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Archive for 3 novembre 2014

settcic

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Storia di presunti tesori e di una vera e solenne «bufala» giornalistica

Walter Guttadauria
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akragasL’ultimo racconto, in ordine di tempo, uscito dalla superprolifica penna di Andrea Camilleri s’intitola «La moneta di Akragas» e tratta della vicenda legata al ritrovamento di un’antichissima, quanto rarissima, moneta d’oro risalente al periodo della conquista di Akgragas da parte dei Cartaginesi (406 a.C.).

La storia di questa moneta, poi ambientata nella Vigata dei primi Novecento, vede protagonista il medico condotto del paese Stefano Gibilaro, appassionato di numismatica, al quale la moneta viene mostrata da un contadino che l’ha casualmente ritrovata mentre zappava la terra. Una vicenda, quella inventata dallo scrittore empedoclino, incentrata dunque sul prezioso reperto che passa attraverso varie mani, vicenda dove ci scappa anche il morto e che finisce in ultimo per coinvolgere anche sua maestà il re Vittorio Emanuele III, dato il suo notorio interesse per la numismatica.

Il racconto del ritrovamento di questo piccolo «tesoro» richiama, per certi versi, alla mente un altro episodio, stavolta registrato in territorio nisseno, datato fine Ottocento e legato al presunto ritrovamento di un «tesoro» di monete d’oro nei dintorni di Sutera, di cui si occupò anche la stampa dell’epoca.

suteraDi questo fatto c’è menzione nella premessa che Gero Difrancesco, ex sindaco di quel comune e noto cultore di storia patria, ha scritto per il volume «Il tesoro della Chiesa Madre di Sutera» (Paruzzo editore), la raffinata pubblicazione curata da Maria Concetta Di Natale, Maurizio Vitella e Maria Vittoria Mancino e dedicata ai preziosi reperti d’arte sacra tramandatisi nel patrimonio del paese.

Difrancesco cita un reale articolo di un autorevole giornale siciliano datato 13 ottobre 1893 che riporta l’eclatante notizia della scoperta di un tesoro nascosto da un ricco signore del Settecento nei pressi di Sutera. Questo il testo, firmato con lo pseudonimo “Camicus”: «In maggio ultimo giungeva lettera a certo Virciglio Pasquale da questa, proveniente da Barcellona (Spagna) nella quale si parlava di un tesoro nascosto in questo territorio di Sutera da un ricco signore costretto a fuggire nel secolo XVIII per le persecuzioni del Re Filippo V allora padrone della Sicilia. Sopraggiunta la morte immatura, il detto signore senza aver potuto riprendere il tesoro, lo lasciava menzionato in alcuni suoi scritti».
«Tali scritti – proseguiva l’articolo – venuti ora in mano degli eredi, uno di questi si diresse al detto Virciglio promettendogli la metà del ritrovato tesoro ove questo avesse approntato non so qual somma. Il Virciglio, perché analfabeta, bisognò per mantenere la fortunosa corrispondenza far partecipi del segreto il cognato Vincenzo Scibetta ed un suo amico a nome Carruba Giuseppe. Egli a metà di settembre partiva alla volta di Barcellona accompagnato dal solo Carruba. Ritornati di là con l’erede del morto signore si recarono con l’intervento dell’autorità di P.S. sul luogo in contrada Donne Belle. Al punto designato si cominciarono i lavori di scavo…».

f2E, a questo punto, arriva la notizia-bomba data dall’anonimo articolista, che così proseguiva: «…ed ecco con grande sorpresa degli astanti, si rinvenne una lastra di pietra lavorata dalla mano dell’uomo. Si fu certi del tesoro e tolta la pietra si trovò un vuoto con dentro un recipiente di rame coverto e al di sopra una bellissima corona. Alla vista di ciò il Virciglio Pasquale con frenesia di gioia afferrò la corona ma il sindaco e il brigadiere dei reali carabinieri gliela tolsero di mano. Essa è girata di alti merletti e riccamente lavorata. Sembra tutta d’oro. Il recipiente era pieno di monete d’oro con l’impronta del Re Filippo II e Filippo V. Saputosi ciò in città una gran folla con la banda musicale andò ad incontrare i fortunati che commossi versavano lagrime di gioia».

