IL PAESE DEL CATASTO MAGICO E “NINETTA” SGARBO DI NATURA
di Silvana Grasso
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Il «suo» luogo divenne, poi, il mio luogo, per incisioni emotive, per una sorta d’esantema psicologico, verso cui non mi sono mai immunizzata, verso cui non appronto vaccini di difesa, cui, invece, m’abbandono con la tramortita estasi d’un sonnambulo. Il suo luogo, il nostro luogo, era corso Italia, a Riposto.
Quei tramonti infiniti
Quello spezzone di Corso Italia che, incartocciato tra il vecchio verde della villa comunale e un’inquieta azzurrità marina d’orizzonte, si lasciava divorare da tramonti infiniti, a precipizio sulle basole della strada come aquiloni per rema di nuvole.
Il verde frastornato degli alberi, appesantito da fogliame bastardo, le onde petulanti, giù in spiaggia, anticipavano per un sortilegio di natura, o una provvidenza, chissà, il «suo» essere uno e un altro, uno e il suo opposto. Ma questi furono pensieri da adulta, non certo di quando, bambina, attraversavo al tramonto la linea ferrata della ferrovia, che sfregiava il corso Italia come una cicatrice la faccia d’un malavitoso.

Il catasto magico
Quella linea ferrata divideva, e ancora forzosamente divide, i paesi di Giarre e Riposto che, un tempo lontano e solo per una manciata d’ anni, furono Jonia. Chi vi nacque, nel paese che non c’è, fu cittadino di un catasto magico che non ha luogo in mappe del mondo, fecondato e abortito in “laboratorio”, per dissennatezza di sperimentazione politica.
Era quel pezzo di strada il suo mutilato olimpo, era quel pezzo di corso il suo feudo di carne colore d’oriente, dove mostrare, alla santità del vespero, quando le erinni di sole tramortivano, il suo corpo incerto nel jeans da maschio, nel nero vellutato rimmel da femmina. Era tra basole di pietra nera, assetate di pioggia, e ragazzotti, manovali a giornata in campagna, che lui, per ottuso decreto d’anagrafe, lei, per senso e sensi, celebrava, ogni sera, d’estate, al tramonto, il sacramento della sua negata, eppure innegabile, femmineità.
«Ninetta, Ninetta», gridavano da vespini smarmittati manovali adolescenti, con l’intenso aspro dei limoni addosso, un’‘acqua ossigenata sull’infetto sudore del corpo picciotto.
«Ninetta, Ninetta», null’altro che sibilo di ruote agonizzanti, null’altro che sconci segni di scherno, parole che sillabavano l’eccitato alfabeto degli occhi. «Ninetta, Ninetta» e lui, ragistrato come Antonino all’anagrafe dei nati, viveva l’incanto e la magia d’una metamorfosi giusta e giustiziera. Finalmente «Ninetta», finalmente «Ninetta», femmina per istinto brutale di ragazzotti accaldati, finalmente «Ninetta», scartocciata dal suo non maschio maschile.
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