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Archive for 11 aprile 2017

1630

MML nel Mondo alle 16:30

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La religione si piega allo spettacolo

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La messa in scena della Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo è finita da qualche ora. Quanti non si sono potuti recare in piazza hanno potuto comunque vederla in diretta streaming.

Bravi, più o meno, tutti: regista, attori dilettanti, figuranti e volontari che hanno prestato la loro opera, anche manuale. Insomma la buona volontà non è mancata, come non è mancata la voglia di mettersi alla prova e di sano esibizionismo.

In questa sede non si vuole dare giudizi sulla sceneggiatura, sulla recitazione, sulla regia, sul testo, sul gradimento del pubblico, quanto piuttosto su un aspetto di quest’ultima edizione del Martirio di Gesù Cristo, la quale poco o addirittura nulla ha da spartire con una rievocazione sacra che, pur avendo aspetti spettacolari, resta pur sempre profondamente religiosa.

Non ci si riferisce certamente alla presenza nuova di qualche giovane extracomunitario di pelle scura sul palcoscenico: scura era certamente la pelle anche di Nostro Signore. Anche se fossero ragazzi di fede islamica, non bisogna dimenticare che Islam e Cristianesimo si riconoscono nello stesso Monoteismo, anche se per loro Gesù viene considerato non come Dio, ma come semplice Prefeta.

Ci si riferisce piuttosto all’affidamento del ruolo di Cristo ad un giovane che in passato si sarebbe dichiarato ateo, vale a dire una persona che non crede in Dio, in alcun dio; e pare che lo abbia ribadito anche in occasione di questa innovativa Scinnenza.

Tale fatto ha generato qualche momento di confusione e di attrito con i rappresentanti del clero locale e con molti credenti e praticanti secondo i quali – logicamente –  non si sarebbe dovuto affidare la parte principale della sacra rappresentazione ad un ateo. Nemmeno se fosse stato un attore professionista o premiato con l’Oscar. Insomma avrebbero preferito non si rappresentasse la Passio Domini piuttosto che fare intrepretare il ruolo di Gesù Cristo a un sedicente ateo.

A meno che quest’ultimo non sia stato folgorato, come San Paolo sulla via per Damasco, e si sia convertito alla religione cristiana: in tal caso avremmo assistito ad un vero e proprio miracolo!

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L’altare Maggiore

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La riapertura della Porta laterale

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Le antiche immagini della Via Crucis

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Il ben di Dio all’Aventino, a Roma

Renato Pierri

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images (1)Una giornata bella di sole, giornata di primavera a Roma, ancora più bella se uno, nonostante gli anni che non sono pochi, fa la fatica di salire a piedi per Via di Porta Lavernale, fin su, alla chiesa di Sant’Anselmo, all’Aventino.

Ancora più bella però, la giornata, se prima si passa a far colazione nel caffè – pasticceria appena all’inizio di Via Marmorata. Ottime le paste, le ciambelle fritte, i cornetti, e c’è tanta bella gente, allegra, ben vestita. E’ un piacere vedere il locale bello, le torte belle, la gente bella.

E una visitina al vicino vecchio negozio di gastronomia, con dentro tutto il ben Dio, pure è cosa che fa piacere. Anche qui tanta bella gente, allegra, ben vestita.  I signori che abitano all’Aventino, dove non c’è l’ombra di un negozio, vengono qui ad acquistare cose buonissime e costosissime.

Il-buco-della-serratura

Roma – Il buco della serratura.

Tanta gente anche a Piazza Cavalieri di Malta. Ci sono i turisti in fila che aspettano pazientemente di poggiare l’occhio sul grande portone della Villa del Priorato di Malta, per guardare attraverso il buco della serratura. Per ammirare la splendida prospettiva della Cupola di San Pietro, che appare lungo il viale dei Giardini dell’ Ordine, costeggiato da alberi.

Anche davanti alla chiesa di San Bonifacio e Alessio c’è tanta gente, non proprio allegra, non proprio bella. Ma forse una  sua bellezza ce l’ha, una diversa bellezza. Fanno la fila. Dal basso, dal quartiere Testaccio, da Ostiense, i poveri salgono all’Aventino, per andare a ricevere il pasto che offre la parrocchia di San Bonifacio e Alessio. Il loro ben di Dio all’Aventino.

