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Montante, il Romanzo Criminale e quei silenzi della politica. Una mole enorme di atti: dalla caccia al Montante-mafioso alla pesca a strascico degli indagati

di Mario Barresi

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Montante, il Romanzo Criminale e quei silenzi della politica

Montante nella sua fabbrica di biciclette

.Sono soprattutto due aspetti – fra i tanti altri emersi dall’inchiesta su Antonello Montante – a colpirci. E c’è un nesso fra di loro.

Il primo è il silenzio imbarazzato della politica, soprattutto quella siciliana. Di fronte al clamore mediatico degli arresti e della raffica di indagati, si contano sulle dita di una mano i big nostrani – di solito più veloci della luce a inviare comunicati stampa densi di lodi sperticate a magistrati e forze dell’ordine, ma anche con dotte lezioncine di legalità – che si sono esposti a commentare il terremoto che ha Caltanissetta come epicentro. Al netto di chi s’è dovuto difendere (perché indagato o citato nelle intercettazioni), solo qualche timido attacco per incassare in contati una rendita di posizione dai banchi dell’opposizione.

La politica, quasi tutta, resta in attonito silenzio. E, guardandosi allo specchio, si auto-sussurra un legittimo sospetto: «E se ci fossi anch’io, in quelle carte?». La risposta, oltre che nella monumentale mole di atti (2.567 pagine di ordinanza del gip; per avere le copie dell’intero fascicolo processuale i legali di Montante hanno speso oltre 22mila euro) sta molto più banalmente nella photogallery delle bici dello storico marchio nisseno delocalizzato in Piemonte. E se su quel sellino sono saliti pure Andrea Camilleri, Fiorello e Pippo Baudo, c’è da stupirsi dei vertici di istituzioni, forze dell’ordine et similia? Lo stesso vale per i politici. L’hai voluta la bicicletta? E ora pedala…

Eppure è chiaro che – anche nella frenetica caccia al nome importante, fra le righe dell’indagine – la prima distinzione è fra ignari fan dell’ex paladino della legalità e consapevoli membri di quella che è stata definita una «tentacolare rete di rapporti». Alzi la mano chi – anche all’interno delle caste di magistrati e giornalisti – negli anni più fulgidi della Confindustria antimafia non ha dato credito alla battaglia di Montante&C. La stessa per la quale, in questi giorni, il leader ai domiciliari non si dà pace: «Ho stravolto la mia vita per la legalità. Non posso più tornare indietro».

Ma sarebbe uno sfogo bugiardo, se fosse vera la teoria del double face sostenuta dai pm: un Dr. Montante che caccia i mafiosi dal salotto chic dell’imprenditoria e va a braccetto con ministri, generali e pezzi dello Stato; un Mr. Antonello che, se non colluso con i boss, trama da puparo del potere fra corruzione e spionaggio, nomine e appalti, fondi neri e dossier.

È davvero così? Sarà la verità del processo a dircelo. Una ricerca in un oceano di atti e fatti. Perché questa inchiesta – e qui veniamo al secondo aspetto che ci colpisce, connesso al silenzio della politica – si può racchiudere in una metafora ittica. Una caccia alla balena – il Montante concorrente esterno alla mafia – che s’è compiuta in quantità (di tempo e di attività d’indagine) enorme, non giungendo, finora, alla qualità voluta. Per intenderci: la balena non è stata trovata, o se sì non era esattamente quella che si voleva pescare. Eppure, grazie a un lavoro straordinario d’investigazione, l’enorme rete gettata nel mare torbido della Sicilia degli ultimi tre lustri ha tirato su tanto altro. Più che dignitosi balenotteri, tonni, pesci spada; pure delfini, persino qualche aragosta. Ma anche merluzzetti e abbondanti tonnellate di novellame.

Fra questa variegata fauna marina nuotano tutte le inchieste emerse in questi giorni. Almeno tre – l’associazione a delinquere per la corruzione dei super-spioni e per occupare Palazzo d’Orléans, in ultimo anche le carte false nei bilanci delle aziende di Montante con il presunto accumulo di fondi neri – sono già sul tavolo. Eppure basta sbirciare la sola ordinanza dell’operazione di lunedì per capire che nella narrazione dell’accusa potrebbe celarsi una mole di ipotesi di reato degna di un manuale di diritto penale.

Se poi la narrazione esce dai binari processuali, allora sì che il Romanzo Criminale è scritto. Dalla “A” di Alfano alla “Z” di Zorro, ci sono quasi tutti, in quelle carte. Non con cinquanta, ma con cinquemila sfumature di grigio. Dai compagni di gita in barca ai commensali di cene vip, passando dalle affinità elettive dei richiedenti raccomandazioni fino ai collusi autentici.

