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Archivio per la categoria ‘Temi importanti’

Capaci… di reagire!

La vedova del capo scorta  di Falcone: “Meglio il Nord,  in Sicilia c’è indifferenza”

di Anna Martellato

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Giovanni-Falcone-Francesca1Per la prima volta in 21 anni Tina Montinaro non ricorderà a Palermo  la strage di Capaci: «Da me  non sono mai venute le istituzioni».

“In Sicilia c’è indifferenza: da me non sono mai venute le istituzioni, specialmente negli ultimi anni. Questa è la differenza, con il nord”. Questa volta il 23 maggio, giorno che ha cambiato molte vite compresa quella del nostro Paese, il giorno della Strage di Capaci, Tina Montinaro non è in Sicilia. Non è nemmeno a Palermo, a sfilare con le istituzioni e le più alte cariche dello Stato per omaggiare la memoria del Giudice Giovanni Falcone. Per la prima volta la vedova di Antonio Montinaro, capo scorta del giudice Falcone, non è a Capaci, dove da sempre si reca ogni 23 maggio lontano dai riflettori e da quelle che lei chiama “passerelle irrinunciabili”, per promettere a suo marito che non smetterà mai di lottare per la sua memoria.

Tina Montinaro

Tina Montinaro

L’anniversario di quel maledetto giorno oggi lo passerà lontano da casa, divisa dalla sua gente e dalle Istituzioni, da cui si sente delusa. Sarà infatti in provincia di Verona, nel piccolo Comune di Mozzecane, cittadina di poco più di 7mila anime dove assieme al figlio Tina Montinaro porta il ricordo e l’esempio di suo marito all’intera comunità in una sorta di “gemellaggio” che con l’amministrazione dura da sette anni, fatto di convegni, incontri nelle scuole e nelle sedi delle istituzioni. Il segno che vuole portare qui è valido per tutto il nord, dove la mafia riesce a infiltrarsi e a corrodere: “Non abbassate la guardia, non siate mai indifferenti, indignatevi di fronte a tutto ciò che al sud abbiamo fatto finta di non capire”.

Strage-di-CapaciMa c’è un’altra prima volta, in questo 21esimo anniversario della Strage di Capaci: anche l’auto della scorta ha lasciato la Sicilia. L’auto, ovvero quel che ne rimane, verrà per la prima volta esposta in una teca in una città del nord Italia, dopo la sua prima esposizione in pubblico l’anno scorso a Palermo, mentre il 24 sarà a Modena. “Non è che questa, al nord, vuole essere una manifestazione di contrapposizione – ci tiene a precisare -; ma come viene ricordato il Giudice, per il quale conservo una grande stima tutt’oggi, voglio ricordare anche mio marito Antonio. Oggi a Palermo ci sarà la commemorazione del Giudice, una manifestazione che fanno ogni anno, anche se io ho sempre voluto commemorare mio marito nel luogo in cui è morto e dove hanno perso la vita anche la moglie Francesca Morvillo, Rocco Dicillo e Vito Schifani”.

Stasera per ricordare tutti loro, tra le mura della storica Villa Vecelli Cavriani verranno esposti i resti dell’auto nel clou dell’incontro di Mozzecane “Capaci…di crederci ancora”, promosso in prima fila dal sindaco Tomas Piccinini e il vicesindaco Mauro Martelli. E dove ci sarà anche lei, sempre più forte e insieme sensibile. “Ritrovarsi davanti a persone così partecipi mi commuove: ho sempre creduto che questo fatto non appartenesse a loro, invece vedendo tanto interesse non posso fare altro che commuovermi. Questo mi spinge ad andare avanti e a non mollare: esiste una sola Italia”. Ci saranno anche loro, alcuni degli agenti della “Quarta Savona Quindici”, nome in codice della storica squadra della Polizia di Stato che proteggeva il giudice Giovanni Falcone. Lontano dalle parate, ma vicino al ricordo e all’attualità, vista la presenza di Gian Carlo Caselli, procuratore Capo della Repubblica di Torino ed ex procuratore capo antimafia a Palermo; Luigi Savina, questore di Milano ed ex dirigente delle squadre Mobili di Palermo e Milano, oltre ad agenti, parenti e amici delle vittime della mafia.

