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Archive for 2 aprile 2017

Mezza dozzina di milocchesi studiarono nel Convento di Santa Maria di Gesù di Ispica

Alfonso Cipolla

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padre luca saia

Padre Luca Saia

Finite le scuole elementari, chi poteva mandava i figli a studiare fuori Milena perché le medie da noi sono state aperte negli anni 60.

Negli anni 40, a ridosso della seconda guerra mondiale, alcuni ragazzi del Paese delle Robbe furono mandati dai loro padri e parenti a studiare ad Ispica, nella lontana provincia di Ragusa raggiungibile attraverso un percorso misto corriera – treno della cui straordinaria durata scriveremo tra poco.

Tra i cittadini che, in quel periodo storico, andarono ad Ispica ricordiamo Padre Luca Saia recentemente scomparso che scelse la via religiosa; il geom. Pietro Lombardo e il prof. Cristenzio Mancuso personaggi noti e pure loro scomparsi tempo fa; Salvatore Falletta e Gerlando Cipolla – detto Dino – impiegato comunale in pensione, che ha voluto ricordare padre Luca, raccontando un pezzo comune della loro vita.

Il 2 di ottobre, salutata la famiglia con il cuore in gola (l’avremmo rivista a fine anno… scolastico) partivano la mattina presto salendo su una corriera moderna, che aveva appena sostituita quella a vapore, ma che non riusciva a percorrere più di qualche chilometro senza fermarsi per un poco.

da sinistra in piedi Gerlando Cipolla che legge e Antonino Saia che sorride, Giovanni Cipolla scrive a macchina, in primo piano il segretario comunale Giuseppe Marchese Ragona

Mi accompaganva mio padre Giuseppe, mentre P. Luca era accompagnato dal fratello Nino, decano degli impiegati del Comune di Milena, che lo sovvenzionava mantenendolo agli studi. La corriera ci portava alla stazione ferroviaria di Serradifalco dove aspettavamo il treno che ci doveva portare a Vittoria in provincia di Ragusa. Per raggiungere Vittoria si impiegava un giorno e mezzo di viaggio. A Vittoria perdevamo un’altra mezza giornata asapettando la coincidenza per Ragusa.

Ci portavamo appresso da mangiare e quando arrivavamo alla stazione aprivamo le nostre valige di cartone chiuse con lo spago e mangiavamo, riposandoci poi sulle panche di legno. Di legno erano i sedili della terza classe del treno che a quei tempi era tirato da una locolotiva a vapore che ci riempiva di fumo tanto che arrivavamo con la faccia scura di carbone.

Nella mattinata del terzo giorno il treno merci percorreva l’ultimo tratto, la Ragusa – Ispica.

Di quel viaggio che non finiva mai, ricordo il mercato nero del frumento e altri cereali; quando il treno merci, su cui viaggiavamo, rallentava e andava quasi a passo d’uomo, alcune persone spingevano su pane, farina, pasta, frumento e qualche altro genere alimentare destinati al mercato nero delle città e dei paesi più grossi. Noi ragazzini non lo capivamo questo traffico, ce lo spiegavano dopo i più grandi che si trattava di contrabbando (lo chiamavano ‘u ‘ntrallazzu”) perché c’era il razionamento.

convento-gesuL’ultimo tratto per giungere al Collegio dei frati francescani, posto in cima a un cocuzzolo, lo facevamo a piedi sollevando le valige pesanti.

E così il 4 ottobre, in coincidenza con la ricorrenza di San Francesco, al “collegio”  dei frati francescani cominciava l’anno scolastico che terminava a giugno. Non tornavamo a casa che alla fine dell’anno scolastico: a giugno finalmente potevamo ritornare al nostro paese, dopo 8 mesi di lontananza da casa, parenti e amici.

Nel collegio si facevano le tre classi medie per i privati, e c’era pure il noviziato con il liceo per i monaci, strada che seguì solo padre Luca Saia ma non Pietro Lombardo, Cristenzio Mancuso e Salvatore Falletta detto ‘u maaru. Le nostre famiglie pagavano una retta trimestrale.

Ci si svegliava alle 5 del mattino, ci si lavava con acqua fredda, quindi tutti a Messa e poi a colazione e poi arrivava la prima ricreazione. Ci divertivamo e giocavamo nel cortile sotto lo sguardo e il controllo del Padre Maestro.

