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Archivio per 29 aprile 2012

رأس الحية … Rasalhague

I VENDITORI AMBULANTI NOSTRANI

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Molto spesso ci siamo soffermati ad ascoltare i nostri venditori ambulanti di frutta e verdura che, quotidianamente, circolano per le strade del paese; ascoltare le voci che provengono dall’intimo comune, prestare attenzione ai suoni e rumori, o odori e profumi, può essere un esperienza suggestiva per chi intende la vita del paese come un dare ascolto al proprio sentire. Naturalmente non ci aspettiamo che tutti abbiano provato questo tipo di emozione, che risulta essere un piacevole viaggio perfino nei meandri più dimenticati, o mai vissuti, della memoria.

In uno di questi percorsi, soffermandoci ad ascoltare il vivace e colorito richiamo dei mercanti, ci siamo sentiti catapultati immediatamente in contesti lontani da noi, lontani per distanza fisica, ma vicini per reminiscenze di tradizioni, ataviche usanze, memorie e pezzi di civiltà e dominazioni che ancora sopravvivono. Gli ambulanti, ancora oggi, ricordano il richiamo del muezzin dal minareto o il vociare di un suk arabo.

Riteniamo che il risultato del nostro essere milenesi, o più in generale siculi, sia da attribuire alla miscela di culture che col tempo sono passate da questa terra, la nostra lingua in primis, il nostro carattere, le nostre sembianze fisiche, insomma un mix che ci ha consegnati al 2012 quelli che siamo. Riteniamo che anche i nostri modi di fare siano stati influenzati dai diversi apporti, non dimentichiamo il nostro unico e particolare gesticolare tipico del meridione, e probabilmente anche il nostro modo di parlare o addirittura gridare.

Ancora oggi si preferisce alzare il tono, un po’ come gli ambulanti per farsi sentire; naturalmente la colpa o il merito non è esclusivamente dei nostri cugini Arabi, molto spesso dipende dai soggetti che intendono lo strillo un metodo di convinzione altrui. Convinzione appunto; i venditori oggi come allora usano la voce, il tono elevato per far si che la gente esca ad acquistare i prodotti a vendere.

La parola come mezzo persuasivo, il canto come il richiamo delle sirene per Ulisse … .

Oggi gli onesti venditori li sentiamo al mattino … gli altri, quelli che non vendono ortaggi o primizie, purtroppo li siamo costretti a sentirli in altri momenti; sono i cosiddetti venditori autorizzati di fumo, quelli che puntualmente vogliono venderti le proprie idee e giocano a ribassare quelle degli altri, quelli che per combattere la concorrenza ritengono trattare l’altro come sprovveduto e pensano di poter emergere annullando il prossimo.

Questi venditori sono abitué del tentativo di valorizzare se stessi screditando i propri amici, i propri colleghi o più semplicemente chiunque passi accanto alla propria ombra: in pratica tutti.

Parlano, chiacchierano, gesticolano, toccano, si dimenano, strisciano sempre e solo per convincere gli astanti delle proprie ragioni; molte volte alzano il tono per incidere e scolpire il ricordo di se stessi, imprimere nella memoria l’immagine falsa che puntualmente propongono a chi non li conosce a fondo. Soggetti per niente “sottintesi”, ma evidenti, visibili che vogliono essere sempre, comunque e dovunque, “intesi”, che “intendono” stare sempre sulla cresta dell’onda, che “intendono” la cosa pubblica per pochi intimi, che “intendono” il dirigere e l’amministrare in maniera spirituale, interiore, confidenziale: privata.

Parlano troppo, chiacchierano sfrenatamente, ragionano smodatamente, cicalano più del dovuto, discutono eccessivamente di tutto solo per arrivare alla meta dei propri interessi, confondono vita pubblica e vita privata, egoismo con altruismo; in realtà disprezzano chi ha idee diverse, ma intanto li portano al bar a bere assieme dissimulando perfino il rancore, quando non addirittura siedono alla stessa tavola per partecipare all’ipocrita spettacolo conviviale.

Il troppo, lo sfrenatamente, lo smodatamente, il più del dovuto, l’eccessivamente purtroppo arriva sempre al destinatario, in un modo o nell’altro, giunge alle orecchie di chi è stato oggetto e soggetto  di superflue attenzioni … in un modo o nell’altro.

I moderni ambulanti della parola sono pregati di smettere di incantare i serpenti, oppure salgano sul minareto, radunino la folla e parlino onestamente … se ne ricordano il significato.

