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Archivio per la categoria ‘Cultura’

Arabica/21 Cous cous

Il cous cousnajim

di Najim
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Mille e mille granelli, come la sabbia del deserto. Le radici del cous cous si perdono tra le dune del Nord Africa, dove da sempre vivono i Berberi, gli uomini liberi.
Con i cereali che coltivavano, il frumento, ma soprattutto l’orzo, il miglio e il sorgo, preparavano “pappe” con acqua o latte. Il cous cous, chiamato dalle popolazioni berbere in diversi modi (sekso, kskso, kuskus, kuski, ecc.), rappresenta, per modo di dire, lo sviluppo di questa loro arte culinaria.
Furono però gli arabi, in seguito, a diffondere questo piatto che si ottiene con la paziente manipolazione della farina di grano duro. La preparazione è infatti molto lunga e complicata; si lavora un impasto di acqua e farina, fino ad ottenere dei granelli di forma differente, a seconda della finezza della lavorazione.
cous-cousIn passato veniva effettuata dalle donne africane che, per ottenere grandi quantità di questo prodotto dovevano riunirsi in gruppi e lavorare per diversi giorni. Oggi la produzione di cous cous è in gran parte meccanizzata.
Per far si che dopo la cottura, i granellini risultino gonfi, leggeri, ben separati l’uno dall’ altro e senza grumi è necessaria la cottura a vapore e il recipiente tradizionale usato è la couscoussiera che può essere di terracotta, di rame o di alluminio.
Si compone di due recipienti: uno inferiore in cui si cuociono le verdure e la carne e uno superiore con il fondo bucherellato nella quale si pone il cous cous che cuocendo con il vapore del preparato sottostante, acquista un sapore unico e speciale. Se non si ha a disposizione questa pentola, si può ricorrere a un setaccio o ad uno scolapasta di metallo ricoperto da una garza che si adatti perfettamente a un’ampia casseruola.
Il couscous è un piatto che oggi si consuma anche in paesi lontani dalla cultura islamica ed è uno dei piatti più diffusi nel mondo insieme a pasta e riso. Il cous cous che si trova in vendita nei negozi e supermercati occidentali è generalmente un prodotto industriale precotto la cui preparazione è molto più semplice e rapida, è sufficiente re-idratarlo con acqua o brodo bollente e lasciarlo riposare per qualche minuto.

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Big Bang Milena

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Arabica/20 Tirchi si nasce

La tribù dei figli dell’avarizia

di Najim
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C’era una volta una tribù berbera, che viveva in mezzo alle montagne, chiamata Beni Shahih che significa Figli dell’Avarizia.
In effetti, i componenti della tribù erano conosciuti da tutti per la loro taccagneria. I viandanti che si dovevano fermare a riposare nel loro villaggio, sapevano già che sarebbe stato loro offerto solo un pó di siero di latte allungato con acqua, beveraggio che di solito si dà ai cani.
Un giorno, un uomo della tribù, stanco di essere preso in giro con la sua gente per l’avarizia, pensò di dover liberare il villaggio da questa cattiva fama, riflettè a lungo e alla fine gli venne un’idea.
Il giorno di mercato si recò sulla piazza, convocò a gran voce tutto il paese e disse: ” É vergognoso che tutti ci considerino avari, dobbiamo cambiare e dare agli altri una prova di generosità e ospitalità “.
Le sue parole furono accolte con entusiasmo e tutti chiesero che cosa dovessero fare.
L’uomo disse: ” Ognuno di noi, domani mattina, porterà un otre di ottimo siero con il quale riempiremo questa cisterna, cosi gli stranieri assetati che si troveranno a passare di qui, potranno bere invece dell’acqua dell’ottimo siero di latte. La notizia circolerà di paese in paese e tutti ci loderanno per la nostra generosità “.
I presenti furono d’accordo e decisero di trovarsi la mattina seguente per riempire la cisterna. A casa però, ognuno riempì il proprio otre d’acqua, senza farne parola agli altri, in quanto ognuno pensò che in una cisterna piena di latte nessuno si sarebbe accorto di un pó d’acqua versata.

La mattina seguente tutto il villaggio si trovò intorno alla cisterna, ma questa era completamente vuota e nessuno voleva iniziare a riempirla. Alla fine uno degli uomini disse: ” Scommetto che i vostri otri sono pieni d’acqua “. E gli altri replicarono: ” E noi scommettiamo che anche il tuo otre contiene solo acqua! “.

Tutti scoppiarono in una risata e si resero conto di quanto sia difficile cambiare il proprio carattere.

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Meglio la tv o un libro?

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imagesCASY5HUOFARE LA GATTA MORTA

di B.M. Quartu

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Pesona che maschera la propria natura poco virtuosa sotto un’apparenza dolce, mite e irreprensibile.

La tradizione vuole che i gatti fingano di essere morti per potere meglio sorprendere la preda, come raccontano anche Esopo (Favole,13), Fedro (Favole, IV,2) e La Fontaine (Fables, III,18).

In realtà questa è un’abitudine di molti animali, ma non dei gatti.

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Frasi celebri/1 Stiamo infognati

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Stiamo tutti in una fogna, ma alcuni di noi guardano le stelle.

(Oscar Wilde)

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imagesCAW814Y7COME IL GATTO E LA VOLPE

di B.M. Quartu

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Spalleggiarsi l’un l’altro per compiere imprese disoneste; anche essere inseparabili e dipendenti l’uno dall’altro.

Il Gatto e la Volpe sono due personaggi del Pinocchio di Carlo Lorenzini detto “Collodi”, imbroglioni e truffatori inseparabili che riescono regolarmente a raggirare il burattino.

