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Archive for 5 aprile 2017

Nomina del revisore dei conti fino al 2020

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La Legge regionale in materia di organo di revisione economico – finanziaria degli enti locali, dispone che i revisori dei conti degli enti locali sono scelti mediante estrazione a sorte tra i professionisti iscritti nel registro dei revisori legali nonché tra gli iscritti all’ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili.

Essendo il nostro comune con una popolazione inferiore ai 3000 abitanti, il compenso annuo lordo del revisore dei conti può arrivare sino ad un massimo di € 5.202, oltre all’IVA, contributo alla cassa di appartenenza e di quant’altro spettante in fattura, nonché il rimborso delle spese di viaggio, se residente in comune diverso.

L’importo determinato con decreto ministeriale è il tetto massimo erogabile; ma il consiglio comunale può fissare liberamente il compenso ritenuto più congruo.

Alla seduta consiliare sono presenti il Sindaco Vitellaro Giuseppe e l’Assessore Ingrao Giuseppe. Mentre prima di iniziare la trattazione e la discussione dell’argomento si allontanano dall’aula i Consiglieri Palumbo Gioacchino e Provenzano Rosa in quanto tra gli aspiranti hanno dei parenti. Mancano i consiglieri di maggioranza Caldiero Luca e Curto Carmelo, pertanto i Consiglieri presenti sono 10 si  15.

Il Presidente illustra la proposta di deliberazione, dopo di che il Segretario Comunale coadiuvato dagli scrutatori nominati ad inizio seduta, alla presenza di tutti i Consiglieri Comunali inizia a contare le schede. Le schede vengono contate ed ognuna di esse viene contrassegnata da un numero arabo corrispondente al nominativo  riportato nell’elenco.

Si contano 102 (centodue) schede stante che erroneamente è stata inserita una scheda bianca, che viene subito stracciata, conseguentemente le schede sono 101 (centouno) cosi quanti sono gli aspiranti.

Il Consiglio ad unanimità decide di estrarre n. 5 (cinque) nominativi in guisa da formare una piccola graduatoria alla quale attingere nel caso di rinuncia del primo estratto e via dicendo.

Procedutosi all’estrazione alla presenza del Segretario Comunale coadiuvato dagli scrutatori nominati ad inizio seduta e di tutti i Consiglieri presenti, vengono estratti i seguenti numeri:

  • 97 a cui corrisponde il Dr. Tricoli Luigi;
  • 81 a cui corrisponde il Dr. Glorioso Salvatore;
  • 14 a cui corrisponde il Dr. Sorce Luigi;
  • 64 a cui corrisponde il Dr. Ventura Angelo;
  • 87 a cui corrisponde il Dr. Mingrino Davide.

IL CONSIGLIO COMUNALE con voti favorevoli n.10, su n. 10 Consiglieri presenti e votanti approva la su indicata proposta e conseguentemente nomina il Dr. Tricoli Luigi Revisore dei Conti del Comune. In subordine stabilisce che l’individuazione di un eventuale sostituto avverrà attingendo alla graduatoria precedente.

Successivamente, vista l’urgenza con voti favorevoli n.10, su n. 10 dei consiglieri presenti e votanti si dichiara l’atto immediatamente esecutivo.

Alla seduta erano assenti i Consiglieri Luca Caldiero, Carmelo Curto, Gioacchino Palumbo, Rosalba Pellegrino, Rosa Provenzano.

 

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Parole d’Autore – Fiabe popolari Italiane – La leggenda di Colapesce (Sicilia).

La leggenda di Colapesce (Sicilia)

Giuseppe Pitrè

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Nicola fu l’ultimo dei numerosi fratelli: viveva con la sua famiglia a Messina, in una capanna vicino al mare e fin da fanciullo prese dimestichezza con le onde.

Quando crebbe e divenne un ragazzo svelto e muscoloso, la sua gioia era d’immergersi profondamente nell’acqua e, quando vi si trovava dentro, si meravigliava anche lui come non sentisse il bisogno di ritornare alla superficie se non dopo molto tempo.

Poteva rimanere sott’acqua per ore e ore, e quando tornava su, raccontava alla madre quello che aveva visto: dimore sottomarine di città antichissime inghiottite dai flutti, grotte piene di meravigliose fosforescenze, lotte feroci di pesci giganti, foreste sconfinate di coralli e cosi via.

La famiglia, a sentire queste meraviglie, lo prendeva per esaltato; ma, insistendo egli a restar fuori di casa, senza aiutare i suoi fratelli nella dura lotta per il pane, e vedendo che egli passava veramente il suo tempo dentro le onde e sotto il mare, come un altro se ne sarebbe andato a passeggiare per i campi, si preoccupò e cercava di scacciare quei pensieri strani dalla testa del figliuolo.

Cola amava tanto il mare e per conseguenza voleva bene anche ai pesci: si disperava a vederne le ceste piene che portavano a casa i suoi fratelli, ed una volta che vi trovò dentro una murena ancora viva, corse a gettarla nel mare.