 

السلام عليكم

As-salam alaikum

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Paura del Grillo Sparlante

Un grillo contro i Maciste

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Le accaldate dichiarazioni dei politici su Beppe Grillo sono uno spettacolo impagabile, da scompisciarsi. Tutti contro uno, come contro la Lega delle origini. Sono talmente terrorizzati da non notare la ridicolaggine di un’intera classe politica, seduta su 2,5 miliardi di soldi pubblici camuffati da rimborsi, padrona del governo e del Parlamento nonché di tutti gli enti locali, ben protetta da Rai, Mediaset e giornaloni, infiltrata in banche, assicurazioni, aziende pubbliche e private, Tav, Cl, P2, P3, P4, ospedali, università, sindacati, coop bianche e rosse, confindustrie, confquesto e confquello che strilla come un ossesso contro un comico e un gruppo di ragazzi squattrinati, magari ingenui, ma armati solo delle proprie idee e speranze.

Il presidente della Repubblica che commemora la Liberazione dal nazifascismo lanciando moniti, anzi anatemi contro un comico (“il qualunquista di turno”), è cabaret puro. Dice che “i partiti non hanno alternative”: ma quando mai, forse per lui che entrò in Parlamento nel’53 senza più uscirne. Tuona contro l’“antipolitica” (e ci mancherebbe pure, vive di politica da 60 anni). Ma non si accorge che nessuno ha mai delegittimato i partiti e la politica quanto lui, che sei mesi fa prese un signore mai eletto da nessuno, lo promosse senatore a vita e capo di un governo con una sola caratteristica: nessun ministro eletto, tutti tecnici più qualche politico travestito da tecnico. E non se ne avvedono neppure i giornaloni che dedicano all’ultimo monito pensosi editoriali dal titolo “Il tempo è scaduto”. Se un comico parla del capo dello Stato e lo sbeffeggia, è normale, mentre non s’è mai visto un capo dello Stato che parla di un comico, per giunta neppure candidato, per dirgli quel che deve fare o dire. Napolitano contro Grillo è roba da “Totò contro Maciste”.

Ma il meglio, come sempre, lo danno i partiti. Anche una personcina ammodo come Guido Crosetto del fu Pdl riesce a dire che Grillo gli ricorda“il fascismo”, anzi “il razzismo”, anzi “il nazifascismo”, anzi “Goebbels” in persona. Le pazze risate. Grillo dice che, se Napolitano difende i partiti, è “il presidente dei partiti”: logica pura, ma per Bersani è“insulto”. Segue minacciosa diffida per leso monito: “Grillo non si permetta di insultare Napolitano, non si arrischi a dire cosa direbbero i partigiani se tornassero: loro saprebbero cosa dire dell’Uomo Qualunque”. Brrr che paura.

Livia Turco lacrima in tv perché la gente ce l’ha con i politici e non si capacita del perché. Casini intima a Grillo di “entrare in Parlamento a misurarsi coi problemi concreti” e “smetterla con le chiacchiere”. Perché se no? Forse dimentica che Grillo in Parlamento entrò tre anni fa, per portare le firme di 300 mila cittadini su tre leggi d’iniziativa popolare: ma, siccome prevedevano l’incandidabilità dei pregiudicati, il limite di due legislature per i parlamentari e una legge elettorale democratica al posto del Porcellum, i partiti le imboscarono tutte e tre. Anche perché, con quelle, l’Unione dei Condannati si sarebbe estinta e gli altri partiti quasi.

Siccome Dio acceca chi vuole rovinare, i partitocrati seguitano a confondere le cause con gli effetti. Grillo l’hanno creato loro: rifiutando le sue proposte, asserragliandosi a palazzo, barricando porte e finestre, alzando i ponti levatoi per tenere lontani dalla politica i cittadini e rovesciando su di loro pentoloni d’olio, anzi di merda bollente.

E ora che, al borsino della fiducia, raccolgono tutti insieme il 2%,non trovano di meglio che fare l’ammucchiata: ABC, ilTrio Alfanobersanicasini, vanno in giro a braccetto per far numero e volume, annunciando riforme elettorali, leggi sui partiti, tagli alla casta, norme anti-corruzione e misure per la crescita che nessuno farà mai. Più gli elettori si allontanano, più i capi si avvicinano, illudendosi di riempire il vuoto da essi stessi creato. Sfilano al proprio funerale come se il morto fosse un altro.

Da Il Fatto Quotidiano del 28/04/2012.

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Educati a via di tragedie

EDUCARE ALLA CIVILTA’. LA MISSIONE POLITICA DELLA TRAGEDIA GRECA

di Silvana Grasso

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Alla Tragedia greca la “democrazia” ateniese assegnò un ruolo socialmente educativo, più che socialmente culturale, per la polis, per le poleis. La rappresentazione della “fabula” di una genealogia imperiale, comunque nobile, quasi sovrumana (gli Atridi, gli Eraclidi,i Labdacidi, i Pelopedi), l’incardinamento della fabula stessa in una trilogia-unica sopravvissuta l’Orestea di Eschilo (“Agamennone”, “Coefore”, “Eumenidi”) – la sua scansione per episodi e canti del Coro (stasimi) era assolutamente funzionale alla “politica” finalità dell’educare.

