Le radici profonde non gelano mai
di Paolo Pugni
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E poi scopri che quell’essere orfano ti pesa più di quando pensassi. Ti guardi dietro, e vedi il vuoto. Scopri che la radice è stata recisa, appena sotto di te e che ormai sei tu che tieni il peso, che reggi l’albero. Sei radice.
Radice di che?
Di una famiglia che continua nel tempo e afferra brandelli di quella vita che scorre qui, in questo mondo, e come materia prima la rielabora e ne fa servizio, gioia, dolore, preoccupazioni, futuro, speranza.
Sì, questa “orfanitudine” mi ferisce.
No, non è solo per risentire le loro voci, che qualche volta ti sembra ancora che ti chiamino dal balcone, e tu guardi su, alzi la testa verso una assenza che si nasconde nella tua miopia. No, non è neanche quando ti serve aiuto, perché anche un cinquant’enne può avere bisogno di aiuto, di un consiglio, di una commissione. Che sarebbe comunque una mancanza per te, non per loro. Egoismo. In un certo qual senso.
Ti mancano certamente quando il calendario te lo ricorda, poco fa tua madre avrebbe compiuto 78 anni e sono già 3 che manca, e papà l’hai perso prima dell’11 settembre, quando il millennio era ancora acerbo e nulla faceva presagire questo scempio della vita.
Non è neppure quando passi per quei brandelli di città che ti rimbalzano addosso ricordi, sempre esasperati nella dolcezza e nel dolore, come dentro ad un tubo che da nel tempo, come cantava Vecchioni. Che la città sa essere crudele, perché ti nasconde emozioni e ricordi e te li getta davanti all’ultimo, quando non sei preparato, quando sei sovrappensiero, quando sei più vulnerabile. E allora, come in un film un po’ melò, un po’ patetico, un po’ banale, ti sembra di rivedere per strada quella persona che trascina con sé un ricordo che ti afferra alla gola e stringe e soffoca e induce una commozione incapace se decidersi a cadere di qua nel pianto o se rimanere sospesa, in un tristezza acida e maligna, intrisa di rimpianti, che sono il male peggiore che puoi farti.
E’ invece quando ti assale quella debolezza che avevi quando eri bambino, piccolo, che qualche cosa ti spaventava, ti negava il futuro, ti accecava la speranza. E allora correvi quasi, urlavi o piangevi, e ti buttavi tra le loro braccia, perché li volevi tutti e due, non solo uno di loro, tutti e due, nel lettone, stretti intorno a te a proteggerti, a rassicurarti, a negare il presente per accendere il futuro.
Ecco.
E oggi non puoi più, perché non puoi essere debole, non puoi. Sei tu quello che deve abbracciare, rassicurare, comprendere, sostenere. E allora essere orfano scopri che pesa. Perché solo con loro potresti essere ancora bambino. No, non solo con loro.
E’ in questi momenti che più che mai ti ricordi che bambino lo sei sempre, e che hai sempre una Madre e un Padre ed un Fratello accanto a te. Basta che li vai a chiamare, che li cerchi con quella stessa intensità che ti spinge al dolore, con una sincerità che va ritrovata dentro all’umiltà di sapersi foglia al vento, soldato al fronte, tweet sulla TimeLine, acqua sui sassi.
Quell’umiltà che ti schiude la preghiera, perché lì sì che puoi finalmente piangere ed essere consolato, non solo con una emozione accesa, ma con le luci di quella ragione che sa leggere dentro le pieghe della vita, tra le righe della quotidianità per mostrare che davvero tutto concorre al bene.
Non saremo mai orfani.
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