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Archivio per la categoria ‘Storia’

Ricordi della Guerra/1
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italia-in-guerra-1Il 10 giugno del 1940 adunata. Tutti in piazza, parlerà il Duce. La Radio nel balcone della sede del Fascio, accanto al bar Ingrao di fronte alla Chiesa.

Era trapelata la voce di una prossima guerra, e si stava col fiato sospeso. Il Duce ci annunciò che i nostri Ambasciatori avevano già consegnata la dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra.

La maggioranza ha applaudito, ma gli anziani non condivisero il nostro entusiasmo. Avevano sperimentato sulla loro pelle la I° Guerra Mondiale.

radiomIniziarono subito i richiami alle armi di tutti gli uomini validi. Il pianto delle spose e delle Mamme, nel paese restarono solo i vecchi, le donne e i bambini.

La sirena del Mulino, che suonava solo per avvisare i clienti, adesso suonava solo per avvertire degli attacchi aerei che bombardavano le città vicine. Le notizie dei danni causati da tali attacchi e gli abitanti delle città che scappavano verso i paesi per scampare alla morte.

Il paese si popolò di sfollati. Anche noi abbiamo ospitato la Zia Peppina con la famiglia che abitavano a Catania e poi sono arrivati anche i parenti della Mamma da Paleremo, per tutti si trovava una casa e si provvedeva al cibo,che non era particolarmente difficile essendo un paese agricolo.

Carta_annonariaIniziò il razionamento e con le carte annonarie,con le cedole da staccare al momento del ritiro degli alimenti fissati in minimi quantitativi: 70 grammi di pane (da noi farina perchè non esistevano forni commerciali) e 40 grammi di pasta: questa era la razione giornaliera per ognuno.

Le carte annonarie servivano anche per lo zucchero, il sapone e le sigarette, questi difficile da reperire,venivano sostituiti dal miele, dalla “sceba”, da qualche pianta saponiera e le sigarette dall’erba bianca essiccata. Il caffè non si trovava più e veniva sostituito con l’orzo tostato.

autarlanitalI negozi di tessuti esaurirono le scorte e qualche cosa che riuscirono a mettere da parte la vendevano a caro prezzo. Con la tela tessuta in casa col telaio al posto della biancheria si confezionavano  i vestiti. C’erano le sorelle Garrasi, abili nei lavori col telaio che con la lana tessevano anche stoffe per vestiti.

Ma erano pochi quelli che si potevano permettere un simile lusso. Con la lana di pecora, lavata, filata e colorata si confezionano ai ferri pullover, giacche e perfino gonne. Ricordo che la Mamma e le Zie hanno tirato giù dagli armadi i vestiti che loro non indossavano, ormai demodé, e l’hanno adattato a noi giovani.

Si è sviluppato il mercato nero. Alcuni con la scusa di andare in città a vendere le uova, trafficavano con pane, farina e legumi che vendevano a caro prezzo per la fame che c’era nelle città.

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LA DICHIARAZIONE DI GUERRA DEL 10 GIUGNO 1940
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La costituzione dei nuovi liberi consorzi comunali al posto della Provincia quando verrà attuata porterà alla soppressione di tale organismo istituito 195 anni fa

Tramonto del Consiglio provinciale

di Walter Guttadauria

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A sinistra uno scorcio dell'aula del Consiglio provinciale di Caltanissetta, che vi si è riunito fino ad oggi. Accanto, le immagini di quattro dei consiglieri eletti nel 1889 che può considerarsi l'anno d'avvio dell'"era moderna" di tale organo istituzionale: in alto Ignazio Testasecca e Gaetano Bongiorno, in basso il principe di Scalea

Uno scorcio dell’aula del Consiglio provinciale di Caltanissetta, che vi si è riunito fino ad oggi. 

Ultimi giorni per quello che potrebbe essere l’ultimo Consiglio provinciale di Caltanissetta. La prevista riforma voluta dal governo regionale che dovrebbe dare vita ai nuovi liberi consorzi tra comuni, se sarà concretizzata cancellerà, di fatto, tale organo ad elezione popolare: un organo che, pertanto, sparirà in Sicilia dalla mappa istituzionale dopo ben 195 anni dalla sua istituzione anche se, in questi due secoli, criteri di composizione e funzioni sono stati soggetti a varie e radicali trasformazioni.