E allora bisogna distinguere – con molta attenzione – i protagonisti dalle comparse, i millantatori dai testimoni oculari, i nemici dagli amici. Perché qui, al di là dell’esito del processo, non ci sono in gioco le storielle, seppur pruriginose e croccanti. Se fosse vero il 10% della minima parte di atti svelati, allora in ballo ci sarebbe la Storia. Quella della Sicilia. Negli ultimi 15 anni. L’ennesima stella cadente dell’antimafia trascina con sé molte più starlette di quanto non abbia fatto il caso Saguto. Il quinquennio di Rosario Crocetta (ex governatore legalitario, oggi unfit pure da concorrente all’Isola dei Famosi) è da considerare un’impostura? Addirittura un sequel, con qualche protagonista sempre identico a se stesso, di precedenti stagioni in cui i governatori finivano in galera o a processo per mafia?

Ma le domande sono soprattutto altre. Di fronte a questo scenario – ripetiamo: soltanto in parte svelato – a quale santo politico devono votarsi i siciliani per non risvegliarsi, per l’ennesima volta, truffati dai professionisti della bugia? Qualche malizioso osservatore nisseno ci fa notare che la pervasiva strategia politica di Montante, alle ultime Regionali, ha provato (e non è detto che ci sia riuscito) a violare il sacro tempio grillino. Magari sono soltanto pettegolezzi di una città infangata nell’anima, eppure la provocazione – per paradosso – va fatta: se Montante, pur non essendo mafioso, fosse davvero l’imperatore della corruzione che ha messo in catene migliaia di schiavi, la Sicilia sarebbe una terra condannata a essere popolata in eterno da corrotti e corruttori?

Per fortuna no. E, proprio a Caltanissetta, il lavoro di magistrati e polizia che non guardano in faccia nessuno è un segnale importante. Ma, per sentirci davvero al sicuro, deve diventare qualcosa di più. Nelle aule dei tribunali, prima di aspirare ai libri di storia.

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La Maschera

di Briciolanellatte

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mascheraIn casa era così: dolce, disponibile, sereno. Le figlie lo adoravano e la moglie lo amava da sempre; ma sul lavoro era tutta un’altra cosa. Era molto giovane per il tipo di ruolo richiesto e il rischio di non avere autorevolezza sufficiente per gestire il personale e imporsi sui colleghi era molto elevato. Si era fatto crescere la barba, aveva imparato a vestire in modo meno giovanile, aveva comprato persino un paio di occhiali dalla montatura pesante e il tutto per accrescere la sua credibilità. Aveva sempre però l’impressione che non fosse abbastanza e che, ogni tanto, lo prendessero anche in giro non appena voltava loro le spalle.
Così un giorno, uscendo di casa, si mise la maschera. L’aveva trovata in un baule, nella cantina, avvolta in carta da giornale con sopra la scritta ‘da non usare’. Forse era stata del padre o forse del nonno ma nessuno di loro ne aveva mai fatto cenno. Non si curò dell’avvertimento perché, appena provata, se la sentiva perfetta addosso; calzava a meraviglia e, da quel che poteva osservare dal pezzo di specchio che aveva in quella stessa cantina, gli assicurava quel pizzico di severità che gli occorreva, ma anche un non so che di risolutezza e persino di moderata alterigia e comunque di indiscussa superiorità. In fondo era ancora lui ma, sotto sotto, non lo era più.
La nascose nel portaombrelli sul pianerottolo di casa e, l’indomani, dopo aver salutato moglie e figlie, se la mise per andare in ufficio. Come aveva sperato, d’un tratto, non ci furono più problemi. Non faceva in tempo a pensare ciò che i collaboratori avrebbero dovuto svolgere che loro già loro l’avevano eseguito. Erano ossequiosi e pendevano dalle sue labbra desiderosi di compiacergli. Il suo viso evidentemente esprimeva rispetto, autorevolezza, capacità di comando; non c’era più traccia delle imbarazzanti incertezze di una volta: si sentiva finalmente appagato.
Sarà solo per poco tempo’, si giustificò con se stesso: ‘io so del resto quanto valgo ed è solo una questione di forma: continuerò così, solo per un po’, almeno fino a quando non avranno imparato a rispettarmi e poi ne farò a meno’.
Ben presto questa preparazione mattutina divenne una routine. Al mattino usciva di casa, indossava la sua maschera e andava a lavorare. La sera tornava, se la toglieva, e si godeva la famiglia.
Trascorsero in questo modo alcuni mesi. Ma anche quando sul lavoro oramai tutti lo stimavano considerandolo indiscutibilmente il loro leader lui non se la sentiva più di lasciare la maschera nel portaombrelli. Non ancora. Alla sera quando la riponeva si diceva che sarebbe stata l’ultima volta, ma poi al mattino la indossava di nuovo. ‘In fondo, che male c’è’?’ si diceva.
Poi, una mattina, mentre stava per entrare in ufficio, vedendosi nel riflesso della vetrina di un bar, si accorse di aver dimenticato di indossare la maschera. Oramai era diventata una tale abitudine metterla e toglierla che non ci aveva fatto più caso. Che fare ora? Entrare lo stesso e affrontare il nuovo corso? Oppure tornare a casa? ‘Che seccatura!’, pensò, ‘proprio oggi che viene in visita il Direttore Generale‘. No, non poteva darsi malato e capì anche che non avrebbe potuto neppure sedersi dietro la sua scrivania e affrontare una giornata simile senza la sicurezza che la maschera gli avrebbe potuto dare. Doveva tornare a prenderla: forse avrebbe fatto in tempo. Dopo tutto era ancora presto e, a casa sua, non c’era più nessuno.
Prese un taxi e, in poco tempo, fu davanti al portone di casa. Salì velocemente i gradini e, una volta arrivato al portaombrelli, ci frugò febbrilmente dentro: la maschera non c’era. ‘Com’è possibile?’ si chiese allibito. Cercò meglio tirando fuori tutti gli ombrelli e un vecchio bastone da passeggio. Niente, non c’era. In quell’istante uscì la moglie e le sue due figlie.

