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Archive for 3 aprile 2011

MILENA 3 – RIBERA 0

PROMOSSI

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IL MILENA ENTRA NELLA STORIA DEL PALLONE !

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Seconda promozione di fila.

Questa volta si chiama PRIMA CATEGORIA il traguardo mai raggiunto da una squadra calcistica locale. Giocatori, dirigenti e tifosi hanno un ittimo motivo di orgoglio perchè certi obiettivi si centrano sì per la dirigenza, sì per il cuore dei tifosi, sì per la tecnica dei calciatori, ma mai senza i sacrifici di tutti.

MML AGUGURA TRAGUARDI SEMPRE PIU’ AMBIZIOSI AL MILENA CALCIO

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Con una legge del 20 marzo 1911 Bompensiere si staccava dalla «matrigna» Montedoro di cui fino ad allora era stata frazione. Fu un sacerdote il suo primo sindaco

di Walter Guttadauria

Il sac. Calogero Montalto, primo sindaco di Bompensiere

Buon compleanno Bompensiere. Il più piccolo tra i comuni della provincia ha compiuto in questi giorni i cento anni di vita come ente autonomo, dopo essere stato per oltre un quarantennio frazione della vicina Montedoro. L’«atto di nascita» ufficiale, infatti, è la legge n. 252 del 20 marzo 1911, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 78 del successivo 3 aprile, che al primo dei suoi due articoli recita testualmente: «La frazione di Bompensiere, ora aggregata al comune di Montedoro (provincia di Caltanissetta), è costituita in comune autonomo».
Cent’anni fa, dunque, si decideva nei due rami del Parlamento la nascita di quello che allora era il ventinovesimo comune della provincia di Caltanissetta (che ricordiamo annoverava, all’epoca, alcuni comuni poi inglobati dalla provincia di Enna istituita nel 1927).

Nella seduta del 27 gennaio 1911 era stata la Camera dei Deputati del Regno a votare favorevolmente la legge, al termine della relazione tenuta dall’on. Gallo di Agrigento, caldamente sostenuta dall’allora sottosegretario agli Esteri, il principe Pietro Lanza di Scalea, deputato per il Collegio di Serradifalco (la popolazione riconoscente nel 1912 farà coniare in suo onore un medaglione d’oro recante il suo profilo).

Ma gran merito, nel seguire l’iter del provvedimento, va dato al lavoro svolto da un sacerdote di origine suterese, il rev. Calogero Montalto (che non a caso sarà il primo sindaco del nuovo comune autonomo), partito alla volta della Capitale proprio per perorare la causa dell’autonomia di Bompensiere per staccarla definitivamente dalla «matrigna» Montedoro, per come verrà scritto nella petizione di cui, a seguire, riportiamo alcuni stralci tratti dall’approfondito studio di Giuseppe Giunta pubblicato nel volume del 1983 «Bompensiere, storia di un comune di Sicilia».

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Il destino dei soldi: verso la terra

di Giuseppe Virciglio

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La società di tipo rurale stazionario offriva paradossalmente delle sicurezze nel presente, dovute al suo immobilismo e alla fissità dei ruoli.

L’atto di emigrare comporta non solo la ricerca di un’attività più remunerativa, ma, parallelamente, un progetto di utilizzo del proprio guadagno, un sacrificio per qualcosa che può discostarsi dai modelli culturali, sia della società ospite che di quella di appartenenza. Nella comunità di immigrati viene a crearsi un sistema costituito da un particolare equilibrio di valenze tra ciò che è considerato moderno e ciò che è considerato tradizionale, determinando nei membri della comunità, comportamenti diversamente orientati tra le tipologie di investimento e di consumo.

Nel sistema cog nitivo-valutativo del milocchese esistono, per quanto riguarda l’uso fatto del proprio guadagno, due tipologie di individuo:

  1. l’arritratu giustu, (il perfetto arretrato) che risparmia per fare solo investimenti tradizionali;
  2. u modernu, (il moderno) che non è capace a risparmiare e spende tutto aderendo al modello consumistico.

Solitamente le persone appartenenti alla prima tipologia vengono definiti “miserabili” per il loro eccessivo senso del sacrificio che li porta a vivere come se si fosse costantemente in una situazione di miseria, mentre quelli che appartengono alla seconda tipologia spesso vengono considerati “fantastici”, perchè vivono come se tutto fosse loro permesso. Queste definizioni sono fortemente influenzate da un modo di valutare tipico della cultura contadina. Vero è anche che opinion leaders, cioè persone influenti, giovani e anziani, appartenenti o meno alla comunità, hanno potuto avere un ruolo di mediazione interpersonale “alla messa a punto di certi modelli normativi generalizzati”.

