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Archive for 14 settembre 2021

Vaccinarsi è la cosa più intelligente (e furba) che possiamo fare contro il covid

Alfonso Cipolla

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covIn un paese dove chi fa propaganda a favore del vaccino, non temo di  di rendermi impopolare, di prendermi rimproveri e qualche vaffa.

Ho deciso di continuare a fare la mia parte di medico e di cittadino impegnato nel sociale che è quello di informare e consigliare. In realtà continuo a farlo quasi giornalmente con coloro che mi contattano. Ma non basta ecco perché mi rivolgo ancora una volta pubblicamente a quanti ancora sono indecisi.

Per fortuna Milena ha una percentuale di vaccinati tra le più alte, ma resta una certa quantità di indecisi e uno più piccolo gruppo di irriducubili no-vax.

cov1I motivi scientifici che consigliano di vaccinarsi li ho già ampiamente illustrati e a questo punto non vale la pena ripeterli.

Oggi voglio invitare indecisi e contrari a credere non alle parole, non alle chiacchiere ma solo ai fatti e in particolare ai numeri che non mentono e non variano a seocnda delle opinioni.

Cari concittadini non ancora vaccinati finitela di essere indecisi e di isolarvi (in paese ci conosciamo tutti), tenete conto soltanto dei numeri “ufficiali” che provengono dagli ospedali, cioè dalle trincee in cui si combatte la vera guerra al dannato virus: non gli permettete di fare del male a voi e ai vostri familiari che vi stanno a contatto, specie a quelli più deboli come gli anziani, gli ammalati e i bambini.

acFATTI E NUMERI

  1. I ricoverati non vaccinati (no-covid) nei posti di medicina superano il 90 per cento.
  2. Sfiorano il 96% in terapia intensiva.
  3. La percentuale sale ancora per i ricoverati in rianimazione.
  4. Sono molto rari i morti tra i vaccinati.

E ora che li avete letti, cosa aspettate ancora?

Vaccinatevi per il bene vostro personale, della vostra famiglia ma anche dell’intero paese. Evitiamo di andare a finire ricoverati in ospedale, in terapia intensiva, in rianimazione e di rischiare di perdere la vita o a rimanere seriamente danneggiati nella salute!

Concludendo:

Dobbiamo avere più paura del Covid che degli effetti collaterali del Vaccino!

Chi volesse approfondire continui a leggere.

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Natura meravigliosa!

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Ospedale Garibaldi di Catania, nuovo reparto Oncologico day-hospital

ITALPRESS

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Il sistema sanitario pubblico catanese si arricchisce di un nuovo reparto oncologico day hospital. Il presidio ospedaliero Garibaldi, situato nella frazione di Nesima, a Catania, ha inaugurato il nuovo settore funzionale, luogo in cui vengono erogate la massima parte delle terapie antitumorali.

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All’evento di inaugurazione hanno presenziato l’assessore alla Salute Ruggero Razza, il direttore generale dell’Arnas Garibaldi Fabrizio De Nicola, il direttore del reparto Oncologia Roberto Bordonaro, insieme all’equipe medica.

Grande e scrupolosa attenzione all’efficienza degli interventi presso il day-hospital del presidio ospedaliero etneo, elemento fondamentale frutto delle richieste dei pazienti. Interventi che hanno portato alla creazione di una seconda area interna al reparto nella sala d’attesa.
Commenta soddisfatto Fabrizio De Nicola, direttore generale Arnas Garibaldi: “Tassello imporrante, inaugurare il nuovo reparto di Oncologia significa raddoppiare la percentuale dei posti letto per quanto concerne ambulatori e poltrone e avere un maggior turn-over delle terapie, migliorando i parametri di comfort e confermando l’eccellente offerta sanitaria in ambito oncologico e la tutela della qualità dell’assistenza offerta dal nostro presidio”

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Intervenuto all’inaugurazione l’assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza: “Non solo Covid-19, questo nuovo reparto è il primo passo verso un centro di oncologia pubblica. Lo scorso anno Arnas Garibaldi ha aumentato il proprio volume d’attività, dando un forte messaggio alla cittadinanza, la quale deve capire che tutto questo va protetto e che anche la vaccinazione significa fare in modo che le attività ordinarie non si fermino”.

La ristrutturazione del day-hospital oncologico del Dipartimento di Oncologia dell’ospedale Garibaldi di Nesima serve anche da risposta a diverse criticità di servizio, riconoscendo ai pazienti comfort e in generale, qualità di servizio, come sottolineato dal direttore di Dipartimento Roberto Bordonaro: “La ristrutturazione del day hospital migliora la permanenza e il comfort dei pazienti e rafforza ulteriormente la qualità offerta dal presidio ospedaliero a sostegno dei pazienti. Più sicurezza, più efficienza”.