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Ars, è Claudio Fava il nuovo presidente della commissione Antimafia. Il primo impegno: «Istruttoria sulla vicenda Montante»

La Sicilia

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Claudio Fava è il nuovo presidente della commissione Antimafia in Sicilia. E’ stato eletto subito dopo l’insediamento dell’organismo parlamentare con 11 voti sui 12 deputati presenti in commissione (in totale sono 15). Un voto è andato a Giuseppe Lupo, capogruppo del Pd.

Fava, poco dopo la sua elezione, commentando l’indagine su Antonello Montante della Procura di Caltanissetta che si sta allargando e che coinvolge, come indagati, anche l’ex presidente della Regione Rosario Crocetta, gli ex assessori alle Attività produttive Linda Vancheri e Mariella Lo Bello, l’ex presidente dell’Irsap (aree industriali) Mariagrazia Brandara, e l’attuale presidente di Sicindustria Giuseppe Catanzaro, ha affermato che «la commissione Antimafia non potrà non aprire una riflessione sull’inchiesta che che al di là delle evidenze giudiziarie ci consegna una evidenza politica grave: momenti di decisioni importanti per la Sicilia sono stati sottratti alle sedi istituzionali e affidate a sedi private, parallele e clandestine».

Tornando all’elezione di Fava, il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gianfranco Miccichè, si è detto «molto contento» aggiungendo che «a pochi giorni dalla commemorazione di Giovanni Falcone, è un bel segnale di come la politica sia unita nella lotta alla mafia. Claudio Fava è sicuramente una personalità che conosce bene il fenomeno mafioso e della corruzione e, considerata la sua esperienza in seno alla commissione nazionale Antimafia, sarà certamente un ottimo presidente»

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simboloIL MOTIVO DELLA MIA CANDIDATURA

Alfonso Cipolla

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A stimolare la mia discesa in campo sono stati gli appelli della gente che mi ha fatto notare come, essendo da tempo io vicino al Presidente della Regione Nello Musumeci e, potendo Milena attualmente annoverare un caro amico deputato regionale, Michele Mancuso, ed un assessore regionale Mariella Ippolito, la mia candidatura sarebbe potuta diventare una risorsa per il mio paese. E così ho deciso di accettare di candidarmi come sindaco di Milena, per dedicarmi, assieme ai componenti della mia lista, alla rinascita culturale, sociale ed economica del nostro paese.

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“Buon lavoro alla dottoressa Lia Sava, nuovo Procuratore Generale di Caltanissetta”

Michele Mancuso

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“Esprimo vivo compiacimento per la nomina della dottoressa Lia Sava a Procuratore Generale di Caltanissetta. Migliore scelta non poteva esser fatta, essendo ben note la competenza e la preparazione della dottoressa Sava alla quale rivolgo un cordiale augurio per il prestigioso incarico”.

Lia Sava, pm del processo sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, è il nuovo procuratore generale di Caltanissetta. A larghissima maggioranza il plenum del Csm le ha assegnato il posto lasciato da Sergio Lari, andato in pensione a gennaio. Sava, che attualmente è procuratore aggiunto presso il Tribunale di Caltanissetta, ha avuto la meglio con 22 voti sul candidato di minoranza Guido Rispoli, Pg di Campobasso, sostenuto soltanto dal togato di Autonomia e Indipendenza Aldo Morgigni.
In magistratura dal 1992, Sava ha cominciato la carriera come pretore a Roma. Sostituto procuratore prima a Brindisi, poi a Palermo, dove ha fatto parte della Direzione distrettuale antimafia, dal 2013 è alla procura di Caltanissetta. Nell’ufficio che ora lascia si è occupata dei procedimenti sulle stragi in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, compreso l’ultimo ancora in corso nei confronti del boss latitante Matteo Messina Denaro.