Per tutti noi cominciava l’apprendimento della lingua italiana, praticamente sconosciuta; per insegnarcela i frati del Convento di Santa Maria di Gesù di Ispica avevano trovato un metodo sicuro basato su un anello di ferro.

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Dovevamo sempre parlare in italiano, non era facile, era uno sforzo tradurre dal siciliano in italiano e succedevano cose comiche, tipo quella che capitò a Salvatore che disse a un frate: “posso pendere il faccioletto?” il quale scherzando gli rispose: “Ma non l’hai fatto già il letto”? Aveva tradotto fazzoletto in “faccio letto”.

Peggio andò a Pietro che non voleva mangiare fave crude il venerdì, non gli piacevano perché non le digeriva bene, per punizione dovette digiunare tre giorni e fu difficile perché non è che il vitto fosse vario e abbondante in quel periodo, anche il pane era razionato: 200 grammi al giorno. Nel refettorio dove mangiavamo eravamo disposti in tre per tavolo. Iozzia, un commensale al quale i genitori benestanti portavano cibo extra, qualche volta ce ne passava un poco; ma dovevamo stare attenti a che non se ne accorgesse il Superiore perché allora finiva che ci dicesse: ora non mangerete nè il mangiare del collegio nè il vostro e si  restava come al solito a digiuno.

Ma torniamo all’obbligo di parlare in italiano e al sistema infallibile di riuscirci, alla base di tutto c’era un anello di ferro e una parola in latino” àccipe!” cioè “prendilo!”: si consegnava l’anello al compagno che si sentiva parlare in dialetto siciliano.

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La grande monnezza

Filippo Facci

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downloadÈ una vendetta di Craxi: i romani lo chiamavano «il cinghialone» e ora lui per ripicca, da lassù, ha scatenato orde di cinghiali che scorrazzano nell’impotenza della nuova politica, impegnata a destreggiarsi tra immunovaccini, salvaguardia della biodiversità e altre cazzate che negano la realtà più evidente: che le bestie vanno dove c’è da mangiare, che se non c’è da mangiare se ne vanno, che a Roma da mangiare ce n’è un sacco (storicamente) perché è pieno di cassonetti d’immondizia traboccanti schifezze.

download (1)Ergo – stai a vedere – se tieni Roma pulita risolvi anche il problema dei cinghiali, dei maiali, dei topi, dei gabbiani, dei bacarozzi e persino di M5S, che almeno capire, nel caso, che c’è da ripartire dall’ABC anziché biascicare cazzate. A meno di fare come in Germania, dove assoldano tiratori scelti e poi, i cinghiali, se li magnano. L’ha proposto il commissario del parco di Veio, non l’Arcicaccia. Non solo per le periferie: la monnezza si addensa anche attorno a Campo de’ Fiori e via dei Giubbonari. E i cinghiali stringono d’assedio, ora come allora. L’Hotel Raphael è sempre più vicino.

Questo mentre Il Messaggero informa che proliferano anche pappagalli parrocchetti, tartarughe a guance rosse, scoiattoli grigi, furetti, baby coccodrilli, draghi barbuti, civette, sparvieri, rane toro e addirittura boa costrictor.

Il sindaco Raggi ha indetto una riunione di giungla.

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Visita al centro stampaEtis del quotidiano La Sicilia

 

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Un po’ di RELAX

Individuate e correggete la frase sbagliata

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“Mi piace leggere gli epistolarii dei grandi scrittori”.

“Han tagliato molte rose, ma qualcuna ancora ne resta”.

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Cattura

scarpe pietro

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 11,1-45

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lazzaro-resurrezioneIn quel tempo, era malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella.
Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato.
Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato».
Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro.
Quand’ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava.
Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».
Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce».
Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo».
Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s’è addormentato, guarirà».
Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno.
Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!».
Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era gia da quattro giorni nel sepolcro.
Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello.
Marta, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà».
Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà».
Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell’ultimo giorno».
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà;
chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?».
Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».
Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama».
Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui.
Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro.
Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là».
Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».
Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse:
«Dove l’avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!».
Gesù scoppiò in pianto.
Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!».
Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».
San Lazzaro 3Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra.
Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, gia manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni».
Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?».
Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato.
Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!».
Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui.

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