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Archivio per 29 giugno 2012

Angurie per tutti… i tedeschi!

L’ITALIA SURCLASSA LA GERMANIA E VA IN FINALE

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Con due goals di Balotelli, li abbiamo fatti neri i biondi tedeschi, tutti birra e patate.

E se le patata teutonica ha perso, ha vinto l’anguria, il frutto che porta in sè il tricolore verde-bianco-rosso.

Il REgista Pirlo ha dominato ancora una volta il terreno di gioco, ma sono stati tutti bravi, bravissimi.

Prandelli poi le sta azzeccando tutte smentendo, gara dopo gara, quanti vedevano o s’auguravano la nostra nazionale a… brandelli.

Ora ci attende la Spagna per la finalissima. Una squadra di torelli da matare. Speriamo di non venire incornati e non ritornare scornati.

Ma comunque vada è stato già un successo per il bel gioco mostrato al mondo.

Tutto o.k. meno 1. Il nostro numero uno, il grande portiere Buffon che ha abbandonato il campo in una nuvola di nervosismo. Troppo per 1 come lui.

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La bimba e la capretta

La misteriosa sintonia con Peppinedda

di Giovanna Giordano

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Ho conosciuto nella mia vita molti uomini e donne ma anche animali. Cane, gatto, cavallo, merlo, passero, avvoltoio, tartaruga ma ancora ho negli occhi la mia capra in campagna a Gesso.

Era bianca e nera e senza corna. Una capra di razza olandese che mio nonno, Placido Grillo, aveva comprato per quel latte denso e salato che fa bene ai bambini e quindi a me, sua nipote. Vivevo a Milano nove mesi l’anno fra la nebbia e al freddo e poi in campagna vivevo un’altra vita. Uva, fichi, pesche giganti, susine, cipressi, papere, galline, la volpe, la granita, lo scirocco ma soprattutto lei, Peppinedda, con l’occhio così nero che non vedevo il fondo. La lingua rossa e morbida, i denti lunghi, abituati a ruminare come quelli del cammello, verdi alla fine della giornata per erba e germogli che masticava di continuo.

Lei non parlava la mia lingua e io neppure la sua, però ci capivamo. C’era una sintonia misteriosa fra capra e bambina. Correvamo insieme, le sbucciavo i pinoli a uno a uno perché le piacevano, mi leccava la mano e la tenevo al guinzaglio, con un vecchio collare da pastori e scalavamo le colline senza mai cadere. La mattina iniziava con il suo latte denso e il pane abbrustolito e a pranzo la ricotta che mia nonna preparava calda con un rametto di fico. Anche la sera a cena mangiavo un po’ di lei e, quando iniziavano a cantare i grilli, c’era il “bianco mangiare” con la buccia di limone appena raccolto che galleggiava nel bianco come una canoa gialla.
Cercavo di mungerla ma avevo paura di farle male e invece lo faceva mio nonno e cercava di spiegarmi come. Però ricordo le sue mammelle color crema con le macchie grigie e la sensazione ricca sotto le mani che quello che toccavo era la vita.

Parlavo ore con lei e le raccontavo tutto e mi dimenticavo degli altri quando andavamo insieme alla pineta. Già, gli altri, non me ne importava molto dei grandi quando lei silenziosa mi seguiva. Oppure ogni tanto mi toccava inseguire lei e anche fermarla se mangiava troppa uva. Quanta fame che aveva. E com’era allegra. Solo quando nasceva un capretto la nostra unione sembrava finita. Aveva attenzione e lingua e colpi di muso solo per lui, il suo neonato. Allora non capivo perché ma ora so che anche per una donna, quando ha un neonato nelle braccia, il resto ha poca importanza. Interessa solo il cucciolo. Quando la spazzolavo mi diceva grazie nella sua lingua di capra. Se qualcuno la disturbava dava calci ma a me dava solo dolci colpi di muso sulla pancia. Così vicine capra e bambina, così intime, così amiche senza parole.
Quelle erano estati piene di sapori e di energia, la vita era una corsa e nel cielo di notte c’erano vapori di lucciole. La mia capra è morta una notte d’inverno forse di parto quando ero a Milano. Ancora adesso sento il dolore del vuoto che ha lasciato. Una capra?, può dire qualcuno. Sì, una capra, dico.

giovangiordano@yahoo. it

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Mamma “coraggio” salva il figlio dalla tossicodipendenza

di Giusy Costanza
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Gela. Il coraggio e l’amore di una madre le uniche armi per salvare il proprio figlio dalle droghe. Una piaga sociale a cui tanti fanno fronte e per farlo Marilena Greco “mamma coraggio” dice no a qualsiasi tipo di droga. “Io e il padre di Emanuele siamo separati ma uniti dalla voglia di salvare nostro figlio. Combattiamo insieme.

