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Archive for 27 novembre 2014

Le carissime bollette “non domestiche” erano “sbagliate”. Proposta per correggerle. I costi dell’errore li dovrebbero pagare gli evasori da identificare. Visto la facilità all’errore, siamo sicuri che le bollette “domestiche” erano “giuste”?

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consiglio com 15 ccConvocazione Consiglio Comunale

Pubblicata il 26/11/2014

Si avvisa che il Consiglio Comunale è stato convocato in seduta straordinaria e urgente, pubblica per il giorno 28 novembre 2014 alle ore 19,00, presso la sala consiliare del Comune, per trattare i seguenti argomenti:

1) Approvazione verbali seduta precedente, previa nomina scrutatori;
2) Assestamento generale del bilancio 2014;
3) Modifica Regolamento IUC;
4) Delibera del C.C. n.24 del 29/09/2014 avente ad oggetto “Approvazione tariffe TARI anno 2014”: Rettifica errore materiale.

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pdm1COMUNICATO

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Il comizio del Partito Democratico, rinviato domenica scorsa, si terrà in Piazza Garibaldi sabato 29 Novembre 2014 alle ore 17.

Parleranno alla cittadinanza il segretario comunale Pd Angelo Manta e il rappresentante del direttivo provinciale del Pd Giovanni Randazzo. Esporranno il loro punto di vista sulle bollette Tari che hanno colpito pesantemente molti contribuenti e faranno conoscere le loro proposte politiche.

 

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Un po’ di RELAX

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abc“Parigi è l’unico posto dove, in società, sia possibile riunirsi in venti o trenta persone e discutere di letteratura senza che nessuno abbia la minima qualifica per parlarne”, ha scritto E. M. Cloran.

E’ corretto usare la parola “Qualifica” nel senso di “Titolo – Autorità – Conoscenza – Competenza”?

 

Risposta

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Astenuti in maggioranza

«La maggioranza degli elettori non vota»

Angelo Morello*

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io-non-voto-png_131120Dopo il voto in Calabria e nell’Emilia, aldilà del risultato, l’Istituto Regionale ne esce sconfitto. Ormai vanno a votare per i partiti e per i candidati solo i parenti e gli amici degli amici, la stragrande maggioranza dell’elettorato non va più a votare perché sa che il suo voto non conta un bel niente e non determina nessun cambiamento.

L’astenzione è una forma di protesta alla politica in generale e soprattutto alle Regioni che servono solo a pagare stipendi, prebende onerose, privilegi, liquidazioni, finanziamenti alla politica, consulenze, vitalizi e spreco del denaro pubblico. Per il resto, le Regioni non spendono i finanziamenti europei, non programmano nessun sviluppo del territorio, sprecano solo le risorse pubbliche in clientele, tanto i quattro fessi li troveranno sempre per farsi votare. Siamo arrivati ormai alla fine di una qualsiasi ipotetica speranza.

*Movimento Laburista Siciliano

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Nel vecchio sottotetto

di Briciolanellatte

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cas«E il prezzo è molto buono…» disse l’uomo, sui trent’anni, vestito sportivo con un t-shirt chiara e un paio di jeans all’ultima moda. L’altro, sui cinquanta, era rimasto sui gradini della loggia a guardare la piscina dai riflessi azzurro verde che alcuni rondini cercavano di catturare volando a pelo d’acqua. «Ma ho sentito delle strane storie su questa casa ed è per questo, penso,che abbia un prezzo così ragionevole» fece di rimando.
«Sì, è vero» rispose, dopo un po’, il mediatore stupito che un forestiero fosse in possesso di un’informazione simile. «Dicono che questa sia stata una casa con strane presenze…» ammise. «Ma non c’è niente di vero, ovviamente» si apprestò a precisare.

