Sopravvivenze di magia africana in alcuni rituali simili a quelli della mitologia greco-romana
La «santerìa» vive ancora a Cuba
di Gianni Balella
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Sette capre se ne stavano tranquille nel patio, legate a una corda, e nei loro occhi magneticamente ottusi non si leggeva il minimo presentimento. Anche ai galli e ai piccioni nelle gabbiette – non ne ricordo il numero – quello pareva un giorno come tanti. La casa invece era in fervidi preparativi, piena di visitatori che arrivavano da tutte le parti. Alcuni ieratici mulatti a torso nudo e con barbetta mefistofelica sedevano in silenzio e come assopiti, consci della loro importanza in ciò che si andava a compiere in quel luogo. Io ero l’unico straniero (e mi ci sentivo un bel po’) ma la mia futura moglie era il mio lasciapassare e nessuno mi guardava con diffidenza.
Eravamo entrati con gli altri in quella casa sbrindellata del Centro Habana dove per quel giorno era programmato un rito di Santerìa.
Tutt’altro che una sessione dimostrativa, a beneficio dei turisti: quella era cosa seria, e tra poco capre galli e piccioni se ne sarebbero accorti, loro malgrado.
Più passava il tempo più il clima diventava elettrico, si approntavano i tamburi e quant’altro. Più passava il tempo e meno avevo voglia di rimanere lì: il desiderio di conoscere si attenuava di fronte alla prospettiva di ciò che a tutti, tranne che a me, sembrava normalissimo vedere: il cruento sacrificio che costituiva il culmine del rito. Infine, la previsione insopportabile di quel prossimo diguazzare nel sangue delle vittime – sette capre, mica una, (oltre ai volatili) sarebbero state sgozzate – mi fece imboccare la porta e respirare di sollievo nel colore forte delle vie affollate, strappandomi in extremis da una specie di incantesimo.
Da quel giorno sono passati tanti anni e non mi pento della mia fuga. Ho magari sprecato un’occasione, ma ancora oggi lascerei quel privilegio a qualche antropologo dallo stomaco forte. In compenso ho letto un po’ di più sulla Santerìa e ne ho scoperto aspetti meno crudeli, affascinanti e, devo dire, anche molto divertenti. Il Pantheon della religione afrocubana – risultato come noto dell’integrazione, ad opera degli schiavi, tra le proprie credenze e quelle dei loro padroni – è ricco e articolato.
Al di sotto del supremo Dio Olofi – e dell’altrettanto suprema divinità femminile Oludummare – si muovono una serie di dei (orisha) le cui vicissitudini non hanno nulla da invidiare agli omologhi grecoromani. Le loro gesta e i loro vizi, tipicamente umani, animano una mitologia che si perde nel buio dei millenni e la cui tradizione è esclusivamente orale.
Ogni orisha che si rispetti ha il suo corrispondente cristiano, con cui viene identificato. La grande orisha Yemayà, dea degli oceani, è ad esempio assimilata alla Virgen de Regla, protettrice della baia dell’Avana.
Uno degli orisha meno noti, ma non per questo meno prestigiosi, è il vecchio Orùmbila, niente meno che segretario personale di Olofi. Orùmbila è affetto da irrimediabile senescenza sessuale ed anche da sordida avarizia. La moglie, l’esuberante Ochùn, dea potentissima di nere, lucide e lascive membra, finisce sempre per renderlo becco e lui non può fare a meno di scoprirlo.
Ma il buon Orùmbila se ne fa una ragione; e delle volte compie anche opere meritorie.
Come questa: una madre si accorge che la Icù, (la Morte) si sta aggirando con troppa insistenza accanto al letto del suo bambino malato. Disperata, invoca Orùmbila, supplicandolo di salvare l’infante. Il “Secretario de Diòs” non si fa pregare. Traccia un segno a forma di croce sulla fronte del piccolo, dissemina il pavimento della stanza di certi vegetali dalla viscida buccia, i quimbombò (molto usati nella cucina cubana). Quindi, munito di un nodoso randello, si apposta. Nel cuore della notte la Icù entra silenziosa nella stanza ma scivola sui quimbombò perdendo l’equilibrio. Allora l’attempato orisha salta fuori dal suo nascondiglio e comincia a bastonarla gagliardamente.
