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Archivio per 8 aprile 2012

L’Annacata di li Santi

LA GIUNTA DI PASQUA

di Roberto Mistretta

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Alle 19  in Piazza Umberto la tradizionale giunta di Pasqua, ovvero il festoso incontro tra Gesù Risorto, (arciconfraternita Ss. Sacramento della Madrice), con la Madonna gioiosa (confraternita Ss. Sacramento di San Giovanni Battista) e l’arcangelo Michele (confraternita Maria Ss. Delle Vanelle).

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Una festa tanto attesa specie dai bambini, per i festosi balletti che i portatori imprimono ai simulacri in quella che viene detta anche “L’annacata di li santi”. Questo pomeriggio grazie alla diretta web del sito telematico Castello Incantato che stazionerà con una postazione in piazza, sarà possibile ammirarla anche dall’altra parte del mondo.
Le radici di tale tradizione sono antiche, risalgono alla fine del 1800, e si ripropongono ogni anno anche se per molto tempo, a causa di antichi disordini scaturiti dalla storica rivalità tra confraternite, alla giunta pasquale non prese parte il clero.
I tre simulacri si incontrano in piazza Umberto I, si dispongono agli angoli della piazza dove confluiscono la via Provvidenza, la via Palermo e la via Principe Lanza di Scalea, e da lì si corrono incontro festosamente, dando vita a vivaci balletti simboleggianti la grande gioia della cristianità per la Resurrezione di Gesù dopo il dolore patito per la sua passione e la morte in croce. Momenti di gioia insomma che stemperano il dolore delle ore della cattura e della Crocifissione.
Riti del tempo che fu, che continuano a tramandarsi, ma anno dopo anno diventa sempre più difficile trovare volontari che si pongono sotto “i santi” per portarli a spalla, perpetuando le antiche tradizioni.

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Una favola a Taormina

MITI E LUOGHI DI SICILIA. Il dio del fuoco Vulcano, l’iroso Poseidone e il sentimento vero tra un giovane pastore e la dea dell’Eros.

Venere e Naxo una storia d’amore in riva allo Ionio

di Erika Abramo
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Era l’anno degli dei, creature bellissime, luminose, dall’eterna giovinezza in cui vibravano violente e smisurate le passioni degli uomini ai quali somigliavano e come gli uomini queste splendide creature avevano i loro momenti di malinconia o addirittura di indicibile dolore.

La più dolce, la più affascinante di queste creature è Venere, bianca come la spuma del mare da cui era sorta, bionda come il sole che l’avvolse nella sua luce d’oro. Gli stessi dei al suo apparire rimasero affascinati da tanta bellezza e seduzione e da quel momento divenne la dea dell’amore e dei desideri, simboleggiati dalle due creature alate che spesso l’accompagnavano: Eros e Imeros.

Ma per uno strano capriccio del Fato a cui gli stessi dei non potevano sfuggire, Venere la più bella delle creature celesti fu costretta ad unirsi al rozzo e deforme Vulcano. La coppia era assai male assortita. Nel vano tentativo di portare avanti quest’unione fallimentare, Vulcano si tuffò nel lavoro accanito e aprì oltre a quella già famosa di Lemno altre fucine, prima a Lipari e poi in Sicilia sotto l’Etna, che con la sua mole opprimeva i giganti ribelli Encelado e Tifeo. Ed infatti la terra trema ogni qual volta queste divinità primigenie mutano posizione o tentano di scrollarsi di dosso la montagna per recuperare la libertà.