Fin qui l’articolo, come s’è detto realmente pubblicato, tanto da smuovere l’immediato interesse del professore Antonino Salinas, all’epoca direttore del Museo archeologico di Palermo (che oggi gli è intitolato) e massima autorità in materia di numismatica. Difrancesco (che ha rintracciato documentazione in merito) ne segue le mosse e ci riferisce che l’eminente studioso, dopo aver letto la notizia, si mette subito in moto per tentare di fotografare, e soprattutto eventualmente acquistare qualcuna di quelle rare monete d’oro. All’epoca Salinas, ordinario di Archeologia all’ateneo palermitano, è già da vent’anni direttore del Museo archeologico di Palermo al quale, alla sua morte, lascerà la sua collezione privata, tra cui i molti libri e circa 6.000 monete da lui raccolte (fu anche tra i fondatori dell’Istituto Italiano di Numismatica e ne fu per un periodo il presidente).

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Un po’ di RELAX

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abc“Ansito – Rodomonte – Casta – Manipolo – Soperchieria – Guitto – Rabbuffo – Supporto”.

Sapreste accoppiare questi sostantivi con i seguenti sinonimi:

Drappello, Rimprovero – Prepotenza – Sostegno – Anelito – Attorucolo – Ceto – Spaccone“?

 

Risposta

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La fortuna dei poveri

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Treno amore mio

Mondotreno a RablàIl figlio aveva insistito tanto. In alta montagna, in un paesino della valle, alcuni appassionati avevano allestito, con il patrocinio degli enti locali, un padiglione con plastici di paesaggi montani e trenini perfettamente funzionanti. Rocco si sentiva in colpa per aver trascinato quel ragazzino lontano dagli amici del mare e, soprattutto, erano ventiquattr’ore che non smetteva di piovere. Sì, disse sorridendo al figlio: ‘dopo tutto non può essere una cattiva idea’.
La sala della esposizione, gremita di gente, era enorme con un unico immenso plastico di centinaia di metri quadrati che correva lungo tutto il perimetro. La ricostruzione era stata maniacale non solo per la riproduzione reale e in scala delle montagne, dei fiumi, delle centrali elettriche, delle case e delle stazioni ferroviarie, ma anche per i piccoli particolari curati, come i vestiti delle persone in attesa di prendere il treno, i cerchi degli pneumatici delle vetture in strada e persino per un cane colto nell’attimo di fare la pipì su un lampione. Ed erano riusciti inoltre a riprodurre addirittura le doghe delle panchine, le foglie degli alberi e finanche gli scoiattoli sui rami. E in questo mondo di perfezione viaggiavano e si intersecavano locomotive e vagoni di ogni tipo e foggia in un andirivieni continuo e complesso: le motrici si fermavano alla loro stazione, ripartivano, facevano manovra agganciando e sganciando vagoni; davano insomma l’idea, nell’insieme, di muoversi all’interno di un preciso ordine programmato, scandito da semafori rossi e verdi. Avevano fatto un lavoro magnifico, non c’era niente da dire, anche per il sofisticato software di gestione. Altro che spettacolo per bambini!
«C’è scritto dappertutto che non puoi toccare» ammonì il figlio che si stava sporgendo dalla ringhiera di protezione verso una littorina colorata che, in quel momento, sferragliava allungando il pantografo verso la sovrastante linea elettrica. Mariolino ritrasse subito la mano continuando però a seguire con lo sguardo ammirato l’intero convoglio. E subito, da dietro una collina, sbucò una locomotiva a vapore con cinque carrozze al seguito. L’interno, una riproduzione fedele dello stile dei vagoni dell’epoca, era illuminato tanto da potersi ben distinguere le persone sedute nei vari scompartimenti: una signora con la borsa della spesa in grembo, un uomo vestito con un tabarro scuro che fumava un sigaro, un bambino che guardava annoiato fuori dal finestrino.
«Guarda papà, quello è il paesino dove noi abbiamo l’albergo!» gridò Mariolino spostandosi improvvisamente qualche metro più in là e urtando diversi visitatori. Rocco non si mosse. Era come ipnotizzato da quel convoglio che sbuffava arrancando sulla salita. Gli ricordava tanto un trenino della Rivarossi che aveva invidiato al suo vicino di casa. Persino il vapore della motrice aveva la consistenza giusta. Per un attimo, come per farsi notare meglio, il convoglio si fermò proprio davanti a lui.
Chissà di cosa sono fatti… se di legno o di ferro…’ si chiese incuriosito e piegandosi per vedere meglio. E la sua mano fu più veloce della domanda.
«Dov’è tuo padre?» chiese la donna rivolgendosi a Mariolino.
«Non lo so mamma, forse si è stufato ed è andato in macchina…»
«Sempre il solito» fece lei sbuffando.
Rocco vide, seduto di fronte a lui nello scompartimento, la donna con la spesa in grembo e, vicino, l’uomo con il tabarro scuro che fumava il sigaro. La signora incrociò per un attimo il suo sguardo restituendogli un sorriso impacciato.
«In carrozza!» urlò il capotreno salendo sul convoglio. Rocco fece appena in tempo a osservare suo figlio che parlava distrattamente con la madre che il treno, con lui a bordo, partì.
«Hai toccato anche tu la locomotiva, vero?» gli chiese il bambino annoiato mentre continuava a guardare fuori dal finestrone.

