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Archive for 27 ottobre 2016

Il rito dell’immondizia abbandonata davanti l’ufficio sanitario

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20161026_091704Ogni mattina il poliambulatorio – che ospita ambulatori, ufficio sanitario e 118- è frequentato da tante persone per motivi sanitari. Lo trovano pulito dentro e fuori. Ogni giorno, tranne uno.

Da qualche tempo, ogni mercoledì, tutti coloro che vanno all’ospedaletto di via Matteotti, sono costretti con meraviglia a sorbirsi questo spettacolo indecente: un sacchetto di rifiuti aperto lasciato lì con la spazzatura sparsa dappertutto. 

Piccolo particolare, in questa sede lavora anche il vice-sindaco, il quale si dice dispiaciuto e meravigliato del mancato intervento di pulizia da parte degli operatori ecologici.

C’è un lato oscuro di questa spiacevole vicenda che si rinnova ogni mercoledì, in cui si assiste al rito dell’abbandono e dello sversamento della spazzatura, puntuale come una “prummisioni”.

Ci sarebbe un vero e proprio giallo sull’identità del presunto responsabile.

“Il responsabile – si chiedono alcuni che sembrano avere una pista – è un uomo? Oppure un animale?”

In pratica, qualcuno – forse per salvare la razza umana – ipotizza un intervento animalesco!

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Nei due porti 27mila arrivi nel 2016, a Lampedusa 10mila.

«I numeri cambiano, Renzi lo sa»

Pozzallo e Augusta, sindaci in rivolta: «La Nicolini da Obama, noi su Marte?»

di Mario Barresi

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«Ne stanno arrivando altri 650». Non fa una grinza, il sindaco di Pozzallo, quando sul display del telefonino riceve il “bollettino” quotidiano. Luigi Ammatuna pensa ai migranti che arrivano, «perché qui l’accoglienza c’è da quando ci sono io».

A bordo della nave militare irlandese “Samuel Beckett”, nel primo pomeriggio, al porto di Pozzallo arrivano i 650 migrati attesi, tra i quali 173 donne e 46 minori. Sei donne in gravidanza e una con pneumotorace ricoverate a Modica; registrati 146 casi di scabbia. Più di 400 migranti verranno trasferiti in altri centri d’accoglienza.

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LUIGI AMMATUNA

Ma nell’agenda del sindaco del Pd, domani, c’è anche un incontro con operatori turistici e ristoratori, che dal 2013 denunciano un calo di presenze «dovuto all’immagine distorta del paese». E la richiesta di quattro dell’opposizione («che mi vogliono fare la pelle»): un consiglio comunale aperto sul tema migranti. «Dicono che siamo troppo accoglienti», ironizza.

Quest’estate, quando Matteo Renzi, dopo averla annunciata «nel Ragusano fra Pozzallo e i luoghi di Montalbano», spostò la Festa nazionale dell’Unità a Catania, Ammatuna mandò a dire al segretario del suo partito: «Se viene qui, per lui e Alfano le porte del municipio sono chiuse». Nessuno, per la cronaca, ha bussato alla sua porta.

 

E adesso, nel giorno in cui i dati del Viminale confermano il record di sbarchi a Pozzallo (oltre 16 mila), ma soprattutto ad Augusta (quasi 21mila), con l’hotspot di Lampedusa a quota 10mila, Ammatuna non si trattiene: «Nell’immaginario quella è l’isola dell’accoglienza, ma noi facciamo molto di più. E nessuno viene qui a girare film da Oscar, nessuno ci propone per il Nobel».

images-1E il premier?

