AL TRAPPETO
di Beniamino Joppolo
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(…)
Finita la cena, le zie portarono i bambini su un grande terrazzo a pavimento oscillante a cui si accedeva dalla sala da pranzo. Davanti, dopo una pianura di ulivi e giardini, c’era il mare con uno scoglio in mezzo; lontano le lampare lanciavano nell’acqua coni di luce rossa, un faro lontanissimo delle Eolie appariva e dispariva; sul monte a destra un villaggio aveva lampade sparse; dalla sinistra, invece giungeva un rumore stritolato di macina accompagnato da voci incitatrici.
I bambini avevano visto, durante il giorno, file di ragazze che raccoglievano le olive buttate nere a terra, a colpi di canna tra le foglie, verdi da un lato e argentate dall’altro, che cadevano nell’aria a vortici lenti.
Don Giuseppe sorvegliava la raccolta e la macina, e Alberto aveva detto che lo zio facava il galletto tra quelle ragazze rosse come fiori o brune pallide come le ulive. E aveva aggiunto: – Stasera andiamo a vedere le ulive macinate come quelle ragazze per fare l’olio che deve mangiare lo zio Giuseppe-.
Solo Maria e Tina avevano riso coscienti e maliziose, si ricordavano di certe erbe e di certi fieni della vallata su cui con i maschietti si erano stese a giocare stranamente sentendosi spremute. Giacomo e Liana risero, così solo per ridere, senza sapere perchè. Ora però tutti avevano, in una strana sonnolenza che li ubriacava, un gran desiderio di andare al trappeto a vedere le ulive nere frantumate e spemute. Lo dissero alla più giovane delle zie, Cecilia, dolce e ardente che era in fase di lotta per sposare un giovane che amava e da cui era amata, ma a cui il padre era particolarmente ostile. La zia accolse con entusiasmo la proposta e con i bambini accorse al trappeto.
Staccato dalla casa padronale, il trappeto faceva parte dei fabbricati chiusi entro il recinto, tra cui magazzini, stalle, ripsoti, autorimessa. Passando accanto a un riposto. dalle grate, giunse a donna Cecilia e ai bambini un odore acre di frutta in putrefazione, pere mele sorbe mele cotogne, il che punse e rallegrò le loro viscere sollecitate attraverso narici e polmoni punzecchiati. Entrarono quindi nel trappeto.
Una massa di ombre massicce amalgamava la macina che girava su un grande imbuto a fungo sollevato dal suolo. Lo faceva girare una grande asta attaccata al suo centro, alla cui estremità estrena era legato un asino con gli occhi bendati che girava girava girava ubriaco e monomane, automatico e ritmico nell’atmosfera piena di un vapore d’acqua bollente entro cui la nuvola densa e odorosa dell’olio vergine fumava e invadeva tutto.
Uomini unti, da un altro lato, in sporte a ciambella ficcavano polpa di ulive e acqua bollente presa da un calderone, sotto cui fiamme di legno lottavano con le ombre, amalgamendole nei muri soffitto e pavimento. Altri uomini unti prendevano le sporte piene e le mettevano in una pressa che aveva in alto una croce di aste quadrate, spingevano le quattro aste della croce e pressavano pressavano pressavano sicché dalle sporte colava olio con acqua bollente che fumando andava a finifre in pozzetti scavati sottoterra.
Un uomo unto incitava l’asino con voce bassa lenta dolce e cupa. Un altro uomo unto, in una pentola sotto cui il fuoco avvampava, versava olio vergine a litri e pescestocchi ammollati. Sembrava che tutti quegli unti e olivastri dovessero con l’asino ad un tratto essere bruciati nelle fiamme emanado fumi di olio santo o infernale, arso nel paradiso o nell’inferno.
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