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Archive for 15 dicembre 2018

Grido di allarme da parte delle Associazioni Malati Oncologici della provincia di Caltanissetta

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Malati oncologici:  nel 2020 la radioterapia andrà ko, l’Assessore Razza è stato avvisato?

Alessandro Pagano

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“Diamo a Cesare quel che è di Cesare. In Sicilia ad oggi, l’oncologia della provincia nissena (radioterapia di Gela e di San Cataldo) funziona bene: 400 circa le prestazioni annue effettuate, grosso modo suddivise nel numero di 200 a Gela e 200 a San Cataldo.

A Gela confluiscono i malati oncologici anche di Licata e del basso agrigentino, mentre a San Cataldo oltre al nord della provincia di Caltanissetta, confluiscono anche i pazienti oncologici di Canicattì e dell’alto dell’agrigentino, perché come è noto, la provincia di Agrigento ha scandalosamente una sola Radioterapia.

La tecnologia utilizzata a Gela è composta da 2 acceleratori lineari di ultima generazione montati nel 2013 e che hanno una aspettativa di vita di circa 10 anni e quindi fino al 2023 tale centro radioterapico si può dire che non avrà problemi.

I problemi invece ci sono e sono tanti per San Cataldo visto che c’è un solo acceleratore lineare, montato nel 2008 e che già da adesso risulta fortemente obsoleto oltre che prossimo alla scadenza del decennio circa di ‘fine vita’. A conferma di ciò le  manutenzioni a San Cataldo, in questo ultimo anno si sono moltiplicate con conseguenti soste forzate e immediati trasferimenti temporanei dei pazienti, a Gela.

Riguardo il personale, dopo oltre tre anni di battaglie finalmente la situazione si è normalizzata nella radioterapia di gela. Mentre a San Cataldo la situazione non è ottimale visto che mancano un medico Radioterapista e un Fisico”.

Ma la preoccupazione serissima che mi ha fatto prendere carta e penna è che la tecnologia di San Cataldo risulta superatissima, trattandosi di macchinari che sia pur montati nel 2008, risultano concepiti nel 2003. La prova è che Siemens ha già certificato alla Asp 2 di Caltanissetta che dal 2020 non verranno forniti  più pezzi di ricambio perché il macchinario già adesso è fuori produzione.

Così come mi segnalano le Associazioni Oncologiche, vengono i brividi al pensiero che l’acceleratore lineare di San Cataldo ha circa gli ultimi 12 mesi di vita, al punto che dal 2020,  ad ogni guasto i pazienti oncologici saranno costretti a migrare verso Bagheria o Catania.

Questa lettera di denuncia quindi vuole essere un alert verso il prossimo direttore della Asp 2 che si insedierà a breve, e verso l’Assessore Regionale alla Sanità Guglielmo Razza, affinché vigilino sulla burocrazia dell’Assessorato alla Salute accogliendo le giuste istanze di un acceleratore lineare di ultima generazione, ai sensi della Legge 67/88 ex art. 20.

Le voci che girano in mezza Sicilia sembra infatti che vadano in direzione opposta alle istanze del centro Sicilia (Caltanissetta e Agrigento, come già sopra spiegato) e cioè che venga privilegiata  qualche Radioterapia di qualche altra città ben più blasonata. Non vorremmo proprio che nel corso del 2019/2020 nasca “il caso” della radioterapia di San Cataldo finita ko.

Lungi da me trovarmi costretto a denunciare i fatti dicendo ‘ve lo avevamo detto e non siete intervenuti’. Tremo pensando alle reazioni giustificate dei  malati oncologici che certamente non si limiterebbero alla semplice denuncia sul giornale. Aspettiamo pertanto fiduciosi un intervento tranquillizzante dell’Assessore Regionale, non solo sui  macchinari ma anche sui Nulla Osta alle assunzioni del Fisico e del Medico  Radioterapista.”

