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Archivio per la categoria ‘SiciliAntica’

Carmela, Turiddu e l’olio 

di Pino Correnti

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imagesCA2GDLNTTuriddu e Carmela consumano la prima notte di matrimonio nella vecchia casa dello sposo dove, al di là del sottile muro di mattoni, dormono gli anziani genitori.

Carmela è molto timorosa anche perché Turiddu, in effetti, è straordinariamente fornito da madre natura e Carmela, sommessamente, chiede la grazia di una goccia d’olio, respingendo i focosi assalti del marito.

Turiddu si alza, prende l’oliera e la porge a Carmela che, appagata, se ne serve. Quando Carmela ripone l’oliera, subito Turiddu ricomincia il pressante approccio, e per mitigare il pressante assalto chiede alla moglie se adesso, con l’olio va meglio. Ma Carmela, sconsolata, risponde:

- Sempri mali mi fa; va, Turiddu, mittimici ancora olio

Turiddu non vuol sentire di scendere d’arcione e Carmela si lamenta sempre più forte, richiedendo altro olio. Turiddu perde ancora tempo quando, dall’altra parte del muro, la voce del vecchio padre esorta incacchiatissimo:

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Viaggio tra carusi deformi

Questa la testimonianza lasciata dal pittore e scrittore francese Vuillier che visitò la nostra città nell’Ottocento e rimase colpito specie dalla realtà delle miniere

Famiglie viventi in grotte e San Michele in castigo

di Walter Guttadauria

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 il frontespizio del libro di Gaston Vuillier (nella traduzione italiana) ...

il frontespizio del libro di Gaston Vuillier (nella traduzione italiana)

Tra i tanti visitatori stranieri illustri che in passato si sono avvicendati a Caltanissetta, tramandando poi le esperienze di tali visite in apposite pubblicazioni, e scrivendo più o meno bene della nostra città, c’è da ricordarne uno che, oltre a scrivere, sapeva ben dipingere e disegnare: tanto da illustrare i suoi resoconti con immagini indubbiamente molto più suggestive rispetto alle fotografie, all’epoca ancora raramente impiegate in viaggi siffatti.

Parliamo di Gaston Vuillier, pittore, disegnatore e scrittore francese (1846 – 1915), famoso soprattutto come autore di paesaggi e che al contempo lavorava come illustratore di libri e riviste.
Vuillier nel 1888 intraprese un “grand tour” del Mediterraneo che lo portò a visitare le maggiori isole, tra cui la Sicilia: il resoconto illustrato di tale viaggio sarebbe stato pubblicato nel 1896 sotto il titolo “La Sicile: impressions du présent e du passé”.

Anche Caltanissetta fu sua meta e il libro (ristampato pure in epoca recente) vi dedica varie pagine, con una realtà vista sia con l’occhio dell’artista, che con lo spirito critico di uno scrittore che nell’occasione non trovò niente da elogiare, anzi…