«Comunque sia, dopo che la casa fu abbandonata dai vecchi proprietari, noi dell’agenzia, siccome non si riusciva a venderla per via di questa assurda storia, abbiamo fatto venire, circa un anno fa, un esperto, indicatoci dall’episcopato. Un prete molto bravo, niente da dire, e non ci è costato nulla. Ha rilasciato anche un certificato…» disse tirando fuori un foglio dal fascicolo che aveva in mano, allungandolo al cliente. Flavio salì un gradino della scalinata e prese il documento. C’erano timbri, firme e una descrizione dettagliata dei riti svolti per ‘disinfestare’ il luogo. C’era scritto che si era trattato di un angelo malefico insediatosi per una frattura spazio-temporale e che la pratica aveva preso tempo ma che, alla fine, ne era giunto a capo. «Insomma ora è tutto a posto, come vede…» sorrise il mediatore soddisfatto riprendendosi il foglio.

Flavio non era un tipo impressionabile: tirò ancora sul prezzo fingendosi, invece, preoccupatissimo; e fece l’affare.
Il podere era da rimettere, lo aveva visto bene. E infatti rimise in sesto il tetto, almeno nella parte interna circondata dall’ampio terrazzo; commissionò lo scavo di un pozzo artesiano, giusto per avere l’acqua per la piscina e l’impianto di irrigazione, rifece l’illuminazione esterna installando dei lampioni; piantò persino numerosi alberi da frutto. Quando la maggior parte delle migliorie furono ultimate si trasferì da Alvona. Gli anni seguenti trascorsero sereni in una pace deliziosa che lo ripagò dei sacrifici economici fatti.

Una sera, aveva appena compiuto sessant’anni, tornando dal lavoro, avvertì distintamente che attorno a casa c’era un silenzio innaturale. Come se la villa, fino a quel momento viva, fosse all’improvviso deceduta di morte violenta. Una sensazione sgradevole che non sapeva spiegarsi. C’era stato o c’era ancora qualcuno.
Andò di stanza in stanza accendendo tutte le luci e controllando che ogni cosa fosse al proprio posto. Ispezionò scrupolosamente dentro gli armadi, gli abbaini e persino sotto il letto: tutto ero tranquillo, ma il turbamento aumentava anziché diminuire.

Sul terrazzo si accorse che c’era un’apertura nel muro del sottotetto. Si ricordò solo allora che era da tempo che desiderava creare una sorta di ripostiglio, sfruttando quella parte chiusa della villa altrimenti inaccessibile, per riporre all’asciutto vasi e terriccio e quanto occorrente per il giardinaggio. Si era completamente dimenticato di aver concordato con l’amico muratore che il lavoro iniziasse proprio quella mattina, tanto da avergli consegnata tempo addietro una copia della chiave di casa. Insomma, si era preoccupato per niente. Prese una pila ed entrò attraverso la breccia: era curioso.

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LA GRANDE SFIDA DI PAPA BERGOGLIO