Val la pena, dunque, di ripercorrere velocemente i momenti più significativi della vita di tale organismo, partendo appunto dalla sua istituzione legata alla grande riforma amministrativa che interessò la Sicilia con la nascita delle città “capovalle” (gli odierni capoluoghi), tra cui Caltanissetta, grazie alla “legge organica sull’amministrazione civile” del 12 dicembre 1816, estesa all’isola con il R. D. 11 ottobre 1817 n. 932 e decorrente dal 1 gennaio 1818.
Secondo la nuova legge, la prima autorità della provincia è l’intendente (antesignano del prefetto) ed una delle nuove “presenze” istituzionali che gli si collegano è appunto quella del Consiglio provinciale, vale a dire l’organo rappresentativo dell’intero territorio. Esso si compone di un presidente e di 15 consiglieri, tutti di nomina regia. Tocca sempre all’intendente, comunque, svolgere le funzioni esecutive dell’organo Provincia, rimanendo al presidente del Consiglio provinciale i soli compiti di capo dell’assemblea consiliare.
Per quel che concerne i consiglieri, la nomina del re avviene su proposta dei decurionati (i consigli comunali) dei vari comuni della provincia, che designano i propri candidati tra i possidenti proprietari. I compiti del Consiglio in quel primo scorcio di esistenza non sono molti, né di rilievo: tra essi, l’esame delle proposte dei Consigli distrettuali, gerarchicamente inferiori al Consiglio provinciale; l’analisi del “conto morale” (consuntivo) reso dall’intendente – a fronte del “conto materiale” reso dai funzionari con maneggio di denaro pubblico; la predisposizione dello “stato discusso” (preventivo) provinciale. Il consesso si riunisce
una sola volta l’anno, e ciò è esemplificativo del ruolo, ancora alquanto marginale, che all’epoca è chiamato a svolgere.
Nella nuova era risorgimentale scompare la figura borbonica dell’intendente per dar spazio a quella del prefetto: con la legge del 26 agosto 1860 viene infatti estesa alla Sicilia quella del 23 ottobre 1859 sul nuovo ordinamento dell’amministrazione pubblica. La “Valle” assume la denominazione di Provincia, che viene amministrata da un Consiglio e da una Deputazione (la Giunta) aventi sede nel capo-provincia.
Il Consiglio è composto di 20 membri e la Deputazione di 4 titolari e 2 supplenti. Il consesso elegge tra i suoi membri il presidente, mentre la Deputazione è presieduta dal governatore, che nel 1861 prende il nome di prefetto.
Ultimo rappresentante di questi prefetti-presidenti è Ferdinando Perrino, dopodiché c’è un’importante svolta del ruolo consiliare. Con Crispi al governo viene varata la nuova legge comunale e provinciale finalizzata a realizzare una maggiore autonomia degli enti locali (legge del 30 dicembre 1888 n. 5865). Per quanto riguarda il governo provinciale, la novità più sostanziale è quella di sottrarre al prefetto la presidenza della Provincia, che diviene ora elettiva.
Tale importante innovazione è prevista dall’art. 74 della predetta legge che recita testualmente: “Il Consiglio provinciale elegge ogni anno nel proprio seno, a maggioranza assoluta di voti, il presidente della Deputazione provinciale. Le attribuzioni affidate dalla legge al prefetto come capo della Deputazione provinciale, sono deferite al presidente della medesima”.
quattro dei consiglieri eletti nel 1889 che può considerarsi l'anno d'avvio dell'"era moderna" di tale organo istituzionale: in alto Ignazio Testasecca e Gaetano Bongiorno, in basso il principe di Scalea

Quattro dei consiglieri eletti nel 1889 che può considerarsi l’anno d’avvio dell’”era moderna” di tale organo istituzionale: in alto Ignazio Testasecca e Gaetano Bongiorno, in basso il principe di Scalea

Ad eleggere il primo presidente secondo la nuova norma è, nel 1889, il Consiglio provinciale così composto: Domenico Minolfi (mandamento di Aidone), Alessandro Russo (Barrafranca), Francesco Camerata (Butera), Pietro Corvaia (Calascibetta), Giovanni Benintendi, Giuseppe Correnti, Ignazio Testasecca, Francesco Tumminelli (Caltanissetta), Napoleone Colajanni, Giovanni Roxas, Vincenzo Polizzi (Castrogiovanni), Giuseppe Bartoli, Francesco La Loggia (Mazzarino), Gaetano Bongiorno, principe Pietro Lanza, Alfonso Sorce (Mussomeli), Celestino Guariglia, Gaetano Le Moli (Niscemi), Antonio Crescimanno, Benedetto La Vaccara, Luigi Marescalchi, Alceste Roccella (Piazza Armerina), Giuseppe Nicoletti, Michele Tortorici (Pietraperzia), Gaetano Pasqualino, Rosario Pasqualino Vassallo (Riesi), Luigi Baglio, Salvatore Lauricella (San Cataldo), Alessandro Gallina, Leonardo Rodanò (Santa Caterina), Rosario Crucillà, Beniamino Guarino (Serradifalco), Francesco Grasso (Sommatino), Antonino Nocera, Vincenzo Solito (Terranova), Gaetano Prato, Giuseppe Scoto (Valguarnera), Rosario Avolino, Giuseppe Giglio (Villalba), Pietro Notarbartolo (Villarosa).
Secondo l’art. 71 della predetta legge “il Consiglio provinciale si riunisce di pien diritto ogni anno il secondo lunedì di agosto in sessione ordinaria”, mentre l’art. 72 precisa che “la durata ordinaria della sessione è di un mese, ma può essere prorogata o ridotta per deliberazione del Consiglio”. Il primo presidente della Deputazione provinciale è Gaetano Le Moli, che s’insedia il 3 dicembre 1889.

