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Archive for 12 luglio 2011

Raimondo Mattina sostituisce Di Marco

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Secondo voci di palazzo, Raimondo Mattina è il nuovo assessore della Giunta Comunale di Milena, il sindaco Giuseppe Vitellaro lo ha nominato al posto del dimissionario Di Marco Paolino Rosalino.

L’ex assessore ha spiegato in una lettera i motivi “personali e di lavoro” che lo hanno portato alle spontanee dimissioni dalla giunta della quale, anche se non sempre presente, avrebbe sempre condiviso ogni atto deliberativo e l’indirizzo politico-amministrativo.

In coda alla lettera, come cavolo a merenda, posta irritualmente una bella dose di veleno nei confronti del presidente del consiglio comunale, avv. Salvatore Tona, e della consigliera Valeria Vella. Una stoccata sull’indennità di carica e un fendente all’ingrata preside che, forte del suo ruolo scolastico, ha deciso di abbandonare a se stesso il “cavallo vincente” delle elezioni comunali.

Non è dato di conoscere se l’amaro fiele sia di produzione propria od offerto da qualcun altro che non si è persa l’occasione per fare uno sgarbo agli ex amici evidentemente oggi considerati acerrimi nemici. Un’acuta nota stonata, apparentemente estranea al momento, che inquina un normale processo di avvicendamento in giunta e surriscalda ancora di più il clima politico-istituzionale del paese.

Comunque sia da oggi la giunta potrà annoverare un elemento che ci si augura meno assenteista del predecessore.

Al nuovo assessore le congratulazioni e gli auguri di buon lavoro per Milena da parte di MML

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I FANTASTICI TAPPETI CHE RENDERANNO INDOLORI LE CADUTE 

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C’era una volta….il Ricovero

di Lillo Paruzzo

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A quei tempi (dal 1900 al 1956), a Montedoro, non vi era edificio scolastico e alcune classi erano allocate, in cima alla scalinata Crispi, sul Monte Croce, a 475 metri slm, in un edificio chiamato Ricovero di mendicità, ma che mai venne utilizzato come tale. Venute meno le entrate dell’Ente Ricovero, per l’inattività della solfara, il locale del Ricovero, che non arrivò a funzionare, fu dato in fitto al Comune, per uso delle scuole comunali, sin dal 1915.

L’edificio del Ricovero era costituito da tre piani: quattro aule nel piano terra, esposte a sud, con aperture su di uno spiazzo; quattro nel primo piano, al quale si accedeva da una scala laterale, ad ovest, e quattro al secondo piano.

Accanto all’edificio del Ricovero, costituente un unico blocco, c’era il prospetto di quella che doveva essere la chiesa della Madonna del Carmelo, mai ultimata. Si vedeva e si capiva che doveva essere una chiesa, dal portone a piano terra, da un rosone all’altezza del primo piano, in alto un frontone a cuspide con timpano a cornice triangolare.

Solo nel 1957 il grande vano, della ”chiesa”, sistemato adeguatamente, venne utilizzato come palestra della scuola media unica fino a quando, nel 1966, non venne costruito l’apposito edificio scolastico della scuola media, vicino a quello delle elementari Don Bosco, vicino alla chiesa madre, in zona pianeggiante.

L’edificio del Ricovero venne abbandonato e, nel 1988, con l’idea della costruzione di una casa per gli emigrati, fu abbattuto tra le proteste di alcuni ed il rimpianto della popolazione adulta per avere perduto “la memoria delle pietre” della loro fanciullezza. I finanziamenti promessi non sono stati erogati e il sito venne trasformato in verde attrezzato con panchine, aiuole con piante ed alberi.

Quindi, le classi della scuola elementare funzionavano a “lu Ricoparu”, con le porte d’ingresso esterne come unica presa luce e, in quelle dei piani superiori, con le porte d’ingresso interne e, come presa luce, c’erano dei balconi a petto o delle finestre.

Il numero di alunni era intorno ai 40 per classe, con dei grossi banchi biposto, una lavagna, ma, senza gabinetti. Bisognava andare, maschietti e femminucce, a”lu Cuàzzu Tunnu”, (oggi c’è l’anfiteatro all’aperto e la villa) che distava cento metri dall’edificio. Molti alunni e, gli stessi insegnanti, spesso si recavano nelle proprie case per soddisfare ai propri bisogni corporali.