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Complimenti al sindaco di Campofranco che sa unire l’utile al dilettevole

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Senza spendere un euro realizza un bellissimo albero di Natale nel rispetto della tradizione. L’albero viene donato dalla Forestale che in tal modo sfoltisce il boschetto e agevola le amministrazioni comunali.

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IL RACC.ONTO

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Chicca, il cane dell’albero di gelsi

di Daniela Robberto

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Chicca

Mi chiamo Chicca e sono un cane femmina dal mantello bianco con macchie color caffellatte, frutto del fantasioso crocevia genetico.

Oggi sono anziana e non mi specchio più nelle pozzanghere perché so già come apparirei. Sento senza guardarmi, il segno devastante che il tempo e la fatica hanno lasciato su di me, sui miei denti, sulle mie zampe. Mia madre era la cagna di Don Ciccio, guardiano di una dimora nobile che come i suoi padroni aveva conosciuto tempi migliori; si chiamava Dana ed era una ingenua: credeva che le rampe simmetriche degli scaloni in marmo siciliano dove trovava comodo bivacco al sole, fossero suoi e che il correre con i cani del barone la potesse rendere uguale a questi. In realtà una volta tornati alla villa, i segugi di razza venivano controllati e rifocillati con cura, mentre a lei veniva data una veloce carezza e un pezzo di pane secco come il legno. Don Pietro, il vecchio setter della muta con sussiego le abbaiava sempre: «diamine un po’ di contegno, anche se appartieni ad un ceto popolano…».

Dana, offesa, appoggiava il muso tra le antiche e scure inferriate del cancello e si consolava perdendosi nei passi delle mucche e delle pecore che passavano di lì per andare al pascolo. Al seguito dello sparuto gregge c’era Nero, lo scudiero delle vacche, dagli occhi demoniaci. Ogni volta che Dana incrociava il suo sguardo sentiva il cuore sobbalzare; un giorno Nero le si avvicinò e strofinò il muso con il suo.
Fu subito passione e a nulla valsero i feroci colpi di cinghia né le secchiate d’acqua che Don Ciccio le tirava dicendole «p’a rifriscariti i bollori». L’amore la rese così esile da sgattaiolare tra le sbarre e seguire Nero. Ben presto il suo corpo evidenziò il rigonfiamento dell’addome che non era sfuggito all’occhio attento del padrone preoccupato di una gravidanza che, non gradita al barone, lo avrebbe costretto a provvedere. Una sera Dana, improvvisamente, si stese su un fianco e le onde del mare nel suo ventre danzarono la sequela delle contrazioni che avrebbero realizzato ancora una volta il miracolo della vita.
Biagio, Bianchetta la capretta, e tutta quella pletora di tortore e colombe tacquero nella stalla. Nel silenzio si sentiva solo il respiro affannoso e rapido di Dana ed il suo rizzarsi in piedi e sistemare la paglia per poi risdraiarsi di nuovo. Ogni 20 minuti circa nasceva un cucciolo ed alla fine fummo in quattro. L’odore forte della juta umida era schifoso e noi eravamo schiacciati l’uno contro l’altro riscaldandoci e ciucciandoci reciprocamente. Restammo così, stretti dentro quel sacco, e alla fine fummo scaraventati nel cassone di un camion. Presto non sentimmo più alcuna voce umana né il pianto della mamma che ci aveva accompagnato fino all’ultimo momento. Viaggiammo non si sa per quanto: i fratellini si erano addormentati ma adesso si erano svegliati e piangevano perché avevano sete, avevano fame, e tutti volevamo la mamma…

Don Ciccio scaraventò per terra il sacco, ma in un singulto di umanità tagliò con un coltello parte della stoffa e così potemmo rivedere la luce del sole. Finalmente l’incubo era finito ed io con i miei fratellini ci affollavamo vicino ai piedi di Don Ciccio, ma qui accadde una cosa strana: invece di consolarci e rassicurarci, il padrone ci scacciò via e, salito sul camion, si allontanò velocemente lasciandoci in quel posto polveroso pieno di spazzatura e pietre.
Il nostro sconforto si trasformò presto in disperazione: ognuno di noi annaspando in diverse direzioni trovò chi la morte chi la vita.

