La Grande Guerra del soldato Cassenti/3
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Chiamata alle armi
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Seguitava il richiamo delle classi, la guerra infieriva ovunque, si sentiva dire dei primi decessi di soldati e di molti feriti che avevano raggiunto gli ospedali.
Le posizioni nei combattimenti venivano perse e riconquistate, si alternavano le forze in prima linea. Della fine non se ne parlava affatto, anzi eravamo ancora all’inizio.
Il 10 ottobre di quell’anno che vide la morte di mio sorella Maria, venne chiamata alle armi anche la mia classe. Fui precettato. Presentatomi alla visita d’idoneità, qualcuno mi favorì, fui inviato in licenza di convalescenza di duecento giorni e restituito alla mia famiglia e al mio lavoro.
Terminati i 200 giorni mi ripresentai a visita e dichiarato idoneo. Fui favorito, come unico figlio maschio, e assegnato al 5° Reggimento Fanteria a Girgenti (Agrigento) in maniera di potere stare sempre vicino alla famiglia. Raggiunsi subito la destinazione dopo avere promesso a mio padre che non avrei indossato alcun grado, perché si diceva in giro che la maggioranza di morti al fronte erano graduati perché gli Austriaci ne facevano preferito bersaglio.
L’indomani indossai quella divisa che fino a 32 anni non avevo ancora indossato. La divisa era composta da: un berretto, una giacca, un pantalone.
I pantaloni della divisa che mi diedero li avrebbe potuto indossare uno più grande e grosso di me il doppio, li rimboccai due volte per la gran lunghezza. Anche il berretto mi stava grande e copriva gli orecchi. La giubba aveva anche funzione di paltò! Se la parola cafone pare ironica comunque mi descriveva alla perfezione e io mi ci sentivo cafone mentre nuotavo dentro quegli indumenti.
Ero una recluta. Sconoscevo ogni norma di vita militare. Mi sentivo come un pesce fuori dall’acqua perchè in quell’ambiente non conoscevo nessuno. Tuttavia non mi perdetti d’animo, l’importante era prima di tutto stare, anche se non definitivamente, il più possibile vicino alla mia famiglia che aveva bisogno del mio lavoro, non bastavano solo le braccia di mio padre Giuseppe nè l’aiuto di mia madre Carmela Mantione per andare avanti. Io ero l’unico maschio e dovevo pensare alle mie sorelle Giuseppina, Anna e Giulietta.
Il bello di questa nuova vita fu che, assegnato alla 3^ Compagnia, alla sveglia della prima mattina, un analfabeta caporale, senza preamboli, mi chiamò: “Dì recluta, veni con me”. Lo seguii, mi fece prendere una grossa rete di corda e assieme ad altri soldati uscimmo fuori dalla caserma, da loro appresi ch’era il Caporale di Giornata. Arrivammo in un forno e in quel retone che portavo venne messo un certo numero di pagnotte. Me lo caricarono addosso e mi toccò fare il somaro fino alla caserma con tutte quelle pagnotte sulle spalle.
Appena arrivato in caserma fu la volta di un altro Caporale, più analfabeta del primo, che mi chiamò, mi fece prendere una ramazza e senz’altro: “Dì recluta, ramazza questa camerata e questo corridoio”.
Prima della libera uscita, ancora il primo caporale mi diede uno straccio e mi fece pulire tutti i vetri della camerata. E io che in vita mia semmai avevo ricevuto qualche ordine solo da aristocratici o industriali, me la presi tanto a male, specialmente perché chi mi comandava era zotico e aveva almeno 10 anni meno di me.
La notte meditando, ruppi il giuramento fatto alla famiglia che non avrei mai indossato i gradi. Presi la decisione di ricorrere ai gradi o cercare d’imboscarmi in qualche ufficio, ma non potevo e non dovevo sottostare a dei minorenni e per di più analfabeti. Non me la sentivo.
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