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Archive for 15 settembre 2013

Alcune iniziative “ISOLATE” di Sindaci poste alla “ribalta” di giornali nelle cronache locali in questi giorni, in relazione ai gravosi e latenti problemi sulla viabilità, fanno riemergere un “ve l’avevo detto” di un anno fa, anch’esso ripreso dalle cronache locali e pubblicato, udite, udite, nel periodico della Provincia (l’ultimo).

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Dizionario delle cose perdute

Dizionario delle cose perdute”: nel nuovo libro Francesco Guccini racconta oggetti, attività, abitudini, sentimenti dell’Italia del Dopoguerra

Ai tempi del Flit quando c’erano Topolino e Littorina

di Salvatore Scalia

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“Dizionario delle cose perdute” (Mondadori, pp. 140, euro 10)

Alla vigilia delle feste di Natale a Mascalucia la mamma ci mandava a comprare la dose per il doppio kummel. Per paura di dimenticarle, durante il tragitto non facevano che ripetere le due parole. Il nome esotico e l’aggettivo che lo accompagnava ci davano già un forte senso di calore e un lieve giramento di testa.

Abbiamo fatto in tempo a bere la mattina il latte appena munto delle capre: il capraio passava con il suo gregge e lo mungeva in strada, rifornendo casa per casa, dove i bambini erano in attesa per la colazione prima di correre a scuola. Poi, quando le norme d’igiene, vietarono la circolazione delle capre, il lattaio passava con un recipiente legato sul portabagagli della bicicletta, e fiorirono battute maliziose sulla quantità di acqua che aggiungeva.

Quelli più grandi di noi, vincendo una timidezza paralizzante, hanno pronunciato in una sala da ballo la fatidica frase: «Signorina, permette questo ballo?». Se la risposta era negativa, si voleva sprofondare. Abbiamo giocato con la cerbottana e provato i carrioli costruiti con tavole e cuscinetti a sfera dai nostri fratelli maggiori.

E una vicina di casa, con una bella chioma bionda legata a coda di cavallo, ci insegnò a giocare a shangai sul pianerottolo di una scala di marmo. Uno zio, che abitava a Bologna, ci regalò una scatola del meccano. Sperava di instillare la passione per l’ingegneria, ma ci riempì tanto la testa di chiacchiere sul valore educativo del dono che il giocattolo non fu mai toccato. La prima esperienza di fumo avvenne con foglie di vite secche avvolte in carta di giornale: rischiammo di soffocare.

L’elenco potrebbe continuare a volontà, in una continua sovrapposizione della nostra memoria a quanto ha scritto Francesco Guccini.  Si deve avere una certa età, essere più grandi o non molto più piccoli del cantautore e scrittore bolognese, per attingere ai propri ricordi non appena l’autore dà il là, in un gioco di specchi che in fondo non è altro se non memoria collettiva, dalla Pianura Padana alla Sicilia.

imagesLe esperienze degli anni dell’Italia del dopoguerra e della ricostruzione coincidono, le tappe sono le stesse. Nella rievocazione dei giochi cambiano i nomi, variano le regole, ma la sostanza e la creatività sono identiche. Leggi il nome e ti pare una cosa astrusa, d’altri mondi; poi segui la descrizione e ricordi che quel gioco l’hai praticato anche tu. O ti accorgi che la stessa immaginazione ha creato con gli oggetti più umili giochi appassionanti. Per i lettori più giovani il libro è una testimonianza di com’erano i loro padri.

Tra le cose perdute ci sono oggetti, attività, abitudini, sentimenti, modi di dire. Perdute ma non rimpiante, anzi di molte cose si può essere contenti di non averle più: come le maglie di lana fatte in casa che bucavano la pelle; come la terza classe nei treni; come i pantaloncini corti che i bambini portavano anche in pieno inverno: come gli orribili costumi di lana sulle spiagge che, una volta bagnati, mostravano distintamente ciò che avrebbero dovuto nascondere.

In questo inventario della memoria non mancano i primi segni del benessere: la mitica Topolino, l’installazione in casa del telefono di bachelite attaccato al muro, il primo frigorifero.

imagesCAYVDZOXE poi ci sono tante mosche che, prima dell’avvento del Ddt, si combattevano con la carta moschicida, che restava attaccata al lampadario finché non si era completamente ricoperta di cadaverini, o con il Flit, un olio minerale prodotto in New Jersey e venduto con una pompetta a stantuffo. Non c’era spiritosone che rinunciasse alla battuta: «Ammazza la vecchia, col Flit». E per esser ancora più divertenti non mancava mai chi aggiungeva: «E se non muore, col gas».