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Indro l’anarchico

ANARCHICA…MENTE

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imagesFPA3LM43Io sono un anarchico sui generis. Non voglio scardinare lo Stato, sono per la legge e l’ordine, aborro il movimentismo turbolento e l’utopismo chiassoso. Fino a questo punto il mio parrebbe il profilo d’un benpensante moderato, piuttosto di quello di un uomo che senta in sè una forte componente anarchica.

Il fatto è che che lo Stato e le istituzioni vengono incarnati da personaggi dei quali conosciamo tutto, e dai quali abbiamo subìto tutto. Lo Stato diventa cioè Potere. E per il potere ho un’allergia profonda e irresitibile.

M’inchino al Parlamento, ma quando lo vedo in carne ed ossa avverto la tentazione di contestarne i riti farraginosi, i dibattimenti vuoti, il linguaggio nobile che nasconde meschini interessi di bottega politica.

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Antichi rimedi per “pulirsi” lo stomaco

ax1Purghe e clisteri

FRANCO SPENA

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Un tempo, di un passato recente, un appuntamento periodico nella medicina popolare era quello di pulire lo stomaco e lo si faceva in maniera casalinga facendo il clistere, “‘a lavanna”, una pratica che consisteva nell’iniettare per via rettale un abbondante liquido realizzato spesso con acqua e sapone oppure utilizzando delle erbe medicamentose depurative come l’erba bianca, la camomilla, o certe erbe che si compravano da particolari “fogliamari” specializzati nella ricerca di erbe, che avevano poteri curativi.

Si metteva il liquido in un particolare contenitore cilindrico che si appendeva a un chiodo.
ax2Generalmente ogni famiglia ne teneva uno in casa. Il contenitore aveva alla base un tubo di gomma che terminava con una pipetta sottile con una valvola che permetteva di regolare il flusso.

Un altro modo per fare il clistere era attraverso l’utilizzo di una piccola e apposita peretta di gomma.

Si usò fare così finché non venne in uso l’utilizzo della purga.

axTra queste, il purgante Gazzoni che consisteva in una grossa cialda di ostia che conteneva una polvere che aveva un forte potere lassativo. Quando la cialda si scioglieva nello stomaco si sentiva salire in gola un sapore per niente gradevole.

La purga e il clistere erano un incubo per i bambini finché il mercato farmaceutico non offrì purganti più gradevoli come il confetto Falqui che aveva un sapore di caramella e che si masticava prima di ingoiarlo.

Prima d’allora gli adulti legati alla tradizione, in alternativa al clistere, usavano bere dell’olio di ricino, dal sapore non certo gradevole, o il famoso sale inglese che vendevano in farmacia confezionato in busta.

La purga si prendeva generalmente la sera perché nella civiltà contadina si diceva che i purganti agiscono meglio sotto l’influsso della luna e ai bambini veniva data di preferenza il sabato perché l’indomani non andavano a scuola. E così andavano a letto in attesa che l’indomani mattina facesse effetto.

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Tre luci vitali

Il Semaforo

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imagesRJPC39C6Il semaforo o lanterna semaforica è un segnale luminoso utilizzato prevalentemente nella circolazione stradale presso incroci, passaggi pedonali e in altre situazioni in cui sia necessario regolare flussi di traffico potenzialmente in conflitto fra loro.

Il nome deriva dal greco σεμα (“segnale”) e φερω (“portare”), quindi “dare un segnale”. I semafori sono stati storicamente fra i primi segnali luminosi e sono tuttora uno dei più diffusi.

In base ad una convenzione universalmente riconosciuta le luci del semaforo possono avere solamente 3 colori, rosso per indicare la fermata, verde per indicare il via libera e giallo per preavvertire dell’imminenza di un cambio di stato, tra il verde e il rosso.

Fatta questa premessa valida per tutti, non tutte le Nazioni utilizzano le stesse convenzioni in merito alla sequenza di apparizione dei colori; in Italia il colore giallo viene usato per preannunciare l’imminente ordine di arresto, in altri Stati viene usato anche in combinazione con il rosso per indicare l’avvicinarsi del via libera.