Nel 1902 il Consiglio può disporre della sua (attuale) aula per le riunioni, che si susseguono fino all’avvento del regime fascista che scioglie tale organo (a quel momento di 40 consiglieri) in esecuzione del R. D. 19 aprile 1923., con l’amministrazione demandata ad una Commissione reale cui vengono affidati i poteri del Consiglio stesso con R. D. 11 novembre 1923.
Michele Mancuso, ultimo Presidente del Consiglio Provinciale

Michele Mancuso, ultimo Presidente del Consiglio Provinciale

Bisognerà attendere il 5 novembre 1961 per avere di nuovo un Consiglio democraticamente eletto dalla popolazione provinciale, con 24 consiglieri che s’insediano il successivo 26 novembre convocati dal delegato regionale Raffaele Falletta (d’ora in avanti presidente dell’Amministrazione straordinaria).

Riprende da quel momento, dunque, l’attività politica all’interno del palazzo provinciale di viale Margherita, con il consesso che muterà man mano il numero dei suoi componenti (ritornando per un certo periodo anche a 40), fino agli attuali 25.

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Filippo Falcone

Filippo Falcone

Decreto di Garibaldi.

Il provvedimento mirava ad attenuare il diffuso atteggiamento di servilismo da tempo radicato nell’Isola

Così furono aboliti eccellenze e baciamani in Sicilia

di Filippo Falcone
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Garibaldi, da governatore in Sicilia in nome di re Vittorio Emanuele II, impose l'abolizione del baciamano tra uomini, dopo aver assistito ad un eccesso di servilismo della popolazione palermitana in occasione della venuta del sovrano. Abolito anche il titolo di eccellenza per chicchesia

Garibaldi, da governatore in Sicilia in nome
di re Vittorio Emanuele II, impose l’abolizione del baciamano tra uomini, dopo aver assistito ad un eccesso di servilismo della popolazione palermitana in occasione della venuta del sovrano. Abolito anche il titolo di eccellenza per chicchesia

Da qualche mese si sono chiuse definitivamente le manifestazioni per il 150° dell’Unità d’Italia (1860-2011) che si sono protratte per il 2011 e il 2012. E’ stata anche l’occasione per un ampio dibattito storiografico, che spesso, da più parti, – a torto secondo chi scrive – ha voluto attribuire a Giuseppe Garibaldi e agli altri artefici del nuovo Stato italiano unitario tutte le colpe dell’arretratezza del Sud ed in particolare della Sicilia.
I detrattori del processo risorgimentale puntano il dito non solo sul ritardo nello sviluppo economico, ma anche su quello sociale e dei costumi, le cui cause invece andrebbero ricercate altrove. Ci vengono incontro, in tal senso, molti fatti ed episodi, a partire proprio dal 1860. Ne riportiamo di seguito uno in particolare.

Dopo il plebiscito del 21 e 22 ottobre 1860, al grido di “Viva l’Italia! “, “Viva Vittorio Emanuele! “, la Sicilia e l’Italia meridionale venivano annessi al Regno sabaudo. L’8 novembre era la data ufficiale di investitura del sovrano costituzionale Vittorio Emanuele II.
Il risultato in Sicilia, a sostegno dell’annessione, era sbalorditivo: 432.053 erano i voti favorevoli, solo 667 i contrari. Anche la provincia di Caltanissetta contribuiva a qual dato in maniera determinante.
Il 1 dicembre dello stesso anno il nuovo sovrano, venuto nell’isola per ringraziare personalmente i siciliani, faceva ingresso a Palermo, acclamato da uno straboccante popolo festante, proveniente da ogni provincia siciliana; anche da quella nissena.
E’ facile immaginare lo stato di profonda arretratezza sociale che la Sicilia viveva in quegli anni, dopo secoli di domini caratterizzati da privilegi e oscurantismo.
Quando il nuovo re sabaudo venne per la prima volta nel capoluogo siciliano, lo scomposto entusiasmo del popolo quasi lo sconcertò. In segno di omaggio al nuovo sovrano, infatti, i manifestanti arrivarono persino a staccare i cavalli dalla carrozza reale e a tirarla a braccia per molti metri. Il re, inorridito per quelle manifestazioni “troppo generose” – racconta in alcune sue testimonianze lo storico Isidoro La Lumia – pare avesse gridato: “Riattaccate i cavalli! Desidero regnare su un popolo di uomini cittadini! Non di bestie! ” (casi analoghi si sarebbero verificati anche in altre città della Sicilia).

imagesCA7LH0E5Nel caso palermitano, Garibaldi, che ben aveva compreso lo stato di servilismo in cui erano stati assoggettati per secoli i siciliani, fece subito riattaccare i cavalli alla carrozza reale, ma comprese anche che andavano presi, al più presto, decisioni in merito. Sono infatti di quello stesso anno una serie di provvedimenti.
Uno di questi, come governatore della Sicilia, fu l’abolizione del baciamano da uomo ad uomo, emesso con regio decreto, proprio a Palermo. Il provvedimento era controfirmato dal segretario di Stato per l’interno, Francesco Crispi, siciliano di Ribera, che ben conosceva la profonda arretratezza del popolo siciliano. Quel provvedimento recitava: “In virtù de’ poteri conferiti (…), considerato che un popolo libero deve distruggere qualunque usanza derivante del passato serraggio. Decreta:
Articolo Uno – E’ abolito il titolo di Eccellenza per chicchessia. Articolo Secondo – Non si ammette il baciamano da uomo ad altro uomo”.
Certo, non erano provvedimenti del genere che avrebbero risolto tutti i problemi di profonda arretratezza della Sicilia, ma erano comunque significativi segnali di cambiamento, in direzione di una maggiore uguaglianza sociale. Il resto lo avrebbero dovuto fare una buona politica e classi dirigenti siciliane serie e lungimiranti.
Il divario economico sud-nord, già abissale – checché se ne dica – prima dell’Unità d’Italia, si sarebbe potuto superare per le grandi risorse che la Sicilia aveva (ed ha) con un forte pragmatismo, senso dell’etica pubblica e, più in generale, buona politica.