 

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Ars, legge su recupero dei centri storici approvata con la contrarietà del movimento grillino. Per Legambiente e M5S “sarà il far west”. Nello Dipasquale del Pd primo firmatario del provvedimento, lo difende con orgoglio: «Agevolerà gli interventi di riqualificazione per centri che rischiano di crollare».

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La norma sui centri storici contenuta nel ddl di variazione di Bilancio varata dall’Ars al centro di polemiche

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Ars, legge su recupero dei centri storici:per Legambiente e M5S  "sarà il far west"

“Di male in peggio. E’ una norma che apre a pericolose speculazioni”. Così Gianfranco Zanna, presidente Legambiente Sicilia. “La norma approvata dall’Ars è davvero scellerata – aggiunge -. Già la legge regionale 13/2015 presentava delle maglie, ma almeno faceva salvi i piani vigenti e prevedeva uno studio di dettaglio di competenza dei comuni.

Ora, con il ddl approvato, da un lato si impone l’obbligo di modificare i piani vigenti, ma dall’altro, ed è un fatto gravissimo, i privati possono proporre piani stralcio. Una norma vergognosa, che dimostra di che pasta è fatto questo Parlamento”.

«Noi abbiamo votato contro – dichiara Giampiero Trizzino del M5S -, questa norma è una follia in quanto dà la possibilità ai privati di presentare piani particolareggiati per immobili nei centri storici, ai quali i Comuni si devono adeguare, bypassando i vincoli che tutelano il patrimonio storico, artistico e culturale. Ci chiediamo che fa l’assessore ai Beni culturali, di che si occupa, visto che il Governo non s’è pronunciato dinnanzi a questo obbrobrio giuridico. Nei prossimi giorni, quando all’Ars approderà la finanziaria, presenterò un emendamento soppressivo per abrogare questo scempio».

“Le ragioni per cui la norma apre al far west – continua Trizzino – sono semplici da comprendere. Si potrebbe verificare che in sede di conferenza di servizio, organo che assume decisioni a maggioranza, la sovrintendenza dia un parere negativo a un progetto di un privato, perchè magari prevede la costruzione di un albergo in un piazza di un centro storico dopo l’abbattimento di un palazzo che rientra nell’alveo dei beni storico-artistici, ma è in minoranza. Il risultato è l’abbattimento dell’immobile senza possibilità di opposizione. Nei centri storici sono pochissimi gli immobili vincolati, per questo l’articolo approvato apre alla possibilità di snaturare l’origine di un luogo e rendere legale la cancellazione della storia di una piazza o di un palazzo”.

“Ritengo che siano surreali e anacronistiche le polemiche che arrivano da rappresentanti del Movimento Cinque Stelle e da Legambiente Sicilia, che intervengono contro la norma sui centri storici approvata”. Ribatte il deputato del Pd all’Assemblea regionale siciliana, Nello Dipasquale, primo firmatario del provvedimento, aggiungendo: “Sono abituato a metterci la faccia e siccome di quella norma sono il promotore la difendo con orgoglio perché la norma agevola gli interventi di recupero e di riqualificazione nei centri storici. Riscontro con rammarico purtroppo che ancora esiste in Sicilia chi vuole che i nostri centri storici crollino. Ormai da decenni, infatti, ci sono porzioni di centri storici inagibili e inabitabili, stupisce che ci sia ancora qualcuno che si ostina a mantenere questo stato”.

