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Archive for 30 ottobre 2019

Le origini della lingua Siciliana: l’avvincente storia di un popolo

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La lingua è la storia di un popolo e quella siciliana lo è dei tanti che l’hanno abitata. Dire dominata mi pare, ormai, anacronistico perché ognuno di noi è figlio di questo melting pot di culture che in alcuni faranno predominare i caratteri arabi, in altri quelli normanni, in altri ancora quelli spagnoli e così via.

Il siciliano non è un dialetto, ma una vera e propria “Lingua” tant’è vero che il sommo vate, Dante Alighieri, nel De vulgari eloquentia così scrive: «Indagheremo per primo la natura del siciliano, poiché vediamo che il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri: che tutto quanto gli Italici producono in fatto di poesia si chiama siciliano […]»

Giovanni Meli: «Omeru nun scrissi pi grecu chi fu grecu, o Orazziu pi latinu chi fu latinu? E siddu Pitrarca chi fu tuscanu nun si piritau di scrìviri pi tuscanu, pirchì ju avissi a èssiri evitatu, chi sugnu sicilianu, di scrìviri pi sicilianu? Haiu a fàrimi pappagaddu di la lingua d’àutri?» che tradotto in italiano per i non siculi significa: «Non scrisse Omero che fu greco in greco, o Orazio che fu latino in latino? E se Petrarca che fu toscano non si peritò di scrivere in toscano, perché dovrebbe essere impedito a me, che son siciliano di scrivere in siciliano? Dovrei farmi pappagallo della lingua d’altri?»

Grecismi, arabismi, normannismi, catalanismi, francesismi, spagnolismi, hanno lasciato impronte indelebili nel nostro idioma, ma la faccenda, come nel più riuscito dei gialli in cui si vuole trovare un colpevole che riesce a depistare l’investigatore, si complica sull’origine di molte parole che, pur essendo chiaramente di matrice araba, sono comuni anche al catalano, all’italiano, allo spagnolo e, persino, al dialetto ligure; per altre, invece, è difficile comprendere se siano di provenienza catalana, provenzale o francese e, infine, tra gli iberismi, spesso, è impresa ardua distinguere tra i catalanismi e i castiglianismi.

Alcune parole della lingua siciliana, inoltre, sono ormai entrate a pieno titolo a far parte del lessico ufficiale della lingua italiana e noi abbiamo voluto offrirvi, su un vassoio d’argento, le più curiose e insospettabili. Eccovene alcune:

  • abbuffarsi, mangiare a sazietà, vuol dire “gonfiarsi come un rospo” che, infatti, in siciliano è detto “buffa”. Questo verbo è entrato nella lingua italiana nell’ottocento (le prime documentazioni portano all’ambiente dell’Accademia navale di Livorno), anche se nella VIII edizione dello “Zingarelli” (marzo 1959) non era ancora presente.
  • canestrato, tipo di formaggio, deriva da cannistratu e dal fatto che, simile al pecorino, si riponesse in ceste di vimini a forma di canestro (cannistri). E’ entrato a far parte della lingua italiana intorno al 1970.
  • cannolo, il nostro dolce tipico conosciuto in tutto il mondo, deriva dalla parola siciliana “cannolu” e questa da “canna”: indica oggetti cilindrici cavi, nonché il rubinetto ed è entrata nella lingua italiana agli inizi del ‘900.
  • cassata, torta di ricotta ricoperta da pasta reale e canditi, la ritroviamo scritta, già nel 1897, nel menù di un ristorante di Milano. Le origini si legano a “qa’sat”, che in arabo indica una scodella grande e profonda; da alcuni è stata avanzata, invece, l’ipotesi della derivazione dal latino caseus, formaggio.
  • dammuso, abitazione in pietra con il tetto a volta, arriva al siciliano dall’arabo “dammus”. Tale tipo di costruzione è tipico, soprattutto, di Pantelleria e con la scoperta dell’isola da parte del turismo italiano, la parola è pian piano penetrata nella lingua italiana.
  • mattanza, uccisione di tonni, di origine spagnola da matanza, dovrebbe essere passato all’italiano direttamente dal siciliano.
  • omertà, legge del silenzio, ha un’origine incerta, anche se fu conosciuta già dal 1800: la teoria più convincente la fa risalire alla parola latina Humilitas, umiltà, che, in vari passaggi, diventa in siciliano umirtà. Oggi viene usata comunemente per definire l’ostinatezza al silenzio, anche per ambiti non strettamente mafiosi.
  • picciotto, giovanotto, ragazzo, deriva probabilmente dal francese puchot. Iniziò la sua penetrazione nell’italiano con l’impresa dei Mille di Garibaldi e, infatti, in una lettera del 24 giugno 1860 Ippolito Nievo scrive: “vuol dire ragazzi e così noi chiamiamo quelli delle Squadre perché tra loro si chiamano così“.
  • zagara, fiore d’arancio”, ha etimologia araba e, precisamente, da zahara, splendere del bianco. Gabriele D’annunzio la usò per la prima volta nel “Piacere” e poi, ripetutamente, nel “Trionfo della morte”, nel “Forse che sì forse che no” e nel “Notturno”.