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Albergoni e le opere pubbliche dell’epoca fascista in Sicilia

GIUSEPPE BIANCA

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arton159759Un dono di conoscenza alle nuove generazioni per risalire dalle origini al presente. “1937 opere pubbliche in Sicilia” scritto da Attilio Albergoni ed edito da Arti grafiche palermitane, offre un completo quadro d’insieme di alcune importanti opere e lavori pubblici concepiti tra il periodo pre bellico e la fine della seconda guerra mondiale.
È difficile in fondo immaginare oggi Palermo senza la sede del Banco di Sicilia, l’ingresso monumentale di via Roma a Palermo, alcuni padiglioni dell’ospedale Civico, o ancora la caserma dei vigili del fuoco a Palermo. Né sono state di minore impatto in altri luoghi dell’Isola la diga sul fiume Sossio, l’aeroporto di Comiso, e la caserma della Guardia di finanza a Catania.
Deideologizzare l’opera attraversando il contesto storico di quegli anni, gli stessi in cui a Palermo Mussolini venne nel corso di quello che fu definito il “volo dell’aquila”, è un’esperienza che incuriosisce il lettore, grazie anche alle tante illustrazioni del libro. Viene restituito a ogni tassello il suo posto e a ciascuno spazio la giusta dimensione.
Una ricostruzione asciutta, neutra, ma oggettiva, fuori dal coro celebrativo che nel tempo ha rischiato di distorcere gli avvenimenti e i fatti dell’epoca.
Oltre a un valore simbolico che a suo tempo venne attribuito alle opere pubbliche costruite come edifici delle Poste, condutture idriche, dighe, palazzi del governo, caserme, borghi rurali, ma anche importanti opere d’arte e monumenti c’è insomma una misura architettonica, ma soprattutto storica e di contesto che va recuperata e raccontata per quel che rappresenta.
Ancora oggi il corso del tempo non ha scalfito la memoria e non è riuscito ad appesantire l’impatto iconico di un’immagine di passato che si perpetua nel presente così diverso e tanto contraddittoriamente simile in certi aspetti al primo ventennio del secolo scorso. Non a caso lo stesso Albergoni autore ha chiarito che non si tratta di esaltare l’opera di modernizzazione promossa dal regime, allora accompagnata da un largo consenso popolare, ma di ricostruire un tratto di storia depurata dal senso politico di quelle iniziative.

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Congiuntivi, plurali e doppie dimenticate: gara di strafalcioni, così gli italiani maltrattano ogni giorno la nostra lingua

RLa mostra Dante. Gli occhi e la mente. Un’Epopea Pop, aperta al Museo d’arte della Città di Ravenna (Mar) a partire dal 25 settembre, e a cura del linguista Giuseppe Antonelli, esibisce come ulteriore lascito dantesco: un’eredità varia, fatta di parole, suoni e immagini, trasformati e deformati nel tempo, a testimonianza non di un oltraggio al poeta ma della vitalità della sua lingua e del suo personaggio.

Con questo approccio possiamo guardare con occhio più benevolo ai tanti errori che connotano il nostro uso di grammatica e sintassi. E sui quali Antonelli si è divertito a giocare in un incontro al Festivaletteratura di Mantova, intitolato Una grammatica mostruosa!, in omaggio al Come farsi una cultura mostruosa di Paolo Villaggio. «Parliamo di problemi», nota Antonelli, «legati perlopiù alla lingua scritta: oggi, grazie agli smartphone, scriviamo molto più che in passato e quindi sbagliamo di più; e poi, grazie ai social, rendiamo pubblico ciò che scriviamo cosicché i nostri errori, prima nascosti, ora sono molto più visibili».

SCIVOLONI ILLUSTRI.

OIP (2) E allora non è ozioso fare una rassegna degli scivoloni più frequenti e più comici, che a volte hanno una lunga tradizione alle spalle, altre volte sono destinati ad avere un futuro. Galeotta è spesso la “i” prima della vocale finale. Si pensi al plurale di «provincia»: si dovrebbe dire «province», ma tanti scrivono «provincie».

A rovescio vale il caso di «ciliegia»: al plurale è «ciliegie», eppure è frequente leggere «ciliege». Ci sono esempi celebri in questo senso: a Roma esiste una piazza chiamata «Piazzale delle Provincie», mentre Oriana Fallaci ha intitolato un suo romanzo, uscito postumo, Un cappello pieno di ciliege. «Chi sbaglia, in un certo modo, può essere assolto», avverte Antonelli. «A lungo le regole dell’italiano, basandosi sul latino, hanno previsto queste forme.