LaICL1001a3320130519CLRiscopriamo così alcuni brani, e anche qualche curiosità sulla città di allora, con l’autore che già da subito scrive come la pensa: «Arriviamo a Caltanissetta (…). La notte è soffocante e non posso prender sonno; lo scirocco soffia disperatamente e urla in modo lugubre nelle viuzze deserte ove le finestre della mia camera corrispondono all’albergo Concordia. (…) Stamattina vien giù un’acquolina minuta che rende lubrico il lastricato; par d’essere in una città del settentrione, e quel rovinato maniero dei Bauffremont che si erge ancora nel centro della città, colle sue mura diroccate, ne rende più perfetta la somiglianza. Non potete immaginarvi, senza averlo provato, il senso di isolamento che mi stringeva il cuore in questa città d’una terra tanto lontana dalla mia e in sì triste mattinata. E per di più, a Caltanissetta non c’è nulla che possa rallegrarci o almeno distrarci; tranne una piazza, niente di particolare, una quantità di viuzze aperte ai quattro venti».
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Vuillier incontra un ingegnere di miniera, con cui visita Pietrarossa, e al ritorno «vedemmo sotto l’architrave d’una porta un pentolaio (…) abile nel suo mestiere; egli dalla mattina alla sera sta lì occupato a modellare, con argilla grassa d’un bigio tendente al turchino, vasi di più forme (…). Quel bravo giovanotto parve molto soddisfatto della nostra visita e dell’attenzione con la quale guardavamo il suo lavoro».
Nel pomeriggio, l’ingegnere accompagna l’ospite alla chiesa dei Cappuccini: «Incontrammo per via molta gente che andava a far visita a San Michele, messo in castigo in quella chiesa per aver lasciato troppo correre senza far piovere. La pioggia della notte e il tempo ancora minaccioso avevano rabbonito gli animi della popolazione che, per incoraggiare meglio il Santo in quelle buone disposizioni, si proponeva di riportarlo solennemente nella cattedrale al suo posto consueto. (…) Un uomo, ritto sulla gradinata, davanti alla porta maggiore, suonava il tamburo per chiamare i fedeli a pregare ancora San Michele, sebbene fosse in castigo. Il Santo era sopra l’altare, ma al buio (…) gli avevano tolto il bel mantello di velluto rosso e le ali d’oro, non impugnava più la spada sfolgorante; ma se ne stava lassù, mogio mogio, con le ali di cartone, un vecchio tabarro scozzese sul dorso e una semplice lancia in mano».
Un’altra annotazione dell’autore: «Oltre San Michele vi è anche una Madonna molto venerata a Caltanissetta, la Madonna degli Angeli, protettrice speciale delle fave. In certi tempi dell’anno la portano in processione per le strade e per i campi attaccandole al collo e alle mani delle fave e delle spighe, perché la sua protezione si estende, un poco, anche a tutte le altre messi».
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Il giorno dopo l’ingegnere accompagna lo scrittore alle zolfare, senz’altro la parte della visita più sconcertante per lo scrittore: «Ci troviamo presto in aperta campagna, sul fianco di un monte crivellato d’aperture fatte dalla povera gente che ebbe il permesso di scavarsi delle abitazioni sotterranee pagando al municipio un fitto di 15 lire l’anno. Era pagato caro davvero il diritto di scavarsi una tana! Ed anche tane poco sicure, perché ben presto vi restarono seppellite, sotto le frane, famiglie intere. Nonostante il pericolo, alcune di queste grotte sono ancora abitate e noi udimmo passando una specie di ronzio infantile uscire da quell’alveare umano».
Ed ecco l’impatto con la valle delle miniere «e giù nello smisurato imbuto che abbiamo sotto gli occhi, è tutto un accavallarsi di monticelli lividi, marmorizzati da efflorescenze gialle, biancastre o rosse (…). Dalla singolare vallata vien su un acre vapore solfureo che stringe la gola, e la nudità delle coste brulle si estende a perdita di vista. Il proprietario d’una miniera di zolfo, che ci ricevé, e l’ingegnere che era con me, avvezzi da tanti anni a vedere delle solfatare, restavano indifferenti (…) ma per me era un’altra cosa (…) quel lugubre deserto dalle tinte smorte che mi appariva per la prima volta, mi faceva spavento».

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Un’insolita richiesta di fidanzamento nella terra del ficodindia

di Giuseppe Pitré

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untitledIn Menfi, il giovane che ha gettato gli occhi sopra una ragazza, prende un ceppo di ficodindia (“zuccu” in siciliano, in Menfi “zuccuruni”), l’adorna di fazzoletti, pezzuole, nastri, oggetti d’oro, e va a collocarlo dietro l’uscio di lei.

Il domani, trovatolo, il padre se lo carica addosso, e lo porta in piazza domandando con lieta voce: “Cu’ m’ha azzuccatu la figlia mia?” che è quanto dire: “Chi è venuto a chiedermi in isposa la figlia?”.

Lo sposo non si fa lungamente cercare, e se piace il matrimonio è concertato. Se no, no ed il zuccuruni si restituisce.

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AL TRAPPETO

di Beniamino Joppolo

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fam_fois_0008(…)

Finita la cena, le zie portarono i bambini su un grande terrazzo a pavimento oscillante a cui si accedeva dalla sala da pranzo. Davanti, dopo una pianura di ulivi e giardini, c’era il mare con uno scoglio in mezzo; lontano le lampare lanciavano nell’acqua coni di luce rossa, un faro lontanissimo delle Eolie appariva e dispariva; sul monte a destra un villaggio aveva lampade sparse; dalla sinistra, invece giungeva un rumore stritolato di macina accompagnato da voci incitatrici.