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“Il miracolo di don Puglisi” a Reggio Emilia e Milano

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untitledSarà presentato anche a Reggio Emilia il prossimo 13 maggio, in apertura del III° Festival della Legalità “Noicontrolemafie 2013″, l’ultimo libro di Roberto Mistretta “Il miracolo di don Puglisi” (Edizioni Anordest), che racconta il martirio del parroco di Braccaccio che sarà beatificato il prossimo 25 maggio, con un testimone d’eccezione, Giuseppe Carini, un collaboratore di don Pino che adesso vive sotto falso nome in una località protetta.

Inoltre il libro sarà anche presentato a Palazzo Marino sede del Comune di Milano, il prossimo settembre, nell’ambito della settimana dedicata a don Puglisi per ricordare il ventennale del suo martirio.

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Per non dimenticare…

di Roberto Mistretta
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Peppino Impastato

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Figlio di un mafioso e cresciuto in un paese mafioso, Peppino Impastato aveva deciso di rompere con la mafia, seppellendola sotto una montagna di risate.
Dalla sua Radio Aut, ogni giorno si rivolgeva in tono irriverente al boss Tano Badalamenti, che aveva soprannominato Tano seduto, a cui non lesinava accuse su accuse, in quel paese baciato dal sole e dal mare ma avvelenato dalla mafia.
Suo padre, col quale i rapporti erano tesissimi, riuscì a proteggerlo finché fu in vita ma poi…
Peppino lo trovarono il 9 maggio 1978 sui binari della ferrovia Trapani-Palermo. Il suo corpo era dilaniato da un’esplosione. I depistaggi furono immediati e le forze dell’ordine, cieche o ad arte imbeccate, dissero che era morto mentre tentava di fare saltare la ferrovia. Peppino militata nella Nuova Sinistra, conduceva campagne di denunzia e mobilitazione, assieme a un’intensa attività culturale ed era candidato alle elezioni comunali in una lista di Democrazia proletaria.
Sua madre e suo fratello non si sono mai arresi ed hanno lottato giorno dopo giorno per la ricerca della verità. Peppino fu assassinato per ordine di Tana Badalamenti ed oggi a Peppino Impastato, vengono intitolate le piazze e la fondazione che porta il suo nome è visitata dalle scolaresche.
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Giovanni Bonsignore

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Era il 9 maggio 1990 e a Palermo fu assassinato Giovanni Bonsignore, funzionario della Regione siciliana, noto per il suo rigore morale.

Negli anni ’80 Bonsignore aveva condotto un’inchiesta amministrativa su un finanziamento irregolare ad una cooperativa agricola legata ai mafiosi di Palma di Montechiaro, di cui il mandante del suo assassinio era vicepresidente.

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Liberi e in pace

La vera pace è solo là dove tutti sono liberi 

di Renato Pierri

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378313302_da63ca4d8cE’ abbastanza indicativo che la maggior parte dei vocabolari dia come prima definizione del lemma “pace”: «La situazione contraria allo stato di guerra…» (Devoto – Oli); oppure: «Assenza dello stato di guerra» (Gabrielli); oppure: «Non belligeranza» (Diz. Dei sinonimi – Garzanti). Questi dizionari rispecchiano la mentalità comune: c’è pace là dove non c’è guerra.

In realtà, l’assenza di guerra non significa pace. Possiamo costatarlo osservando ciò che sta avvenendo nel nostro “pacifico” Paese. Intelligentemente Alessandro Niccoli nel suo dizionario, riporta solo come terza definizione: «Relazioni cordiali tra uno Stato e un altro; periodo in cui non ci sono guerre»; mentre dà come prima definizione: «Condizione di tranquillità di chi non è turbato da passioni o preoccupazioni», e come seconda: «Stato di concordia e armonia tra persone». E questi ultimi significati sono giusti criteri per capire se sussiste la pace.

imagesCAXF286ZRiguardo al singolo individuo, ad esempio, in Italia non sono in pace, pur non essendo in guerra, le persone che si trovano o sono venute a trovarsi senza lavoro; gli imprenditori le cui aziende falliscono; i genitori preoccupati per l’avvenire dei loro figli; non sono in pace le donne maltrattate dagli uomini; non sono in pace i malati che non ricevono le cure necessarie, ma elenco è senza fine.