Per ottemperare ai suoi doveri di sposa, Venere seguì il marito anche in Sicilia e qui cercava di distrarsi vagando per le meravigliose campagne, le sterminate boscaglie e lungo i lidi dell’incantevole Isola. Un giorno Venere, avvolta di veli vaporosi, era scesa ancora una volta dalle pendici dell’Etna. I fiori nascevano sotto i suoi piedi e accorrevano le Ore dalle ali di farfalla mentre il dolce Zefiro di primavera le portava il suono colmo di struggente melanconia di uno zufolo.
La dea volle vedere chi sapeva trarre suoni così melodiosi ed incontrò Naxo, un giovane pastore, ed accadde che la stessa dea dell’amore si accese di viva passione per questo mortale ed allora decise di rendersi visibile.
Come poteva un comune mortale resistere alle seduzioni, alle promesse, alla bellezza che Venere rappresentava? Venere fu la più felice delle donne e Naxo si sentì un giovane dio. La lussureggiante campagna sicula, i boschi, il mare furono testimoni di questo amore tenero, romantico, travolgente. Venere era diventata più bella che mai. Se le altre dee l’avessero scorta mentre si faceva rincorrere da Naxo con i capelli al vento e le sue risa argentine, sarebbero certamente divenute livide per l’invidia.

Era venuta l’estate e con essa il caldo. Venere, un giorno si sentiva accaldata e decise di rinfrescarsi nelle splendide acque dello Ionio sotto lo sguardo di Naxo sdraiato sulla riva. I due innamorati furono così scoperti da Nettuno, signore del mare, le cui bollenti passioni erano state respinte da Venere.
A Posidone era stato preferito un comune piccolo uomo, l’affronto subito era gravissimo. L’orgogliosa divinità si inabissò meditando vendetta.

L’ignaro Naxo in attesa della sua dolce dea traeva un mattino, all’ombra di una fronzuta quercia, melodiosi accordi dal suo zufolo allorché vide il mare ribollire ed in un turbine di acque e di spume emergere impetuosi cavalli dagli zoccoli di bronzo e dalla criniera d’oro che trascinavano veloci un cocchio dove stava solenne, con il nudo torso gagliardo impugnando il tridente, Nettuno. Naxo era spaurito della maestà del dio. Dalla barba turchese e dai glauchi occhi balenavano lampi di collera.

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Bossi Pasquale

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LA QUESTIONE MERIDIONALE

di Ugo Fantozzi

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Ill.mo e Spett.le, Sig., Dr, Ing., Grand’Uff., Lup. Mann., Direttore,

ho letto nella terza pagina di martedì dell’autorevole “Giornale” del Sig., Dr, Ing. Grand’Uff., Lup. Mann., Montanelli un garbato “pezzo”sui fatti di domenica a San Siro durante la partita Milan – Juventus.

L’articolista molto garbatamente, ma soprattutto con molta pridenza, attribuisce il verificarsi di questi “episodi di teppismo inqualificabile negli stadi” del Nord, e addirittura in quello che è stato chiamato la Scala del calcio italiano, alla “meridionalizzazione” dell’intero paese.

Quei tifosi del Milan, e per l’esattezza quei “Commandos Tigre” che stavano dietro la porta nord di San Siro, non sono certo meneghini, ma certamente meridionali (napoletani, pugliesi, calabresi, ecc.) che a Milano sono venuti per lavorare nelle fabbriche o a potenziare i ranghi della malavita.

Ma certamente l’uso dei “botti” ha tradito la loro origine. Quindi l’articolista conclude, con paternalistica bontà, dicendo che ancora una volta abbiamo avuto conferma di quel pregiudizio che ogni vero milanese o torinese ha sempre portato nel cuore nel dopoguerra: che la Repubblica Cisalpina sarebbe una Svizzera felice, ricca e pacifica, senza quella maledetta iniziativa di un certo Garibaldi Giuseppe nizzardo, di professione eroe dei due Mondi.

La conclusione è: “Noi milanesi quindi non c’entriamo; sono stati al solito loro, i maledetti terroni”.

Ill.mo e Spett.le, Sig., Lup. Mann., Direttore, conosco il razzismo dichiarat0 e nascosto dei settendrionali e so quanto può aver fatto loro piacere leggere questa analisi dei fatti di San Siro, ma certamente la cosa che più li ha rallegrati è stato leggere: “Noi milanesi non c’entriamo”.