I bambini avevano visto, durante il giorno, file di ragazze che raccoglievano le olive buttate nere a terra, a colpi di canna tra le foglie, verdi da un lato e argentate dall’altro, che cadevano nell’aria a vortici lenti.

monumento-di-oliva-raccoglitrici_28475Don Giuseppe sorvegliava la raccolta e la macina, e Alberto aveva detto che lo zio facava il galletto tra quelle ragazze rosse come fiori o brune pallide come le ulive. E aveva aggiunto: – Stasera andiamo a vedere le ulive macinate come quelle ragazze per fare l’olio che deve mangiare lo zio Giuseppe-.

Solo Maria e Tina avevano riso coscienti e maliziose, si ricordavano di certe erbe e di certi fieni della vallata su cui con i maschietti si erano stese a giocare stranamente sentendosi spremute. Giacomo e Liana risero, così solo per ridere, senza sapere perchè. Ora però tutti avevano, in una strana sonnolenza che li ubriacava, un gran desiderio di andare al trappeto a vedere le ulive nere frantumate e spemute. Lo dissero alla più giovane delle zie, Cecilia, dolce e ardente che era in fase di lotta per sposare un giovane che amava e da cui era amata, ma a cui il padre era particolarmente ostile. La zia accolse con entusiasmo la proposta e con i bambini accorse al trappeto.

Staccato dalla casa padronale, il trappeto faceva parte dei fabbricati chiusi entro il recinto, tra cui magazzini, stalle, ripsoti, autorimessa. Passando accanto a un riposto. dalle grate, giunse a donna Cecilia e ai bambini un odore acre di frutta in putrefazione, pere mele sorbe mele cotogne, il che punse e rallegrò le loro viscere sollecitate attraverso narici e polmoni punzecchiati. Entrarono quindi nel trappeto.

frantoio-21Una massa di ombre massicce amalgamava la macina che girava su un grande imbuto a fungo sollevato dal suolo. Lo faceva girare una grande asta attaccata al suo centro, alla cui estremità estrena era legato un asino con gli occhi bendati che girava girava girava ubriaco e monomane, automatico e ritmico nell’atmosfera piena di un vapore d’acqua bollente entro cui la nuvola densa e odorosa dell’olio vergine fumava e invadeva tutto.

Uomini unti, da un altro lato, in sporte a ciambella ficcavano polpa di ulive e acqua bollente presa da un calderone, sotto cui fiamme di legno lottavano con le ombre, amalgamendole nei muri soffitto e pavimento. Altri uomini unti prendevano le sporte piene e le mettevano in una pressa che aveva in alto una croce di aste quadrate, spingevano le quattro aste della croce e pressavano pressavano pressavano sicché dalle sporte colava olio con acqua bollente che fumando andava a finifre in pozzetti scavati sottoterra.

Un uomo unto incitava l’asino con voce bassa lenta dolce e cupa. Un altro uomo unto, in una pentola sotto cui il fuoco avvampava, versava olio vergine a litri e pescestocchi ammollati. Sembrava che tutti quegli unti e olivastri dovessero con l’asino ad un tratto essere bruciati nelle fiamme emanado fumi di olio santo o infernale, arso nel paradiso o nell’inferno.

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MAGIA DU PEDI D’ALIVU

di Giuseppe Pitré

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Chi ne raccoglie un ramoscello e lo mette innanzi al suo uscio dà segno di pace (Montevago).

Al pari della palma figura nella Domenica delle Palme. Le sue fronde quel giorno si portano in giro per la città e per i campi. I pescatori ne adornano i campioni delle loro barche, i carrettieri l’aste delle delle dei loro animali; i campagnuoli le piantano in mezzo dei loro seminati, affinchè questi vengan su prosperosi e ricchi di prodotti. In molti comuni il popolo porta dentro la chiesa maggiore grandi rami ed anche tronchi d’olivo, ed i fanciulli gridano per strada:

imagesCAZ71RF7Biniditta l’aliva,

e to’ matri sempri viva!

Biniditta la pamma!

E to’ matri è sant’arma.

E così benedetti li portano in campagna per ottenere grande ricolto d’olive (Misilmeri).

Chi dorme all’ombra d’un olivo, sotto il quale sia per caso un tesoro, svegliandosi si troverà tutto coperto di chiazzature.

