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Archive for 22 settembre 2013

Lavoro è Dignità

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Quelli che vigilano sul nostro paese

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untitledVenerdì mattina, giorno memorabile: vede premiati i nostri continui appelli alla collaborazione tra i cittadini e le forze dell’ordine. Con i carabinieri in particolare, i quali sono sempre disponibili ad aiutare la cittadinanza, rischiando spesso la loro vita: e non lo fanno certamente per guadagnarsi il non lauto stipendio; è che ce l’hanno impartito nel sangue: da secoli vengono selezionati e indottrinati all’obbedir tacendo e a spendersi per l’Italia.

I carabinieri sono i veri vigili del territorio. E assieme a loro le donne di Milena che, quando vedono qualcosa che non va, delle persone sospette, non ci pensano su un minuto di più e chiamano i carabinieri di Milena (0934-933020) o direttamente il 112. Dalla interazione tra cittadini e carabinieri si ottengono i migliori risultati per il controllo e la difesa del territorio.

Due le chiamate di venerdì mattina. Una donna riferiva di aver trovato la porta di un’abitazione del villaggio Balilla, stranamente aperta, mentre i proprietari erano assenti. Ad una prima ispezione però pare che non sia stata portato via niente. Visionaria quindi la nostra concittadina? Riteniamo di no, Comunque meglio stare all’erta che fregarsene. Molto probabilmente i ladri saranno scappatati per l’arrivo improvviso di qualcuno.

imagesCAD55XN3Che venerdì mattina ci fossero in giro dei brutti ceffi disposti a rubare, questo non è un sogno, nè una visone, come dimostra ciò che è successo poco tempo dopo. Arriva ai carabinieri una seconda segnalazione, poi un’altra ancora: sempre voci femminili, allarmate per una macchina “forestiera” con dentro strani personaggi a prima vista poco rassicuranti. I carabinieri verificano l’esattezza dell’informazione e si preparano all’azione.

ccdefIl m.llo Butera per precauzione chiede l’intervento del collega Stefano Mattera della caserma di Montedoro ed insieme procedono a femare l’auto e all’identificazione dei passeggeri. L’operazione in via Meucci dura parecchio: data la vicinanza con le Poste qualcuno mette in giro la voce di una rapina al furgone portavalori. Ai tre che portavano degli arnesi utili ad un eventuale scasso, viene dato l’ordine di allontanarsi immediatamente da Milena in quanto non conoscevano alcuno nè avevano legami di parentela, nè i carabinieri si bevevano la favoletta che erano gente di passaggio.

Pare che la fedina dei tre tutti i colori avesse tranne che il bianco immacolato. Ai tre che sono stati imemdiatamente segnalati, è stato dato il “foglio di via”.

Grazie alle nostre donne e ai nostri carabinieri a Milena sono stati impediti non uno ma più furti.

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La cocaina sotto il clacson, in cella gestore sala giochi

di Roberto Mistretta
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FAVATA-SALVUCCIO-CL_1975Arrestato nel pomeriggio di giovedì dai carabinieri, un uomo di Mussomeli trovato in possesso di quasi 10 grammi di cocaina. Si tratta di Salvuccio Favata, 38 anni, sposato e padre di figli. L’uomo è conosciuto perché a Mussomeli gestisce una sala giochi ed è titolare di un ristorante aperto di recente in contrada Bosco.
Favata è stato “pizzicato” nei pressi di Acquaviva Platani, ad un posto di blocco predisposto dai militari dell’Arma nell’ambito del controllo del territorio. Nello specifico, militari della Stazione di Acquaviva Platani e Campofranco, col supporto dei colleghi del Norm, hanno fermato Favata che viaggiava in direzione di Mussomeli, a bordo della sua Opel Corsa di colore verde.Un controllo di routine insomma, sennonché i carabinieri si sono insospettiti dall’eccessivo nervosismo mostrato dall’uomo. Quindi hanno provveduto a perquisire l’automezzo ed hanno rinvenuto, nascosto sotto il pulsante del clacson posto nello sterzo, un contenitore in cellophane. All’interno vi erano custoditi altri dieci involucri di dosi già preparate per un totale complessivo di 9,354 grammi di cocaina.SONY DSCA quel punto i militari hanno contestato all’uomo il possesso e trasporto di sostanza stupefacente finalizzata allo spaccio e lo hanno tratto in arresto, provvedendo al contempo a predisporre una perquisizione nell’abitazione dell’uomo (risiede a Mussomeli in contrada Bumarro), e un’ulteriore perquisizione personale.