Io posso anche essere d’accordo con chi scopre solo ora che i petardi a Milano li hanno portati gli immigrati e così pure certe forme di tifo esasperato che non accetta sconfitte, ma non sarò mai d’accordo quando si dice: “Noi non c’entriamo”. E perchè, di grazia, voi ora non avete alcuna colpa?

No, miei cari: nelle catene di montaggio della Fiat a Torino lavorano quasi 50 mila nostri fratelli del Sud e le fabbriche della Lombardia, le serre fiorite della Liguria sono piene di terroni. Quando arrivavano miserabili e disperati vi han fatto molto comodo e gli anni d’oro del boom li hanno sofferti soprattutto loro; la parte più dura del grande benessere degli anni sessanta l’hanno sopportato loro.

Semmai siamo stati tutti egoisti e imprevidenti a non pensare a costruire le strutture e le infrastrutture nelle quali dovevano vivere e crescere i loro figli.  Niente scuole, niente ospedali: solo ghetti di porta Palazzo a Torino e di Cinisello Balsamo a Milano. Li abbiamo sempre considerati cittadini di seconda classe ed eccoli crescere pieni di rabbia e frustrazioni, emarginati dal complesso sociale per il quale buttavano la loro vita.

E allora, come “noi non c’entriamo”?

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Milena 3 – Aquila Sammichelese 1

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Buona Pasqua a tutti Noi

A tutti coloro che ci seguono ed in modo particolare ai Siciliani sparsi nel mondo in cerca di lavoro e libertà, la Redazione augura una Buona e Serena Pasqua.

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Ecco la mappa dei Paesi collegati con Milocca – Milena Libera questa mattina di Pasqua. Altri se ne aggiungeranno nel corso della giornata, segno che il nostro blog è sempre più apprezzato.

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Buona Pasqua da… Salvatore Ferlisi

Auguro una pasqua di lotta e di risveglio

Pubblicato il 7 aprile 2012 da Piazzetta Comunista

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Un numero sempre più grosso e, a velocità progressiva, di aziende chiude battenti. Cresce a dismisura il numero dei disoccupati. Gli inoccupati ormai non si contano più, per eccesso. Sono apparsi anche gli esodati.

I giovani hanno perso ogni riferimento per il futuro. Le scuole sono diventate centri di parcheggio temporaneo. La sanità pubblica è ridotta all’osso, in danno di una sanità privata, fatta solo per pochi facoltosi.

La corruzione pubblica ha raggiunto livelli mai visti prima ( certificata e stigmatizzata dal Presidente della Corte dei Conti ) e non è da meno quella privata. L’evasione e l’elusione fiscale sono stati un merito ed un pregio di cui andare fieri. La moralità pubblica è stata offesa e vilipesa.

Crescono le spese militari. Continua la presenza militare italiana in molti paesi esteri, nel tentativo di proteggere o di creare le condizioni di sviluppo del capitalismo in quei territori, per lo sfruttamento di quei popoli: operazioni svendute agli ingenui ed ai falsi moralisti come “ esportazione della democrazia “. I fuggiaschi dai teatri di guerra, se non diventano pasto per pesci, vanno ad affollare le strade già intasati di elemosinanti.

Lo sfruttamento del lavoro, quando si trova, è manifesto, nero, senza sicurezza, sottopagato e sotto ricatto. Le mafie vanno a gonfie vele: il malessere sociale ed economico è il loro brodo primordiale. La criminalità comune dilaga. Il traffico delle droghe non avverte neanche lontanamente la crisi. La giustizia è stata messa in ginocchio in un tentativo continuo di privatizzare anche la tutela dei diritti.

L’art. 18 dello statuto dei lavoratori, sostanzialmente è abrogato. Gli ammortizzatori sociali vengono sempre più ridotti. Vengono spesi montagne di euro per fare buchi nei monti. Il territorio viene sempre più degradato e danneggiato.