Chi cade giù da un ulivo, corre pericolo di morire se le persone che lo vedono cadere non accorrono tosto a levarlo di sotto alle sue fronde (Nicosia).

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Panoramica sui giochi popolari che un tempo richiamavano gente ad assistere a prove di abilità: dalla dura scalata dell’ “antenna” alle docce sotto una pila piena d’acqua

Ecco come ci si divertiva tra sapone, pentole rotte e vari premi a sorpresa

di Walter Guttadauria

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LaICL100013320130414CLIn un contesto, come l’attuale, in cui la ricerca del divertimento pare sempre più individualizzata e comunque spartita in cerchie ristrette, può suscitare quantomeno curiosità riscoprire come invece in passato si cercasse il divertimento attraverso giochi che coinvolgessero più coralmente la gente, chiamata a sfidarsi in pubbliche prove di abilità.
Sugli antichi giochi popolari in città, di cui c’è traccia fino agli inizi del Novecento, rimane oggi solo la testimonianza degli storiografi locali, relegata però nel chiuso di archivi e biblioteche non frequentati dai più. Ricordiamo, dunque, qualcuno di questi giochi, semplici ma coinvolgenti, se è vero che il popolino che vi assisteva si divertiva un mondo ad assistervi, stante le testimonianze del tempo.
Uno dei più in auge, praticato in alcune festività religiose, era il gioco dell’”antinna”, con analogie con quello più noto come “albero della cuccagna”. Lo si praticava soprattutto nel piano della Grazia nella ricorrenza della festa di Maria SS. del Belvedere, nel piano del Collegio per la festa del Sacro Cuore di Gesù e nel piano di Santa Petronilla di fronte l’omonima chiesa.
Il gioco consisteva nello “scalare” un lungo palo cosparso di sapone, che all’estremità superiore terminava con una o più banderuole: chi riusciva ad arrampicarsi lungo questa pertica, senza scivolare e quindi a costo di una faticata terribile, ed arrivava a staccare una banderuola, aveva poi diritto ad un premio: o meglio sarebbe dire, aveva sì il diritto, ma non sempre il premio…
LaICL1001B3320130414CLE vediamo perché. Cominciava, infatti, la seconda parte del gioco, anch’esso un “classico”, quello della rottura delle pentole. Da una “forca” (costituita da un’asta orizzontale sostenuta da due assi verticali piantate nel terreno) ecco penzolare una decina di “pignati di crita”, cioè pentole di terracotta coperte da fazzoletti o fogli di carta.
Ma lasciamo, qui, la parola allo scrittore locale Michele Alesso, che da buon… Pitré nisseno ha tramandato testimonianza di questo e altri divertimenti popolari: «Il vincitore, appena sceso giù dall’alto dell’”antinna”, correva a scegliere il premio. Con un bastone picchiava forte su una delle dieci pentole, fin che la riduceva in pezzi, e ne prendeva il contenuto. Che cosa contenevano le pentole? Un “muccaturi” (grande fazzoletto di cotone), un chilogrammo di pasta, talora un coniglio, tal’altra un taglio di calzoni, ora un galletto, un piccione, un gatto, tre o quattro cardellini, che nell’atto di esser liberati dalla temporanea prigione oscura, volavan via per l’aria e, cinguettando allegramente, piantavano in asso lo sfortunato vincitore, che rimaneva colle mani vuote. Riesce facile immaginare le risate degli astanti e, in ispecie, dei ragazzi, mentre s’accresceva la bile nello sconfortato vincitore che, dopo aver sudato un pochino, fatti sforzi erculei, salendo, scendendo e risalendo da capo, aggrappato alla trave generosamente cosparsa di sapone, al conseguimento del premio doveva rimanersene deluso. In compenso, però, i suoi abiti avevan portato via tanto sapone quanto ne era sufficiente per lavarli tutto l’anno».
Un altro gioco che nei giorni festivi divertiva molto la gente, che si radunava numerosa ad assistervi, era quello della “pila con l’acqua”, una prova d’abilità con rischio… doccia. Sempre nel centro di uno slargo si piantavano due pali, aventi ciascuno un anello all’estremità: ai due anelli veniva agganciata, tramite uncini, una pila ricolma d’acqua in modo da rimanere libera di oscillare. Sotto la pila era sistemato un anello di ferro del diametro di non più di quattro o cinque centimetri. I concorrenti al gioco, muniti di una canna, quasi a parodia degli antichi cavalieri che giostravano nei tornei medievali, presa la rincorsa dovevano infilare la punta della canna dentro tale anello. Semplice a dirsi, ma difficilissimo a farsi: giacché il più delle volte la canna colpiva la pila che, oscillando, lasciava cadere la sua acqua sulle teste e sulle spalle dei giocatori, che si guadagnavano così ripetute docce tra l’ilarità generale e le chiassose esortazioni del folto pubblico a riprovare.
Chi riusciva nell’impresa, aveva diritto al premio con la solita rottura di… pentole.

