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Archivio per 18 febbraio 2012

PALAZZO COMITINI SEDE DELLA PROVINCIA DI PALERMO

Palazzo Gravina di Comitini

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Costruito tra il 1768 e il 1771 su commissione di Michele Gravina Principe di Comitini, ingloba diversi edifici preesistenti.
Il prospetto è abbastanza sobrio, composto da un primo piano, un piano nobile ornato da balconi con inferriate “a petto d’oca” e un ultimo piano, elevato nel 1931 quando divenne sede della Regia Prefettura.
E’ adesso la sede della Provincia di Palermo.

Attraversando uno stupendo portone incorniciato fra due colonne marmoree si accede al cortile interno inframmezzato da un portico dove, sulla destra, risalta una fontana in pietra.
Lo scalone d’onore adornato da piedistalli, fontane ed iscrizioni conduce ai piani superiori.

Ci si sofferma sul vestibolo, Sala delle armi, per ammirare gli affreschi che lo decorano e poi man mano si incontrano le altre sale:

Sala Gialla ai cui muri possiamo ammirare opere di pittori contemporanei tra i quali Renato Guttuso.

Sala Verde al cui soffitto è appeso un incantevole lampadario in  vetro di Murano ad illuminare una splendida consolle con una specchiera con cornice dorata e le pitture delle sovrapporte: due paesaggi e le rappresentazioni delle stagioni primavera, estate e autunno.
Alle pareti ritratti di nobili dell’epoca e tele raffiguranti paesaggi.

Sala Rossa anche qui possiamo ammirare un bellissimo lampadario in vetro di Murano e vari dipinti tra cui l’inverno e le allegorie che simboleggiano il buon governo: pace, temperanza, concordia e prudenza.

Sala Sciascia, dove si riunisce la Giunta Provinciale, abbellita da tele dei maggiori artisti contemporanei.

Sala Martorana, l’antico salone delle feste, un tripudio di dipinti, affreschi e sculture illuminati da due preziosissimi lampadari, anche questi, in vetro di Murano. Particolarmente belle le rappresentazioni delle quattro virtù poste agli angoli del salone.

da PALERMO D’AMARE

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Riforme: gli sforzi di PD e PFL

NON E’ MAI TROPPO TARDI. PERO’…

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Però sorge qualche dubbio su queste intese fatte quando la politica non è al governo del paese.

Perchè hanno aspettato che un tecnico salisse al potere per provare a mettersi d’accordo nel dare al Paese le riforme che servono?

Inoltre, ai piccoli partiti sorge il dubbio che le due forze politiche principali si mettano d’accordo con l’obiettivo di farle fuori dai giochi e dalle stanze dei bottoni.

Comunque la si giri, grava il sospetto…

E la satira, come al solito e come sempre, in una vignetta condensa il tutto: che non è certo benevolo nei confronti di una classe politica che ha perso il consenso e il rispetto degli Italiani.

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Pisci o Zappuni?

Spica o Aratu?

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Chissà quante volte queste domande hanno riecheggiato nel cortile della scuola elemenatare San Giovanni Bosco di Milena negli anni 50-60!  Ma non erano domande semplici queste che riecheggiavano nei crocicchi del cortile al riparo degli occhi indiscreti di bidelli e insegnanti! Erano la punta dell’iceberg di vere e proprie scommesse di soldi! Ebbene sì, noi che negli anni ’50-’60 eravamo alunni dell’edificio scolastico della scuola elementare giocavamo d’azzardo, ci giocavamo la paghetta.

In quegli anni la nostra moneta corrente erano le Cinque Lire (la più bassa di valore) e le Dieci Lire.

Le 5 lire avevano due facce, in una c’era un pesce, nell’altra una zappa. Donde detta in siciliano mentre agitavamo i soldi dentro le mani a pugno, prima di aprirle e lasciare cadere le monetine sfidavamo il concorrente dicendo la frase storica: Pisci o Zappuni. In realtà lu zappuni non era una zappa, ma un timone. La moneta di 5 lire che fu coniata dal 1951 al 1985 portava nel diritto un timone, nel rovescio un delfino.

I più grandi o i più capitalisti di noi giocavano aumentando la posta, con la moneta da 10 lire sfidandosi a: Spica o Aratu? La moneta fu coniata dal 1951 al 2001, nel diritto c’era un aratro, nel rovescio una spiga di grano.

Al ritorno a casa, comunque fosse andata, nascondevamo la sorte ai nostri genitori, chi perchè aveva perduto ma anche chi aveva vinto: temevamo il rimprovero e gli schiaffi dei genitori, in caso di recidiva, perchè non volevano che noi si giocasse di soldi.