Astianatte gettato giù dalle mura di Troia da Neottolemo alla presenza della madre Andromaca.

Educare sprovveduti ed ignoranti cittadini, mediante l’esibizione di eventi ed accadimenti, che dovevano destare orrore e pietà, e insegnare che nulla è più d’un Dio, che Dio punisce l’arroganza di chi non gli si sottomette, anche se di ghenos regale. Dio, dunque, è inflessibile punitore dei trasgressori e la punizione è, e non può non essere, plateale, coram populo, perché abbia ed estenda sullo spettatore il suo valore d’exemplum. Ma Dio è anche tutore di valori sacri, quali l’ospitalità, la fides, valori della cui tutela è mallevadore assoluto, perché si garantiscano tra i cittadini, all’interno della polis, comportamenti pacifici, imposti da inderogabili doveri, garanti proprio della sua sopravvivenza.
Se barbarie, inumanità, ferocia, apostasia sono comportamenti leciti in guerra, non lo sono affatto al di fuori della guerra. E’ la guerra, il dominio, lo spartiacque tra il “delitto” assolto e il “delitto” condannato.

Portiamo ad esempio l’uccisione del piccolo Astianatte, figlio d’Ettore e Andromaca, scaraventato dall’alto delle mura di Troia in fiamme dai Greci vincitori, per timore che diventasse, crescendo, il vendicatore del padre suo. Al di fuori di quel contesto, sarebbe stata un’azione empia scellerata e, come tale, punienda dal Dio. Nell’ottica del contesto diventa atto ragionato, ragionevole, cautelativo e una madre straziata, Andromaca, null’altro può fare se non riconoscere che il figlio morirà solo perché figlio d’un padre valoroso «tu muori perché tuo padre era forte. La sua forza che fu vita per altri è morte per te… ti rifugi come un uccellino sotto le mie ali… non c’è il mio Ettore che venga su dalla morte a salvarti…» (“Le Troiane”, Euripide).

Polimestore getta in mare il cadavere di Polidoro figlio di Priamo ed Ecuba

Agamennone che decide la morte di Astianatte, valuta sacrosanta la richiesta di vendetta da parte di Ecuba, regina troiana ormai sua schiava, sull’infido re di Tracia, Polimestore, reo d’un delitto empio, non giustificato da nessuna norma di guerra. E’ reo dell’uccisione di Polidoro, il più piccolo dei figli di Ecuba e Priamo che, proprio per proteggerlo dalle sorti della guerra, lo avevano affidato, con molto oro, al re di Tracia, pensando che l’amicizia fosse la più grande garanzia della vita e del futuro del figlio.

Caduta Troia, invece, Polimestore uccide il fanciullo Polidoro, dimentico del fatto che il sacello dell’ospitalità è sacro e inviolabile. Motore dell’assassinio è l’oro, la ricchezza, l’avidità e nemmeno il vincitore di Troia, Agamennone, può suffragare il principio che siffatto delitto resti impunito.

E’ inammissibile, disumano delitto, che vìola ogni principio umano ed etico, è scempio di quei valori, fides amicitia, di cui l’Ellade è antesignana di Civiltà del Mediterraneo. Polimestore va, quindi, punito, il suo è solo un assassinio scellerato ed è per questo che Agamennone ne affida ad Ecuba, sua prigioniera di guerra e madre di Polidoro, la punizione, come richiesto dalla regina «io di te, di tuo figlio, della tua sofferenza, della tua mano supplice ho pietà. Rispettoso del giusto e degli dei, voglio che l’empio sia punito…». Ed è proprio lo spettro del ragazzo ucciso, nel prologo de l’”Ecuba” di Euripide, a raccontare della sua morte per mano del traditore «vengo dai Morti… sono Polidoro, il figlio d’Ecuba e Priamo. La lancia greca minacciava Troia quando mio padre mi mise in salvo da Polimestore e insieme a me mandò oro e oro… ma quando cadde Troia e mio padre crollò, assassinato dal figlio d’Achille, per quell’oro l’ospite m’uccide gettando il mio corpo in mare… per godersela lui quella ricchezza… così, giaccio sulla spiaggia o tra le onde, illacrimato, insepolto… implorai dai potenti d’oltretomba un sepolcro e le braccia d’una madre…».

