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Archive for 7 aprile 2011

UN TRISTE DIARIO

di Giorgio Petta
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Fino alla tarda sera di ieri c’era una sola certezza: che i sopravvissuti del naufragio di una «carretta del mare» partita dal porto libico di Zawarah e diretta a Lampedusa sono appena 53.

E gli annegati? Non si sa, almeno fin quando gli ufficiali della Capitaneria di Porto e gli investigatori della polizia giudiziaria non avranno concluso gli interrogatori di chi si è salvato. Possono essere 319 se a bordo si trovavano 370 profughi, oppure 267 su 318, o 249 su 300, oppure 149 se a salire sulla «carretta della morte» sono stati in 200. La contabilità dei numeri – a parte il clamore mediatico – non cambia la sostanza della tragedia di chi è costretto ad attraversare il mare in condizioni rischiosissime pur di sfuggire ad un’oppressione insopportabile, alla fame senza scampo, alla mancanza della speranza di un futuro migliore. Per sé e i propri figli, al punto da coinvolgerli ancora in fasce in un’avventura – quella dell’attraversamento del Mediterraneo – che, per statistica confermata, per il 20 per cento dei casi risulta mortale.

I cronisti presenti a Lampedusa per seguire l’evolversi dell’invasione degli immigrati saltano dal letto all’alba quando il solito buon amico li avverte che alle 2 di notte due motovedette della Guardia Costiera sono partite in soccorso di un barcone in difficoltà a 39 miglia a sud-est, nelle acque territoriali di Malta. Sono state le stesse autorità maltesi ad avvertire la Capitaneria di porto di Lampedusa dopo avere ricevuto il Sos dal telefono satellitare di uno dei profughi a bordo del barcone. La competenza sarebbe loro, ma a tragedia avvenuta sosterranno di non avere mezzi navali veloci come quelli a disposizione degli italiani. Sarà, ma la politica del respingimento adottata dall’isola dei Cavalieri crociati è da anni al centro di polemiche internazionali.

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Trailer il processo Ruby – Berlusconi

Trailer Il processo Ruby – Berlusconi di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi

Dopo il successo di Inception Berlusconi Giuseppe Stasi e Giancarlo Fontana tornano con un nuovo video virale dedicato alla più spinosa tra le vicende giudiziarie che coinvolgono il mago di Arcore.

Guarda il trailer parodia Il processo Ruby – Berlusconi.

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I campofranchesi erano una famiglia mafiosa davvero “forte”

di Valerio Martines e Vincenzo Pane

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I campofranchesi erano una famiglia mafiosa davvero “forte”. Un dato che emerge dagli interrogatori del pentito agrigentino Maurizio Di Gati, un tempo capo della famiglia mafiosa di Racalmuto ed esponente di spicco della cupola agrigentina.
E’ il 18 luglio 2007 quando Di Gati viene interrogato dal sostituto procuratore Stefano Luciani: «Dopo l’arresto di Angelo Schillaci – afferma Di Gati – ci sono i suoi fratelli a gestire la provincia di Caltanissetta. Di Angelo Schillaci si parlava già dalla fine del 1992, quando Domenico Vaccaro fu latitante e i contatti con quest’ultimo li teneva proprio Angelo Schillaci».

«Anche Milena è nelle loro mani»

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Secondo Di Gati i campofranchesi avrebbero comandato anche a Milena:

Hanno anche Milena nelle loro mani. Ricordo che quando venne ucciso il figlio di Francesco Randazzo abbiamo dato il paese in mano a quest’ultimo. Ciccio Randazzo ce l’aveva con un certo Peppe Tona per l’omicidio del figlio. Questo Tona l’ho conosciuto, così come un certo Sorce che non so chi è. Successivamente, però, appresi che l’omicidio di Salvatore Randazzo venne fatto della stessa famiglia di Campofranco perché questo Randazzo era un “ruba galline”. Andava a rubare “unni è ‘gghiè” senza guardare in faccia nessuno e quindi dava fastidio. Fino al 2006 il capo a Milena era Ciccio Randazzo, ma dietro c’erano i fratelli Schillaci.

