Il patron dell’Inter: «Vediamo se la Figc cadrà nella provocazione».
Abete: «Farò rispettare le regole». Che non ci sono
Come nei cartoni animati, le stelline (della Juve) fanno girare la testa. Rabbia o gioia che sia. «La terza stella alla Juve non sta né in cielo né in terra», sbuffa qualche consigliere federale. «Mi sembra una provocazione», commenta il presidente dell’Inter Massimo Moratti. Giancarlo Abete s’affida nuovamente al codice diplomatico: «Il campionato è ancora aperto – ripete il presidente della Figc – e questa non è una riflessione attuale. Anche perché nessuno ce l’ha posta. E comunque, qualora succedesse, la Federcalcio farà applicare le regole a 360 gradi». Il dubbio, però, è che in questo caso, più del regolamento c’entri la prassi: quella che avviò Umberto Agnelli, papà di Andrea, nel 1958 quando s’inventò la stella per indicare il decimo scudetto bianconero. Intuizione di successo, poi utilizzata ovunque. Nel caso, dunque, come proibirla? Sarebbe un po’ come lo scudetto 2006, irrevocabile secondo il consiglio Figc: non si può vietare una medaglia senza avere il potere di conferirla.
Sull’eventuale petto stellato, ufficialmente Agnelli non si è ancora espresso: «È abitudine di casa Juve affrontare i problemi quando si creano», ripete il presidente bianconero. L’«orgoglio gobbo» l’ha però già espresso Pavel Nedved, consigliere di amministrazione del club: «La terza stella? Al cento per cento. Ne abbiamo ventinove, e ventinove più uno fa trenta». Ecco, è il conto degli scudetti, ovviamente, che fa incavolare la concorrenza. Ancora di più se i bianconeri mettono a bilancio quello del 2006, che la giustizia sportiva ha incollato nell’album dell’Inter. Difatti, Moratti non ha preso benissimo l’ipotesi: «Vediamo se la Figc accetta la provocazione, a quel punto liberi tutti, è questione di buon senso», della Juve s’intende. E ancora, aggiunge il numero uno interista uscendo dall’assemblea degli azionisti della Saras: «È una cosa che ha poca logica, per il momento mi sembra solo una provocazione». Su questo, le società restano su opposte trincee, e chissà quanto durerà la disfida. Quegli scudetti, ognuno li rivendica: l’Inter ha quello che gli è stato consegnato, dopo confisca alla Juve, e sente suo pure l’altro (2005), moralmente. Idem il club bianconero, e tutti i giocatori che, in quelle due stagioni, indossarono la maglia della Juve: «Quei titoli li abbiamo vinti sul campo». La società li ha sempre rivendicati, di più da quando s’è issato al comando Agnelli. «Andremo fino in fondo», ha ripetuto, in ogni sede. Nell’attesa, ha stampato quei titoli nell’albo d’oro del bilancio e li ha affissi sulle pareti del nuovo stadio. Perché fosse chiaro, con quelli la Juve aveva aperto la cerimonia di inaugurazione della sua nuova casa, a settembre: presente il conto alla rovescia con i ventinove scudetti? Davanti alle tribune stipate di tifosi, certo, ma dove pure s’accomodavano Abete e Petrucci, e quasi tutto il calcio.
Nulla contro le regole, sembra, per guardarla dalla prospettiva della Federazione, anche se verranno altre battute e bisticci. La scelta di appuntarsi una stella dorata ogni dieci scudetti è nulla più di una consuetudine, Sui regolamenti, di Figc e Lega calcio, neppure c’è. L’inventore fu appunto Umberto Agnelli che nel 1958 decise di onorare la conquista del decimo scudetto della Juve con questa scelta grafica. E così si continuò. In altri Paesi, invece, l’uso delle stellette è disciplinato. In Germania, per esempio, dove dal 2004 la Deutsche Fußball Liga, che gestisce i primi due livelli della Bundesliga, inaugurò i «Verdiente Meistervereine», letteralmente il «riconoscimento per squadre vincitrici»: hanno diritto a una, due, tre, quattro stelle, i club che hanno vinto tre, cinque, dieci o venti titoli. Dunque, una scelta ufficiale. Ci fu battaglia anche là: quando la Dinamo Berlino, club di quarta divisione tedesca, chiese alla Federazione di applicare tre stelle sullo stemma, visti i dieci titoli vinti nel campionato dell’allora Germania Est. La federazione non diede nessuna risposta in merito, incompetente diremmo da queste parti, e la Dinamo decise di mettersi lo stesso sul petto le stelle. Seguì dibattito e compromesso: una stella a chi aveva vinto campionati nel torneo al di là del muro. Qui pare restare in piedi quello di Calciopoli.









