L’antropologa Costance Cronin, nella sua recensione del libro Milocca: a Sicilian Village di C. Chapman Gower, fatta nel 1973 (p. 515) sulla rivista Current Anthropology, scrive: “La gente descritta dalla Chapman, che faticosamente viaggiava cinque ore sul dorso di un mulo per raggiugere la più vicina stazione, è la stessa che oggi si muove in Vespa e con la Fiat”
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Motorizzarsi: un percorso obbligato
di Giuseppe Virciglio
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Un intervistato arrivato ad Asti nel 1961, per dare l’idea dell’arretratezza e dell’isolamento del suo paese d’origine, dice: “C’erano pochissime macchine e dal rumore della macchina si riusciva a capire a chi apparteneva”.
Nei giovani immigrati individualmente, intorno agli anni ’60, l’attrazione per i motori deve aver giocato un ruolo non indefferente nella decisione di emigrare, stando alla testimonianza di diversi intervistati. Il mito del nord consisteva, tra l’altro, nella possibilità, dopo aver lavorato per qualche tempo, di potersi comprare una moto.
Giuseppe Buttaci, allora ventiduenne, dice che solo: ”Dopo un anno di permanenza nell’astigiano nel 1955 mi sono comprato una moto facendo delle cambiali. Mi sembrava che non finivano più, credevo di poter far fronte senza molti sacrifici”. Un’altra testimonianza è quella di Paolino Falcone che, dopo essere stato un anno ad Asti presso il fratello, nel 1960, costretto a ritornare per motivi familiari al paese, dice di non aver resistito molto a Milena perchè “ad Asti avevo comprato la moto”.
Descriveremo ora qual è stato il rapporto dei milocchesi immigrati ad Asti con l’automobile. Durante l’intervista nessuno ha meso tra le motivazioni dell’emigrazione quella di acquistare un’automobile, ma alla richiesta sulle priorità dell’investimento, l’automobile è risultata seconda dopo la casa tra quelli più giovani, mentre i più anziani seguendo la filosofia del risparmio, non hanno preso nemmeno la patente. E’ a cavallo degli anni ’70 che molti giovani milocchesi cominciano a comprarsi le utilitarie Fiat, di cui parla la Cronin. Utilitaria che si cerca di personalizzare con orpelli di vario tipo: qualcuna ricordava vagamente il classico ”carretto siciliano”.
Non avere l’automobile era come aver perso il biglietto d’ingresso per la modernità. E’ eloquente quanto ricorda un milocchese che nei primi anni ’70 faceva parte di una banda abbastanza numerosa di giovani figli di immigrati, e tra questi molti originari di Milena, che si ritovavano a S. Rocco, il quale dice: “rubavamo le macchine per andare a ballare“.
Alla metà egli anni ’70 accadeva anche di ordinare l’automobile in tempo utile per poterla avere prima dell’estate, in modo che si potesse andare al paese per farsi vedere con l’auto nuova.
Le strade di Milena in agosto risuonavano del ronzare continuo di automobili guidate da giovani immigrati e non. Questo fenomeno non può che essere letto secondo la dimensione per cui “la ribalta della rapppresentazione è proprio la comunità di origine”. L’automobile ha la funzione di indicatore di status. Devono farne lo stesso uso i milocchesi, stando a quanto afferma un giovane perito industriale nativo di Milena: “Quelli che si sono fatti i soldi si comprano dei macchinoni”.
Un giovane gestore di un bar, rispetto al mutato livello di aggregazione tra i milocchesi, afferma: “Prima si era più amici non si avevano le automobili”, ribadendo in questo modo, come l’automobile favorisca l’isolamento dando maggiore autonomia.
Non si può non dire che vi è una parte dei milocchesi che ha un rapporto di assoluta simbiosi con il proprio automezzo, che non abbandona mai, senza il quale sembra si senta smarrito. A questo proposito è illuminante quanto detto da un negoziante astigiani che ha il suo esercizio vicino al bar Milena, riguardo all’ammasso di automobili che assediano il marciapiedi del locale pubblico: “Sembra che vogliano entrare nel bar con l’automobile!”
Infine ricordiamo che vi sono molte donne che guidano l’automobile, talvolta anche tra le meno giovani.











Io ho viaggiato in quelle macchine “parate” e salendo si capiva che anche noi avevamo fatto fortuna e contavamo qualcosa. Buona Pasqua al professore Virciglio che ringrazio per avere rifatto benissimo la storia di allora.