«Porta la Nicolini da Ombama, non certo Ammatuna. Ma, visti i numeri, ci dovrebbe portare su Marte, noi sindaci in trincea che non riceviamo mai gratificazioni». Il sindaco si dice «profondamente amareggiato», anche perché «né io, né la mia comunità ci siamo mai lamentati, ma abbiamo continuato a fare il nostro dovere in silenzio». Ma, in un ottobre che sembra estate (anche per scafisti e mercanti di morti), l’aria sta cambiando: «I pozzallesi sono stanchi di fare accoglienza mondiale, visto che ci trattano da serie B».

migranti-nave-augusta-241A pochi chilometri di distanza – nel “tacco” di un sud-est bello, equo e solidale – c’è la sindaca Cettina Di Pietro. Che, ad Augusta, ha ereditato «una situazione che è un caso unico a livello nazionale». Nel porto d

ove arriva 1/5 dei migranti sbarcati in Sicilia (il 13,5% di tutti gli arrivi sulle coste nazionali, a voler essere precisi) c’è «una tendopoli d’emergenza che per il governo nazionale è diventata di fatto il primo centro d’accoglienza d’Italia, che si tiene in piedi grazie ai sacrifici dei volontari della nostra protezione civile». Dove sorgere uno dei cinque hotspot italiani (al quale Di Pietro si oppose «anche per motivi di sicurezza»), ma l’appalto è stato sospeso per un’indagine della Procura. Siamo dentro l’Autorità portuale toccato dal filone siciliano sul “Quartierino” di Potenza.

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CETTINA DI PIETRO

La sindaca grillina ha una giornata infernale. Come tutte quelle trascorse da quando guida un comune sciolto per mafia e con le casse dissestate. Ci concede una lunga telefonata nel corso di una pausa, dopo aver registrato i numeri di ieri: ad Augusta il mercantile “Tank Okyroe”, con a bordo 758 persone. «Ma vi rendete conto che questo è uno dei porti commerciali più importanti del Sud?», incalza la sindaca. Che dribbla con eleganza la polemica con la collega Nicolini: «Lampedusa fa accoglienza da vent’anni, è giusto che sia un simbolo», ma «da Mare Nostrum e Triton in poi, i numeri parlano chiaro e Renzi dovrebbe conoscerli»). Le resta un «brutto ricordo», ovvero «il giorno in cui il presidente del Senato andò a Lampedusa ad assistere allo sbarco di 200 persone, mentre qui ne arrivavano 800». Per Di Pietro «i sindaci dovrebbero essere tutti uguali».

Lei va per la sua strada. E ha deciso una spending review: «Ho tolto una ventina di impiegati che i commissari avevano distaccato per gli sbarchi. Ho trovato 300mila euro di straordinari non pagati. E ho chiesto a Renzi e Alfano, minacciando lo sciopero della fame: “Chi mi rimborsa questi soldi?”. Nessuno, è stata la risposta. Ma noi continuiamo a essere accoglienti , soprattutto con i 7mila minori arrivati qui in tre anni». Perciò, sussurra la sindaca 5stelle, «non ambisco al Nobel, ma a un sistema efficiente ed equo».

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Motori a riso

images-2Motori? Solo dolori!

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-La domenica, certi treni vengono oppressi.

-In autobus: scende o perseguita?

-Hanno messo le banchine spargitraffico.

-Di serie ci ha l’aria incondizionata.

-E’ un’auto nuova fiammeggiante.

-La mia macchina ha degli ottimi autoparlanti.

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Il faro spento

FaroEra la prima volta che sceglieva quel tratto di costa per trascorrere l’estate. Il cottage era a due passi dal mare, tanto da poter sentire il rumore della risacca fin dentro casa. Silenzio, tranquillità e solitudine: l’ideale per finire di scrivere il libro.
Appena posata la valigia decise di iniziare la giornata con una passeggiata: voleva esplorare l’ambiente circostante.

Scelse il sentiero verso est che segnava la costa aggettante sulla spiaggia con una panorama gonfio di sole e di pulcinelle di mare che galleggiavano per ore nell’aria in equilibrio sul vento teso. Il profumo era saturo di salmastro e la luce rimbalzava maestosa e infinita in un luccichio di onde e di polvere d’acqua. Quando tornò nel cottage si sentì pieno di energie con un mucchio di buone idee che gli ronzavano nella testa.