Salvatore Curcio

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ANDREA GAGLIARDUCCI Strasburgo. La prima visita di un Papa non europeo alle istituzioni europee è un incoraggiamento all'Europa a ritrovare le sue radici, a smettere di essere nonna, a trovare soluzioni creative con trasversalità, per risolvere i problemi del lavoro, dell'immigrazione, della disoccupazione giovanile. Un'Europa finalmente in dialogo, trasversale, plurale, non ideologica e in uscita come piace a lui. Papa Francesco sbarca a Strasburgo per il più corto viaggio nella storia di tutti i pontificati: solo 3 ore e 50, distribuiti tra le photo opportunity con Martin Schulz e i due discorsi nell'emiciclo del Parlamento Europeo e al Consiglio d'Europa. Al Parlamento europeo, Francesco prende 13 applausi, quando parla di opulenza, di famiglia, di bambini uccisi ancora prima di nascere, persino quando punta il dito contro la comunità internazionale che è rimasta in silenzio durante le persecuzioni dei cristiani. Sono due discorsi molto politici, quelli di Papa Francesco, che dimostra di trovarsi a suo agio al centro dell'emiciclo, calibra i toni con attenzione. Sostiene Francesco che "Un'Europa che sia in grado di fare tesoro delle proprie radici religiose, sapendone cogliere la ricchezza e le potenzialità", può essere "più facilmente immune dai tanti estremismi che dilagano nel mondo odierno, anche per il grande vuoto ideale a cui assistiamo nel cosiddetto Occidente, perché è proprio l'oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza". E ancora, il Papa mette in luce che "Un'Europa che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un'Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello ‘spirito umanistico' che pure ama e difende". Quella delineata da Papa Francesco è una "Europa stanca e percepita come distante dai cittadini", i quali hanno sempre più sfiducia "nei confronti di istituzioni ritenute distanti, impegnate a stabilire regole percepite come lontane dalla sensibilità dei singoli popoli, se non addirittura dannose. Da più parti si ricava un'impressione generale di stanchezza e d'invecchiamento, di un'Europa nonna e non più fertile e vivace". E ancora: "I grandi ideali che hanno ispirato l'Europa sembrano aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici delle sue istituzioni". La soluzione per il Papa può essere una sola: "L'Europa non deve ruotare intorno all'economia, ma intorno alla sacralità della persona umana". La sfida per l'Europa è quella di "mantenere viva la realtà delle democrazie" evitando che "la loro forza reale sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali, che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti". Ma Papa Francesco mette in guardia anche dall'Europa "malata di solitudine", in cui gli anziani sono "spesso abbandonati al loro destino", i giovani "sono privi di punti di riferimento e di opportunità per il futuro", i poveri sono ovunque, i migranti hanno "gli occhi smarriti". "Non si può tollerare che il Mar Mediterraneo diventi un cimitero", ammonisce il Papa, che ha destinato il suo primo viaggio a Lampedusa. Il Papa ha parlato di difesa dei diritti umani, ha chiesto che l'uomo "non sia un bene di consumo", "Persistono fin troppe situazioni in cui gli esseri umani sono trattati come oggetti, dei quali si può programmare la concezione, la configurazione e l'utilità, e che poi possono essere buttati via quando non servono più, perché diventati deboli, malati o vecchi". I diritti umani sono il filo conduttore dei discorsi del Papa, che di fronte al Consiglio d'Europa ha plaudito al lavoro del consiglio sul tema dei diritti umani, ma ha anche sottolineato che "purtroppo la pace è ancora troppo spesso ferita. Lo è in tante parti del mondo, dove imperversano conflitti di vario genere. Lo è anche qui in Europa, dove non cessano tensioni. ". Ferma la condanna del "terrorismo religioso e internazionale", che "nutre profondo disprezzo per la vita umana e miete in modo indiscriminato vittime innocenti". Anche se sul volo di ritorno, a una domanda sul dialogo con l'Isis risponderà: «Non chiudo le porte a nessuno».