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I nomi arabi e il loro significato

di Najim

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Nel mondo arabo, quasi tutti i nomi di persona hanno un significato ed è dovere dei genitori, quando nasce un bambino musulmano, scegliere un nome che gli si addica e che gli porti benefici per tutta la vita.
Sovente vengono anche dati ai bambini nomi di membri della Famiglia del Profeta, dei Profeti precedenti o dei personaggi della storia islamica. In questo caso non è tanto il significato che viene considerato, ma le qualità che furono manifestate dalla persona che lo portava.
Eccone alcuni :
Alì è uno dei nomi arabi più comuni e Aliyah, Aliyya o Aliyyah rappresentano le varianti femminili. Significa “ elevato, sublime” e la diffusione del nome tra i musulmani è dovuta principalmente alla figura di Alì ibn-Abi-Talib (sec. VI-VII), cugino del profeta Maometto e sposo di sua figlia Fatima, il quarto dei Califfi (all’origine, i successori di Maometto) ed il primo degli Imam (=guida) della religione sciita.
Fatimah فاطمة o Fatima o Fatma, significa “astenersi” o anche “colei che è allontanata dal fuoco” Era il nome della figlia prediletta del profeta Maometto designata da lui come “la più nobile donna del Paradiso”
I nomi preceduti da “Abd” invece, hanno una caratteristica particolare.
La parola araba ‘abd equivale a “servo” ed è sempre seguita da uno dei 99 nomi di Dio o da quello di Dio stesso, avremo così:
Abd –al – Aziz o عبد العزيز ‘Abdu-l-‘Azîz “servo dell’Onnipotente”. E’ stato il nome del primo re della moderna Arabia Saudita.
Abd-al-Hamido عبد الحميد ‘Abdu-l-Hamîd “servitore del lodato”. Nome di due sultani dell’impero ottomano.
Abd-al-Kader o Abd-al-Qadir عبد القادر ‘Abdu-l-Qâdir “servo del potente”. Era il nome di un leader della resistenza algerina.
Abd-Allah variante عبد الله ‘Abdu-Llah “servo di Dio” era il nome del padre del profeta Maometto.
Abd-al-Malik هبد الملك ‘Abdu-l-Malik “servo del re”. Nome del quinto califfo omayyade, che ha fatto l’arabo la lingua ufficiale dell’impero.
Abd-Al-Rahman o Abdul-Rahman عبد الرحمان ‘Abdu-r-Rahmân “servo del misericordioso”. Nome di due primi califfi della dinastia omayyade.

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Premio Montefiore

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IL PAESE DEL CATASTO MAGICO E “NINETTA” SGARBO DI NATURA

grasso silvanadi Silvana Grasso

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Il «suo» luogo divenne, poi, il mio luogo, per incisioni emotive, per una sorta d’esantema psicologico, verso cui non mi sono mai immunizzata, verso cui non appronto vaccini di difesa, cui, invece, m’abbandono con la tramortita estasi d’un sonnambulo. Il suo luogo, il nostro luogo, era corso Italia, a Riposto.

Quei tramonti infiniti
Quello spezzone di Corso Italia che, incartocciato tra il vecchio verde della villa comunale e un’inquieta azzurrità marina d’orizzonte, si lasciava divorare da tramonti infiniti, a precipizio sulle basole della strada come aquiloni per rema di nuvole.
Il verde frastornato degli alberi, appesantito da fogliame bastardo, le onde petulanti, giù in spiaggia, anticipavano per un sortilegio di natura, o una provvidenza, chissà, il «suo» essere uno e un altro, uno e il suo opposto. Ma questi furono pensieri da adulta, non certo di quando, bambina, attraversavo al tramonto la linea ferrata della ferrovia, che sfregiava il corso Italia come una cicatrice la faccia d’un malavitoso.

Il catasto magico
Quella linea ferrata divideva, e ancora forzosamente divide, i paesi di Giarre e Riposto che, un tempo lontano e solo per una manciata d’ anni, furono Jonia. Chi vi nacque, nel paese che non c’è, fu cittadino di un catasto magico che non ha luogo in mappe del mondo, fecondato e abortito in “laboratorio”, per dissennatezza di sperimentazione politica.
Era quel pezzo di strada il suo mutilato olimpo, era quel pezzo di corso il suo feudo di carne colore d’oriente, dove mostrare, alla santità del vespero, quando le erinni di sole tramortivano, il suo corpo incerto nel jeans da maschio, nel nero vellutato rimmel da femmina. Era tra basole di pietra nera, assetate di pioggia, e ragazzotti, manovali a giornata in campagna, che lui, per ottuso decreto d’anagrafe, lei, per senso e sensi, celebrava, ogni sera, d’estate, al tramonto, il sacramento della sua negata, eppure innegabile, femmineità.
«Ninetta, Ninetta», gridavano da vespini smarmittati manovali adolescenti, con l’intenso aspro dei limoni addosso, un’‘acqua ossigenata sull’infetto sudore del corpo picciotto.
«Ninetta, Ninetta», null’altro che sibilo di ruote agonizzanti, null’altro che sconci segni di scherno, parole che sillabavano l’eccitato alfabeto degli occhi. «Ninetta, Ninetta» e lui, ragistrato come Antonino all’anagrafe dei nati, viveva l’incanto e la magia d’una metamorfosi giusta e giustiziera. Finalmente «Ninetta», finalmente «Ninetta», femmina per istinto brutale di ragazzotti accaldati, finalmente «Ninetta», scartocciata dal suo non maschio maschile.

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