Adesso andiamo a quei termini che, magari, tante volte avete usato, ma di cui non sapete la provenienza; ne abbiamo pescato solo alcuni in un mare che è davvero vastissimo:

  •  abbanniàri, proclamare, gridare, dal tedesco “bandujan”, dar pubblico annuncio.
  • abbuccàri, versare, dal catalano e spagnolo “abocar”.
  • addumàri, accendere, dal francese “allumer” e in italiano arcaico “allumare”.
  • addurmiscìrisi, addormentarsi, dallo spagnolo “adormecerse”.
  • annacàri, cullare, dondolare, dal greco “naka”, culla.
  • antùra, poco fa, dal latino “ante horam”.
  • azzizzàri, abbellire, adornare, sistemare, dall’arabo “aziz”, splendido.
  • babbalùciu, lumaca, dall’arabo “babalush”.
  • babbiàri, scherzare, dal greco “babazo”, ciarlare.
  • burgìsi, possidente, dal franco-provenzale “borgés” e dal catalano “burgés”.
  • burnìa, vaso per conserve, barattolo, dal catalano “búrnia” e dallo spagnolo “albornía”.
  • ciràsa, ciliegia, dal latino “cerasea”; dal greco “kérasos”; dallo spagnolo “cereza”; dall’italiano arcaico “cerasa”; dal francese “cerise”.
  • curtìgghiu, cortile, dallo spagnolo “cortijo”.
  • custurèri, sarto, dal francese “costurier”; dallo spagnolo “costurero” e dal catalano “costurer”.
  • giùmmu, pennacchio, dall’arabo “giummah”.
  • làstima, lamento, fastidio, dallo spagnolo “làstima”, pena.
  • muccatùri, fazzoletto, dal catalano “mocador” e dal francese “mouchoir”.
  • muscalòru, ventaglio per le mosche, dal latino “muscarium”.
  • ‘nsajàri, provare, dallo spagnolo “ensayar”e dal francese “essayer”.’nzémmula, insieme, dal latino “simul”.
  • racìna, uva, dal francese “raisin”.
  • raggia, rabbia, dal francese “rage”.
  • runfuliàri, russare, dal francese “ronfler”.
  • sciàrra, litigio, dall’arabo “sciarrah”, ostilità.
  • trùscia, fagotto, dal francese “trousse”.
  • tuppuliàri, battere, dal greco “typto”.

Curiosità

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CURARE L’IDEALISTA

Anche suo figlio era un idealista, ma lui l’ha curato subito con un assegno di cinquanta mila euro.

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Vedeste com’è cambiato!

 

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Dormo ancora un po’

Dormo ancora un po’

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Quando aprì gli occhi ebbe la sensazione di aver appena fatto lo stesso ennesimo sogno.
«Devo smettere di addormentarmi continuamente» si disse «è un incubo troppo penoso. Non ne posso più.» Anche se poi non se lo ricordava neppure bene; gli rimaneva sempre però appiccicata addosso la colla vischiosa dell’angoscia fobica e sprazzi di immagini sbiadite come di foto riposte in un baule. Ebbe brividi di freddo: il letto era gelido. Il silenzio attorno aveva un limite. Cinque, dieci metri o poco più. Come un perimetro di roccia. Come in una scatola di piombo. Al di là di quel velo suoni lontani e sparsi, fruscii e forse voci.
«Sì devo smettere di addormentarmi» fece scendendo dal lettino. «Mi vado a fare qualcosa di caldo, magari mi passa e poi leggo qualcosa.»
Puntò i piedi verso il basso alla ricerca delle pantofole ma il pavimento sembrava più in giù, molto più in giù. Si aggrappò al letto per non cadere. La stanza gli girava tutt’attorno, ma non alla stessa velocità; le cose più vicine erano lente rispetto a quelle in fondo.
«Ma dove sono?» si chiese sgranando gli occhi. «Questa non è casa mia, sembra un ospedale piuttosto. Cosa è successo?»
Si allontanò dal lettino facendo alcuni passi incerti. Il suo corpo nudo per un attimo si rifletté sulla lastra di alluminio della parente di fronte. Aveva un mucchio di punti di sutura sul corpo. Rimase senza fiato. Anche se quella scena l’aveva già vista e rivista si toccò i punti fatti a croce uno ad uno saggiandone con i polpastrelli il rilievo e la consistenza.
«Non mi sembra abbiano fatto un gran bel lavoro…» si disse. «Queste sono cicatrici che si vedranno. Potevano stare più attenti.»
Fece per girarsi ma le sue gambe cedettero. Rovesciò da uno scaffale un bottiglino di plastica mezzo vuoto e alcuni altri oggetti di metallici che caddero sulle piastrelle lanciando nell’aria un suono curioso.
«È meglio che ritorni a letto. Chiamerò l’infermiera perché mi porti una coperta.»
Si trascinò sino al suo lettino cercando di ricordarsi che giorno fosse e dove si potessero trovare a quell’ora Marta e Ida. Avrebbe dovuto chiamarle. Ma il cellulare dove lo aveva lasciato?
«Forse è invece meglio che dorma ancora un po’» fece stendendosi nuovamente. «Non riesco a resistere a questo sonno.»

«Hai finito per oggi?» gli chiese Walter entrando con il collega nella sala autoptica.

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