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In un contesto come l’attuale, dove femminicidio, umiliazioni e soprusi sulle donne costellano sempre più la cronaca, come a ribadire assurdamente un’atavica e brutale indole del maschio alla predominanza anche violenta sull’altro sesso, ecco pubblicato un romanzo che si rifà proprio a questo scenario di pesante prevaricazione, dedicato “a tutte le donne, a quelle che hanno avuto la forza di dire no, a quelle che non ne hanno avuto il tempo” e ambientato in tre comuni del nostro territorio.
Il libro ha per titolo “Donne segnate, vite negate” (Edizioni Arianna) e ne è autrice Rosetta Bonomo, insegnante che vive ed opera a Caltanissetta, nota per la sua attività di promozione culturale, collaboratrice del nostro giornale e già autrice di altre pubblicazioni (da ricordare “Fili d’Erba” del 1980, “Storia di un gemellaggio” del 1992, “L’altra metà del cielo” del 2000, “Un fior di loto nel Bahar belà mà” del 2008, “Vie e vite” del 2010 e “Odonomastica sancataldese” del 2013).
In questo nuovo lavoro, che non ha caso – come detto – s’inquadra in un momento dove è forte l’impatto emotivo con fatti di cronaca che hanno sovente donne come vittime, Rosetta Bonomo compie un immaginario viaggio a ritroso nel tempo per ambientare le storie narrate in uno dei periodi indubbiamente più oscuri ed emblematici per la condizione femminile, come quello del primo trentennio del Novecento, e scegliendo come scenario i comuni di Delia, Sutera e Mussomeli, quest’ultimo comune natale dell’autrice.
Il romanzo (emblematica la copertina rosa con una catena in primo piano…) non vuol comunque porsi come un inno al femminismo, bensì riproporre contesti e momenti che, pur nella fantasia del racconto, rimangono comunque ispirati a fatti realmente accaduti nei comuni citati.
Le tre storie di donne raccontate rimandano ad una Sicilia ancora tribale, con le protagoniste che subiscono i pesanti condizionamenti sociali del tempo, costrette dal comportamento del maschio, e dal proprio ambiente, ad una vita “negata”, appunto, e quindi all’insegna della più totale emarginazione, di un vero e proprio auto annullamento.
Protagonista narrante del romanzo è Ileana, giovane giornalista incaricata dal suo giornale di scrivere un articolo su vicende che hanno coinvolto alcune donne nel periodo fascista: ed ecco tre storie diverse, ma in qualche modo parallele, vissute da Manuela, Nuccia e Concetta nei citati comuni di Delia, Sutera e Mussomeli, in un mondo arcaico che finisce per condannarle al fallimento, alla solitudine, alla reclusione, alla morte dopo una vita non vissuta.
«Il filo rosso che lega le vicende delle loro tragiche esistenze – scrive Marinella Fiume nella prefazione del libro – è il loro autopunirsi per azioni violente subite da parte di uomini a cui non sono state in grado di resistere o sottrarsi. E questo mentre i compagni, aguzzini o vittime anche loro dei pregiudizi di una società patriarcale, dietro un malinteso senso dell’amore e dell’onore, non si sentono nemmeno in colpa».
Ileana comincia le sue ricerche da Delia, andando dietro a indicazioni scaturite da sogni ricorrenti divenuti per lei un’ossessione. Si susseguono una serie di eventi inaspettati, ma la giornalista prosegue nel suo indagare, attingendo notizie da racconti degli anziani di paese, soffermandosi sul castello di Delia così come su quello di Mussomeli, che peraltro vengono minuziosamente descritti nel corso delle storie, tra riferimenti a fantasmi e sedute spiritiche, personaggi, consuetudini e usanze di una Sicilia ancora selvaggia.
La prima vicenda vede la giovane Manuela fidanzata a Delia con un carabiniere e prossima alle nozze; ma per una fugace relazione con un giovane del paese, quando il promesso sposo è ancora distaccato al Nord, rimane incinta, il che è l’inizio della sua fine: saltato ovviamente il matrimonio, non le resta che patire l’esecrazione generale e vivere il resto della vita reclusa in casa.
A Sutera è ambientata la seconda storia, all’insegna dello “ius primae noctis”,
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