Sembra che il primo esempio di segnaletica riconducibile al semaforo odierno risalga al 10 dicembre 1868 quando a Londra fu installato un segnale, derivato da quelli ferroviari del tempo, inventato a Nottingham da J.P. Knight costituito da una lanterna a gas rotativa che alternava una luce rossa ad una verde, con indicazioni tramite cartelli e illuminazione durante l’uso notturno.

Il primo semaforo moderno è stato invece progettato negli USA e messo in funzione nel 1914 a Cleveland; era anche questo mutuato dai segnali ferroviari e composto di 2 sole luci, rossa e verde. Per avere i primi esempi di semaforo a 3 luci bisognerà attenderne l’installazione alcuni anni più tardi, nel 1920 a New York.

In ogni caso questi primi esempi sono tutti relativi a semafori comandati manualmente, per avere i primi controlli automatici dovranno passare ulteriori 2 anni negli U.S.A., da cui verranno anche esportati in Europa. Nel 1922 si assiste alla prima installazione Europea a Parigi, seguita dalle installazioni nelle più grandi città come Amburgo, Berlino, Milano nell’aprile del 1925, Roma, Londra e Torino entro il 1926.

10366057_704581656246891_1158522262392602777_nUn’altra tappa importante nella storia dei semafori è quella del 1961 quando, a Berlino venne installato il primo semaforo specificatamente designato per i passaggi pedonali. Da questo primato il commercio berlinese ha cercato di ricavare il maggior ritorno di immagine possibile; è anche oggi facile trovare nei negozi della città ogni sorta di articolo celebrativo di questo avvenimento.

Semaforo pedonale italiano di vecchio tipo, con le scritte ALT-AVANTI
Il tipo più classico tra i semafori è quello con la lanterna contenente le tre luci circolari disposte in verticale montata su pali di metallo ai 4 angoli di un incrocio, ma a seconda delle necessità e in alcune circostanze specifiche sono possibili altre soluzioni. Quando è tecnicamente possibile e soprattutto in caso di intersezioni stradali particolarmente importanti e trafficate è usuale l’installazione di un semaforo in posizione sopraelevata, per consentire una migliore visibilità da distanze elevate. Sempre con lo stesso scopo della visibilità si vedono spesso impianti semaforici in cui la luce di colore rosso è di dimensioni piuttosto maggiori rispetto alle altre due.

Semaforo pedonale a due luci
I semafori specifici per i pedoni si differenziano da quelli automobilistici per il fatto che possono essere anche di forma non rotonda, solitamente sono tondi a 3 colori con all’interno alloggiate delle mascherine: colore rosso = omino/pedone fermo; colore giallo = Omino/pedone fermo; colore verde = omino/pedone in movimento. Altre caratteristiche di questi semafori sono l’installazione ad una altezza più bassa rispetto a quelli per i veicoli e alla presenza di serigrafie sulle luci raffiguranti degli omini, che ne richiamano esplicitamente l’uso. Solo negli ultimi anni i semafori pedonali italiani sono stati dotati anche del colore giallo. Esistevano, in Italia, dettati dal vecchio codice della strada, semafori pedonali con solo due luci (rossa e verde) con la serigrafia “ALT” (in rosso) e “AVANTI” (in verde), e il tempo dello sgombero corrispondente al giallo era indicato dal lampeggiare rapidamente della scritta AVANTI. Con l’approvazione del nuovo codice e normative, sono stati introdotti i semafori pedonali con le tre luci tonde, identiche a quelle delle auto. In alcuni se non tutti i semafori pedonali a due luci, prima del cambio di stato (verde-rosso) la luce verde iniziava a lampeggiare per qualche secondo (simulando il giallo).

Diffusissimi nei paesi ad alta densità ciclabile, ma previsti e presenti anche in Italia, sono i semafori per biciclette, che riproducono esattamente i colori e le sequenze di quelli per autoveicoli, tranne che per la caratteristica mascherina a forma di bicicletta.

Per maggiore sicurezza e per una particolare attenzione alle esigenze dei disabili, le indicazioni luminose dei semafori pedonali sono sempre più spesso integrate anche da segnalazioni sonore, come il segnalatore acustico per non vedenti, con segnali acustici a frequenza bassa per il verde, a frequenza maggiore per il giallo e silenzio per il rosso.

Le lampadine ad incandescenza dei semafori sono in fase di progressiva sostituzione con lanterne a led per garantire risparmio energetico e maggior rendimento nella visibilità degli stessi.

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auto

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Aspettando il rosso

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