Riguardo alla nostra società, essa non potrà dirsi in pace fino a che sarà in mano alla mafia, fino a che esisteranno leggi inique, fino a che coloro che governano penseranno al proprio interesse anziché a quello dei cittadini.

C’è pace là dove c’è “concordia e armonia tra le persone”. C’è vera pace là dove tutti sono liberi. Forse questa è la definizione più giusta.

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imagesCAMQS417Lungo applauso per Agnese Borsellino

Ansa

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Sono stati affissi nella notte numerosi striscioni a Palermo in omaggio ad Agnese Borsellino, deceduta ieri all’età di 71 anni.

“Agnese e Paolo sono di nuovo insieme” firmato “Comunità Militante Palermo”: con questa frase i giovani di destra, provenienti dalle organizzazioni giovanili e universitarie di AN e promotori della tradizionale fiaccolata del 19 luglio in memoria di Paolo Borsellino, hanno voluto rendere omaggio alla moglie del magistrato ucciso dalla mafia. Gli striscioni sono apparsi in diverse zone della città ed uno in Via Cilea davanti l’abitazione della famiglia Borsellino. I giovani militanti partecipano ai funerali nella Chiesa di S. Luisa di Marillac.

MORTA VEDOVA BORSELLINO: LUNGO APPLAUSO A FUNERALINella chiesa di Santa Luisa di Maurillac, insieme ai familiari, presenti il presidente del Senato Pietro Grasso e per il governo i ministri dell’Interno e della Giustizia Angelino Alfano e Anna Maria Cancellieri. A dare l’ultimo saluto ad Agnese Borsellino, anche il procuratore di Palermo Francesco Messineo con gli aggiunti, il procuratore generale Roberto Scarpinato, il capo della Polizia Alessandro Marangoni, il comandante dei carabinieri Leonardo Gallitelli, della Guardia di finanza Saverio Capolupo.

LUNGO APPLAUSO A FUNERALI – Un lungo applauso ha salutato l’uscita del feretro di Agnese Piraino Leto dalla chiesa di Santa Luisa di Marillac, a Palermo. La bara è portata a spalla, tra gli altri, anche dal figlio Manfredi, che alla fine della celebrazione ha ringraziato tutti i medici che hanno avuto in cura la madre e i tanti amici e fedeli che si sono stretti alla famiglia in questo giorno di dolore. Una folla commossa si è radunata davanti alla chiesa, che non è riuscita a contenere le persone presenti ai funerali. La salma verrà tumulata al cimitero di Santa Maria di Gesù.

gsudINGROIA, IGNORATE SUE RICHIESTE – “Nei momenti di commozione, tutti piangono sulle bare dei morti. Quando si è vivi non c’é altrettanto impegno ad andare incontro alle richieste che vengono dai vivi”. Lo ha detto Antonio Ingroia ai funerali di Agnese Borsellino. “Agnese – ha aggiunto Ingroia – da viva proseguiva quella ricerca di verità che Paolo aveva portato avanti da vivo”.

PARROCO, VOLEVA CONOSCERE VERITA’ – “Quello di Agnese è stato un ‘martirio bianco’”. Così Don Cosimo Scordato, parroco dell’Albergheria, ha aperto la sua omelia al funerale della vedova di Paolo Borsellino che si è celebrato nella chiesa di santa Luisa di Marillac. Dopo avere ricordato il suo carattere “umile ma forte”, il sacerdote ha sottolineato che durante la sua vita Agnese Piraino Leto ha inseguito il “desiderio di conoscere tutta la verità” e ha chiesto perdono per il “martirio di tante persone” e per tutto quello che “non abbiamo portato alla luce facendo la nostra parte per la costruzione di una società degna di essere vissuta”.