SONY DSCI carabinieri hanno quindi posto sotto sequestro la somma di 300 euro in banconote, ma anche oggetti ed accessori utilizzati per il confezionamento delle dosi: cutter, bilancino elettronico di precisione e cartine. Il valore complessivo della sostanza sequestrata ammonta a circa 1.000 euro. L’arrestato dopo le formalità di rito è stato tradotto in carcere a disposizione dell’autorità giudiziaria. Come suo difensore ha nominato l’avv. DaniloTipo del foro di Caltanissetta.
Come si evince dalle ultime operazioni condotte dai militari dell’Arma della Compagnia di Mussomeli attualmente guidata dal maresciallo s. U. P. S. Giuseppe Mongiovì (il capitano Filomeno Montinari è in licenza), il consumo (ma anche lo spaccio) di droga nel Vallone è in continua espansione. I carabinieri ipotizzano che Favata s’era rifornito ad Agrigento.

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«Un torto subìto in gravidanza»

Chiara Ferrara

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imagesCAVWDRB3Desidero raccontare all’opinione pubblica la sgradevole vicenda vissuta a causa di una multa per divieto di sosta, subita nella serata del 25.08.2012 da un Agente della P. M. di San Cataldo.
Nell’episodio mi presentavo al cospetto del Vigile Urbano (una donna) mentre ancora scriveva il verbale, spiegando che per l’evidente stato di gravidanza già all’ottavo mese, avevo appena sostato l’autovettura perché colta da malessere e bisognosa del bagno pubblico più vicino (appunto al bar lì accanto) dove soddisfare un’immediata e intrattenibile esigenza fisiologica, che per effetto della gestazione non riuscivo a contenere senza provare forti dolori pelvici. Ciò nonostante, l’austera poliziotta rifiutava la scusante, e confermava la multa rimandando la decisione al Prefetto, cui potevo presentare opposizione seguendo l’iter procedurale previsto dal Codice della Strada; tuttavia mi assicurava il suo avallo favorevole stante, la visibile condizione di maternità.

Così, incoraggiata, e fiduciosa nella sua sensibilità di donna e forse anche di madre, attuava la norma allegando il certificato del medico fiscale dell’ASL che convalidava l’interdizione lavorativa per “dolori pelvici” con rischio per la gravidanza. Dopo alcuni mesi, però, riceve il castigo amministrativo che seguiva l’appello, prendendo atto che il Dirigente prefettizio non accoglieva il ricorso rilevando: “Che il gravame proposto non trova accoglimento in quanto le motivazioni addotte e la documentazione prodotta non appaiono condivisibili nella esimente prevista… omissis…”, aumentando l’ammenta da € 39.00 a € 78.00.
Ecco cosa ha prodotto l’intervento illusorio e sibillino sottinteso dalla zelante vigile: oltre al danno anche la beffa!

untitledRitengo probabile, infatti, che la crucciante decretazione, sia stata stimolata proprio dalla relazione sfavorevole dell’Agente contro la contestazione, come poi verificato agli atti dell’Ufficio; che palesemente imboccava il rigetto delle ragioni esposte, esponendo un’allusa soggettiva opinione. In altre parole: “Che la signora Ferrara, pur se in evidente stato interessante, sarebbe entrata al bar non già per sopperire un urgente bisogno fisiologico come si giustificava, bensì per sollazzarsi con un caffè o altro”.

Obiettivamente c’è da pensare che questo vada oltre l’etica professionale e l’umana comprensione, perché a fronte di provata discolpa, l’epilogo della vicenda sa più di cattiva avversione tesa alla prevaricazione tributaria che di giusta giustizia. Confidavo molto nella sensibilità solidale sia della Vigile sia del Dirigente, certa dell’alta considerazione dovuta alla realtà peraltro attestata dalla Pubblica Sanità, fulcro della ragione difensiva; giacché di là della legittimità della violazione accertata, emerge il colpo basso della Vigile, la quale sovraccaricava oltre misura nella controdeduzione, generando l’effetto finale credibilmente inseguito.

Perciò, esprimo disgusto, rammarico e tanta rabbia, che ritengo giusto e doveroso far conoscere all’opinione pubblica: una vicissitudine con un esito amaro!

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Venezia, l’enorme stazza dell’idiozia

untitledAdesso possiamo stare tranquilli: se una delle 12 grandi navi da crociera attese a Venezia, dopo aver sventrato le antiche pietre del Bacino di San Marco si dovesse rovesciare dopo l’oltraggio su un fianco vomitando veleni , sappiamo che con una certa spesa, grazie all’impiego di grandi mezzi e formidabili risorse, replicando uno spettacolo mediatico che avrà perso lo smalto della novità,  potrà essere rialzata.

