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Archivio per 8 luglio 2012

La Grande Guerra del soldato Cassenti/3

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Chiamata alle armi

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Seguitava il richiamo delle classi, la guerra infieriva ovunque, si sentiva dire dei primi decessi di soldati e di molti feriti che avevano raggiunto gli ospedali.

Le posizioni nei combattimenti venivano perse e riconquistate, si alternavano le forze in prima linea. Della fine non se ne parlava affatto, anzi eravamo ancora all’inizio.

Il 10 ottobre di quell’anno che vide la morte di mio sorella Maria, venne chiamata alle armi anche la mia classe. Fui precettato. Presentatomi alla visita d’idoneità, qualcuno mi favorì, fui inviato in licenza di convalescenza di duecento giorni e restituito alla mia famiglia e al mio lavoro.

Terminati i 200 giorni mi ripresentai a visita e dichiarato idoneo. Fui favorito, come unico figlio maschio, e assegnato al 5° Reggimento Fanteria a Girgenti (Agrigento) in maniera di potere stare sempre vicino alla famiglia. Raggiunsi subito la destinazione dopo avere promesso a mio padre che non avrei indossato alcun grado, perché si diceva in giro che la maggioranza di morti al fronte erano graduati perché gli Austriaci ne facevano preferito bersaglio.

L’indomani indossai quella divisa che fino a 32 anni non avevo ancora indossato. La divisa era composta da: un berretto, una giacca, un pantalone.

I pantaloni della divisa che mi diedero li avrebbe potuto indossare uno più grande e grosso di me il doppio, li rimboccai due volte per la gran lunghezza. Anche il berretto mi stava grande e copriva gli orecchi. La giubba aveva anche funzione di paltò! Se la parola cafone pare ironica comunque mi descriveva alla perfezione e io mi ci sentivo cafone mentre nuotavo dentro quegli indumenti.

Ero una recluta. Sconoscevo ogni norma di vita militare. Mi sentivo come un pesce fuori dall’acqua perchè in quell’ambiente non conoscevo nessuno. Tuttavia non mi perdetti d’animo, l’importante era prima di tutto stare, anche se non definitivamente, il più possibile vicino alla mia famiglia che aveva bisogno del mio lavoro, non bastavano solo le braccia di mio padre Giuseppe nè l’aiuto di mia madre Carmela Mantione per andare avanti. Io ero l’unico maschio e dovevo pensare alle mie sorelle Giuseppina, Anna e Giulietta.

Il bello di questa nuova vita fu che, assegnato alla 3^ Compagnia, alla sveglia della prima mattina, un analfabeta caporale, senza preamboli, mi chiamò: “Dì recluta, veni con me”. Lo seguii, mi fece prendere una grossa rete di corda e assieme ad altri soldati uscimmo fuori dalla caserma, da loro appresi ch’era il Caporale di Giornata. Arrivammo in un forno e in quel retone che portavo venne messo un certo numero di pagnotte. Me lo caricarono addosso e mi toccò fare il somaro fino alla caserma con tutte quelle pagnotte sulle spalle.

Appena arrivato in caserma fu la volta di un altro Caporale, più analfabeta del primo, che mi chiamò, mi fece prendere una ramazza e senz’altro: “Dì recluta, ramazza questa camerata e questo corridoio”.

Prima della libera uscita, ancora il primo caporale mi diede uno straccio e mi fece pulire tutti i vetri della camerata. E io che in vita mia semmai avevo ricevuto qualche ordine solo da aristocratici o industriali, me la presi tanto a male, specialmente perché chi mi comandava era zotico e aveva almeno 10 anni meno di me.

La notte meditando, ruppi il giuramento fatto alla famiglia che non avrei mai indossato i gradi. Presi la decisione di  ricorrere ai gradi o cercare d’imboscarmi in qualche ufficio, ma non potevo e non dovevo sottostare a dei minorenni e per di più analfabeti. Non me la sentivo.

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PUNTATE PRECEDENTI

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A brandelli per infime strade

La Redazione ringrazia kenna eitt við per aver regalato ai lettori del blog il suo 100° post

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ISOTOPI O IDENTITA’ … CHIMICHE?

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Ognuno di noi sa e conosce i principi ed i valori cui ispira la propria vita. Ognuno di noi sa cosa è, in cuor suo, ciò che è giusto distinguendolo da ciò che è sbagliato. Ognuno di noi magari discerne in maniera diversa, ma in ognuno è vivo e presente il proprio limite nel pensare, nell’agire, nell’essere.