Guccini, per essere filologicamente corretto, spiega che nel dialetto emiliano con “vecia” non si indica solo una donna avanti con gli anni ma anche lo scarafaggio. Beh, in Sicilia non c’è alcuna scappatoia né pudore: la vecchia da ammazzare era proprio la vecchia.
Il linguaggio allusivo faceva sì che si chiamasse prete, nel senso che s’infilava in ogni letto, lo speciale marchingegno, con stecche ricurve e un contenitore nella parte inferiore in cui si collocava un scaldino, messo sotto le coperte prima di coricarsi nelle gelide sere d’inverno. Le case allora non avevano il riscaldamento.

Guccini racconta, in uno stile piano e discorsivo, un piccolo mondo antico in cui si usavano i pennini, si compravano le sigarette sfuse in bustina, e in cui, nei cinema di terza visione o in quelli parrocchiali, sullo schermo pioveva a causa delle pellicole usurate, o in cui all’ospite si offriva un “caffè caffè”. La ripetizione serviva a rassicurare che non si stesse parlando di orzo.

Littorina-circumetnea-e1338979525769Pagine affettuose sono dedicate al mestiere scomparso dei cantastorie che raccontavano nelle piazze feroci episodi di cronaca. La madre che ammazza i figli era il tema preferito e di maggior richiamo. C’è da dire che è cambiato lo strumento di comunicazione ma lo spirito è rimasto lo stesso, visto come la televisione costruisce saghe dell’orrore proprio sui temi più truculenti. Il tono di Guccini resta colloquiale anche nel racconto sull’esperienza, un tempo cruciale, della naia, con il rigore a volte assurdo degli ufficiali, la tolleranza verso la sadica abitudine del nonnismo, i gavettoni e lo spirito di adattamento.

Tra le cose perdute ci sono i treni a vapore e la littorina nata in epoca fascista a glorificazione dei fasci littori. Nelle zone etnee il trenino della Circumetnea è chiamato ancora così: a litturina.

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brindisi

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I familiari hanno presentato un esposto

Niente ricovero, e muore

di Roberto Mistretta
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mussSarà l’inchiesta giudiziaria in corso ad accertare le cause della morte del 64enne Giuseppe Salamone, persona molto nota in città stante che si occupava di fare le pulizie a domicilio e lavorava nella ditta intestata alla moglie (mentre uno dei due figli, gestisce un autolavaggio).
Salamone è morto mercoledì pomeriggio. Nella mattinata di giovedì i familiari dell’uomo, prossimo a godersi la pensione dopo una vita spesa appunto per il lavoro, hanno presentato denuncia ai carabinieri della locale Compagnia guidata dal capitano Filomeno Montinari per accertare le cause della morte dell’uomo.
Una denuncia dove i due figli, Luca e Antonino, ipotizzano eventuali lacune assistenziali tant’è che hanno messo a verbale la loro versione dei fatti. In pratica -hanno dichiarato- l’uomo stava male da qualche giorno con puntate febbrili fino a 40 gradi e urinava sangue. Quindi mercoledì mattina più o meno alle otto, lo hanno accompagnato al Pronto Soccorso del locale ospedale. Il medico che l’ha visitato non ha ritenuto necessario il ricovero e dopo avergli prescritto una cura antibiotica, lo ha dimesso.
Uscito dall’ospedale, i familiari poco convinti hanno portato l’uomo presso lo studio del loro medico curante, il dott. Gero Valenza.
Conferma il dott. Valenza quello che ha dichiarato ai carabinieri: «Il signor Salamone è arrivato nel mio studio alle 8.20 con una prescrizione dell’ospedale. Avendo un po’ di febbre ho prescritto il Rocefin che gli ho praticato per via intramuscolare dopo che i familiari sono andati a comprarlo. Considerando però la faces del paziente, ovvero il suo pallore, gli ho prescritto degli esami ematici tra cui l’Emocromo, che il paziente ha eseguito poco dopo presso un laboratorio privato di Mussomeli. Nel pomeriggio ho saputo della sua mancanza».
In pratica l’uomo, una volta rientrato a casa, ha continuano a stare male e quindi i familiari, nel primo pomeriggio quando le condizioni stavano precipitando, alle 15 circa, tramite l’ambulanza del 118, lo hanno riportato d’urgenza al Pronto Soccorso, dove Salamone è giunto in stato comatoso dal quale non s’è più ripreso. Poco più di due ore più tardi, dopo le cure e gli accertamenti del caso, quando già nell’elipista era atterrato l’elisoccorso per il suo trasferimento in Rianimazione presso l’ospedale “Umberto I” di Enna, s’è registrato il decesso, avvenuto esattamente alle 17.25, prima che l’uomo fosse imbarcato a bordo dell’elicottero.