Al limite, suggerivano, giocate con i bottoni (“a pumetta”)… Ma anche a questo gioco c’era qualche incoveniente nell’abusare: chi ritornava a casa senza alcun bottone delle camice o dei pantaloni rischiava sempre schiaffoni!

Dimenicavo, “a pumetta” vinceva chi tirando un bottone contro il muro riusciva ad avvicinare il suo bottone a quello dell’avversario ad una distanza coperta dalle dita estese di una mano, generalmente tra il pollice e il dito medio. Logicamente c’eravamo quelli che invece dei “pumetta” giocavano con i soldi!

E il “circolo” vizioso continuava…

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Sindaco e vice gongolano

Centro commerciale affidato in gestione

di c.l.)

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Milena - Centro Commerciale

E’ stata sottoscritta la convenzione tra l’amministrazione comunale e il gruppo di operatori economici e commerciali che ha deciso di prendere in gestione il Centro commerciale. La convenzione sottoscritta dalle parti prevede la corresponsione di un affitto annuo al Comune di 30 mila euro. La durata è stata invece fissata in nove anni. In questo modo, con l’affidamento in gestione, si chiude la vicenda del Centro commerciale, che per anni ha tenuto banco e che aveva fatto discutere circa i criteri ritenuti più adeguati per affidarne la gestione.

Una volta firmata la convenzione, ovvia la soddisfazione da parte del sindaco Giuseppe Vitellaro: «L’affidamento del centro commerciale – ha spiegato – rappresenta una opportunità importante per cercare di dare nuovo impulso all’economia locale; dopo tanti anni, finalmente, si riesce ad avviare una struttura che può rivelarsi fondamentale per il rilancio del commercio e dell’artigianato locale».

Dal canto suo, il vice sindaco Enzo Nicastro ha poi concluso facendo rilevare: «Questo modello di gestione del centro commerciale rappresenta un successo politico importante per questa amministrazione comunale che è riuscita a sbloccare una situazione che si era ormai cementificata negli anni; dare in gestione il centro commerciale era uno dei più importanti impegni che questa amministrazione aveva preso con i suoi elettori; un impegno che è stato onorato a tutto vantaggio sia della comunità di Milena che dei suoi operatori economici».

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Ma che diavolo!

La storia della morte di Alessandro Mathas è uno dei più brutti fatti di cronaca degli ultimi anni.

Aveva otto mesi, arrivò in ospedale a Genova in braccio alla mamma, stravolta, la mattina del 16 marzo 2010. Era stato ammazzato di botte: i medici trovarono i segni di un morso e bruciature di sigaretta.

La sua ultima notte, Alessandro l’aveva passata in una stanza squallida di un residence di Nervi, sbattuto a piangere su un divano. In quella stanza c’erano sua mamma, Katerina, e un suo amico, Giovanni Antonio Rasero, broker marittimo. Erano fatti di cocaina, tanto da non capire più nulla, tanto da fare qualsiasi cosa. La Mathas e Rasero vennero arrestati.

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Alessandro Mathas. Se i responsabili sono due, secondo la legge nessuno è colpevole

di Francesca Ribeiro

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Sul settimanale Oggi, il direttore Umberto Brindani, riguardo alla morte del piccolo Alessandro Mathas, scrive tra l’altro: “Un omicidio per ora senza colpevoli, dopo l’assoluzione dell’uomo per quella che una volta si chiamava insufficienza di prove (e con la madre scagionata già due anni fa, poco dopo i fatti). Alessandro, Antonio, Katerina: quella notte c’erano solo loro tre nella stanza del residence genovese Vittoria. Il bimbo ne è uscito senza vita, con il cranio sfondato, lividi e abrasioni in tutto il corpo, segni di bruciatura da sigaretta, un morso a un piedino…. Uno di quegli eventi sconcertanti di fronte ai quali non resta che allargare le braccia e accettare l’impotenza del sistema giudiziario”.

Caro direttore, per uccidere un bambino ed essere assolti basta essere in due. Se nella casa di Cogne, dove fu massacrata un’altra creaturina, ci fosse stato anche il babbo, oltre la mamma,  i giudici avrebbero assolto entrambi. Se i responsabili sono due, secondo la legge nessuno è colpevole. Ma forse a un colpevole i giudici devono aver pensato e non l’hanno detto per non allarmare la gente. Avranno pensato: il padre è innocente, la mamma pure, il piccolo non poteva rompersi il cranio da solo, e quindi in quella stanza del residence genovese doveva esserci il diavolo.

Tremende percosse, morsi, bruciature su un bimbetto: solo il demonio può esserne capace.

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Rifugio Sapienza - Foto di Fabio Cascio

 

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