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Estate del ’43 sotto le bombe

Razionamento e bombe, sperando nella “liberazione”

di Antonio Vitellaro
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Dello sbarco degli Alleati in Sicilia e dei bombardamenti a Caltanissetta si parlerà mercoledì 5 giugno prossimo, alle ore 17, all’Istituto Tecnico “Mottura”, nel corso di un convegno organizzato dalla Società Nissena di Storia Patria.
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una foto dei soldati americani in piazza Garibaldi nel 1943

una foto dei soldati americani in piazza Garibaldi nel 1943

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Antonio Vitellaro parlerà dello sbarco e presenterà il libro di Leonardo Salvaggio, “Sicilia, quell’estate del ‘43″, mentre Elio Basta ricorderà, per memoria personale, i bombardamenti a Caltanissetta. Sarà proiettato un video d’epoca e saranno esposte foto reperite negli archivi di guerra americani e messi a disposizione da Mario Cassetti. Sarà ricordata anche la figura del capitano Vincenzo Randazzo, medaglia di bronzo al valor militare per l’azione di guerra nella difesa di Gela.
I cittadini che hanno ricordi personali dei bombardamenti a Caltanissetta potranno testimoniare al convegno la loro esperienza di quei dolorosi avvenimenti.

Chi, tra coloro che hanno superato i 75 anni, non ricorda gli avvenimenti dell’ultima guerra in Sicilia? Io che ero un bambino, ho memoria viva delle incursioni aeree degli Alleati, delle fughe dai centri abitati, dei militari sbandati, degli aerei caduti nei campi e dei piloti rimasti appesi agli alberi con i loro paracadute; dei militari sbandati, dei razionamenti di viveri, delle tessere annonarie, dell’ammasso obbligatorio del grano, dell’intrallazzo, della fuga degli abitanti delle città verso i paesi e della loro fame insaziabile.

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A proposito del razionamento, scrive Leonardo Salvaggio nel suo voluminoso libro “Sicilia, quell’estate del ‘43″, forse il più documentato su quegli avvenimenti: «I cittadini potevano prelevare pane per 150 grammi al giorno, che potevano diventare 250 per i lavoratori e 300 per le donne incinte; pasta per 89 grammi al giorno, che potevano diventare 110 per i lavori pesanti; carne, o in alternativa 2 uova, per 80-100 grammi al giorno; grassi, incluso l’olio, pari a 15 grammi al giorno; zucchero per 25 grammi al giorno, eccetto i bambini inferiori a tre per cui si arrivava a 37 grammi al giorno; patate per due chili al mese».

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 Viva il  2 giugno festa della Repubblica  

Gaetano Bonaventura

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schedabigIn questa data si ricorda il referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946 con il quale gli italiani furono chiamati a scegliere la futura forma di governo, nel ballottaggio monarchico-repubblicano.

La Monarchia ricevette 10.719.284 preferenze; con 12.717.923 voti a favore la Repubblica.  Era nata la Repubblica Italiana !

Sofferta la vittoria repubblicana, che ottenne al Centro-Nord un buon 63%, mentre al Sud vinse la Monarchia con il 67% dei voti. Al voto di Ravenna, la città più repubblicana (91,2%) si contrapponeva l’85,4% monarchico di Messina.

Comunque su scala nazionale la sconfitta monarchica provocò l’esilio dei regnanti di Casa Savoia, che sono tornati in Italia solo nel 2003, dopo 57 anni d’esilio. Importante aggiungere che per l’occasione si ebbe la prima tornata elettorale italiana a vero suffragio universale: finalmente anche le donne andarono alle urne.

festa_repubblicaNel giugno 1948 ai Fori Imperiali di Roma si svolse la parata militare in onore della Repubblica.

La Festa della Repubblica è l’occasione per rivisitare i simboli della nostra Patria.

Lo stemma della Repubblica, ad esempio, è formato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, un ramo di ulivo a sinistra e uno di quercia a destra.

La stella è da sempre uno degli emblemi d’Italia, già nell’iconografia del Rinascimento. Il simbolo della stella indica tra l’altro l’appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese.

La ruota dentata d’acciaio è il simbolo dell’attività lavorativa e traduce il primo articolo della Carta Costituzionale: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.        

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Medaglia d’oro al reduce del lager

Il prefetto consegna l’onorificenza a un ex soldato montedorese internato dai nazisti

di c.l.