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Solidarietà al Sindaco di Delia

Michele Mancuso

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Massima solidarietà a Gianfilippo Bancheri, sindaco di Delia per il vile atto intimidatorio rivolto alla sua persona. Nessun sindaco siciliano, in particolar modo del mio territorio, deve temere di svolgere con impegno ed onestà la sua funzione amministrativa”.

Così Michele Mancuso, deputato regionale di Forza Italia, esprime la sua vicinanza al primo cittadino di Delia, dopo aver appreso la notizia relativa all’incendio doloso dell’automobile di Bancheri.

A fuoco nella notte l’auto di Gianfilippo Bancheri, sindaco di Delia. L’incendio è avvenuto intorno a mezzanotte in viale Luigi Russo, i malviventi hanno appiccato le fiamme alla vettura del primo cittadino per poi darsi alla fuga.

Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e i carabinieri. Bancheri, 36 anni e in procinto di ricandidarsi, era stato eletto nel 2013 con la lista “Impegno deliano Bancheri sindaco”.

Leoluca Orlando e Mario Emanuele Alvano, presidente e segretario generale di AnciSicilia, hanno espresso la loro solidarietà al sindaco della cittadina nissena: “Esprimiamo la massima solidarietà a Gianfilippo Bancheri, sindaco di Delia per l’atto intimidatorio perpetrato ai suoi danni la notte scorsa”.

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Milena, arrestati tre giovani accusati di spacciare marijuana in paese

caltanissettalive.it

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I carabinieri del Nucleo operativo di Mussomeli hanno arrestato tre giovani milenesi – due minorenni e un maggiorenne – accusati di spaccio di stupefacenti. Tutti e tre sono attualmente detenuti nell’istituto penale minorile di Palermo.

A emettere le ordinanze di custodia cautelare in carcere il gip del Tribunale penale di Caltanissetta su richiesta del procuratore minorile Laura Vaccsaro e del sostituto Stefano Strino, che hanno coordinato l’inchiesta.

Secondo quanto elerso dalle indagini i tre giovani sono responsabili di avere spacciato marijuana a Milena tra marzo e aprile dello scorso anno e, al momento di eseguire i provvedimenti, i militari dell’Arma hanno sequestrato dello stupefacente trovato in possesso ai tre giovani.

 

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A Canossa ? Ma ci vada lei !

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Molti di noi, ex sodali del grigio signore incolore,  non  sentiamo alcun  obbligo, né civile e nemmeno morale , per  poterlo seguire in questa  sua ultima e spericolata iperbole di affiliazione .

Il viaggio in ginocchio a Canossa, per rianimare e far rivivere, per poi imperare, nuovamente, il deposto re di Prussia, un tempo spodestato a furor di popolo, non copre di gloria e nemmeno di onore questo novello  campione del salto della quaglia.

Per quel che mi riguarda è un atto di tradimento.

Alcuni di noi, nelle armate del re di Prussia, hanno visto da sempre ogni male possibile e nessuno mai ci ha mai convinto del contrario.

Come  ha potuto questo incolore signore, consentire  l’operazione in corso, con tanta disinvoltura ?

Ha dimenticato forse il passato ?

Noi non  possiamo  omologarci  con quello che abbiamo ritenuto per decenni il peggio del peggio, o se volete,  il male assoluto.

L’operazione in corso, è come la stele di rosetta:  perchè ci  da la chiave di lettura per comprendere  la pervicace e persistente  volontà  ( del signore oscuro )  di non voler  cambiare nulla,  in quei  posti del potere che conta e che ha un peso:  la chiave di lettura è stata la continuità, ove il passato prossimo era collegato al passato remoto  e probabilmente sarà uguale al futuro prossimo.

L’avvv. Salvatore Ferlisi

Avremmo dovuto capirlo in tempo: questo signore non era il liberatore del popolo, anche perché,  con il senno del poi,  oggi,  ci sembra  somigliante sempre più ad un camaleonte, in senso politico.

La gente di questo borgo non potrà mai alzare la testa, fino  a che non sarà in grado di distinguere il bianco dal nero, il male dal bene, la pecora dal lupo.

In questi giorni appare nauseante vedere una antica zarina dettare legge nella reggia del popolo e le pecore di ieri imitare gli ululati dei lupi per intimorire il volgo.

Non avrei mai creduto che si potesse cadere cosi in basso.

 

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