Sulla scorta di ciò, e in conseguenza, ognuno di noi dovrebbe agire in modo da non oltrepassare i limiti ed i paletti imposti dalla propria coscienza, comportarsi in maniera consona a quanto si pensa e si dice, aborrire le distorsioni comportamentali che deviano da ciò che è considerato giusto.

A volte, però, alcuni di noi si trovano a pensare, agire e comportarsi in maniera diversa dai dettami della propria coscienza; le motivazioni sono le più varie e, a volte, anche “valide”. Si va dal mero interesse personale e speculativo al piacere cui non si intende, o non si è capaci, rinunciare, alla voglia di uscire fuori dagli schemi, al piacere di esaudire, anche attraverso un solo momento, la necessità di estraniarsi dal mondo reale per viverne uno che sappia, anche se effimero, soddisfare i bisogni cui tutti sottostiamo.

Tutti però (siamo dell’opinione che non esista gente … ingenua) ci accorgiamo di quanto e di quando il nostro pensare e il nostro dire si discosta dal nostro fare e allora come facciamo? Semplice, basta prestare la propria coscienza al nostro “alter”, invocato e trovato per mutuo soccorso, delegandolo a caricarsi dell’onere del nostro agire, dei nostri pensieri, dei nostri voleri.

A volte quell’alter lo ritroviamo in noi stessi, altre volte utilizziamo le controfigure (umane, in carne ed ossa) a cui prestare la coscienza. Personalità che si sdoppiano per renderci più comoda la vita, capaci di giustificare a noi stessi il nostro agire ritenuto sbagliato, al di fuori dai principi e dai paletti.

Un puzzle da comporre e scomporre: pezzi, tessere che se presi da soli non servono a niente, ma se accoppiati formano un intero, un mosaico.

Diversi tra loro, ma complementari, differenti e nello stesso tempo uguali. Le loro facce le distingui, le loro anime potresti dipingerle in una sola, ipocrita, uguale e monotona pennellata fatta di colori sfocati, di tinte improbabili, di tonalità stridenti eppure prepotentemente e maleficamente presenti.

Identità connotate da mirabile aristocratica apparenza, identità volgarmente plateali, ma perfidamente nascoste da ombre sfavillanti.

Identità che si inseguono, che percorrono insieme brandelli di infime strade.

Anime che si trovano, che si riconoscono anche tra foschi e oscuri tragitti.

Scampoli di coscienze che si abbracciano per indegne occasioni, ritagli di umano, avanzi e cocci di persone. Possono ingannare l’occhio solo le sembianze, possono ingannare l’occhio, ma non chi li osserva o chi, per sbaglio o per sventura, nella vita li ha incrociati.

Non orchidee, pratoline, gigli, azalee o quiete mammole di prato, ma cicuta, oleandri, ranuncoli e velenosi vischi.

Non Le quattro stagioni di Vivaldi, non la Turandot di Puccini, non la Traviata di Verdi, ma un unico, sordo, inflessibile, stonato e storpiato rumore; un grido corale all’unisono di inganni, di malefatte, di struggenti, drammatiche e a volte perfino tragiche bugie.

Schegge che ritrovano vigore non appena si sfiorano, schegge di un unico, appannato, colpito, frantumato specchio. Come fili invisibili e indipendenti della stessa ragnatela, come fili sottili, ma stretti e uniti per solidi tranelli.

L’insieme non lo vedrai mai, il mosaico non è possibile ammirarlo, il giardino non potrai mai scorgerlo, il suono mai sentirlo, lo specchio mai ricomporlo; forse la ragnatela riuscirai ad intravederla, tra la polvere e il letame, forse riuscirai ad individuare i fili invisibili tra luci ed ombre, forse …,  ma i tranelli, quelli si, eccome se li riconoscerai: chiari, lampanti e rilucenti e, senza dubbio alcuno, allora distinguerai nitidamente i lineamenti di chi li ha tramati.

Tra pessimi: legami vantaggiosi.

Kenna, luglio 2012

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In ricordo di Lupo

UN CANE NEL CUORE

di Alfonso Cipolla

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Dove sei che più non ti rivedo?

Giaci steso in quella cunetta.

Coi denari d’argento

la luna ti tenta.

La testa color della carta,

il sole ti brucia.

Il vento disperde i tuoi resti.

Una cagna alza latrati

ti cerca e ti piange…

domandano di te i bambini

con cui per strada giocavi…

Lupo,

torna ansante dopo la corsa

a leccarmi le mani.

Dove sei?

Di te è rimasto

solo un pugno di ossa?

Quattro putridi vermi?

Cento mosche color della speranza?

Non posso crederlo.