ANDREA GAGLIARDUCCI
Strasburgo. La prima visita di un Papa non europeo alle istituzioni europee è un incoraggiamento all’Europa a ritrovare le sue radici, a smettere di essere nonna, a trovare soluzioni creative con trasversalità, per risolvere i problemi del lavoro, dell’immigrazione, della disoccupazione giovanile. Un’Europa finalmente in dialogo, trasversale, plurale, non ideologica e in uscita come piace a lui. Papa Francesco sbarca a Strasburgo per il più corto viaggio nella storia di tutti i pontificati: solo 3 ore e 50, distribuiti tra le photo opportunity con Martin Schulz e i due discorsi nell’emiciclo del Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa.
Al Parlamento europeo, Francesco prende 13 applausi, quando parla di opulenza, di famiglia, di bambini uccisi ancora prima di nascere, persino quando punta il dito contro la comunità internazionale che è rimasta in silenzio durante le persecuzioni dei cristiani.
Sono due discorsi molto politici, quelli di Papa Francesco, che dimostra di trovarsi a suo agio al centro dell’emiciclo, calibra i toni con attenzione.
Sostiene Francesco che “Un’Europa che sia in grado di fare tesoro delle proprie radici religiose, sapendone cogliere la ricchezza e le potenzialità”, può essere “più facilmente immune dai tanti estremismi che dilagano nel mondo odierno, anche per il grande vuoto ideale a cui assistiamo nel cosiddetto Occidente, perché è proprio l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza”. E ancora, il Papa mette in luce che “Un’Europa che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un’Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello ‘spirito umanistico’ che pure ama e difende”. Quella delineata da Papa Francesco è una “Europa stanca e percepita come distante dai cittadini”, i quali hanno sempre più sfiducia “nei confronti di istituzioni ritenute distanti, impegnate a stabilire regole percepite come lontane dalla sensibilità dei singoli popoli, se non addirittura dannose. Da più parti si ricava una impressione generale di stanchezza e d’invecchiamento, di un’Europa nonna e non più fertile e vivace”. E ancora: “I grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici delle sue istituzioni”. La soluzione per il Papa può essere una sola: “L’Europa non deve ruotare intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana”. La sfida per l’Europa è quella di “mantenere viva la realtà delle democrazie” evitando che “la loro forza reale sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali, che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti”. Ma Papa Francesco mette in guardia anche dall’Europa “malata di solitudine”, in cui gli anziani sono “spesso abbandonati al loro destino”, i giovani “sono privi di punti di riferimento e di opportunità per il futuro”, i poveri sono ovunque, i migranti hanno “gli occhi smarriti”. “Non si può tollerare che il Mar Mediterraneo diventi un cimitero”, ammonisce il Papa, che ha destinato il suo primo viaggio a Lampedusa. Il Papa ha parlato di difesa dei diritti umani, ha chiesto che l’uomo “non sia un bene di consumo”, “Persistono fin troppe situazioni in cui gli esseri umani sono trattati come oggetti, dei quali si può programmare la concezione, la configurazione e l’utilità, e che poi possono essere buttati via quando non servono più, perché diventati deboli, malati o vecchi”.
I diritti umani sono il filo conduttore dei discorsi del Papa, che di fronte al Consiglio d’Europa ha plaudito al lavoro del consiglio sul tema dei diritti umani, ma ha anche sottolineato che “purtroppo la pace è ancora troppo spesso ferita. Lo è in tante parti del mondo, dove imperversano conflitti di vario genere. Lo è anche qui in Europa, dove non cessano tensioni. “. Ferma la condanna del “terrorismo religioso e internazionale”, che “nutre profondo disprezzo per la vita umana e miete in modo indiscriminato vittime innocenti”. Anche se sul volo di ritorno, a una domanda sul dialogo con l’Isis risponderà: «Non chiudo le porte a nessuno».

Sono fermamente convinto che nella scelta di un nuovo Papa ci sia sempre l’invisibile mano di Dio che illumina attraverso lo Spirito Santo le menti dei Cardinali-Elettori affinchè sulla cattedra di Pietro possa sedere l’uomo giusto al momento giusto capace di guidare la Chiesa con saggezza e con la necessaria competenza..
Così è stato per Paolo VI come per Papa Giovanni Paolo II , non a caso entrambi Beati, il primo la persona coraggiosa nell’apertura della Chiesa al mondo ed alle altre religioni ed il secondo l’uomo dell’Est europeo, del disgelo che ha determinato l’abbattimento del muro di Berlino e la fine del marxismo per passare alla impronta teologica dell’attuale Papa Emerito che, attraverso la sua rinuncia, ha accelerato i tempi perché potesse essere scelto un nuovo Papa cui affidare l’immane compito di “ rivoluzionare” la Chiesa in questo particolare momento in cui nel mondo globalizzato sussistono tanti grossi nodi da sciogliere con ogni urgenza adoperando la dovuta cautela per far si che ogni decisione, a motivo della sua intrinseca delicatezza, venga presa nel tempo più breve possibile dopo averla preventivamente soppesata e valutata.

Per affrontare problemi di siffatta dimensione credo che non poteva esser fatta scelta migliore considerato che l’attuale Papa già sin dal suo insediamento, attraverso la scelta del nome del Poverello d’Assisi, ha dimostrato di possedere quella chiarezza d’idee e quella determinazione che sono le doti indispensabili per realizzare il necessario cambiamento della Chiesa richiesto da un mondo che si evolve continuamente e che va sempre più frequentemente alla ricerca di un edonismo spesso deleterio se non addirittura perverso.