Essendosi la madre accorta della cosa, lo rimbrottò acerbamente: “Bel mestiere che sai fare tu! Tuo padre e i tuoi fratelli faticano per prendere il pesce e tu lo ributti nel mare! Peccato mortale è questo, buttare via la roba del Signore. Se tu non ti ravvedi, possa anche tu diventare pesce.”

Quando i genitori rivolgono una grave parola ai figli, Iddio ascolta ed esaudisce. Così doveva succedere per Nicola. Sua madre tentò di tutto per distoglierlo dal mare, e credendolo stregato, si rivolse a santi uomini di religione. Ma i loro saggi consigli a nulla valsero.

Cola seguitò a frequentare il mare e spesso restava lontano giorni e giorni, perché aveva trovato un modo assai comodo per fare lunghi viaggi senza fatica: si faceva ingoiare da certi grossi pesci ch’egli trovava nel mare profondo e, quando voleva, spaccava loro il ventre con un coltello e cosi si ritrovava fuori, pronto a seguitare le sue esplorazioni.

Una volta egli tornò dal fondo recando alcune monete d’oro e cosi continuò per parecchio tempo, finché ebbe ricuperato il tesoro di un’antica nave affondata in quel luogo.

La sua fama crebbe tanto, che quando venne a Messina l’imperatore Federico, questi volle conoscere immediatamente lo strano essere mezzo uomo e mezzo pesce.

Egli si trovava su di una nave al largo, quando Cola fu ammesso alla sua presenza. “Voglio esperimentare” gli disse l’Imperatore, “quello che sai fare. Getto questa coppa d’oro nel mare; tu riportamela.” “Una cosa da niente, maestà” fece Cola, e si gettò elegantemente nelle onde. Di lì a poco egli tornò a galla con la coppa d’oro nella destra. Il sovrano fu cosi contento che regalò a Cola il prezioso oggetto e lo invitò a restare con lui.

Un giorno gli disse: “Voglio sapere com’è fatto il fondo del mare e come vi poggia sopra l’isola di Sicilia.” Cola s’immerse, stette via parecchio tempo; e quando tornò, informò l’Imperatore. “Maestà,”disse, “tre sono le colonne su cui poggia la nostra isola: due sono intatte e forti, l’altra è vacillante, perché il fuoco la consuma, tra Catania e Messina.”

Il sovrano volle sapere com’era fatto questo fuoco e ne pretese un poco per poterlo vedere. Cola rispose che non poteva portar il fuoco nelle mani; ma il sovrano si sdegnò e minacciò oscuri castighi. “Confessalo, Cola, tu hai paura.” “Io paura?” ribatté il giovane, “anche il fuoco vi porterò. Tanto, una volta o l’altra, bisogna ben morire.

Se vedrete salire alla superficie delle acque una macchia di sangue, vuol dire che non tornerò più su.” Si gettò a capofitto nel mare, e la gente stava, ad attendere col cuore diviso tra la speranza e la paura.

Dopo una lunga inutile attesa, si vide apparire una macchia di sangue. Cola era disceso fino al fondo, dove l’acqua prende i riflessi del fuoco, e poi più avanti dove ribolle, ricacciando via tutti i pesci: che cosa successe laggiù? Non si sa: Cola non riapparve mai più.

Qualcuno sostiene ch’egli non è morto e che è restato in fondo al mare, perché si era accorto che la terza colonna su cui poggia la Sicilia stava per crollare e la volle sostenere, cosi come la sostiene tuttora.

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“La sinistra dovrebbe chiedere scusa a Berlusconi, e Berlusconi dovrebbe chiedere scusa ai suoi elettori”.

Libero

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È un Marcello Veneziani amareggiato e disilluso quello che sul Tempo canta il De Profundis della politica italiana degli ultimi 20 anni. Segnata da un solo nome, un solo uomo: Silvio Berlusconi.

Solo lui ha saputo tenere insieme la sinistra, che lo odiava. Appena venuto meno il grande nemico e “Causa del Male italiano”, scrive l’editorialista, “l’Italia è messa perfino peggio di allora e la sinistra si è sbriciolata in una miriade di partitini e correntine come non era mai successo prima”.

Dalla magistratura al terremoto dell’Aquila, gli anti-Cav dovrebbero riconoscere i propri errori. Compreso quello di Gianfranco Fini, considerato al tempo “un vero statista e un uomo di destra democratica solo perché si era messo contro di lui”. Chi criticava Gianfranco era insultato, ora che Fini “si è rivelato quel Tulliani che sappiamo” tutti zitti.

Senza contare che la sinistra ora “dovrebbe rimpiangere colui che l’ha mandata al governo, ha concorso ad eleggere i suoi governi e perfino a rieleggere Napolitano un reato politico grave che si potrebbe configurare come concorso esterno in associazione rovinosa”.

E anche Angela Merkel, continua Veneziani, di dovrebbe mangiare le mani perché a costo di silurare Berlusconi ora si ritrova quel “mostro populista incazzoso di Beppe Grillo e il populismo sovranista di Salvini“.

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