Giuseppe Mantione

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Montedoro. Importante l’onorificenza, una medaglia d’oro, che Giuseppe Mantione, ex soldato internato in un campo di concentramento nazista, riceverà dalle mani del Prefetto di Caltanissetta in occasione dell’odierna Festa della Repubblica. L’anziano ex contadino montedorese, infatti, riceverà l’alta onorificenza da parte della Repubblica Italiana per essere stato prigioniero di un campo di concentramento in occasione dell’ultima guerra.
Giuseppe Mantione, nel settembre del 1943 si trovava a Trieste dove stava svolgendo il servizio militare. A seguito dell’armistizio firmato dal maresciallo Pietro Badoglio con gli Alleati, i tedeschi, considerando i militari italiani traditori oltre che potenziali nemici, ne disposero la traduzione nei campi di concentramento per quanti non accettavano di passare dalla propria parte. Fu così che per l’allora giovane contadino montedorese si aprirono le porte del lager di Birkenau. Il soldato montedorese fu inserito in una sezione che raccoglieva al suo interno militari italiani ma anche di altre nazionalità che erano considerati alla stregua di nemici del Reich.
Questi prigionieri, come ha raccontato lo stesso Mantione, erano separati dagli ebrei e venivano utilizzati in lavori pesanti che, spesso, li portava alla morte nel giro di poco tempo. Così, fortunatamente, non fu per Giuseppe Mantione che ebbe la forza e la fortuna di riuscire a resistere in quell’inferno del campo di prigionia e ad essere liberato dai russi nei primi mesi del 1945.
E oggi, a distanza di 68 anni dalla sua avvenuta liberazione dal campo di concentramento nazista nel quale era stato internato, all’ormai anziano ex contadino ed ex militare montedorese la Repubblica Italiana renderà onore consegnandogli la medaglia d’oro, alta onorificenza a favore di un uomo che, servendo la Patria, conobbe gli orrori di un lager dal quale tuttavia, a differenza, di tanti suoi commilitoni, ebbe la fortuna di uscirne vivo.

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Fascisti violenti e gentiluomini

Gela. Ecco come nacque in città il PNF e chi furono i suoi primi sostenitori. Aveva sede in corso Vittorio Emanuele

Fascisti violenti, ma anche gentiluomini

di Renzo Guglielmino

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Questa foto, risalente al 1938, ritrae alcuni giovani in divisa fascista a Gela dove il PNF fu fondato nel 1921-1922 ad opera di alcuni giovani professionisti, cui se ne aggiunsero presto molti altri. Si apriva così una nuova fase politica che avrebbe avuto il suo tragico epilogo nell'ultimo conflitto

Questa foto, risalente al 1938, ritrae alcuni giovani in divisa fascista a Gela dove il PNF fu fondato nel 1921-1922 ad opera di alcuni giovani professionisti, cui se ne aggiunsero presto molti altri. Si apriva così una nuova fase politica che avrebbe avuto il suo tragico epilogo nell’ultimo conflitto

Oggi vogliamo parlare di un particolare periodo della nostra storia locale, e cioè di come nacque il Partito Nazionale Fascista a Terranova-Gela.

Nel 1919 era da poco terminata la prima guerra mondiale, quando l’Italia si trovò in un’enorme e grave situazione di disoccupazione, in un altrettanto preoccupante disordine nella cosa pubblica, con molte fabbriche in profonda crisi.
Occorreva, pertanto, ristabilire innanzitutto l’ordine pubblico e riavviare al meglio l’economia nazionale.
In quel periodo molti fermenti politici caratterizzavano tutto il territorio nazionale, e così anche a Gela dove i tanti giovani cercavano di dare inizio ad un nuovo corso politico.

Ed ecco che intorno agli anni 1920-1922 a Terranova i tanti studenti, artigiani ed operai videro nel nascente Partito nazionale fascista una prospettiva di lavoro e di sicurezza per il loro avvenire. Furono così moltissimi quei giovani gelesi che aderirono con entusiasmo al nascente P. N. F. che ebbe la sede ufficiale lungo il corso Vittorio Emanuele, al numero civico 168.
I primi fondatori del Partito nazionale fascista, in quel lontano 1921-1922, furono il dott. Francesco Savà e l’ing. Gaetano Siringo, i quali buttarono le basi del nuovo partito antisocialista la cui ideologia verteva sul nazionalismo. Successivamente ai giovani promotori si unirono l’avvocato Emanuele Li Destri, il prof. Melino Longo e il cav. Cocò Russo. Tutti insieme avviarono il nuovo percorso politico della città. In quegli anni gli iscritti al nuovo partito aumentarono di numero e ben presto lo stesso, avendo raggiunto la maggioranza in Parlamento, divenne governo di regime.

Gela, anni Trenta, manifestazione fascista in Piazza Umberto I

Gela, anni Trenta, manifestazione fascista in Piazza Umberto I

Nei primi anni Trenta altri giovani aderirono al partito fascista e tra essi ricordiamo i fratelli Saro e Ciccio Battaglia, Attilio Guglielmino, Melino Di natale, Guido Failla, Alessandro Longo, Cola Iozza e tanti altri giovani del tempo.
Si aprì una nuova fase politica nel paese e il popolo, nel bene e nel male si trovò ad essere gestito da in solo partito.
Durante il ventennio non mancarono i soprusi e le prepotenze da parte di alcuni fanatici fascisti, i quali obbligavano chi non condivideva la loro ideologia a subire le conseguenze del famoso olio di ricino e delle manganellate.
Ma non tutti i fascisti furono violenti e maneschi, vi furono anche quei gentiluomini che pur indossando le divise del regime si comportarono con serietà ed onestà politica, distinguendosi nel volontariato e nell’aiuto dei più bisognosi, la cui povertà in quegli anni regnava in ogni quartiere della città.