Ed è a tutti noto come le problematiche che richiedono immediati interventi dal Papa argentino siano molteplici ed interessino molti campi dalla mancanza di vocazioni ovunque diffusa al ruolo da assegnare alle donne all’interno delle parrocchie compresi il diaconato e/o il sacerdozio richiesti da qualche frangia di fedeli se non addirittura da qualche ecclesiastico, al matrimonio dei preti, alla somministrazione dei sacramenti ai divorziati, alle tematiche concernenti le coppie di fatto e/o dei gay, al riordino della curia romana, alla rivisitazione e utilizzazione della banca vaticana più consona allo spirito di povertà cristiana cui deve uniformarsi il ministero cattolico ed infine alla guida collegiale del magistero papale e quant’altro.
Sono questi problemi di altissimo spessore ai quali la Chiesa cattolica deve dare con ogni urgenza risposte adeguate se vuole camminare al passo dei tempi in un mondo nel quale sono caduti molti tabù e si assiste quasi quotidianamente alla perdita dei bei valori che per tanto tempo hanno fatto si che ogni società si evolvesse e progredisse sempre più.
Ed per la soluzione, totale o parziale, di tali importanti tematiche penso che Papa Francesco sia la persona più adatta vuoi per la sua profonda conoscenza teologica trattandosi di un gesuita vuoi per la diretta conoscenza della realtà umana e sociale dei popoli derivante dalla esperienza acquisita in tanti anni di contatti avuti con i poveri ed i diseredati dell’Argentina.
A ciò aggiungasi la sua brillante comunicatività con le masse che lo adorano sempre più sia per il suo sorriso bonario che per la semplicità del linguaggio e la sua forte determinazione di voler ricondurre la Chiesa allo spirito evangelico ed alla povertà conclamata da Cristo dimostrando in proposito una forza di carattere veramente non comune.

Per fare quanto sopra è innegabile che il Papa deve percorrere un cammino irto di difficoltà di ogni genere anche all’interno della stessa gerarchia ecclesiastica e che quindi ha tutta una strada in salita che richiederà notevoli sforzi teologici ed operativi per i quali si appalesa necessaria la collaborazione degli alti prelati della Chiesa che, all’atto della sua nomina, non hanno fatto mistero alcuno nel pretendere una più loro compartecipazione, attraverso meccanismi collegiali, nell’attività decisionale del magistero episcopale.
E’ questa una sfida che il nuovo papa ha raccolto e che adesso è chiamato a dare le giuste risposte alle tematiche su menzionate la cui soluzione viene attesa da un mondo globalizzato e sempre più laicizzato con l’augurio che possa riuscirvi non nascondendosi che il suo è un cammino tanto impervio al punto da far intitolare recentemente allo scrittore Marco Politi un suo libro sul pontefice così testualmente: “Francesco tra i lupi”.

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La minoranza: «Spostiamo la location delle manifestazioni natalizie»

Roberto Mistretta

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Noto e Cannella

Noto e Cannella

Questa la richiesta dei consiglieri comunali Grazia Noto e Giuseppe Cannella, che chiedono al sindaco Carmelo Montagna. di riportare le manifestazioni natalizie in piazza Garibaldi e nel centro storico.
«Da diversi anni nella nostra cittadina -dicono i due consiglieri- le manifestazioni natalizie, caratterizzate da: canti tradizionali, allestimento del presepe e la tradizionale sagra della ricotta in piazza Garibaldi, esibizione di artisti da strada, allestimento di alberi di Natale e luminarie si sono svolte e realizzate per le vie del centro storico. Con ciò si riusciva a coinvolgere tutti gli abitanti ed a creare un’atmosfera armoniosa e festiva, tipica del Natale e soprattutto si riusciva a dare una boccata di ossigeno alle attività economiche-commerciali degli operatori locali.

