
La misteriosa sintonia con Peppinedda
di Giovanna Giordano
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Ho conosciuto nella mia vita molti uomini e donne ma anche animali. Cane, gatto, cavallo, merlo, passero, avvoltoio, tartaruga ma ancora ho negli occhi la mia capra in campagna a Gesso.
Era bianca e nera e senza corna. Una capra di razza olandese che mio nonno, Placido Grillo, aveva comprato per quel latte denso e salato che fa bene ai bambini e quindi a me, sua nipote. Vivevo a Milano nove mesi l’anno fra la nebbia e al freddo e poi in campagna vivevo un’altra vita. Uva, fichi, pesche giganti, susine, cipressi, papere, galline, la volpe, la granita, lo scirocco ma soprattutto lei, Peppinedda, con l’occhio così nero che non vedevo il fondo. La lingua rossa e morbida, i denti lunghi, abituati a ruminare come quelli del cammello, verdi alla fine della giornata per erba e germogli che masticava di continuo.
Lei non parlava la mia lingua e io neppure la sua, però ci capivamo. C’era una sintonia misteriosa fra capra e bambina. Correvamo insieme, le sbucciavo i pinoli a uno a uno perché le piacevano, mi leccava la mano e la tenevo al guinzaglio, con un vecchio collare da pastori e scalavamo le colline senza mai cadere. La mattina iniziava con il suo latte denso e il pane abbrustolito e a pranzo la ricotta che mia nonna preparava calda con un rametto di fico. Anche la sera a cena mangiavo un po’ di lei e, quando iniziavano a cantare i grilli, c’era il “bianco mangiare” con la buccia di limone appena raccolto che galleggiava nel bianco come una canoa gialla.
Cercavo di mungerla ma avevo paura di farle male e invece lo faceva mio nonno e cercava di spiegarmi come. Però ricordo le sue mammelle color crema con le macchie grigie e la sensazione ricca sotto le mani che quello che toccavo era la vita.
Parlavo ore con lei e le raccontavo tutto e mi dimenticavo degli altri quando andavamo insieme alla pineta. Già, gli altri, non me ne importava molto dei grandi quando lei silenziosa mi seguiva. Oppure ogni tanto mi toccava inseguire lei e anche fermarla se mangiava troppa uva. Quanta fame che aveva. E com’era allegra. Solo quando nasceva un capretto la nostra unione sembrava finita. Aveva attenzione e lingua e colpi di muso solo per lui, il suo neonato. Allora non capivo perché ma ora so che anche per una donna, quando ha un neonato nelle braccia, il resto ha poca importanza. Interessa solo il cucciolo. Quando la spazzolavo mi diceva grazie nella sua lingua di capra. Se qualcuno la disturbava dava calci ma a me dava solo dolci colpi di muso sulla pancia. Così vicine capra e bambina, così intime, così amiche senza parole.
Quelle erano estati piene di sapori e di energia, la vita era una corsa e nel cielo di notte c’erano vapori di lucciole. La mia capra è morta una notte d’inverno forse di parto quando ero a Milano. Ancora adesso sento il dolore del vuoto che ha lasciato. Una capra?, può dire qualcuno. Sì, una capra, dico.
giovangiordano@yahoo. it
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