I luoghi terremotati, non vengono ricostruiti, nonostante valanghe di euro sono state spese e disperse. Le banche diventano sempre più ricche. La gente non ha più un centesimo già dalla prima settimana. I suicidi per mancanza di liquidità crescono ogni giorno. La chiesa invita alla pace, mentre affonda nella ricchezza. Le tasse, le imposte ( dirette e indirette ), soffocano le famiglie.

I superstipendi, le maxi/liquidazioni, le ruberie di stato ( siano esse sfacciate od occulte ), continuano e persistono come sempre e più di sempre . La classe politica, in questo periodo, estromessa dalla gestione diretta del potere( vive la sua maggiore vergogna ) è sempre connivente e corresponsabile. La democrazia è commissariata !

In questo clima, l’unica cosa che si può augurare, a chi vive queste condizioni di incertezza economica, nella difficoltà quotidiana, nell’insicurezza continua e persistente con nella tristezza di non poter bandire con continuità una tavola per l’alimentazione quotidiana, di aprire gli occhi e di guardarsi attorno, perché quello che ai poveri manca, l’hanno rubato i ricchi.

Ribellarsi è giusto ! La pace tra le classi non può esistere. Auguro a tutti un momento di riflessione e di presa di coscienza .

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Auguri pasquali

CHE AUGURI PASQUALI CI FACCIAMO QUEST’ANNO?

di Franco Petraglia

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CARISSIMO DIRETTORE, 

Gli auguri di questa Santa Pasqua saranno più modesti, quasi timidi. Sembra che tentenni la voglia e la volontà di farli. Di fronte ai nostri giovani disoccupati, precari, cosa possiamo fare, augurare loro di trovare un lavoro stabile e sicuro? E al cospetto di chi aveva ben chiaro l’orizzonte della pensione, ed ora si ritrova a dover aspettare ancora anni ed anni, possiamo noi augurare buon lavoro?. E agli imprenditori, in modo specifico quelli piccoli, in mal di finanziamenti bancari, possiamo augurare di trovare nell’uovo di pasqua un fido a tassi stracciati?.

Senza ombra di dubbio il 2011 si è chiuso nel segno del pessimismo e dell’incertezza, economicamente parlando, malgrado la serietà della squadra messa in piedi dal professore bocconiano e qualche segnale di speranza-ripresa, come quello delle esportazioni, delle liberalizzazioni, della lotta all’evasione, agli sprechi, ai privilegi e al contenimento della spesa pubblica.

Il panorama che ci circonda è invero “black”. Si respira aria di pura recessione, si consuma di meno e le famiglie lottano strenuamente per sbarcare il lunario, lo spread (differenza tra i rendimenti dei titoli tedeschi a 10 anni e quelli di altri Paesi), altalenante, ci tiene in costante apprensione, perciò si è sottoposti quasi controvoglia al rito della colomba pasquale.

E proprio in questi momenti procellosi che bisogna riprenderci la speranza. Essa ci consente di andare avanti e ci ricaccia dal maledetto baratro in cui siamo precipitati economicamente, socialmente e moralmente. San Paolo di Tarso, gran dottore e vero fondatore della Chiesa, scriveva che è appunto nella fragilità- sofferenza che noi troviamo la forza. In altre parole, dobbiamo riscoprire la fiducia futura, la reciprocità, la solidarietà, la pace interiore, la fraternità (non da Caino ma da Abele).

Solo se riusciamo a sciogliere questo nodo Gordiano possiamo trovare il sentiero giusto per un cambiamento di cultura che porta alla ricostruzione di un bene comune fortemente lacerato. E’ ora, dunque, di preferire la parola di Dio alle parole menzognere di una società-mondo che mette al primo posto il benessere materiale e l’interesse personale, calpestando ogni principio etico e ogni criterio di giustizia.

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Buona Pasqua da… Romaniello

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 20,1-9

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Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,
e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

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