Di contro -aggiungono- l’infelice scelta operata, da due anni a questa parte, da quest’Amministrazione comunale di svolgere le suddette attività natalizie presso la Villa Messineo, che si trova ubicata nella estrema periferia dell’abitato, si è rilevata fallimentare non solo per le legittime aspettative della cittadinanza, specialmente degli operatori economici (bar, alimentari, negozi, ecc.), ma anche per aver svuotato di interesse ed attrattiva il centro storico. Tra l’altro il risultato ottenuto da tale scelta non è stato quello di avere “recuperato e bonificato dal degrado e dall’abbandono” l’area a verde della Villa Messineo, ma piuttosto di averla inibita all’uso civico per il cantiere, in permanente stato di abbandono, che vi si è creato». I due consiglieri hanno quindi formalizzato tale richiesta al primo cittadino di Marianopoli per tornare al passato.

Puntuale e pepata è arrivata la replica dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco Carmelo Montagna, alla proposta dei consiglieri Grazia Noto e Giuseppe Cannella di riportare le manifestazioni natalizie da villa Messineo in Piazza Garibaldi.

«Il cambio di location del Presepe vivente era già previsto»

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montagna carmelo

Carmelo Montagna

Dopo una carrellata di apprezzamenti non certo benevoli indirizzati ai due consiglieri di opposizione, l’amministrazione comunale scrive: “Ci permettiamo di sottolineare che il Presepe Vivente e le relative manifestazioni organizzate nella villa Messineo, recuperata dal degrado in cui l’aveva lasciata l’Amministrazione Vaccaro, è stata una novità e un esperimento apprezzato tantissimo sia dai nostri concittadini sia dai forestieri presenti in occasione degli eventi. Un’opera di grande impatto visivo e di notevole valore artistico. Nonostante le lettere anonime che tentavano di bloccare le manifestazioni, è stato un grande successo anche sul piano economico per i nostri operatori, e la presenza numerosa di personalità del mondo dell’arte ne è stata la dimostrazione più saliente. E’ stato anche l’evento mediatico e di immagine più importante per Marianopoli”.

“Tutto ciò è stato possibile – continua la nota – grazie ad un ritrovato spirito di volontariato completamente distrutto dall’Amministrazione Vaccaro che non è mai riuscita a realizzare i monumentali presepi delle precedenti amministrazioni guidate dal sindaco Montagna. Tutti sanno, anche i personaggi del presepe, che l’Amministrazione, quest’anno intende riportare la manifestazione in piazza per accogliere le richieste del volontariato che vorrebbe misurarsi in una nuova esperienza artistico-artigianale. Tale proposito è stato, peraltro, ribadito pubblicamente dal sindaco qualche giorno fa, in occasione di una riunione propedeutica alla costituenda Pro loco. Pertanto avere avanzato una proposta già di dominio pubblico significa, come al solito, arrivare buon ultimi e fare demagogia sulla pelle dei cittadini oppure tentare di sminuire un’iniziativa dell’Amministrazione per poi sbandierare al mondo intero un merito che assolutamente non vi compete”.

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Gattuso martire fascista

Novant’anni fa si celebrò nella nostra Corte d’Assise il processo per l’assassinio di Gigino Gattuso rimasto vittima in una rissa: ecco come la sentenza mistificò i fatti

E un colpo di rivoltella sparato da mano amica creò il “martire” fascista

Walter Guttadauria

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Nel novembre di 90 anni fa Caltanissetta ospitò in Corte d’Assise un processo che ebbe eco in tutta la Sicilia e anche oltre Stretto, perché si trattava di giudicare il presunto assassino di un giovane “martire” fascista, il diciottenne Gigino Gattuso: ad essere accusato della sua morte, il muratore socialista Michele Ferrara.

Gattuso

Gattuso

Fu uno dei casi più controversi per i tanti – diremmo oggi – depistaggi che vennero messi in atto, prima che si arrivasse alla sentenza finale, che fu quasi un compromesso tra la verità dei fatti e la “ragione” del regime allora in auge. Andrea Camilleri ne ha tratto anni fa lo spunto per scrivere, con la sua consueta maestria, il romanzo “Privo di titolo” (Sellerio, 2005).