Ci si separa dal marito ma il vincolo di genitore resta indissolubile- dice Marilena Greco- Il calvario mio, di mio figlio e di tutta la famiglia è iniziato, quando Emanuele era ancora minorenne, i suoi problemi risalgono ad almeno sei anni fa. In città non vi è una struttura idonea che aiuti questi ragazzi. Spesso noi genitori fatichiamo a prendere consapevolezza del fatto che dietro i figli ci sia qualcosa di grave e brutto, non ci si capacita che si arrivi a tanto- continua la madre coraggio-   i primi sintomi sono stati i cambiamenti di umore repentini che Emanuele aveva, era diventato apatico ed irascibile, non era più capace di ragionare era come se avesse qualcosa interiormente che lo comandasse.

E’ scattato immediato il dramma mio e del padre quando abbiamo scoperto nostro figlio immerso nelle droghe e li il senso di colpa è stato inevitabile. Emanuele era diventato schiavo di questa maledetta bestia. Tutto è iniziato dalla così detta canna, molti dicono che la canna non sia nulla ma la mia ricerca mi ha fatto capire che non esistono droghe buone o cattive, non esistono droghe di serie a ,o serie b, tutte portano alla rovina”. “ Mio figlio ha avuto due ricoveri coatti in psichiatria, dove ci siamo ritrovati a ricoverare un tossicodipendente in un centro per malati di mente -continua Greco-  la droga rende schiavi ed inutili. Ho visto Emanuele cambiare giorno per giorno non potendo aiutarlo, inerme. Mi sono trovata a combattere contro tutta la mia famiglia perché tutti credevano a lui che aveva costruito un castello di bugie.

Mio figlio mi vedeva come ostacolo perché ero l’unica che lo fronteggiavo. Dopo il tortuoso cammino arriva, l’entrata nella comunità di Don Pierino Gelmini. Nel 2011 aveva già fatto il suo ingresso ma dopo 53 giorni è voluto tornare a casa. Questo l’ha catapultato nuovamente nel suo vecchio mondo. Adesso sono tre mesi che Emanuele è nuovamente nella comunità ed è come se fosse avvenuta una vera e propria rinascita. La disperazione di noi familiari ci ha spinti a fare delle ricerche che ci hanno indotto a scegliere questa comunità che non utilizza farmaci per aiutare i ragazzi l’unica medicina è l’amore- continua la madre dell’ex tossicodipendente- Spero che la mia testimonianza serva ad altri genitori a prendere consapevolezza e non rimanere soli. C’è sempre un abbraccio per voi, da chi meno ve l’aspettate. Io per esempio l’ho trovato nella comunità “incontro”. L’amore vince il potere della droga. La forza dell’amore è indistruttibile. Se qualcuno volesse essere indirizzato io non negherei certo il mio aiuto”.

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L’Amato dimezzato

SI TAGLI LA PENSIONE DEL SUPER COMMISSARIO

di Guglielmo Potenza

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Consigli antisprechi: non prendete Giuliano Amato e tagliategli del 50% le sue pensioni.

Vivrà ugualmente senza pensieri.

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Ragna rognosa

Sesso violento

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Il ragno dalla schiena rossa (Latrodectus hasselti) gira indisturbato nelle aeree urbane dell’Australia, ma è soprattutto l’incontro con la femmina a dover essere temuto visto che è solo il suo morso a essere pericoloso.

Lo stesso maschio pur desiderando l’incontro con la femmina deve stare molto attento nel proporsi visto che lei può scambiarlo per una preda e mangiarselo.

D’altronde anche l’accoppiamento tra i due non è privo di rischi per il maschio che nella maggior parte dei casi non vi sopravvive: la compagna, infatti (la più grande, nella foto), durante l’amplesso digerisce lo stomaco del maschio spruzzandogli sopra i suoi succhi gastrici.

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