Le dichiarazioni di Ignazio Gagliardo

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Carmelo Allegro, 48 anni di Serradifalco, Rosario Allegro, 58 anni di Serradifalco, Girolamo Santo Argento, 45 anni di Serradifalco, Edmondo Belardo, 48 anni di Priolo Gargallo, Michele Cardillo, 59 anni di Serradifalco, Cosimo Caltabellotta, 69 anni di Campofranco, Gaetano Caltabellotta, 43 anni di Campofranco, Maurizio Carrubba, 39 anni di Campofranco, Nicolò Falcone, 62 anni di Montedoro, Paolo Falcone, 68 anni di Montedoro, Gabriele Paolo Galante, 38 anni di Montedoro, Claudio Calogero Maria Giambrone, 41 anni di Campofranco, Antonino Calogero Grizzanti, 54 anni di Sutera, Angelo Losardo, 57 anni di Bompensiere, Angelo Calogero Modica, 52 anni di Campofranco, Giuseppe Modica, 48 anni di Campofranco, Salvatore Gianluca Modica, 38 anni di Campofranco, Calogero Pace, 62 anni di Serradifalco, Salvatore Pirrello, 53 anni di Campofranco, Alfredo Schillaci, 43 anni di Campofranco, Angelo Schillaci, 48 anni di Campofranco, Ambrogio Calogero Salvatore Vario, 58 anni di Campofranco. Erano tutti liberi, tranne Angelo Schillaci che in carcere sta scontando 12 anni per associazione mafiosa.

Agli arresti domiciliari sono stati ammessi Enza Bordenca, 49 anni di Campofranco moglie di Giuseppe Modica, Giuseppe Falcone, 73 anni di Montedoro, Vincenzo Salvatore Modica, 23 anni di Palermo, Rosalia Nicastro, 46 anni di Campofranco e moglie di Calogero Modica, Carmela Ricotta, 42 anni di Serradifalco e moglie di Carmelo Allegro, Salvatore Termini, 78 anni di Campofranco.

Gli indagati a piede libero sono Anna Allegro, 32 anni di Serradifalco, e Giovanni Campisi, 64 anni di Sommatino

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LE MANI DELLA MAFIA SUL VALLONE

di Valerio Martines
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È uno scossone che colpisce la roccaforte di Cosa Nostra nel Nisseno, quell’area del Vallone che negli anni s’è ritagliata una posizione nello scacchiere mafioso siciliano. Vecchi boss, patriarchi della mafia vicini al capomafia Piddu Madonia fedele all’ala corleonese, ma anche imprenditori compiacenti e conniventi e fidate mogli. Qualcuno ritorna in carcere dopo anni mentre altri ci sono finiti per la prima volta l’altra notte, pochi hanno beneficiato degli arresti fra le mura di casa chi per l’età avanzata e altri perché il loro ruolo è stato più defilato.
E poi sotto sequestro preventivo sono finite sette imprese e società, oltre a beni mobili e immobili stimati globalmente per 7 milioni di euro. I numeri dell’inchiesta antimafia “Grande Vallone” messa a segno dai carabinieri del Ros e dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, sono racchiusi qui. Con 28 ordinanze di custodia cautelare firmate dal Gip Lirio Conti, 22 delle quali in carcere e altre 6 agli arresti domiciliari.

Nelle 930 pagine del provvedimento restrittivo, gli inquirenti riepilogano gli affari su cui la famiglia mafiosa di Campofranco – storicamente organica al mandamento di Mussomeli e confinante con quello di Vallelunga – aveva fiutato odore di soldi, attraverso l’affidamento di lavori pubblici da assegnare a imprese compiacenti. Tant’è che un imprenditore edile è tirato in ballo per concorso esterno in associazione mafiosa.
Opere eccellenti, come la realizzazione del termovalorizzatore di Casteltermini – affare condiviso con i mafiosi dell’Agrigentino – i parchi eolici a Vicari, la velocizzazione della linea ferrata Palermo-Agrigento, la costruzione dell’elevatore che porta al caratteristico monte San Paolino di Sutera, la manutenzione straordinaria dell’acquedotto Madonie-Ovest. Anche piccoli appalti, ma pur sempre ghiotti, come la manutenzione di strade esterne al paese di Campofranco o della Sp 189 per Casteltermini, il rifacimento della Sp 23 nel tratto di Casteltermini.

LE ACCUSE

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 FOSSE ARDEATINE. LA DIMENTICANZA DEL COMPAGNO NAPOLITANO

Salvo D’Acquisto

di Giuseppe Pastorella

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Il 24 marzo 1944, a seguito di un attentato dei Gap, quadri comunisti della resistenza romana, persero la vita 42 militari tedeschi, 32 subito e 10 in seguito. Hitler ordinò per rappresaglia l’uccisione di 10 italiani per ogni tedesco ucciso e con ciò vennero trucidati 335 civili.

L’8 marzo 1943 due tedeschi morirono e due rimasero feriti nell’atto di aprire una cassa di bombe rinvenuta casualmente ed in seguito di ciò fu decisa per rappresaglia l’uccisione di 21 civili se non si fosse consegnato il colpevole.

Vi era un giovane 23enne Vice Brigatiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto, che per evitare l’uccisione dei civili si proclamò colpevole e quindi fu fucilato salvando la vita di 21 innocenti.

Due episodi amarissimi, ma ben diversi, della nostra storia che ben fotografano l’amore per la Patria e i cittadini.