Un sorta di grande bluff, dunque, come all’insegna della mistificazione era stata la presunta dinamica dei fatti che avevano portato alla morte il giovane avanguardista durante uno scontro tra lui – in compagnia di un paio di amici fascisti – e il muratore. Nella rissa un colpo di pistola aveva colpito il giovane alla testa, non lasciandogli scampo, e di ciò fu accusato il Ferrara: ma su chi gli avesse realmente sparato sarebbe rimasta, appunto, solo la “verità” processuale, ben lontana da quella storica poi appurata, e cioè che a colpirlo – per sbaglio – era stato proprio uno dei suoi amici.

La morte di Gattuso, avvenuta nell’aprile 1921, fu ovviamente mitizzata dal regime e la città la visse con forti passioni: testimonianza immediata ne furono i gravissimi incidenti – con vittime innocenti – verificatisi durante i funerali del giovane e i disordini dei giorni seguenti con vasta eco nel resto dell’isola e non solo. Ma eccoci alla fase processuale – svoltasi tre anni dopo i fatti – condotta in un clima di tensioni e di intimidazioni, con la ricostruzione dell’omicidio effettuata dalla Corte d’Assise nissena, la passerella di testi ambigui, la discussa sentenza finale.

Ferrara

Michele Ferrara

E’ il 14 novembre 1924 quando inizia il processo a carico del Ferrara, fino ad allora recluso in carcere. Grazie al sostegno economico dei compagni di partito, il muratore può disporre di un collegio di difesa che comprende alcuni rappresentanti illustri del Foro siciliano: primo tra tutti l’avvocato agrigentino Calogero Cigna, comunista, professionista di chiara fama, cui si affiancano i locali Calogero Roxas, Vincenzo Vizzini e Giulio Marchese Arduino. Gli avvocati di parte civile sono Lilly Giarrizzo e Michele Maienza. A presiedere la Corte è Emanuele Denaro, con pubblico ministero Paolo Aprile procuratore generale: e c’è la folla delle grandi occasioni ad occupare il palazzo Moncada Bauffremont, all’epoca sede degli uffici giudiziari.

Chiamato a deporre, Ferrara proclama la propria innocenza, così come ha fatto fin dall’epoca dei fatti: riferisce di avere sì fatto fuoco con la sua rivoltella, ma solo a scopo intimidatorio per sottrarsi alle percosse dei fascisti. Dopo di lui tocca a Salvatore Gattuso, padre dell’ucciso, e la sua è ovviamente una condanna senza appello del Ferrara, che a suo dire ha proprio preso la mira per colpire alla testa il povero Gigino «proprio come fa il beccaio che col pugnale in pugno cerca il cervello del bue per colpirlo ed atterrarlo»: così si legge nel periodico locale “La Vespa” che seguirà il processo fino alla sentenza.
Si susseguono le testimonianze, tra cui quella di Santi Cammarata, uno dei fascisti coinvolti nel tafferuglio, che sostiene che sia lui che gli amici al momento della rissa non avevano alcuna arma: una testimonianza che lascia molte ombre, come quelle di altri testi escussi.

Dopodiché tocca agli avvocati, ad iniziare da Giarrizzo per la parte civile, e il suo è un duro attacco all’imputato, che così si conclude: «Michele Ferrara, il sangue di Gigino Gattuso è sopra di voi, nessuna testimonianza spudoratamente mendace, come nessun oceano può cancellare la macchia di quel sangue…».

La caricatura di Calogero Cigna l'avvocato che lo difese al processo nel 1924, e (sotto) quella di Lilly Giarrizzo legale di parte civile, due dei protagonisti del dibattimento.

La caricatura di Calogero Cigna l’avvocato che lo difese al processo nel 1924, e (sotto) quella di Lilly Giarrizzo legale di parte civile, due dei protagonisti del dibattimento.