“Siamo tutti d’accordo che non si debba consumare nuovo suolo – prosegue il democratico – e siamo, altresì, d’accordo che bisogna rimpadronirsi dei centri storici ma serve il coraggio di demolire e ricostruire là dove esiste un’edilizia non qualificata che non ha i canoni di abitabilità. Non è vero quanto affermato da Trizzino e da Zanna, perché il privato può solo attivare il procedimento previsto dalla legge, in caso di inerzia da parte del Comune. Il procedimento, tra l’altro, prevede oltre alla conferenza di servizio, previo parere della Soprintendenza, anche l’approvazione del Consiglio comunale e la successiva trasmissione all’assessorato regionale. Il mondo professionale e produttivo non è composto da scellerati come non sono scellerati i sovrintendenti e consiglieri comunali, che sono chiamati a esprimere il parere su questa tipologia di interventi – conclude Dipasquale – E’ certamente una norma di buonsenso e ragionevolezza perché evita anche il protrarsi del totale abbandono dei centri storici nella nostra isola”.

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Caltanissetta, riflessione su “Pucciolo” l’albero di Natale Nisseno specchio della città. Fiocco: “Impresentabile”

Giuseppe Antonio Fiocco

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In questi giorni che precedono il Natele le città di tutta Italia, sono addobbate a festa, tra luci, festoni, alberi natalizi, presepi, mercatini e tant’altro, dalle città più piccole a quelle più grandi, si respira il vero clima natalizio, tranne a Caltanissetta, che tutto si respira tranne che un clima sereno, allegro e festoso.

Inutile ribadire e continuare a soffermarsi sulla polemica che ha come tema gli “addobbi natalizi” in città, basta sentile le comuni voci dei nisseni, l’amarezza dei commercianti, soprattutto del centro storico e leggere i post e commenti vari sui social.

Ma la ciliegina sulla torta, in questa vicenda, arriva proprio in data 13 dicembre, per il giorno di Santa Lucia, con l’installazione del tanto atteso “albero di Natale” in Corso Umberto, nei pressi dell’ingresso di Palazzo del Carmine.

L’albero non tarda a diventar famoso soprattutto nei social, una vicenda simile a quella del 2017 a Roma con il famoso albero “Spelacchio” ed anche io al nostro caro alberello ho voluto dare un nome: “Pucciolo”

Parlare di “Pucciolo” , non vuol dire affrontare necessariamente un tema per forza maggiore di natura sarcastica. Anzi, per certi versi potrebbe anche rappresentare una discussione classica all’italiana, data la diversità di opinioni (negative) che girano intorno a questo alberello, che si presenta piuttosto scarno, minimo, povero e infelice , appunto, da infondere una sorta di tristezza in chi lo contempla nella sua forma minuta e priva di qualsiasi slancio vitale, ma non di un’anima in pena. Appositamente mi sono recato in Corso Umberto, e passando per il “suo” luogo l’ho guardato con attenzione, da diverse angolature: più che una pianta mi sembra un figurante, uno di quegli artisti di strada che assume una posizione immobile, sospendendosi tra l’umano e la materia.

E, più di qualsiasi critica, congettura e analisi sulla città in cui è stato piantato e allestito, ne traduce simbolicamente le condizioni, adagiandosi in uno stato di compassione che nessun albero al mondo è in grado di raffigurare. Genera compatimento, sì, ma esprime al contempo una pietà che gli appartiene, come a esternare un sentimento misericordioso per la città e coloro che lo osservano. Insomma, l’albero farà anche pena, ma è come se anche lui ne provasse una proprio per i cittadini e l’intera città in cui è stato istallato, forse anche, per chi lo ha messo lì, in bella mostra.

Pucciolo sembra riassumere, nella sua impresentabilità, un risentimento verso l’umana conduzione di una città, ormai in ginocchio che è l’emblema della sua intera popolazione. Costringe, chi lo osserva, a un’involontaria riflessione sulla povertà (soprattutto di spirito), sull’approssimazione, sul disagio, sull’inadeguatezza, sul mancato senso di appartenenza e identità che permane in fondo all’animo di chi guarda all’esistenza con preoccupazione. Per me, rimane l’albero di Natale più coerente che abbia mai visto. Esso si rapporta con l’esterno, diventandone un’immagine genuina, fino a rappresentarne lo strumento per interpretare e qualificare la realtà tutt’intorno.

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Serradifalco – Municipio

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