La Morte, furibonda, reagisce alle botte gonfiandosi e diventando enorme, ma il nostro, per nulla intimorito, continua a suonargliele, sino a quando lei non trova di meglio che rimpicciolire e infilarsi in una bottiglia vuota. Orùmbila però afferra la bottiglia e la tappa, cominciando a scuoterla violentemente. La Icù si arrende e chiede pietà, ottenendo la liberazione in cambio della vita di chiunque abbia quel segno sulla fronte. Morale: chi crede nella Santerìa non lascerà mai una bottiglia vuota senza tappo, perché lì, se in difficoltà, si può annidare la Morte. E anche chi non ci crede, una volta conosciuta la storia, tapperà tutte le bottiglie usate…in fondo che costa farlo?!
Nel frattempo Cuba sta cambiando. Lo si sente nelle strade, lo si vede nell’atteggiamento delle persone. Non è certo questa un’analisi politica, non si basa che su percezioni sensoriali. Verso dove si stia andando non mi sento di prevedere.
Amo e rispetto questo Paese, la sua storia, e la sua gente meravigliosa che quella storia ha prodotto. Nel bene e nel male, come è destino di tutti gli uomini. Aggiungo soltanto che Cuba è un Paese unico al mondo, e mai lo sarebbe stato se fosse rimasto quello che era prima del 1959.
Ma tornando alla Santerìa, cosa ne resta oggi? In un vecchio testo è detto che in certe sere speciali non c’è abitazione di neri dalla quale non filtri il mormorio di qualche invocazione rituale. Ma è un libro degli anni quaranta e la Cuba odierna è proprio un’altra cosa. Due generazioni almeno hanno beneficiato di un’educazione omogenea e laica, grazie anche allo straordinario sforzo di alfabetizzazione, uno dei fiori all’occhiello della Revoluciòn. La maggior parte delle persone con cui parlo ne sa poco e alza le spalle. Altri assumono un’aria misteriosa però poi, di fronte alla mie domande libresche ma – proprio per questo! – abbastanza precise, si smarriscono.
Altri si dicono assidui frequentatori di Babalochas e Yalochas (sacerdoti e sacerdotesse) e spergiurano sulle facoltà divinatorie di questi, un po’ come quelli che vanno dai maghi messi alla gogna da “Striscia la notizia”.
Alcuni si fanno Santos: in pratica rimangono vestiti di bianco per un anno, assoggettandosi speranzosi a certe rinunzie. Per strada se ne vedono molti. Ci sono persino stranieri che lo fanno, presumibilmente per potersi guardare allo specchio.
Detto questo, bisogna pensare che qualcosa di profondo ancora sia in vita. Lo si avverte in certe espressioni, lo si può cogliere persino nel modo di muoversi o di guardare di qualcuno. Qualcosa freme in disparte, è un’anima nera e antica, quella sì, inaccessibile ai lettori di libri come me. Certe danze rituali, per esibite che siano, conservano comunque un incanto straordinario e provocano, anche nei più scettici, sgomenti ancestrali. In certi angoli della città si trovano resti di cibi ed oggetti che testimoniano una certa attività e che comunque, nella loro ingenuità, inquietano. Anche se Cuba, salvo eccezioni, non è terra di magia nera, non è Haiti e nemmeno il Brasile. (A chi sorridesse troppo di queste cose, ricordo che qualche anno fa Padre Amorth, esorcista ufficiale del Vaticano, affermò in televisione che il principale veicolo del Demonio per impadronirsi di qualcuno è proprio il rito malefico di quei Paesi).
A Cuba tuttavia qualche santera libidinosa può ancor oggi propinare una efficace pozione afrodisiaca (rigorosamente fatta in casa, secondo dettami tradizionali) a un amante che desidera legare per sempre a sé o a un marito svogliato.
O fornire a una giovinetta esperti consigli per confezionarla.
Ed è meglio, lo garantisco avendone avuto i dettagli, sorvolare sulla ricetta!
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Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Meraviglioso articolo.