Dopo lo sbarco del 10 luglio 1943 il fascismo cessò di esistere, mentre ebbe inizio la democrazia repubblicana, di cui oggi siamo fieri ed orgogliosi.

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Marsala 11 maggio ’43…

11 Maggio 1943

di Massimo Jevolella

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S’era placato il vento, nella notte. E all’alba dell’undici maggio 1943, un martedì, il cielo brillava come uno zaffiro d’Oriente. Dal mare verde scuro di Punta d’Alga, un barcaiolo stanco, che aveva pescato per ore nelle acque tiepide dello Stagnone, volse uno sguardo assonnato verso Occidente: Marettimo, la più lontana delle isole Egadi, si stagliava nitida all’orizzonte con la sua sagoma vertiginosa di montagna sacra.

Tre ore dopo, in piazza Loggia, un giovane di 28 anni si dirigeva a passo lesto verso il negozio di tessuti che la sua famiglia possedeva all’imboccatura del Cassero. Il giovane si chiamava Riccardo Pellegrino, era sposato, aveva due figli, prestava servizio nell’esercito dall’inizio della guerra ed era rientrato a Marsala da due giorni, grazie a una licenza straordinaria accordatagli dal comandante della guarnigione di Palermo. Alzò la saracinesca del negozio, e ritrovò le cose che non vedeva da tempo: le stoffe di pregio ben disposte sugli scaffali, la carta moschicida che pendeva dal lampadario di ferro, l’antico bancone di legno intarsiato dai tarli.

In quello stesso istante, il piccolo Roberto si svegliò nella sua culla. Tude, sua madre, lo prese fra le braccia e lo allattò. Rosalia, sua nonna, scese in giardino a lavare i panni del nipote nella fontana di pietra, accanto al mandorlo già gonfio di gusci verdi. Totò, il nonno, era andato a Porta Mazara a comprare un medicinale. Zia Maria, come sempre, leggeva i suoi libri di filosofia tedesca, nella stanza che affacciava sul viale della stazione, a cinquanta metri dal rifugio antiaereo. Regnava la serenità, quella mattina, nella casa di Antonio Jevolella.

Ma poi, tutti pensavano, a chi poteva venire in mente di coinvolgere nel conflitto una città come Marsala? L’Africa settentrionale era praticamente caduta in mano agli angloamericani – la resa definitiva dell’armata italo-tedesca avverrà il 13 maggio – e dal porto lilibetano chi poteva più salpare? E dov’erano le navi da guerra? E le divisioni dell’Asse pronte a imbarcarsi per raggiungere Tunisi? Tranne qualche presidio e qualche bunker di cemento sparso sulle rive del mare, nulla di militarmente rilevante si trovava a Marsala. Anche il porto della Florio era bloccato, e il vino invecchiava nelle botti dell’antico stabilimento situato nella marina sud-orientale della città. Non lontano dalla casa di Totò e Rosalia che quel giorno si sentivano sicuri e tranquilli.

Mezz’ora dopo, in una casa di via XIX Luglio, un bambino di quattro anni, Antonio Spina, chiese alla mamma se poteva uscire in strada a giocare. La mamma gli disse di no. Aveva fatto un brutto sogno. Era meglio che Antonio non si perdesse nei vicoli. Era meglio tenerselo vicino.

In quel momento un’altra giovane mamma, Francesca Maltese, che con la figlioletta Beatrice era andata a dormire in campagna, nella contrada di Gurgo sulla via che sale verso Salemi, uscì sulla terrazza della masseria a stendere dei panni, e da quella posizione elevata poté abbracciare in un nitido sguardo tutta la città di Marsala, dai lidi del Berbero ai colli di Santa Venera, e la cupola della matrice che svettava sulla distesa delle antiche case di tufo giallognolo. A un tratto, però, ebbe la sensazione che un nugolo di minuscole macchioline scure turbasse l’azzurro perfetto del cielo, Laggiù, verso sud-ovest, in direzione della Tunisia… sì, c’era qualcosa, qualcosa che si avvicinava rapidamente, come uno stormo di uccelli migratori che avesse bizzarramente deciso di abbandonare l’Africa per godere il dolce clima della Sicilia nel mese di maggio.

772px-15th_AF_B-24_LiberatorTrenta secondi dopo, a Marsala, suonarono le sirene dell’allarme. Erano le dieci di mattina. Il pescatore dello Stagnone aveva consegnato il suo pesce al mercato. Poi era tornato alla barca, a sistemare la rete. Era seduto sul bordo del molo, con le gambe penzoloni sull’acqua scura del porto. Udito l’allarme, non si preoccupò più di tanto: gli bastavano pochi minuti a finire il lavoro. Altri due minuti per raggiungere il rifugio più vicino, e la faccenda si sarebbe risolta senza danno. Si chiamava Salvatore, il pescatore. Fu il primo a morire quel giorno, tranciato dalla scheggia di una bomba piovuta su un blocco di cemento del molo.