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Taormina 800

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teatro-al-tramontoA un uomo che dovesse passare un solo giorno in Sicilia e chiedesse: “Cosa bisogna vedere?”, risponderei senza esitare “Taormina”.

È solamente un paesaggio, ma un paesaggio che possiede tutto quel che sulla terra serve per sedurre gli occhi, la fantasia, la mente. Il villaggio è sospeso su una larga montagna, come fosse rotolato dalla cima.

Pur possedendo bei resti del passato ci limitiamo a traversarlo, per vedere il teatro greco e assistere al tramonto. Quello di Taormina è così superbamente posto che non può esistere nel mondo intero un altro luogo a esso assimilabile.

Una volta entrati nel muro di cinta, si visita la scena, la sola che sia pervenuta fino a noi in buono stato, si salgono le gradinate, franate e ricoperte d’erba, un tempo destinate al pubblico, e che poteva contenere 35.000 spettatori, e da li si osservava.GUY de MAUPASSANT

Si vedono dapprima le rovine, tristi e superbe, ove restano in piedi ancora bianche, fascinose colonne di marmo coi loro capitelli; poi, oltre le mura, scorgiamo in basso, a perdita d’occhio, il mare, la riva che s’allarga fino all’orizzonte, cosparsa di rocce enormi, orlata da sabbie dorate e popolata di villaggi bianchi; poi a destra, domina tutto, occupando con la sua massa la metà del cielo, L’Etna nevoso e fumigante.


Oggi, esistono popoli capaci di fare cose simili? Esistono uomini in grado di edificare, per il piacere dei loro simili, opere come queste?
Gli uomini d’un tempo avevano occhi e anima differenti dai nostri, giacché nelle loro vene, col sangue, scorreva qualcosa che non esiste più: l’amore e la devozione per il bello.

Parole queste che oggi hanno ancora più forza e veemenza che in passato. Fermatevi un attimo con me ed osservate quello che noi uomini del presente stiamo lasciando. Leggendo questa bellissima pagina regalatemi un pensiero. Raisi.

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Ulivaria/12 Spuntini all’olivo

untitledChi porta male e chi porta bene

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vinoSe si versa olio per terra o sulla tavola, è cattivo augurio; se si versa vino, è buon augurio.

Sull’olio caduto, per scongiuro, si deve versare un po’ di sale, con le spalle rivolte all’olio versato. Nel vino versato si bagna una punta di dito e si strofina dietro le orecchie.

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Saggezza proverbiale

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imagesCAOHTDHHSi l’olivuzza ciurisci ‘ntr’aprili

basta pi cogghirla cu lu varrili;

s’a maju affacianu li buttunedda

basta pri jinchiri na misuredda;

ma si ritarda pri sinu a giugnu,

jirrai cugghieènnula a pugnu a pugnu.

(Se l’ulivetta fiorisce entro aprile / basta per raccoglierla il barile / se a maggio spuntano le gemme / è sufficiente per riempire un misurino / ma se ritarda fino a giugno / la raccoglierai a pugno a pugno)

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L’OLIO DELLE SETTE ANTONIE

di Benedetto Rubino

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034_JG_Blog_03_Otto_opere_d'arte- Di quali fatti intendete parlare? Spiegatevi.

- Dico che quando, puta caso, uno, mio compare, per esempio, ne ha avuto fatta una delle belle, come sarebbe a dire di esser spogliato dell’aver suo, può, volendo, farla pagare salata a chi è stato la causa del suo male. E ciò con un mezzo infallibile…

- E sarebbe?

- L’olio delle Sette Antonie.

- Non ne capisco un’acca.