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Scarta giocattolo cinese e trova appello «Aiutateci: qui ci trattano come schiavi»

di Ugo Caltagirone
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letteracinaNew York. Compra delle lapidi di polistirolo per Halloween – rigorosamente “made in China” – e dentro la scatola trova un foglietto di carta a righe in cui un operaio cinese lancia un accorato appello al mondo occidentale:
«Qui ci trattano come schiavi, siamo ai lavori forzati, aiutateci».
È l’incredibile storia accaduta ad una donna dell’Oregon, Stati Uniti, che aveva acquistato l’articolo in uno dei punti vendita della catena Kmart.
L’episodio – raccontato dal giornale online “The Oregonian” – arriva nel momento in cui su molti media americani, compreso il “New York Times”, si sottolineano i progressi che in tantissime fabbriche cinesi stanno facendo sul fronte dei diritti dei lavoratori, a cominciare da quelli della famosa Foxconn in cui si producono alcuni prodotti della Apple.
chinarightsMa evidentemente le condizioni di lavoro in tantissimi altri posti, come i campi di lavoro per la rieducazione, continuano ad essere molto lontani dagli standard occidentali.
Human Right Watch – a cui la lettera dell’operaio cinese è stata consegnata – non è in grado per ora di verificare la veridicità del manoscritto, anche se i responsabili confermano che le condizioni di lavoro descritte sono simili a quelle denunciate in altri campi di lavoro cinesi. E la donna che ha acquistato il gadget di Halloween – la quarantaduenne Julie Keith – si dice certa che quell’appello sia vero.
Nelle venti righe scritte a penna in un zoppicante ma comprensibile inglese (con alcuni passaggi in cinese) si spiega come il giocattolo acquistato sia stato prodotto nel campo di lavoro di Masanjia, a Shenyang, capoluogo della provincia del Liaoning, la più popolosa della Cina nord-orientale.
Si specifica anche che è stato fabbricato nella unità 8 del campo.Human-Rights-WatchL’appello è commovente: «Migliaia di persone che sono qui perseguitate dal governo del Partito comunista cinese vi ringrazieranno e vi ricorderanno per sempre», si legge.
Nella lettera si prega infatti di inviare il testo di denuncia proprio all’associazione Human Right Watch. «La gente – scrive l’anonimo operaio che non si firma – qui è costretta a lavorare per 15 ore al giorno per 10 yuan al mese», nemmeno due dollari. E non ci sono soste per il sabato o la domenica o per qualunque festività, «pena duri richiami e severe punizioni», anche la detenzione, senza alcuna sentenza ufficiale.
I responsabili di Kmart, intanto, hanno assicurato che lavoreranno per garantire che i venditori e le fabbriche che producono merchandising per la catena aderiscano allo specifico programma della società che prevede il rispetto di regole standard per le condizioni di lavoro.

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Bisogna essere… Gandi

gandi

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Aveva denunciato il pizzo, Nunzio Cannizzo è morto nell’ombra

di Luca Maganuco

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Gela. Era riuscito a opporsi agli uomini del pizzo ma non al dramma dell’indifferenza e dell’abbandono. Il cuore dell’imprenditore Nunzio Cannizzo, 49 anni, ieri, improvvisamente, ha cessato di battere.

Si trovava disteso in un divano della sua abitazione di via Ara Pacis, nel quartiere Cantina Sociale nell’estrema periferia a nord della città. E’ toccato alla più giovane delle sue figlie, Simona di 12 anni, accorgersi del padre agonizzante. La piccola, forse, non aveva ancora compreso la gravità della situazione quando ha sollecitato l’intervento della madre e, successivamente, ha visto il padre allontanarsi a bordo di un’ambulanza.

Una corsa contro il tempo che comunque non ha permesso di strappare dal suo tragico destino l’imprenditore Nunzio Cannizzo. Non riescono ancora a capacitarsi la moglie e le sue figlie, ma nemmeno i parenti e soprattutto i numerosissimi amici e chi aveva lavorato a suo fianco. Tra tutti i titolari delle imprese, che come la sua, fanno parte del consorzio Ecomed, presieduto da Matteo Consoli.

“E’ una vittima di questo sistema. Prima di denunciare il pizzo e fare parte dell’antiracket eravamo stimati – dice Consoli – Dopo è sceso su ognuno di noi l’oblio. Nunzio Cannizzo aveva cercato di proseguire la sua attività imprenditoriale in Calabria. Un’esperienza senza fortuna che gli aveva tolto il sorriso fino a condurlo alla morte. Siamo stati i primi ad essere interrogati nella sentenza Munda Mundis. Aveva paura ma non si tirò indietro. Noi eravamo seduti in una guardiola riservata ai detenuti. Trovava sempre le parole giuste per andare avanti, ma dopo la vicenda dell’Ato non si è più ripreso. Gli hanno tolto il lavoro e la dignità. Non è stato ricordato nemmeno dall’associazione antiracket Gaetano Giordano”.