La mattina dopo fece altrettanto. Questa volta però andò dalla parte opposta, verso ovest. Anche da quella parte il sentiero serpeggiava lungo il costone, ma dopo una mezz’ora di cammino, degradava improvvisamente verso la spiaggia. Mentre scendeva, cespugli ordinati di sassifraga e ginestre sembravano volerlo toccare e, ogni tanto, si vedeva qualche tamerice protendere i suoi rami verso il mare in un gesto di disperato richiamo.
Giunto alla spiaggia il mare non c’era. Svettava sulla sinistra solo un faro spento a sorvegliare una piana umida con sparse pozze salmastre piene di piccoli granchi e molluschi.

Sulla via del ritorno chiese a un vecchio seduto all’ombra della sua veranda perché, là dove c’era il faro, non si vedeva il mare. L’uomo, senza togliersi la pipa di bocca, gli rispose, in quella lingua melodiosa e strana che capì poco, che era tutta colpa di una diga foranea costruita mezzo secolo prima e che, comunque, era meglio che al faro non ci andasse.

scala-storica-dentro-il-faro-dell-arena-del-punto-california-58987478E ovviamente al faro ci tornò il giorno dopo.
La porta massiccia era mezza aperta, ma quando cominciò a salire si accorse che la scala a chiocciola era ostruita. C’era un po’ di tutto: un materasso con la relativa rete, le macerie di una casa, assi di legno. Era chiaro che non volevano che si salisse lassù.
Tornò al cottage irrequieto e, complici tre giorni di brutto tempo, uno di seguito all’altro, non uscì di casa. Ma appena il sole tornò ad abbracciare incontrastato la bianca costiera si armò di una pala trovata nel deposito degli attrezzi e si diresse al faro. Cominciò con il gettare sul terreno tutto il materiale che bloccava il passaggio impiegandoci quasi due ore; e quando pensava di aver avuto la meglio trovò le scale ingombre di una immensa macina per il grano. Era incastrata nella curva tra i gradini assaggiati dal tempo. Non sarebbe mai stato in grado di spostarla da solo.

Stava per rinunciare quando si accorse che nel muro interno, accanto a lui, c’era una porticina. L’aprì, anche se a fatica. Nonostante fosse molto buio vide penzolare dall’alto delle robuste cime da imbarcazione. Senza neppure pensarci, si strinse nel pertugio e, con la sola forza delle braccia, si tirò su fino a quando non fu in grado di entrare nella stanza della lanterna. Si guardò attorno: polvere e vetri rotti dappertutto, la trasmittente smontata da un lato, alcuni indumenti ridotti a stracci. Ma si vedeva poco. Sì, era ancora scuro nonostante le grandi vetrate a raggiera permettessero di vedere fuori. Poi si accorse che era buio non perché mancava la luce ma perché era notte, con uno spicchio insignificante di luna in una zona trascurata del cielo, anche se, ne era sicuro, avrebbe dovuto essere non più tardi delle undici del mattino.

images-3Intanto, con un cigolio potente, la lanterna prese a muoversi e a girare in tondo proiettando il suo fascio di luce ipnotico sopra il mare. Già, perché il mare era davvero lì. Lo scorse d’un tratto, minaccioso, imponente: era sotto il faro a dar spallate poderose alle pareti. Le onde erano muri d’acqua che un momento prima raggiungevano il cielo a strappar via le stelle e subito dopo creavano baratri infernali di cui non si scorgeva il fondo. Uscì sul terrazzino con gli spruzzi d’acqua che gli sferzavano il viso. La scena era irreale, magica, ancestrale.
E poi sentì un grido.
Frugò meglio con lo sguardo nei gorghi neri, almeno per quello che il fascio di luce del faro ad ogni passaggio gli permetteva di fare.

 

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