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«I veri falsi» imbroglio affari o… vera arte?

di Carmelo Strano

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Icilio Federico Joni ovvero l’arte geniale del falso

Pochi anni fa circolava una mostra dal titolo curioso quanto accattivante. Un ossimoro, peraltro, per i suoi termini contraddittori. Il pubblico fu attirato da “I veri falsi”.

Ipotesi plausibile: che ci siano pseudofalsi. Ma soprattutto il senso era il seguente: questi sono falsi di fattura eccelsa, di grande capacità imitativa. La questione non riguarda soltanto il mondo dell’arte e del connesso circuito mercantile. Ha anche valenza estetica. Infatti ci si chiede: quale è il valore estetico di un dipinto o disegno falsi?

Intanto, se l’obiettivo è introdurre occhiutamente un falso nel mercato, va da sé che è da scartare l’impegno espressivo autentico. Piuttosto si gioca di virtuosismo imitativo. Tecnicismo teso e tenace che non ha possibilità di accogliere, neanche involontariamente (supponendo che il falsario ne abbia lo spirito) segni di valore espressivo. E allora in questi casi si parla in genere di attribuzione a carico di opere minori o di secondaria importanza. Peraltro, oggettivamente, andare oltre l’attribuzione significa che si è in possesso di prove tali che consentano di affermare senza ombra di dubbio l’autenticità. Il limbo dell’arte è stracolmo di opere “non cristiane, non battezzate” più della Divina Commedia che fosse aggiornata al nostro tempo.

Layout 1Tale situazione spinge i falsi talvolta nel regno della giustizia penale, tal’altra nella loro fruizione consapevole, e fa slittare le attribuzioni (che, in assenza di discrepanze cronologiche, non sono falsi ma non legittimano in nessun caso il carattere di autenticità) verso il campo della sociologia dell’arte, dell’iconologia, del valore culturale generale. Per sua definizione la scienza del bello (l’estetica) si occupa dell’impegno esplicito e diretto riversato in questa direzione, tendenzialmente puntando a un assunto o contributo teorico generale.

La politica dei “veri falsi” sfugge, anch’essa, al territorio dell’estetica e, ove l’operazione non sia capziosa, si riferisce alla tutela della buona fede del compratore e del fruitore in generale. La politica dei falsi (ma starei per dire la poetica, soprattutto quando l’opera dei falsari è geniale come quella dei grandi ladri) tocca il sociale: l’imbonimento, il commercio, lo spirito avventuriero, un lavorio intricato nel sistema dell’arte tra sotterraneo e luce del sole, occhiutaggine curatoriale (quanti curatori inseriscono nelle mostre opere false da rivistire di patina scientifica, catalogo ecc.!). Insomma, nulla di più rispetto ai misfatti, che siano colossali mimetizzati o modesti, di faccendieri e finanzieri di stomaco forte.

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