Accanto ti si snoda silenziosa

una carovana di formiche,

sei morto senza bara nè tomba,

ma come quelli che furono uomini,

ti dissolvi,  svanisci.

Dove?

Sì, dove andate?

dove vi fermate?

Quando ritornate?

Mani pietose

han rimosso la tua carcassa,

non sarai più pasto d’uccelli

e fetore per l’aria.

Mi ricorderò di te

quando verranno la cicala stonata

e i grilli nei campi assolati.

Sei sparito in una fiammella di fosforo

che mai si spegnerà

come il tuo ricordo dentro di me.

E non sarai mai morto.

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lirica composta nel 1964

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Come siamo umani noi!

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Le 17 ragazze di Pagano

Un commento originale (spero) in margine al buon successo del film “17 Ragazze”

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Alessandro Pagano

 Legalità, Responsabilità e Carità.

di Alessandro Pagano

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C’è un abuso del termine legalità. Non c’è ambiente che ormai non ne parli, ma bisogna intendersi bene sul significato di questa parola. Ritengo che la legalità debba avere alcuni requisiti:

1. La legalità si deve coniugare con la responsabilità.

Solo una contemporanea responsabilità verso se stessi e verso gli altri, infatti, garantisce una vera giustizia sociale. In altre parole, i diritti o meglio si potrebbe dire, la dignità verso gli altri si esercita solo se si fa il proprio dovere. Un po’, tanto per fare un esempio come quando ci si ferma al semaforo rosso. Solo così la circolazione stradale è fluida e sicura, consentendo a chi ha il verde di poter passare liberamente ed in sicurezza. In assenza di rispetto del proprio dovere-obbligo, la circolazione dei mezzi diverrebbe caotica, se non addirittura pericolosa.

2. La legalità vale sempre, anche per le cose che apparentemente sembrano di piccolo spessore.

Quando la società accetta o tollera le piccole illegalità, la coscienza si intorpidisce e si auto-giustifica. I ragazzi “pizzicati” a deturpare i muri esterni ed interni (talvolta anche di scuole), o gli adulti rimproverati da qualche raro vigile urbano zelante quando buttano a terra le cicche delle sigarette, spesso si giustificano con la abusata, quanto terribile frase, “così fan tutti”. Fra l’altro questo atteggiamento remissivo verso le piccole illegalità produce nelle persone positive e di buona volontà, una sfiducia deleteria: “ E’ inutile intervenire, dicono costoro, perché tanto le cose non cambiano”. Anticamera questa per successive grandi illegalità.

3. La legalità va coltivata in tutti, soprattutto nei giovani.

I giovani hanno il cuore intrepido e tendono a non essere conformisti. Ecco perché bisogna instillare in loro atteggiamenti, ideali e pensiero forte. La “ribellione positiva” nei giovani, infatti, va coltivata perché solo da loro può nascere il cambiamento sociale.

Vale la pena a questo punto recensire un film che al recente Festival di Cannes ha avuto una grande accoglienza, confermata anche da un premio importante al 29° Torino Film Festival.

Il film è francese, delle sorelle Delphine e Muriel Coulin e dire che è coraggioso, è dire poco. Si intitola “17 Ragazze” ed è tratto da una storia vera accaduta in Massachusetts (USA) nel 2008.

Una liceale rimane incinta e sulla scia dell’andazzo comune e della cultura dominante riceve pressioni per abortire. Partner, genitori, bidelli, tutti a spingerla a togliere di mezzo quella vita che le pulsava dentro. La pressione su di lei è inaudita, ma Camille (questo è il nome nel film), tra l’amore per il suo bimbo e la voglia di ribellarsi al conformismo progressista, trova la forza per dire no all’aborto. E così pian piano comincia un opera di contestazione e di reazione verso il suo ambiente. Lei è così forte e originale che pian piano tutte le 16 compagne di classe per solidarietà decidono consapevolmente di restare incinte, di avere un figlio e di crescerlo aiutandosi fra loro, possibilmente in modo differente da come sono state cresciute loro stesse.

La gravidanza delle 17 minorenni procede dunque contemporaneamente, lasciando interdetti la comunità e le autorità scolastiche, che non trovano ragioni né spiegazioni. In un’epoca in cui per una donna trovare “in coscienza” le condizioni ideali per avere un figlio è un impresa titanica, osservare che non una, ma diciassette ragazzine minorenni abbiano avuto sufficiente “incoscienza” per farlo, è fattore che deve fare riflettere.

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Buffon contento!

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 6,1-6

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Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono.
Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».
E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì.
E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.

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