposarsi, oppure  andare in piazza vestiti a festa.

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