Per non dimenticare mai
LA STRANA STORIA DI DUE CALOGERO MAZZARISI CUGINI DI PAESI SICILIANI DIVERSI DEPORTATI E MORTI A DACHAU
di Carmelo Locurto
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La “Giornata della memoria” è l’occasione per far riemergere dal passato storie spesso dimenticate.
Una di queste riguarda un resuttanese, Calogero Mazzarisi. Era nato a Resuttano il 18 luglio 1916 ed era l’ultimo di sei figli: Paolo, Giuseppe, Giovanni e Antonino e la sorella Rosa. Una famiglia di agricoltori, quella dei Mazzarisi, che lavorava nelle terre di contrada Trema Margi e abitava in una casa di Piazza San Giuda.
Come è stato raccontato da Carmela Mazzarisi, sua nipote, figlia di suo fratello Giuseppe, e da Francesca Lo Re, figlia della stessa Carmela Mazzarisi, Calogero era un gran lavoratore e s’era fidanzato con Benedetta Puleo, una giovane resuttanese che avrebbe dovuto sposare. Addirittura, prima di partire per la guerra, il padre Calogero e sua madre Carmela Nocera, avevano comprato la stoffa bianca e il velo per l’abito da sposa della loro futura nuora.
Calogero Mazzarisi era caporale dell’Esercito. Partito agli inizi della guerra, nei primi mesi del ’41, si trovava a Roma quando, del tutto inaspettatamente, si ritrovò al centro di una vicenda poco chiara. Una sera era all’interno del suo reparto. Dopo aver ispezionato le armi dei soldati, era accaduto che uno di questi, per evitare di partire per il fronte in Russia, s’era sparato volontariamente ad un piede. Un episodio che Calogero Mazzarisi, suo malgrado, finì per pagare a caro prezzo in quanto i suoi superiori lo ritennero colpevole dell’accaduto. Il caporale resuttanese finì nel carcere militare di Gaeta. Si era nell’agosto del 1943.
Sembrava una vicenda risolvibile, ma così non fu. Qualche settimana più tardi, infatti, l’evoluzione del conflitto fu tale che, anche lo scenario mutò completamente a tutto svantaggio del milite resuttanese.
Dopo la caduta del fascismo e la firma dell’armistizio da parte di Pietro Badoglio l’8 settembre del 1943, i tedeschi, assieme alle truppe italiane rimaste fedeli al fascismo, dovendo sbarazzarsi dell’ingombrante presenza di tanti prigionieri, militari e non, che si trovavano in quel momento nelle carceri italiane, non potendo provvedere alla loro vigilanza, organizzarono convogli ferroviari per trasferirli in Germania nei campi di concentramento. Fu così che anche Calogero Mazzarisi fu trasferito nel campo di concentramento di Dachau. Qui, il milite resuttanese riuscì a resistere solo qualche mese morendo il 19 marzo del 1944.
Per uno strano scherzo del destino, anche un suo cugino, omonimo, che abitava a Marianopoli, morì nello stesso campo di concentramento a Dachau. Calogero Mazzarisi era nato a Marianopoli il 26 dicembre del 1918 e, anche lui, come tanti altri militari italiani, finì a Dachau dove morì il 30 gennaio del 1944.
Un intreccio singolare di due cugini omonimi ma di due paesi diversi (Resuttano e Marianopoli), ma accomunati nella tragica esperienza che li portò a morire nello stesso campo di concentramento. Per un altro strano scherzo del destino, il nome di Calogero Mazzarisi non compare tra quelli dei caduti di guerra. Presso il Commissariato generale delle onoranze dei caduti in Guerra del Ministero della Difesa il suo nome non compare. Eppure il suo fu un sacrificio che si consumò in uno dei luoghi più terribili della Seconda guerra Mondiale: il campo di concentramento di Dachau, un campo nel quale morirono tantissime persone.
La famiglia di Calogero Mazzarisi da Resuttano, come hanno ricordato Carmela Mazzarisi e sua figlia Francesca Lo Re, ricevettero la notizia della morte del loro congiunto solo nel 1946. Due anni prima era morta di dolore sua madre Carmela che, invano, aveva atteso il ritorno di quel figlio che, invece, per un tragico scherzo del destino, non sarebbe tornato mai più nella sua Resuttano. Sino all’ultimo tenne con sé quella stoffa bianca e quel velo comprati con tanti sacrifici per farci l’abito da sposa alla futura nuora. Quel matrimonio non si celebrò mai più e la stoffa venne divisa tra i parenti.
Di Calogero Mazzarisi, alla fine, non rimase che il ricordo di una vicenda umana conclusasi tragicamente in un campo di concentramento a Dachau, in quella Germania nella quale, qualche anno dopo, i suoi fratelli si recarono per cercare lavoro.
Quella Germania la cui follia nazista aveva inghiottito il loro fratello Calogero, ma che nel secondo dopoguerra diede lavoro a loro come a tanti altri italiani. L’unico per il quale quella maledetta guerra non finì mai, fu il padre di Calogero, anche lui con lo stesso nome del figlio, che continuò a sconsigliare ai suoi figli di stare in Germania perché era stato lì che aveva perso il figlio più piccolo che tanto amava e che mai più avrebbe potuto riabbracciare.












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