Forti di questa incoraggiante convinzione, autorità veneziane, non tutte ma quasi, compagnie di navigazione, cittadini rimbambiti da dati fasulli sui magnifici e  munifici profitti delle maxi crociere, assisteranno  nel primo giorno d’autunno  alla kermesse, anche quella poderosa ma purtroppo non unica, del passaggio nel ventre di una  città, quella si unica, delicatissima, vulnerabile e fragile, di 12 grattacieli naviganti,  con  771.987 tonnellate di stazza lorda e 30mila persone a bordo.

untitled1Tante volte ho ripetuto che un ceto dirigente non solo locale, coerentemente con l’ideologia sviluppista che sceglie sempre il gigantismo, l’illimitato, il pesante, l’urlato, rispetto all’armonioso, al misurato, al ragionevole, ha scelto di mettere alla prova delle città campione, per effettuare   test di resistenza della bellezza e dell’ambiente. Se  sopravvivono,  allora si può tentare ancora di più, andare ancora oltre, costruire torri inutili, bucare i sottosuoli senza ragione, far correre treni vanamente veloci, alzare arcate impossibili su stretti irraggiungibili, spostare migliaia di persone, quattro volte le popolazioni indigene, per portarle a fotografare dall’alto quinte teatrali che sfidano il pericolo di essere frantumate, per far provare ai deportati delle vacanze la straordinaria emozione –   non improbabile – di vederle rovinare grazie al loro barbarico passaggio.

È così credo, ma nel caso di Venezia, l’intento è ancora più indecente, quello di cacciare definitivamente in esilio gli ultimi residenti, ridotti a 60 mila, svuotare la scatola magica per farne un contenitore per cortei di viandanti a breve termine e l’asilo dorato per i nuovi ricchi globali, sempre più ricchi, sempre più determinati   all’emarginazione dei poveri fuori dalle loro enclave privilegiate ed esclusive.

Non occorsero mura per fare di Venezia una fortezza che resisteva alle orde grazie alla laguna dove i primi abitanti stavano come uccelli acquatici in certi nidi palustri, ma quella difesa educò i suoi cittadini all’indipendenza, all’esplorazione di altri mondi oltre il mare, all’accoglienza di gente che veniva da lontano con altre religioni, altre cucine, altri colori, altre lingue.

imagesCAK67I52Quelle strade del mare che avevano reso la città potente e sulle quali avevano viaggiato merci, oro, gemme, sete, spezie e forestieri curiosi di un posto unico al mondo, senza cavalli, senza carrozze, laborioso e gaudente, tenace nell’integrare e replicare modi nuovi di creare, dire, scrivere, pensare, sono diventate un rischio, le scorciatoie per la progressiva espropriazione ai danni di chi c’è nato, di chi la ama, di chi vorrebbe morirci, di chi la vuole come el campanil, quando è rovinato su se stesso, dov’era e com’era.

Corrotti nel migliore dei casi da una cultura del profitto, probabilmente dalla recente annessione a un ceto di ricchi e profittatori vecchi e nuovi, forse, semplicemente, da regalie, “scambi” ormai collaudati di favori, quattrini, sostegni, voti, i governanti locali e nazionali stanno provvedendo a avvilire le attività tradizionali: chiudono le vetrerie, le botteghe, gli artigiani a causa di una serrata promossa da quei processi che sotto la dicitura eufemistica di “liberalizzazione” penalizzano il piccolo, il radicato, il locale, il bello, per aprire al brutto, al copiato, al contraffatto, alla plastica perenne, al tanto rovesciato oltraggiosamente in negozi tutti uguali in tutto il mondo globalizzato, che vendono prodotti tutti uguali, tutti ugualmente effimeri, ugualmente anonimi, ugualmente seriali.

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Pulizie d’autunno

Armando Carruba

Armando Carruba

E’ la fine… dell’estate

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“Buona domenica a tutti!

E’ finita l’estate e sono anche finiti gli amori cullati da quel granello di sabbia dell’amico Nico Fidenco, eh l’amore .. l’amour comu diciunu i francisi:
AMURI E AMICIZIA PPI SCOPU, DURA POCU ed è vero anche perchè AMURI FATTU PPI ‘NTENTU, DURA QUANTU LU VENTU…

Beach in Thailand

E nni vulemu pigghiari di còlira? ma quannu mai? Bona duminica a tutti!”

Armando Carruba

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WC per il Gran Kan?

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 16,1-13

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2%20padroniDiceva anche ai discepoli: «C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi.
Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore.
L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno.
So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua.
Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo:
Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta.
Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.
Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera?
E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona».