Nella parrocchia San Rocco, si sono svolti i funerali di Nunzio Cannizzo per l’ultimo addio prima della definitiva sepoltura.

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Funerali di Cannizzo, don Romano: i politici meriterebbero calci nel sedere

da Redazione
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Gela. Un sacerdote, don Enzo Romano, parroco della chiesa San Rocco, si e’ scagliato contro i politici durante i funerali di un imprenditore, Nunzio Cannizzo, morto per un infarto, che aveva denunciato i suoi estorsori.
”Andrebbero presi tutti a calci nel sedere fino, andrebbero messi a digiuno, presi a bastonate, fino a quando non si decidono ad approvare delle leggi per il bene del Paese. Non riescono neanche a governare, pensano solo ai loro interessi di partito”, ha detto.

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Combattere la morte

Per non dimenticare…

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Nel corso degli incontri con gli studenti, dico loro di tenere sempre a mente un assioma: mafia uguale morte.
Combattere la mafia significa dunque combattere la cultura della morte, perché i mafiosi non uccidono soltanto fisicamente se stessi o quelli che l’immaginario collettivo identificava come loro nemici: magistrati, carabinieri e poliziotti, giornalisti, imprenditori ch…e si ribellano al racket.
Un modo di pensare comodo e vigliacco, ma tipico della nostra gente, che per decenni ha confinato la mafia in un alveo d’ombra: non sono affari miei, si ammazzano tra di loro.
E invece non è così.
La mafia uccide anche tanti innocenti. Perfino bambini. L’elenco è molto lungo
Il 22 aprile del 1999, a Favara (Agrigento) in un agguato mafioso a morire assassinato fu il dodicenne Stefano Pompeo. Il ragazzino si trovava su un’auto di proprietà di Carmelo Cusimano, fratello di Giuseppe indicato come vicino alla famiglia mafiosa di Favara, e guidata dall’incensurato Enzo Quaranta.

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Colombo anti-mafia

«Per battere la mafia si investa sulla cultura»

di Giuseppe Toninelli

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L’educazione dei bambini è la base su cui si fonda una società onesta e rispettosa delle regole e proprio su questo principio si è svolto l’incontro di Gherardo Colombo, ex magistrato, scrittore di numerosi saggi proprio sul tema delle regole e del loro rispetto, e attuale consigliere di amministrazione della Rai, presso la scuola elementare “Monte degli Ulivi” di Riesi. Ad organizzare l’evento è stato il Servizio Cristiano, da sempre sensibile a queste tematiche.

Il dott. Gherardo Colombo con gli alunni e i promotori dell´iniziativa

Il dott. Gherardo Colombo con gli alunni e i promotori dell´iniziativa

Profondo il messaggio del dott. Colombo (già componente del pool «Mani pulite» della Procura di Milano) che ha fatto riflettere i bambini sull’importanza di andare a scuola; queste le sue parole: «Venite a scuola per imparare ad essere persone libere e la nostra Costituzione è il fondamento di tutte le libertà di cui noi godiamo».

Gli alunni della scuola elementare hanno rivolto varie domande che hanno dato la possibilità al dott. Colombo di affrontare anche temi particolarmente sensibili come il funzionamento della giustizia: «Per fare funzionare la giustizia è necessario che ci siano regole chiare, i mezzi idonei e una buona organizzazione degli uffici giudiziari. Con rammarico ho constatato in tutti gli anni passati in tribunale che ai cittadini italiani sta bene che la giustizia non funzioni. L’illegalità e la mafia esistono perché ce l’abbiamo nel nostro atteggiamento e questo può cambiare solo se da parte dello Stato c’è un investimento sostanziale nella cultura e nell’istruzione, per questo bisogna partire dalle scuole, qui si educano i bambini ad essere onesti cittadini».

Il dott. Colombo ha voluto infine lanciare un messaggio anche alla comunità riesina: «Credo che sia importante l’impegno politico di ognuno di noi ed è necessario creare un’alternativa che non sia quella che segue gli interessi privati e per fare questo è necessario che ci sia chiarezza, coerenza, impegno e partecipazione».

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