S’incrociano, sulla Via di Porta Lavernale, i signori che scendono e i poveri che salgono. I glicini spandono nell’aria il loro profumo. Così va il mondo.

 

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Multe, occhio alla fregatura: come ce le vogliono far pagare due volte

di Francesco Vecchi

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Se hai torto paghi 30 euro, se hai ragione ne paghi più di 60. Piccolissimo esempio del paese dei contrari, l’Italia, che è riuscita a far digerire ai suoi cittadini logiche tanto perverse da non suscitare più nemmeno stupore. Quando è successo che abbiamo smesso di indignarci per il costo insensato dei ricorsi contro le multe? Come è possibile che passi con appena un’ alzata di spalle l’ idea che quando la multa è bassa sia più conveniente pagare?

Con il decreto «misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa» (invito peraltro ad apprezzare la parola trasparenza) sono stati alzati i contributi necessari per sottoporre a un giudice di pace le multe dubbie o controverse. Da allora, quasi 3 anni fa, le amministrazioni locali hanno decuplicato gli incassi provenienti dalle sanzioni, facendo registrare un clamoroso +956% che vale all’ Italia il primato europeo.

Sarà un caso? O gli italiani, asfaltati dalla burocrazia, hanno deciso di arrendersi e di pagare le multe anche quando illegittime?
No, perché di fronte a uno Stato che non sbaglia mai e che tratta i cittadini come clienti e non come sudditi, non avremmo neanche il dubbio: pagheremmo e basta. Invece le irregolarità commesse dalle amministrazioni sono tantissime e la verità è che semplicemente hanno trovato il modo di farci pagare 1,3 miliardi di tasse sotto altra forma.

Sono irregolari ad esempio le multe effettuate dagli ausiliari della sosta al di fuori delle strisce blu.

Sono irregolari le foto scattate da autovelox in cui compaia più di un veicolo: la multa infatti viene attribuita a quello nella corsia più veloce, ma chi può assicurare che non sia stato uno degli altri a far scattare la sanzione?

Sono irregolari tutte le multe effettuate da apparecchiature elettroniche non omologate.

Eppure più di una gola profonda, tra agenti di polizia stradale e installatori, hanno raccontato che basta pochissimo per modificare il risultato della rilevazione e di aver subito molte pressioni perché crescesse il numero delle multe effettuate. Nel caso degli autovelox è sufficiente posizionare il dispositivo in modo che non sia perfettamente parallelo alla strada ed ecco che la distanza percorsa da un’ automobile in un dato lasso di tempo risulta maggiore e dunque più alta la velocità.

Ma d’ altra parte non serve conoscere il teorema di Euclide per farsi due conti: come mai l’ incasso delle multe negli ultimi 3 anni è cresciuto a ritmi così spaventosi in Italia, Grecia e Romania ed è rimasto pressoché invariato in Inghilterra, Germania e Svezia?

E come fa il Comune di Milano, che ha già il record di multe per patentato con una media di 1 sanzione ogni 10 secondi, a prevedere che nel corso del 2017 incasserà 22 milioni di euro in più rispetto all’ anno precedente? I casi sono due: o deve far tornare i conti oppure ammettere che tante multe non servono a disciplinare gli automobilisti.
Sia chiaro: gli indisciplinati devono pagare, ma il sistema così organizzato è una truffa.

Ai cittadini è stato tolto il diritto di difendersi e in questo modo i comuni hanno mano libera per bastonare, 30 euro di qua, 40 di là. È scandaloso. Il costo del ricorso deve essere messo in conto solo a chi ha torto. Chi ha ragione, perché deve pagare? Casomai, per tutto il tempo perso, dovrebbe ricevere una scatola di cioccolatini e un biglietto di scuse.

 

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Ladro di ricordi

batacchioAvrebbe raccontato la sua vita. L’aveva sempre saputo che era quello l’argomento che, per avere successo, avrebbe dovuto trattare prima di altri in un libro; aveva cercato tuttavia di evitare un simile coinvolgimento perché scrivere di sé avrebbe comportato anche giudicarsi, oggettivamente, ripensando in modo critico al proprio passato: il che poteva risultare anche non troppo piacevole.