Riccardo Pellegrino, chissà perché, invece di correre al rifugio si precipitò dall’amico Trincilla, che aveva una bottega di sartoria sull’altro lato del Cassero, a pochi metri dal suo negozio. Trincilla era terrorizzato, non aveva il coraggio di uscire in strada. Riccardo lo pregò: «Vieni, corri con me». Ma il sarto, guidato dall’istinto, si rifugiò sotto il bancone robusto della bottega. Si udirono le prime esplosioni. Riccardo si strinse, ritto in piedi, nell’angolo tra un pilastro e un muro portante della casa. Cadde una bomba sull’edificio, Riccardo morì sepolto nel crollo. L’amico Trincilla fu estratto vivo dalle macerie molte ore dopo: il bancone lo aveva salvato.

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Il Duce bacia la reliquia tra mille camicie nere e il popolo osannante

Walter Guttadauria

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e in città ci si preoccupa di far sì che Mussolini, che va consolidando il suo regime, possa venire a Caltanissetta nella sua annunciata visita in Sicilia. Già nel giugno di quel 1923, infatti, nella sala gialla del nostro municipio si è tenuta una riunione di tutti i sindaci della provincia per concordare il ricevimento del Duce, cui è stato inviato questo telegramma: «Capi amministrazioni comunali provincia Caltanissetta, riuniti capoluogo, nell’imminenza arrivo Vostra Eccellenza in Sicilia, cui anima italianissima è oltremodo sensibile personale interessamento illustre Capo Governo Nazionale, che con formidabile energia ed efficace azione tutta Italia affida di un avvenire prosperoso di gagliarda operosità, invocano l’onore di ospitare Vostra Eccellenza in questo centro geografico dell’isola il quale se non ha gli allettamenti delle superbe spiagge della Trinacria né ricorda i fastigi Regali di Corti ma sente di non essere ad alcun altro secondo nell’amor di patria espresso con la generosa semplicità della forte e generosa popolazione temprata nella gran maggioranza al duro lavoro della campagna e della miniera».

wg1Ed eccolo, il Duce, arrivare a Caltanissetta il 10 maggio 1924, accolto dalla folla osannante nel pieno rispetto delle coreografie del regime. Impegnato in un giro per le città dell’isola a “suggellare” con la sua presenza il travolgente successo elettorale di un mese prima col listone fascista uscito trionfatore dalle urne per le politiche, Mussolini giunge nel capoluogo dopo aver visitato la miniera Trabia a Sommatino ed essere sceso anche in galleria a “respirare” l’aria degli zolfatari.

In città a rendergli gli onori sono le mille camicie nere agli ordini del console Damiano Lipani. Per parlare alla folla il capo del governo, cui per l’occasione viene concessa l’ennesima cittadinanza onoraria, si affaccia al balcone del municipio che sovrasta piazza Garibaldi, accolto dagli applausi scroscianti della popolazione. Dopodiché compie un breve giro per la città: visita la sede cittadina del Fascio, il teatro comunale, il monumento ai Caduti, la Chiesa di Sant’Agata al Collegio ove bacia la reliquia del braccio di San Francesco Saverio, l’Associazione combattenti. Prende poi parte al ricevimento organizzato al palazzo provinciale, dove a fare gli onori di casa sono il prefetto Giuseppe Poidomani e il presidente della Commissione straordinaria della Provincia, Pasquale Randone.

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Il 5 maggio di 40 anni fa il disastro con 115 vittime. Una di loro fu la prima passeggera di Punta Raisi: Palermo stava provando a essere moderna, proprio come Lidia Mondì Gagliardi

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Quello schianto che rubò l’innocenza alla città

di ENRICO DEL MERCATO

Quello schianto che rubò l'innocenza alla città

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Anche quest’anno Debora salirà sul fuoristrada della forestale e si arrampicherà per la montagna, insieme ad altre donne e uomini che il destino le ha messo accanto in una notte di quaranta anni fa.

Era il 5 maggio del 1972 quando, alle 22,25, il volo Alitalia Roma-Palermo si schiantò sul crinale di Montagnalonga annunciando la fine dell’innocenza per la città. Le vittime del primo grande disastro dell’aviazione civile italiana furono 115 e tra loro c’era anche la madre di Debora che ogni 5 maggio sale sulla montagna con gli altri parenti di quei morti per ricordarli.

Si chiamava Lidia Mondì Gagliardi, la madre di Debora. E la sua storia è il paradigma utile ad acchiappare il filo che tiene insieme la tragedia del volo Az 112, la memoria collettiva che ne germogliò e il destino che, con ogni probabilità, quello schianto disegnò per il futuro di Palermo.

Lidia era giovane, bella, moderna. E sui giornali, per la prima volta, ci finì il primo gennaio del 1960. Quel giorno, la fotografarono mentre scendeva dalla scaletta del Convair Alitalia in servizio da Roma a Palermo: era il volo che inaugurava l’aeroporto di Punta Raisi e lei era la prima passeggera.

