Si pente l’ex autista degli autocompattatori fedelissimo di Provenzano
.
Salta il fosso Carrubba, ora Campofranco trema
di Valerio Martines
.
Salta il fosso il rampollo fedele al boss corleonese «Binnu» Provenzano.
Un personaggio di spessore come il trentottenne Maurizio Carrubba da Campofranco, ex autista degli autocompattatori dell’Ato Ambiente CL 1, sospeso dal lavoro ad aprile dopo l’incriminazione con altre 28 persone nell’inchiesta antimafia “Grande Vallone”.
Da una decina di giorni, Carrubba ha chiesto di parlare con il sostituto procuratore della Dda, Stefano Luciani, che ha coordinato l’indagine dei carabinieri del Ros. Un’inchiesta che in particolare ha sconquassato l’organigramma della famiglia mafiosa campofranchese, storica roccaforte di Cosa Nostra.
Carrubba è il primo campofranchese, nella storia, a rompere il muro dell’omerta.
Il suo pentimento, ora, rischia di dare un ulteriore scossone ai clan del Vallone e non solo. Sì, perché Carrubba – che al processo “Itaca-Bobcat” venne assolto dall’accusa di associazione mafiosa – in quest’inchiesta è ritenuto l’anello di collegamento tra la cosca nissena e quella di Agrigento che fa capo a Giuseppe Falsone, storicamente vicino a Provenzano.
La scelta di collaborare con gli inquirenti non è passata inosservata in paese, da dove la moglie e i due figli piccoli di Maurizio Carruba sono stati allontanati e sottoposti a tutela. Il campofranchese conosce molte cose: le sue verità che ora gli investigatori del Ros e i magistrati stanno raccogliendo per riscontrarle, potrebbero riguardare i rapporti tra mafia e politica, ma anche l’infiltrazione nei pubblici appalti. Un capitolo corposo, questo, affrontato nel dossier “Grande Vallone” e che di recente ha suscitato polemiche politiche a Campofranco.
Carrubba, nonostante la giovane età, è ritenuto uno dei fiancheggiatori di Provenzano e potrebbe rivelare i nomi di chi, anche nel Nisseno, ha favorito la sua lunga latitanza. In un pizzino scritto dal boss Falsone il 21 settembre 2004 e ritrovato nel covo di «Binnu» a Corleone, lui viene indicato come «il cugino dello zio A. di CL». E ciò perché il neo collaborante è cugino della moglie del boss Angelo Schillaci, pure lui coinvolto nello stesso blitz un paio di mesi fa.
C’è da credere che la collaborazione di Maurizio Carrubba, d’ora in poi, non farà dormire sonni tranquilli a molti.
Dal neo pentito campofranchese Maurizio Carrubba, negli ambienti investigativi, ci si aspetta molto. «Certo – dice un investigatore che segue la collaborazione di Carrubba- non basta che si limiti a confermare il quadro probatorio contenuto nell’ultima indagine in cui è stato arrestato». I magistrati della Dda e i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale vogliono andare oltre i contenuti dell’inchiesta “Grande Vallone”, dove Carrubba è stato tirato in ballo per associazione mafiosa.
E prima che valutasse se ricorrere in Cassazione per ottenere l’annullamento dell’ordinanza confermata dai giudici del Riesame, ha scelto di parlare. Con le dichiarazioni del primo collaboratore di giustizia da Campofranco, si punta a scoprire gli intrecci tra colletti bianchi e boss di Cosa Nostra. Rapporti fatti di connivenza e compiacenza.
Ma Carrubba, fresco di pentimento da una decina di giorni e trasferito dal carcere “Malaspina” in un’altra casa circondariale della Sicilia, sarebbe a conoscenza di alcuni omicidi degli ultimi quindici anni e che hanno insanguinato il Vallone, molti dei quali rimasti fascicoli contro ignoti. Per altri agguati di mafia dove i responsabili sono stati incriminati, processati e condannati anche all’ergastolo ma non definitivo, il contributo di Carrubba potrebbe essere decisivo per “blindare” le loro colpe o magari scagionarli.
L’ex operaio dell’Ato Ambiente CL 1, ora sospeso dal servizio, potrebbe essere un’autentica miniera di informazioni sulla cosiddetta “squadra di morte” formata dai suoi compaesani, killer professionisti a disposizione dell’ala corleonese scelti per andare a uccidere anche nella vicina provincia di
Agrigento. Un commando di cui, secondo molti pentiti, avrebbero fatto parte Mimì Vaccaro, ex reggente di Cosa Nostra nel Nisseno, e Salvatore
Termini.
Ma il ruolo di Carrubba tracciato dal Gip nel dossier “Grande Vallone” è quello di «anello di collegamento con esponenti di Cosa Nostra dell’Agrigentino in stretti rapporti con Giuseppe Falsone, rappresentante provinciale».
Il neo collaboratore di giustizia, prima di saltare il fosso, per il suo spessore mafioso era stato scelto come la persona adatta per sanare la frattura tra il boss detenuto Angelo Schillaci e i compaesani fratellli Modica, Angelo e Giuseppe, ritenuti al vertice della famiglia mafiosa di Campofranco. Una
spaccatura che per gli inquirenti è originata dall’estromissione dell’impianto di calcestruzzo di Schillaci dall’aggiudicazione delle forniture pubbliche ottenute invece dalla concorrente impresa dei Modica. Circostanza che il Ros ha appreso intercettando diversi colloqui nel carcere di Palmi dove Angelo Schillaci è rinchiuso.
«Ho avviato rapporti – disse il pentito Carlo Alberto Ferrauto sull’ex rampollo di Bernardo Provenzano – anche con Maurizio Carrubba durante il periodo della mia detenzione, nel 2004-2005. Eravamo entrambi ristretti presso il carcere di Caltanissetta. Carrubba l’ho conosciuto in quanto Angelo
Schillaci mi aveva fatto delle confidenze, specificandomi che era suo uomo di fiducia».