- La senta dunque; gliene racconto una che è successa a me, proprio a me in carne e ossa. Una volta a mia moglie, che Dio l’abbia in gloria, perchè è morta da due anni, di cancro, poverina! mancò una collana d’oro; una bella collana, che le avevo regalata io all’epoca del nostro matrimonio. Cerca di qua, cerca di là, la collana non si trova: segno che l’avevano rubata.

Allora essa confida tutto ad una sua vicina, ad una vecchia di settant’anni, buona donna, morta anche lei, la quale le dice: “Non dubitare, o verrà un’altra volta a te la collana, oppure, chi se la vorrà tenere, lume di grazia non ne vedrà, te lo dico io. Lascia fare a me”. Che fa quella vecchia? Prende un’ampolla e comincia a girare il paese, entrando solo in quelle case ove sapeva starci una donna che si chiamasse Antonia. Da ognuna si faceva dare un po’ d’olio. Quando arrivò ad entrare in sette di queste case, non andò più avanti e ritornò da mia moglie.

La trovò, poveretta! che piangeva, per causa del brutto tiro che le avevano fatto. “Non ti scoraggiare,” le disse la vecchia, “non ti scoraggiare: ora vedi di che son capace”. Le fece prendere anzitutto una lampada e l’accese, servendosi dell’olio delle Sette Antonie. Poi, dopo aver ordinato di chiudere tutte le aperture della stanza, si fece dare una caldaia, che capovolse, ponendovi sotto la lampada accesa. In ultimo la vecchia fece inginocchiare mia moglie, s’inginocchia anche lei e mormora alcune orazioni, battendo con una sua bacchetta sette colpi sulla caldaia. Passarono così cinque minuti: la lampada quindi si spegne, la vecchia si alza, si alza anche mia moglie…

“Tutto fatto!” disse quella donna nell’atto di andarsene; “Fra ventiquattro ore vedrai che ci ti ha fatto il male si pentirà e, se non si pentirà, peggio per lui!”. Sai poi cosa avvenne?

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Stranieri sicilianizzati/3

PAROLE E PAROLE SICILIANE

provenienti da varie lingue straniere

 http://www.cilibertoribera.it/indexPAROLE%20SICILIANE.htm

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“Palumma” (Colomba)

palumma (colomba)

[spagnolo: paloma]

“Ombrellu” . “Umbrella” (Ombrello)

parakku (ombrello)

[spagnolo: paragua]

“Parrini” (preti) che

celebrano la messa.

parrìnu (prete)

 [francese ant.: parrin = padrino]

“Aranciu patuallu”

(Arancia del tipo Portogallo)

partuàllu (arancia)

[greco: portokàli]

paru (uguale)

[ant. provenzale: paratge]

“Pèrcia” (gruccia) -

 A Ribera

comunemente viene chiamata “crozza”.

pèrcia (gruccia)

 [spagnolo: percha; francese: perche; catalano: perxa; latino: pertica]

pidikùddu (picciuolo di frutto)

[latino: pediculus]

Pignata (Pentola)

pignàta (pentola)

[spagnolo: piñata; italiano: pignatta] Secondo il Muratori, dal latino

OLLA PINEATA, ossia pentola a forma di pigna. Il termine spagnolo

è sicuramente un apporto dell’italiano “pignatta”

“Pinseddu” (pennello)

pinzèddu (pennello)

[spagnolo: pincel; catalano: pinzell; latino: penicillus]

pistiàri (mangiare)

[greco: estìo]

pitàzzu (quaderno)

 [greco: pitàkion = tavoletta per scrivere; latino: pittacium = ricevuta]

Pitrusinu

(Prezzemolo)

pitrusìnu (prezzemolo)

 [latino: petroselinum; greco: pet??s??????, petroselinon]

prèscia, prìscia (fretta)

[latino: pressa = premuta]

priàrisi (compiacersi, provar diletto)

[catalano: prear-se = mostrarsi soddisfatto, compiacersi delle proprie qualità o di altro]

Termine passato in Siciliano direttamente dal Catalano

purrìtu (fradicio, marcio)

[francese: pourrit]

pusèri (pollice) (termine non in uso a Ribera)

[normanno: poucier]

putìa (bottega)

 [spagnolo, aragonese: botiga; greco: apotheke; latino: apotheca = magazzino]

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