In quella sera del primo dell’anno, il destino si era già messo al lavoro: il cronista de “L’Ora”, mandato a raccontare l’inaugurazione del nuovo scalo, annotò che mentre Lidia veniva sommersa dai flash dei fotografi, il comandante di quel primo volo “il triestino Fiorelli, accenna ad alcuni difetti di segnalazione sulla montagna di Carini”.

Quando, il 5 maggio del 1972, il Dc-8 Alitalia si schianterà su Montagna Longa il tappo sui dubbi e le polemiche circa la collocazione dell’aeroporto palermitano, salterà. I piloti parleranno di “trappola mortale” e Punta Raisi si conquisterà la pessima fama di scalo tra i più pericolosi al mondo. Trent’anni dopo, la verità ufficiale – scritta da indagini e sentenze – racconta che la colpa fu dei piloti che non seguirono correttamente le procedure di avvicinamento, ma sul disastro aereo di Montagna Longa si allunga, ancora oggi, più di un dubbio. L’ultimo riporta a una esercitazione militare che sarebbe stata in corso in quelle ore, ma prima ancora ci sono il nastro strappato dalla scatola nera, la perizia tossicologica sui resti dei piloti, il “rapporto Peri”, nel quale il vice questore Giuseppe Peri affermava che una bomba posta sull’aereo sarebbe dovuta esplodere ad atterraggio avvenuto per volontà di un’alleanza destabilizzante tra la mafia e ambienti dell’estrema destra.

E proprio questo vagare per tenebre non interamente diradate, fa della sciagura aerea di Montagna Longa il tragico atto fondativo della città dei misteri che, negli anni seguenti, ingoierà bombe, sparatorie, stragi e restituirà dubbi, mezze verità, sospetti e depistaggi.

Anche per questo, quella notte segnò la fine dell’innocenza.

A cominciare dall’illusione che il grande e torbido affare della costruzione del nuovo aeroporto incassato tra il mare e le montagne che fanno mulinare il vento, potesse essere presto consegnato al polveroso archivio delle cose dimenticate. L’aeroporto era stato costruito lì, dove avevano voluto i comitati di affari e i mammasantissima, in spregio alle indicazioni dei tecnici che avevano giudicato la zona inadatta indicando invece un’area sulla zona opposta della costa: tra Acqua dei corsari e Ficarazzi.

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Il Primo Maggio

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La nascita del primo maggio

 imagesCAA3JG3Hdi  Gaetano Bonaventura

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La nascita del 1° Maggio, come Giornata internazionale dei lavoratori, è legata indissolubilmente alla lotta per l’introduzione per legge della giornata lavorativa di otto ore. Siamo nella seconda metà del 1800, agli albori del movimento organizzato dei lavoratori. Allora i capitalisti imponevano, anche ai fanciulli, di lavorare per un misero salario dalle 12 alle 16 ore al giorno pena il licenziamento.

Nel 1886 negli Stati Uniti per la prima volta fu avanzata questa importantissima rivendicazione. “La prima e grande necessità del presente – recitava la risoluzione del Congresso operaio generale di Baltimora – per liberare il lavoro di questo Paese dalla schiavitù capitalistica, è la promulgazione di una legge per la quale otto ore devono costituire la giornata normale in tutti gli Stati dell’Unione americana”.

Nel settembre dello stesso anno, a Ginevra, la Prima Internazionale dei partiti operai guidata da Marx ed Engels assunse tale rivendicazione: “Dichiariamo – si leggeva nel testo di una risoluzione – che la limitazione della giornata lavorativa è una condizione preliminare, senza la quale non possono non fallire tutti gli altri sforzi di emancipazione (…) Proponiamo otto ore di lavoro come limite legale della giornata lavorativa”.

vignetta-sul-lavoroProprio per rivendicare le otto ore, il sindacato americano, che allora si chiamava “Nobile ordine dei Cavalieri del lavoro”, organizzò il 1° Maggio del 1886 a Chicago una grande manifestazione cui presero parte 50 mila operai. La repressione governativa e padronale fu brutale e selvaggia. Intervennero la polizia e l’esercito. Sulla folla dei manifestanti si abbatté una pioggia di proiettili e venne fatta esplodere una bomba in mezzo al corteo. Morti e feriti si contarono a decine. Centinaia furono gli arrestati. Fra questi gli organizzatori e i leader del movimento, processati sommariamente e condannati alla pena capitale per impiccagione.

Tre anni dopo, si tenne il 14 luglio 1889 a Parigi lo storico Congresso della fondazione della Seconda Internazionale di cui Engels sarà dirigente e capo riconosciuto; presenti 391 delegati in rappresentanza delle organizzazioni operaie di 21 paesi. In quella sede fu istituita la Giornata internazionale dei lavoratori, in ricordo dell’eccidio degli operai di Chicago. Nel documento intitolato “Manifestazione internazionale del Primo Maggio 1890″ è scritto: “Sarà organizzata una grande manifestazione internazionale a data fissa, in modo che contemporaneamente in tutti i Paesi e in tutte le città, lo stesso giorno convenuto, ingiungano ai poteri pubblici di ridurre legalmente a otto ore la giornata lavorativa e di applicare le altre risoluzioni del Congresso internazionale di Parigi”.

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