Il Presidente della Repubblica ha commemorato la prima vicenda, ma mi sarei aspettato una parola almeno indicativa del fatto che nessuno dell’allora Gap si sia fatto avanti per salvare le vite di tanti innocenti.

D’altronde non è mai accaduto che un comunista accusasse un altro comunista di nefandezze.

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Toto-nomi per la lista

di Andrea Gagliarducci

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Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, ha definito la discesa in campo di Montezemolo “la cura” per il Pd.

Certo è che la «tentazione» del presidente della Ferrari non ha sorpreso nessuno. Era già lanciatissimo da presidente di Confindustria. E la certezza c’è stata quando Montezemolo, uscito da Confindustria, ha continuato a occuparsi di scuola e innovazione attraverso la Fondazione Italiafutura.
Montezemolo avrebbe già una squadra pronta. In fondo, lo ha fatto capire lui stesso quando ha dichiarato: «Non credo nello «”one man show” in politica».

Una squadra di “intelligenti”. Ma chi sono? E dove andrebbero a finire qualora Montezemolo riuscisse a raccogliere attorno a sé le forze del centrosinistra e andasse al governo?
Una lista di nomi già si può compilare, se non altro per gioco.

  • Alla Difesa il ballottaggio sarebbe tra l’imprenditore Matteo Colaninno e il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, che già si è fatto portavoce della lista civica di Montezemolo. Oppure un nome più gradito ai militari, e in quel caso i rumors parlano di Matteo Tricarico, capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica.
  • Ministero chiave sarebbe quello dello Sviluppo Economico. Magari, una delega per il Commercio andrà a Della Valle, capo del gruppo Tod’s, molto vicino all’ex presidente di Confindustria e uscito allo scoperto con frecciate a Cesare Geronzi nel cda di Generali.
  • All’Istruzione, Pierluigi Celli, ex direttore generale della Rai e ora dirigente della Luiss, l’università di Confindustria. La candidatura è data per scontata.
  • Mentre alla Giustizia, il nome più gettonato sarebbe quello di Raffaele Greco, procuratore aggiunto e capo del pool per i reati finanziari della Procura di Milano.

Ma non ci sono solo i tecnici. Perché un appoggio politico per il Grande Centro di Montezemolo è necessario.

  • Se Luca Cordero è l’immagine, a fianco lui si schierano Gianfranco Fini (che già provò a sfondare al centro ai tempi dell’alleanza con Mario Segni), Pierferdinando Casini e Francesco Rutelli. Con quest’ultimo lanciatissimo verso la poltrona di vicepremier, magari in tandem con Casini, per mantenere gli equilibri di coalizione. Mentre Gianfranco Fini si accontenterebbe di rimanere nel suo ruolo di garanzia alla Camera.
  • E l’Interno, dicastero chiave, andrebbe a Giuseppe Pisanu. Uomo di garanzia, caduto in disgrazia nella galassia berlusconiana.
  • Altre candidature: Rosy Bindi all’Agricoltura,
  • Linda Lanzillotta alla Semplificazione amministrativa,
  • Enrico Letta al Welfare,
  • Andrea Mondello agli Affari regionali,
  • Tito Boeri (economista) alle Infrastrutture.

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Cominciano a circolare i borsoni da 40 denari griffati SB?

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SISTEMATA ALLE POSTE

Maria Grazia Siliquini, classe 1948, non è la prima volta che vola di partito in partito. Eletta per la prima volta in Senato nel 1994 con il Ccd di Casini e riconfermata a Palazzo Madama nel 1996 nelle liste dello stesso partito, ha poi aderito ad Alleanza nazionale, al Pdl e a Futuro e libertà. La sue presente all’attività parlamentare: su 7578 sedute parlamentari è stata presente soltanto 2267 volte (il 29,92%), collezionando, dunque, 5311 assenze (il 70%).

Il 14 dicembre 2010 ha votato contro la sfiducia al governo Berlusconi, abbandona FLI. Ora ritorna a casa Pdl, dietro – si capisce – ricompenso: ad Aprile 2011 entra nel CdA di Poste Italiane.

Siliquini nel consiglio di amministrazione delle Poste scoppia la polemica sulla «ricompensa»

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Maria Grazia Siliquini, ex finiana passata al Pdl nel momento clou dello scontro fra Silvio Berlusconi e il presidente della Camera, è stata nominata consigliere di amministrazione di Poste Italiane. Lei accetta «con orgoglio», «Le mie competenze giuridiche, la mia esperienza professionale e direzionale – replica Siliquini citando un lungo curriculum – sono state tenute ben presenti nella nomina, che accetto con grande orgoglio».

Ma la nomina accende la polemica con l’opposizione che vede nella scelta «una ricompensa» del presidente del Consiglio per un voto che ha aiutato a «tenere in vita – dice l’opposizione – un governo morto».

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