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I Neo-Disperati

«Neolaureati senza speranza»

di Saverio Liardo

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L’assoluta e ignominiosa indifferenza dimostrata dall’amministrazione scolastica e dalle stesse organizzazioni sindacali, nei confronti dei nuovi aspiranti docenti non abilitati, cosiddetti invisibili, privati di qualsiasi possibilità di accostarsi all’insegnamento, in assenza di concorsi, corsi abilitanti, selezioni e SISSIS varie, rappresenta senza ombra di dubbio anzitutto una lampante violazione dell’art. 3 della Costituzione Italiana perché discrimina tra figli e figliastri, scatenando una vergognosa lotta tra poveri, ma costituisce soprattutto la prima e più importante causa dell’attuale degrado della nostra scuola.

Infatti, se da un lato è vero che la possibilità di attingere ad un vasto bacino di aspiranti docenti e di scegliere tra la concorrenza e la sovrabbondante domanda di lavoro dovrebbe essere garanzia di una migliore e più qualificata professionalità espressa nelle nostre scuole da quei fortunati che riescono ad inserirsi nel mondo dell’insegnamento, è altrettanto vero che ormai da più di un trentennio il nostro Ministero dell’Istruzione, con la compiaciuta e non disinteressata approvazione dei sindacati di categoria, ha rinunciato alla periodica e sistematica selezione del corpo docente attraverso adeguate prove concorsuali, al rispetto dei più elementari principi della meritocrazia e alla possibilità di scovare e valorizzare i giovani talenti più preparati e più motivati.

La paura di gestire raccomandazioni, corruzione, malaffare ed evasione fiscale, unitamente ad un deprecabile e malinteso senso di garantismo nei confronti di alcune categorie a discapito di altre, hanno fatto sì che il Ministero sperimentasse sempre nuovi, improvvisati e raffazzonati sistemi di formazione e reclutamento del personale docente, con i pessimi risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti, e non riuscendo comunque ugualmente ad evitare sprechi di denaro, intrallazzi, mortificazioni e speculazioni varie sulla testa di tanti giovani di belle speranze.

Saverio Liardo

Tra tutte le attività umane, quella dell’insegnamento e della acculturazione delle nuove generazioni è, a mio modesto avviso, oltre che una missione, una professione importante e anche molto gratificante, anche se dà soddisfazioni solamente di carattere morale; ma se, nella scelta e nella assunzione metodica dei docenti e dei dirigenti, non riusciamo a mettere a punto un sistema e dei criteri di valutazione e di selezione che siano validi dal punto di vista oggettivo e idonei a riconoscere e premiare il merito, la competenza e la professionalità avremo sempre una scuola qualitativamente mediocre.

 

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Mussomeli. Il nuovo prete ha fatto l’ingresso in paese su di un carretto

Caloroso saluto a don Vincenzo

di CARMELO BARBA

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Un grido di gioia lungo la Via Palermo e non solo, l’altro ieri pomeriggio, all’indirizzo del trentottenne Padre Vincenzo Valenza, che circondato  da tutto il seminario, diretto dal Rettore Padre Alfonso Incardona, si è incamminato verso la Sua Parrocchia di Cristo Re, dove ad 8 anni ha ricevuto la sua Prima Comunione.

Il novello sacerdote, in abito talare, alle 16,55  di giovedì scorso, è arrivato all’ingresso della Via Caltanissetta, dove sostava un  tradizionale carretto
siciliano, addobbato a festa, su cui è salito, assieme al suo parroco Padre Salvatore Tuzzeo per raggiungere Piazza Umberto dove ad attenderlo c’erano le Autorità del paese, la mamma e la sorella ed uno folto stuolo di amici.

Anticamente per l’arrivo dei nuovi preti c’era la cavalcata, che iniziava ancor prima del centro urbano. Per questa circostanza, invece,  i pennacchi del carretto siciliano l’hanno fatto da padrone, per omaggiare un figlio di Mussomeli, fresco di ordinazione sacerdotale. Tanti  scatti fotografici puntati sul carretto e sul volto sorridente e benedicente di Don Vincenzo.

Un tragitto, quella dalla Via Caltanissetta alla Piazza Umberto, quasi a perdifiato, e con comprensibile imbarazzo di Don Vincenzo, per via del cavallo che non gradiva gli applausi, penalizzando lo spettacolo ed il novello sacerdote, che giunto in Piazza Umberto, al suono delle note dell’inno pontificio della banda musicale, alla presenza del sindaco Calà e della sua giunta, dell’Arciprete Padre Genco dei parroci e confratelli, ha indossato mozzetta e stola fra la commozione dei suoi familiari e la gioia dei presenti.

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