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Una “COMPAGNIA” non proprio gradevole…

di Paolo Ceraulo
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Oggi si parla di una “Compagnia” che doveva confortare i condannati, spesso ottenendo l’effetto contrario…
Parliamo delle procedure, dei personaggi di giustizia, delle istituzioni ausiliarie per la conclusione di un ben riuscito spettacolo di morte nel rispetto di una splendida scenografia.
Percorrendo via Alloro, deviando su vicolo della Salvezza, ci si ritrova in Piazzetta dei Bianchi… Una piazzetta racchiusa fra antiche mura fra cui risplende un bel prospetto bianco tirato a lucido, un edificio austero con interni meravigliosi, vecchia sede di una Compagnia del “buon morire”, definibile più Setta che Compagnia.
Il poveraccio che finiva fra le grinfie di questa era segnato definitivamente, potendosi considerare più là che qua, avendo ormai raggiunto la terz’ultima tappa della propria vita prima di conoscere da vicino il boia…
La cosiddetta Compagnia dei Bianchi, costituita da soli nobili, era essenzialmente il braccio infame delle amministrazioni giudiziarie dell’epoca, i confrati avrebbero dovuto lenire l’angoscia del morituro, ma effettivamente ne carpivano notizie che la tortura non aveva saputo cavare, e che immancabilmente riferivano agli inquirenti, affinchè questi le potessero utilizzare per cogliere nella propria rete altri colpevoli da condannare. In realtà, quindi, erano degli aristocratici adibiti a fare gli spioni, nel contempo esecutori di raffinate torture psicologiche.
Tralasciando le contorte procedure per cui il condannato veniva dichiarato tale, limitiamoci a parlare della “presa in carico” e del “santo trattamento liberatorio”…
Il condannato, giudicato dalla giustizia ordinaria o dalla Santa Inquisizione, era consegnato al Presidente di Giustizia che mandava il “biglietto d’avviso” alla Compagnia, e da quell’istante cominciavano le ulteriori disgrazie per il poveraccio.
cdbI confrati vestiti con saio bianco e cappuccio calato sul viso, per tre giorni confortavano l’afflitto, si preoccupavano che facesse un’ottima confessione e comunione mentre gli salmodiavano attorno. Analoghe compagnie della morte esistevano ovunque, ma sembra che il rito panormita fosse particolarmente ossessivo e impregnato di sadismo.
Sicché varie volte, fingendo che fosse giunta l’ora dell’esecuzione, andavano a prelevarlo verso l’alba con i ceri accesi, annunciandosi da lontano al canto del “Miserere” e del “De Profundis”, impiegando ore per percorrere corridoi lunghi solo qualche decina di metri.
Quando alla fine aprivano la porta della cella, avevano modo di accertare con gioia, di essere in parte padroni della morte, potendola facilmente evocare e giocare con essa : il condannato era a terra piangente, oppure svenuto o schiumante di paura. Non restava che rianimarlo e chiedergli se fosse o no rimasto edificato dalla esperienza fatta, e se ritenesse di aver fatto una preparazione al gran passo.
Evidentemente non c’era neanche un pizzico di bontà nel loro operare, era soltanto sublimazione della malvagità nell’esternare il loro potere nei confronti di un ammasso di carne destinato al macello.
Esecuzione a Genova simile a quelle di  Palermo

Esecuzione a Genova simile a quelle di Palermo

Terminate le prove generali, il giorno dell’esecuzione i Bianchi si mischiavano nella scenografia dello spettacolo, ma sempre in primo piano, accompagnando fino al patibolo il disgraziato, quasi per respirare l’esalazione dell’ultimo respiro, sicuramente purificato dal loro divino operato !

Nei tre giorni che precedevano l’esecuzione, i nobili confrati erano anche investiti di una sorta di “immunità”… Infatti in quelle 72 ore divenivano pressocchè intoccabili e potevano fare il bello e il cattivo tempo, tutto ovviamente col placet delle istituzioni politiche e religiose…
Non c’era nulla di buono in loro anche quando richiedevano “Diritto di Grazia” il giorno del Venerdì Santo.
Sapevano di ottenere la grazia per un condannato a morte, ma erano coscienti di non fare un gran favore allo sfortunato, che non sarebbe stato reso libero ma avrebbe iniziato una vita ben più derelitta della morte a cui era destinato.
Nel migliore dei casi avrebbe servito nella flotta imperiale facendo il rematore, godendo al massimo per due anni del trattamento di “frusta”, di attacchi di fastidiosi parassiti, della sete, delle infezioni, dello scorbuto.
Il graziato in queste condizioni avrebbe trascinato la sua vita per appena due anni, maledicendo il remo, i Bianchi e la Grazia, sperando caldamente di morire in battaglia o di essere preso prigioniero dal turco infedele, magari abiurare e morire tra minori stenti in una galera musulmana…

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