Ma ora Mario aveva sessant’anni. Era un uomo arrivato, con una forte personalità e un disincanto verso di sé e gli altri da fargli credere, a ragione o a torto, che in realtà non avrebbe avuto nulla da temere. Anzi no, era sicuro: gli avrebbe fatto bene.
Così cominciò dapprima con un capitolo generico, introduttivo, richiamando quei principi etici cui si era sempre ispirato e poi via via, partendo dal racconto dell’infanzia, risalì alla gioventù, agli anni della maturità, a quella delle grandi scelte.

Era soddisfatto. Si profilava come un romanzo di grande respiro, penetrante, liberatorio, per nulla indulgente. Anche se per ora aveva trovato l’artificio narrativo di usare la terza persona.
Poi una mattina cominciò ad accorgersi che in casa mancavano diversi oggetti. Una prima volta non trovò una maglia di quando aveva intrapreso da ragazzo l’avventura del calciatore dilettante, un’altra volta risultò sparita una cartina antica che aveva comprato a Londra dopo il diploma, un’altra ancora il suo set completo di canne da pesca. Era diverso tempo che Anna, la moglie, aveva ripromesso un ‘bel ripulisti’ di vecchie cose sue che ‘prendevano solo polvere‘, ma non poteva credere che dalle minacce fosse passata ai fatti.

Fu immancabile un furioso litigio all’inizio del quale lui accusava lei di non rispettarlo come uomo e come marito e la moglie che negava di aver buttato via alcunché; alla fine c’era solo lei che rimproverava lui, insieme a molte altre cose, del perché il rinfresco del loro matrimonio fosse stato così misero rispetto a quello delle sue amiche, poco importando fossero passati trent’anni.

Qualche settimana dopo, Anna, uscita di casa per andarsene a lavorare, tornò appena dopo cinque minuti, la faccia pallidissima. Se ne stava nella luce della porta guardando il marito senza fiatare.
«Per l’amor del cielo, Anna, parla! Cos’è successo?» chiese lui preoccupato.
«Hanno rubato la macchina! Nonostante sia più vecchia di me!» fece lei tutto d’un fiato.
E così avevano a che fare con un ladro seriale. Non c’era dubbio. Un ladro strano, per la verità, selettivo e pervicace. Rubava ricordi, solo ricordi: i suoi. La polizia, dal suo canto, com’era prevedibile, non li prese neppure in considerazione.

Anna, per tutta risposta, liberò il ripostiglio delle scope, fece montare una porta blindata e nello stanzino stipò tutto quello che secondo lei era prezioso. Compreso il fazzoletto della prima comunione con cui aveva toccato l’ostia consacrata, il tappetino di plastica della sua prima macchina e un orecchino superstite, regalo di quell’Altro, che se lo avesse sposato come le aveva raccomandato quella santa donna di sua madre, che riposi in pace, ‘ora avrebbe fatto la Signora’.
Poi lui capì. Non poteva essere altrimenti.
C’era il gatto della moglie che gli si era sdraiato, come al solito, sopra la tastiera del computer: fece alcuni tentativi per convincerlo a spostarsi. Poi riempì la ciotola di croccantini e il gatto, indolente, scese dal tavolo. Fu così che al romanzo aggiunse un paio di pagine proprio su quel gatto, di quanto fosse irritante averne uno da accudire tutti i santi giorni quando ti dimostra ostentatamente solo indifferenza e ostilità. Poche righe intense, insomma, asciutte, ma ben scritte. E, come immaginava, per qualche motivo imperscrutabile, il gatto sparì.

«Mario??? Deve sei?», fece la moglie appena alzata dal letto. «È domenica, non ti sembra esagerato lavorare anche la domenica mattina? Ma dove sei?»
Giunta nello studio trovò la luce della lampada da tavolo accesa, il monitor del computer illuminato. ‘Lo Scrittore non deve essere lontano’, pensò.
Allungò il collo sul display e lesse:

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