È stato un linguista, Bruno Migliorini, alla metà del ‘900 a innovare le regole e a stabilire la versione oggi corretta: “province” e “ciliegie”». A proposito di plurali, ci sono parole che ne hanno più d’uno. Cosicché in tanti inciampano sul loro uso. Alcuni, forse perché hanno un muro nella testa come cantava Fossati, confondono «muri» con «mura»: i primi sono le opere murarie considerate separatamente (i muri interni di casa), mentre le mura l’opera muraria nel suo complesso (le mura della città). Il discorso non fila neppure in merito a «fila». Si suole sentire «serrare le fila», ma l’espressione è sbagliata perché il plurale di «fila» è «file». Diverso è invece il caso di «tirare le fila» o «riprendere le fila del discorso». Qua l’uso è corretto perché «fila» è un plurale di «filo».

Non può certo sbrogliare questa matassa di fili linguistici chi soffre di “congiuntivite” cronica. I sintomi sono almeno tre. «C’è chi ha difficoltà con la consecutio temporum», rileva Antonelli. «E allora adopera frasi come “Vorrei che tu mi dica” oppure “Chi lo sa, alzasse la mano”. È sbagliato in entrambi i casi, perché si dovrebbe dire: “Vorrei che tu mi dicessi” e “Chi lo sa, alzi la mano”».

1499065828-tennisUn’altra manifestazione, fortunatamente più rara, della “malattia” è l’uso fantozziano del congiuntivo esortativo: da cui i vari «vadi», «sii», «facci». Possono sembrare boutade da film comico, ma in realtà «hanno dei precedenti illustri», ricorda Antonelli. «Alla seconda persona singolare, erano usati nel ‘300 da Dante, Boccaccio, Petrarca, nel ‘500 vennero codificati da Pietro Bembo e nell’800 erano ancora usati da Leopardi».

La terza manifestazione della “congiuntivite” è il ricorso a verbi come «dasse» e «stasse», anziché «desse» e «stesse». «Qui la colpa», analizza il linguista, «non è solo dell’ignoranza, ma anche dell’analogia con il verbo all’infinito: dare, stare… “Dasse” e “stasse” sono formule usate da tempo ma non sono state accettate dalla norma. In altri casi, invece, l’analogia ha cambiato la lingua. Una forma analogica è ad esempio l’imperfetto del tipo “facevo”, “andavo”, la cui “o” finale richiama quella della prima persona del presente: “faccio”, “vado”. Prima che Manzoni sciacquasse i panni in Arno, essa era considerata un errore, perché si preferiva la forma etimologica “io faceva”, “io andava”».

Capitolo a parte merita l’uso di congiunzioni astruse e poco astrali. Si veda il ricorso a «piuttosto che» in luogo di «o, oppure». «”Piuttosto che” presuppone la preferenza per qualcosa rispetto a un’altra», sottolinea Antonelli. «”Oppure” indica invece l’alternativa tra due scelte entrambe valide. Sempre più spesso però “piuttosto che” è usato al posto di “o”. È un uso improprio ma anche un sintomo della lingua in evoluzione: pure “siccome” alle origini voleva dire “così come”, poi ha assunto il significato di “poiché”».

DOPPIE, ACCENTI E ALTRI CASI.

e3fc6135b4adb5cf57713928dcac5c8eFrequenti sono gli svarioni sulle doppie: capita di leggere «accellerare» al posto di «accelerare», «sopratutto» in luogo di «soprattutto». Parimenti non è raro vedere due parole diverse ridotte a una: «affianco» rimpiazza il corretto «a fianco» e «apposto» toglie il posto ad «a posto». «Sono errori anche questi», ci dice Antonelli, «ma chissà che un giorno non subiscano la sorte di “nonostante”, che nacque separato come “non ostante”».

Se fioccano poi accenti tonici ad capocchiam («persuàdere» anziché «persuadère»), è lecito chiedersi il perché della natura ballerina dell’accento grafico di «perché». L’avverbio viene spesso scritto con accento grave (perchè) e non acuto (perché). E questo è un errore, anche se non grave. «La colpa», spiega Antonelli, «è del modo in cui accentiamo quando iniziamo a scrivere a scuola: mettiamo sopra la vocale un vago trattino, che non si capisce se vada verso l’alto o verso il basso».

Mentre ci si imbatte quotidianamente nella confusione tra «ne», «né» e «n’è», e assistiamo alla dipartita dell’apostrofo in sgorbi linguistici come «un pò» e l’imperativo «fà», Antonelli si diverte a immaginare, come estrema deriva, uno scenario fantozziano: quello per cui «l’aggettivo “prestante”, anziché aitante, passando per il participio presente “colui che presta”, potrebbe finire per essere interpretato come “uomo generoso” o addirittura “usuraio”». Orsù, fate presto e siate “prestanti” nel salvare la lingua italiana.

“L’italiano? Mai stato così bene”. Intervista al linguista Giuseppe Antonelli – YouTube

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Rifiuti a due piedi

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