L’acquisto della terra è la modalità d’investimento più tradizionale, legato al tipo di società di proveneienza, in cui la principale e fondamentale risorsa era la terra.

Un intervistato, per chiarire quale fosse la mentalità dei vecchi sul tipo di investimento da privilegiare, ricorda il detto che spesso ripeteva suo nonno: “Casa quantu ci sta, terra quanto ni vidi”, casa quanto basta per starci e terra quanto riesci a vederne.

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The Day After

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L’Italia fascista dal carcere di Catania

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Nel carcere di Catania, quasi tutti gli arrusi passavano gran parte del tempo a concepire lettere. 

Scrivevano alle autorità richieste di proscioglimento, richieste di revisione del loro caso. Scrivevano quando era disponibile l’assistenza di uno scrivano, lo stesso per tutti, nell’arco di due o tre giorni. Le lettere erano affidate talvolta alla mano e alla mente di altri, e poi firmate con caratteri infantili.

Sono lettere spesso formali e conformiste, che tentano disperatamente di riabilitare l’autore e di guadagnarsi i favori dell’autorità che legge. Scrive soprattutto chi ritiene di avere delle credenziali da esibire. Ad esempio Agatino scrive che era stato cameriere alla tavola di Mussolini, mentre lo scultore Raimondo si lamenta dello spreco del talento di un artista fascista, riferendosi a se stesso. C’è chi, come Carmelo, manifesta l’ansia di essere privato dell’«onore ambitissimo di prestare il servizio militare». Suppliche ai potenti, pentimenti spesso strumentali, accuse reciproche: reazioni comprensibili in persone che per mille motivi non hanno compiuto processi di maturazione politica.

Ma, documentano Giartosio e Goretti, ci sono anche lettere che lasciano affiorare una più profonda consapevolezza. Leonardo, ad esempio, ventenne, liceo classico, che dà lezioni private, vuole dare gli esami di maturità e poi iscriversi alla facoltà di Lettere. Il suo più ardente desiderio è continuare ad insegnare, e sembra profondamente segnato dalla sua educazione in un monastero benedettino. Ma sulla sua lettera si legge, scritto a matita blu, «Non si può. È pederasta». Delle lettere che si scambiavano i confinati e i loro famigliari non è rimasto praticamente nulla: la questura non ne teneva copia.

Una rarissima eccezione è rappresentata da un foglio scritto dalla madre di Giorgio, salernitano, che vorrebbe chiedere il trasferimento a un’altra colonia. La madre gli scrive, tra l’altro: «Perché vuoi cambiare isola, non ci sono gli altri come te? Se tu stai su questa isola vuol dire che è quella adatta per voi altri». Il tono è irritato, ma Giartosio e Goretti sottolineano un dettaglio significativo. La madre di Giorgio scrive «voi altri». Roberto, in un’altra lettera, è l’unico arrusu a scrivere «noi altri».

I nostri autori giungono pertanto alla conclusione che anche per i parenti, forse, il fatto che tutti gli arrusi venissero segregati in un luogo specifico ed esclusivo – un’isola – era un’occasione per riflettere su figli e fratelli, sul loro appartenere a un gruppo disprezzato e clandestino ma ben definito, dotato di esistenza autonoma.

Non solo arrusi: la storia di Francesca

 

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LA CARNE DI MAIALE NON LI FERMERA’

di RITVAN SHEBI

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Devo dare una triste notizia al lettore Adriano Pigozzi: purtroppo per lui non potrà mai essere considerato salvatore della patria dall’invasione mussulmana. Infatti, la sua idea di fornire agli immigrati clandestini musulmani menù basati esclusivamente su carne di maiale, non li fermerà.

Il Corano infatti recita: “E chi vi sarà costretto a mangiare la carne di maiale senza desiderio o intenzione, non farà peccato. Allah è per donatore, misericordioso”.

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 9,1-41.
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Passando vide un uomo cieco dalla nascita
e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?».
Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.
Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare.
Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco
e gli disse: «Và a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?».
Alcuni dicevano: «E’ lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?».
Egli rispose: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista».
Gli dissero: «Dov’è questo tale?». Rispose: «Non lo so».
Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco:
era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi.
Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo».
Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri dicevano: «Come può un peccatore compiere tali prodigi?». E c’era dissenso tra di loro.
Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «E’ un profeta!».

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