La tabella che invita a donare il sangue davanti l'Ospedale Maria Maddalena Longo di Mussomeli

La salma del povero Giuseppe Salamone è stata quindi trasferita nella sala mortuaria tra lo strazio dei congiunti. Giovedì in tarda mattinata, quando già la ditta di esequie funebri si stava organizzando per trasferire la salma e predisporre le esequie, è arrivato lo stop dalla Procura: la salma è stata posta sotto sequestro da parte dell’autorità giudiziaria che predisporrà l’autopsia per accertare le reali cause di morte. Si sospetta una forma di leucemia fulminante ma ovviamente siamo nel campo delle ipotesi e sarà l’autopsia a sciogliere ogni dubbio.
Quindi, nel pomeriggio di giovedì, i carabinieri si sono portati in ospedale dove hanno posto sotto sequestro le cartelle cliniche degli accessi al Pronto Soccorso, la cartella clinica del trasferimento, corredate da tutti gli accertamenti eseguiti in ospedale. Hanno anche chiesto copia dei turni del personale in servizio la mattina ed il pomeriggio di mercoledì 11 settembre. I carabinieri hanno anche sentito il medico curante dell’uomo e verificato presso il laboratorio di analisi privato, se il paziente avesse eseguito gli esami prescritti.
Il fascicolo è stato quindi trasmesso già ieri alla dott. ssa Di Pasquale, il sostituto procuratore che si occupa delle indagini in corso.

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70ª mostra d’arte cinematografica di Venezia. Enzo e Lorenzo Mancuso, icone culturali della Sicilia, premiati per una colonna sonora

di Rino Pitanza

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LINO-M~1Grande soddisfazione anche nella piccola comunità di Sutera per il riconoscimento, con menzione speciale, per i fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso, autori della canzone che chiude la pellicola “Cumu è sula la strata”, premio per la migliore colonna sonora della 70ª mostra d’arte cinematografica di Venezia.

Si legge nella motivazione:


“Pur in una costruzione asciutta in cui la forza del film è affidata a gesti, silenzi e dialoghi nell’assenza di una colonna sonora tradizionale, l’emozione e il senso più profondo dell’opera sono affidate a un solo brano”.

I fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso

I fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso

Enzo e Lorenzo Mancuso sono due cantanti, compositori e polinstrumentisti nati a Sutera e verso la metà degli anni ‘70 emigrano, insieme a tanti altri suteresi, a Londra dove risiedono per 8 anni lavorando in diverse fabbriche metalmeccaniche. In quegli anni, a contatto con circoli culturali e teatri, iniziano a ricomporre i frammenti del patrimonio musicale della loro Sicilia e ritornati in Italia nel 1981, si stabiliscono a Città della Pieve in Umbria.

Chiamati a suonare in tutta Europa, i fratelli Mancuso si dedicano anche alla didattica della tradizione musicale siciliana, tenendo lezioni-concerto in diverse università d’Europa.
Grazie ai loro raffinati lavori basati sul recupero di materiali della tradizione siciliana e suterese filtrati e reinventati in uno stile personale nuovo e antico nello stesso tempo, Enzo e Lorenzo Mancuso sono ormai riconosciuti a livello mondiale come icone culturali della Sicilia.

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La tristezza secondo Pelé

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 15,1-32

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untitledSi avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.
I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro».
Allora egli disse loro questa parabola:
«Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?
Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta.
Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova?
E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta.
Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli.
Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze.
Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto.
Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.
Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci.
Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.
Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!
Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te;
non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni.
4398do01Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.
Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi.
Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa,
perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze;
chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò.
Il servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo.
Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo.
Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici.
Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.
Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;
ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

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