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Tre vetri rotti e un carro attrezzi da mille e una notte!

di Mattias Mainiero

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Per fare turismo (buon trurismo), non vuol dire saper preparare un’ottima pizza Margherita o un piatto di spaghetti da favola. Non significa avere belle isole e monumenti che tutti c’invidiano, miusei, città d’arte e via discorrendo. La materia prima, da sola, serve a ben poco.

Per sfruttare il ben di dio che la natura e la storia ci hanno consegnato (e che noi spesso e volentieri calpestiamo) ci vuole altro. In breve: ci vuole un Paese all’altezza. Cioè: infrastrutture, alberghi, mezzi di trasporto, capacità di accoglienza.

I turisti bisogna invogliarli.

Una volta ad invogliarli bastava la lira. Capri e Ischia, la Sicilia e l’Isola d’Elba agli stranieri costavano poco. E così francesi e tedeschi e austriaci chiudevano un occhio, a volte tutti e due. C’era la delinquenza. Certo anche allora c’era la delinquenza. Ma pranzo e cena erano abbordabili, l’Italia era un affare: isole gremite, città d’arte idem. I trasporti erano quelli che erano. E chi se ne frega: il cambio favorevole e il sole facevano il miracolo.

Oggi siamo in Europa, la moneta è unica per un intero continente. E tedeschi e francesi, spagnoli a austriaci guardano altrove, la Grecia, la Turchia, le Maldive e i Paesi esotici. Anche perchè, tolta la lira, in Italia è rimasto solo il resto.

Autosole, pochi chilometri da Napoli. Episodio accaduto non più di un mese fa. L’auto, targa britannica, è parcheggiata dinanzi al motel. Banda di ladri in azione. Tre vetri infranti, bagagli portati via. Hanno rubato pure i pannolini e le medicine del neonato. Un autista del carro attrezzi gentilmente offre i suoi servigi alla famigliola inglese: devono andare ad Amalfi. No proble, sir: euro mille e tutto si risolve. Ho impressione che la famigliola non verrà mai più in vacanza in Italia. Come loro amici e conoscenti.

Rilanciare il turismo. Belle parole. Lo rilanciamo con i ladri o con il carro attrezzi da mille e una notte?

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La droga uccide l’amore

Un consiglio a tutte le donne
Attilio Doni
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Vorrei dare un consiglio a tutte le donne che hanno amato intensamente un uomo: qualora pensaste di innamorarvi nuovamente, scegliete un uomo con lo stesso nome.
Così, non correte il rischio, nominando magari senza volerlo il nome dell’antica fiamma, d’essere strangolate con il cavo del lettore Dvd, soffocate con un fazzoletto imbevuto di candeggina, e gettate da un cavalcavia, come è accaduto alla ragazza ventenne di Enna.
Sembra che in un momento di intimità le sia scappato quel nome, e il nuovo fidanzato c’è rimasto male e ha fatto la “fesseria”. Così pare abbia detto piangendo ai carabinieri. Una fesseria.
Voi donne dovete mettervi in testa che gli uomini sono diversi da voi. Se accade a voi di sentir pronunciare dal vostro compagno il nome di un’altra donna, anche voi ci restate male, ma non vi passa per la testa di fare una fesseria, non so, di spaccargli una bottiglia in testa mentre dorme, di versagli in faccia una bottiglia di acido, una pentola d’olio bollente. Voi capite che non c’è proporzione, al più gli mettete il broncio.
Ma gli uomini sono diversi. Gli uomini fanno fesserie. Dovete essere prudenti, donne. Magari, se vi capita d’innamorarvi di un uomo con un nome diverso da quello del fidanzato precedente, rivolgetevi ad uno psicanalista. Chissà che non riuscirà a cancellare dalla vostra mente il vecchio caro nome?

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Presente l’on. Fallica

Grande Sud, inaugurata nuova sede del partito

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Inaugurata la sede provinciale di Grande Sud in viale della Regione 106.

Ha fatto gli onori di casa il coordinatore provinciale Giuseppe Anzalone, ospite il coordinatore regionale del partito on. Pippo Fallica, che alla presenza dei quadri dirigenti degli “Arancioni” ha confermato il forte impegno del partito per le tematiche cruciali della Sicilia e del Meridione, con particolare riferimento allo svincolo dei fondi comunitari destinati alla aree depresse dell’Unione Europea, per il quale l’on. Gianfranco Micciché, con i vertici nazionali, ha recentemente incontrato il presidente del Consiglio Mario Monti per avere conferma dell’impegno del Governo nella erogazione di fondi già disponibili.

Presenti all’inaugurazione anche diversi dirigenti di Grande Sud, tra cui il presidente del Consiglio provinciale Michele Mancuso, Tilde Falcone, Santo Vicari, Guglielmo Piazza, Enzo Nucera e Antonio Campione.

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 10,11-18

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Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.
Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde;
egli è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,
come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore.
E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».

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