Precauzioni per le gravide
di Giuseppe Pitré
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Non poche sono le cure e precauzioni che si prendono per evitare che il figlio da nascere abbia il minino difetto. Si cerca di tenere sempre presenti bei tipi, belle immagini di uomini e, meglio, di donne, affinchè la vista ripetuta di questi giovi alle fattezze del feto: essendo che il neonato somiglierà molto agli uomini e alle donne che la madre ha tenuto sempre sott’occhio.
Non vi è peggio poi di una brutta donna agli occhi della incinta; e quando questa non può evitarla, si affretta a pronunciare il seguente scongiuro che salverà le forme del feto:
Sett’anni fu la maravugghia!
Né pi mia, né pi mia, né pi mè figghia,
e mancu pi li figghi di mè figghia!
L’ariu è chiaru e nutricu di nettu,
Lu mé viddicu senza difettu.
Sdeu, Sdeu, Pani cottu cu lu mau.
Traduzione:
Sett’anni fu (durò) la meraviglia – Nè per me nè per mia figlia – Nè manco per i figli di mia figlia (possa queta bruttezza essere nociva)! – L’aria è chiara e io nutro bene – Il mio ombelico (è) senza difetto. Gli ultimi due versi sono corruzione o imitazione di parole e di passi latini dove Sdeu starebbe per Dio).
Il Mongitore notò ai suoi tempi “una di queste stravaganze in Palermo, in una giovinetta di sedici anni. Ella ha il volto livido, la bocca alquanto ritorta e così pure il collo; e porta l’aspetto di un appiccato (impiccato): ciò non per altro, se non perchè la madre ebbe la vana curiosità di vedere appiccare un malfattore”.
“Altra fanciulla di anni otto mostra la corporatura più grande dell’ordinario, con membra alquanto distorte, ma in buon aspetto; poichè la madre frequentemente riguardava alcuni angeli di stucco in una chiesa”.
In Partinico c’è una donna, dirimpetto la cui casa andò anni fa ad aprire un teatrino di marionette un operante palermitano. Davanti a questi teatrini pende sempre un cartellone, ove son dipente alcune imprese paladiniesche. La donna, dicono, avea sempre gli occhi su quel cartellone; ingravidò e partorendo dié alla luce un bambino, sul cui capo era un elmo di carne, che richiamava subito agli elmi de’ paladini dipinti nel cartellone.
In Noto “le incinte quando han visto qualche deformità, oppure qualche prodotto mostruoso del regno animale o vegetale, debbono dire: Diu ca lu fici!.
Debbono fare pure questa esclamazione solo a sentirne parlare. Chi per distrazione o incredulità non lo ha detto, si mette nel rischio di riprosurre nel feto le medesime mostruosità che ha visto, e che han colpito la sua immaginazione anche a sentirne discorrere. Onde a qualunque persona brutta si dice: Diu ca lu fici!
Ma in Noto le donne sono così spericolate, che toccano il ridicolo. Esse pretendono nientemeno che i loro mariti l’abbiano sempre in bocca queste esclamazioni; che dalle loro sbadataggini dipenda se i bimbi nascano col labbro leporino, coll’idrocefalo, coll’alopecia ecc. Questo pregiudizio si estende a tutte le classi sociali”.