A rincarare la dose, nelle successive udienze, è il pm Aprile: «Fu Ferrara ad uccidere, ad uccidere ferocemente, tutto è contro di lui, del suo folle gesto, che merita una adeguata punizione».
Ed eccoci ai legali della difesa, il cui intervento si svolge in un’aula quanto mai gremita di pubblico giacché il nome di Cigna è di quelli che richiamano l’attenzione generale: e in effetti l’arringa dell’illustre togato, che confuta con sapienza le tesi dell’accusa, fa registrare una svolta clamorosa. Comincia col rimarcare che, in sede di perizia, si è rilevato che il proiettile estratto dalla testa del Gattuso non si adatta alla rivoltella sequestrata al Ferrara, per cui è stato esploso da un’altra arma. E prosegue riferendo delle intimidazioni rivolte ai testimoni della difesa «portati a testimoniare come se fossero in stato di arresto», e soprattutto del fatto che alcune persone hanno visto «luccicare più di una rivoltella» e «un individuo alto vestito di bianco e col cappello floscio tenere in mano un’arma…», una descrizione che ben si adatta al Cammarata che ha dichiarato di non ricordarsi nemmeno di com’era vestito quel giorno.

Ed ecco il colpo di scena, perché per Cigna è proprio il Cammarata lo sparatore e l’uccisore, pur se involontario, del povero Gigino.
La fine dell’arringa è accolta dagli scroscianti applausi della frangia di folla vicina al Ferrara, gli animi si scaldano e il presidente Denaro ordina lo sgombero dell’aula. Si prosegue nei giorni successivi, ma l’intervento di Cigna ha già decisamente influenzato il processo.

Il 27 novembre 1924 è il giorno del verdetto, pronunciato in un’aula stipata come non mai.

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Pedate miracolose

Storie di pedate miracolose del Signore, del diavolo, dell’asinello e altre

By Gallito

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imagesWBAJ5N1QLa fervida fantasia popolare siciliana ha prodotto nei secoli numerosissime storie e leggende che hanno dato anima a sorgenti, fiumi, mari e perfino alle pietre. Tra le tante storie raccolte dal celebre studioso di tradizioni siciliane Giuseppe Pitrè, ve ne sono alcune che parlano di impronte miracolose lasciate su massi di lava. Eccone una.

“In mezzo al torrente Giacona, quasi a metà di quel tratto che unisce Aci Platani ed Aci Catena e che serve comunemente di strada, si nota un grande masso di lava, sul quale sono visibili alcuni incavi, più o meno grandi e più o meno profondi. Uno di questi, che rassomiglia all’orma di un piede con contorni regolari, è detto la pedata del Signore; ed un altro più rozzo e che i fanciulli sformano di continuo a colpi di pietra, è invece ritenuto la pedata del diavolo.

Le pedate del Signore e del diavolo presso Aci S. Antonio

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untitledSulla via che da Aci S.Antonio va ad Aci Bonaccorsi, in contrada Scalazza grande, si vede, proprio alla informe scorciatoia, un masso con due incavi, che sembrano impronte lasciate da qualche piede.

Il popolo ritiene che quella a destra sia stata prodotta dal Signore, e la chiama perciò “la pedata del Signore”; e che quella a sinistra, che è più grande, sia opera del diavolo, tanto che la dice “la pedata del diavolo. E tuttora nella sua ingenua fede, passando da quel luogo, si guarda dal calpestare la due impronte e spesso anzi fa un inchino di adorazione a quella di destra.

Ma la fantasia popolare ha dato nome non a questi due soli incavi dei nomi, anche gli altri che stanno attorno ad essi ha battezzato, tanto che dice la pedata dell’asinello, una fossetta arrotondata sulla stessa pietra, e poi la pedata del bue, la pedata dell’agnello e la pedata del cavallo, altre tre che sono in un masso vicinissimo al primo.”

Giuseppe Pitrè da Studi di Leggende popolari in Sicilia

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car

I ministri italiani hanno voluto le carceri confortevoli per spirito umanitario o previdenza?

 

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