Carmelo Allegro, 48 anni di Serradifalco, Rosario Allegro, 58 anni di Serradifalco, Girolamo Santo Argento, 45 anni di Serradifalco, Edmondo Belardo, 48 anni di Priolo Gargallo, Michele Cardillo, 59 anni di Serradifalco, Cosimo Caltabellotta, 69 anni di Campofranco, Gaetano Caltabellotta, 43 anni di Campofranco, Maurizio Carrubba, 39 anni di Campofranco, Nicolò Falcone, 62 anni di Montedoro, Paolo Falcone, 68 anni di Montedoro, Gabriele Paolo Galante, 38 anni di Montedoro, Claudio Calogero Maria Giambrone, 41 anni di Campofranco, Antonino Calogero Grizzanti, 54 anni di Sutera, Angelo Losardo, 57 anni di Bompensiere, Angelo Calogero Modica, 52 anni di Campofranco, Giuseppe Modica, 48 anni di Campofranco, Salvatore Gianluca Modica, 38 anni di Campofranco, Calogero Pace, 62 anni di Serradifalco, Salvatore Pirrello, 53 anni di Campofranco, Alfredo Schillaci, 43 anni di Campofranco, Angelo Schillaci, 48 anni di Campofranco, Ambrogio Calogero Salvatore Vario, 58 anni di Campofranco. Erano tutti liberi, tranne Angelo Schillaci che in carcere sta scontando 12 anni per associazione mafiosa.
Agli arresti domiciliari sono stati ammessi Enza Bordenca, 49 anni di Campofranco moglie di Giuseppe Modica, Giuseppe Falcone, 73 anni di Montedoro, Vincenzo Salvatore Modica, 23 anni di Palermo, Rosalia Nicastro, 46 anni di Campofranco e moglie di Calogero Modica, Carmela Ricotta, 42 anni di Serradifalco e moglie di Carmelo Allegro, Salvatore Termini, 78 anni di Campofranco.
Gli indagati a piede libero sono Anna Allegro, 32 anni di Serradifalco, e Giovanni Campisi, 64 anni di Sommatino
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LE MANI DELLA MAFIA SUL VALLONE
È uno scossone che colpisce la roccaforte di Cosa Nostra nel Nisseno, quell’area del Vallone che negli anni s’è ritagliata una posizione nello scacchiere mafioso siciliano. Vecchi boss, patriarchi della mafia vicini al capomafia Piddu Madonia fedele all’ala corleonese, ma anche imprenditori compiacenti e conniventi e fidate mogli. Qualcuno ritorna in carcere dopo anni mentre altri ci sono finiti per la prima volta l’altra notte, pochi hanno beneficiato degli arresti fra le mura di casa chi per l’età avanzata e altri perché il loro ruolo è stato più defilato.
E poi sotto sequestro preventivo sono finite sette imprese e società, oltre a beni mobili e immobili stimati globalmente per 7 milioni di euro. I numeri dell’inchiesta antimafia “Grande Vallone” messa a segno dai carabinieri del Ros e dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, sono racchiusi qui. Con 28 ordinanze di custodia cautelare firmate dal Gip Lirio Conti, 22 delle quali in carcere e altre 6 agli arresti domiciliari.
Nelle 930 pagine del provvedimento restrittivo, gli inquirenti riepilogano gli affari su cui la famiglia mafiosa di Campofranco – storicamente organica al mandamento di Mussomeli e confinante con quello di Vallelunga – aveva fiutato odore di soldi, attraverso l’affidamento di lavori pubblici da assegnare a imprese compiacenti. Tant’è che un imprenditore edile è tirato in ballo per concorso esterno in associazione mafiosa.
Opere eccellenti, come la realizzazione del termovalorizzatore di Casteltermini – affare condiviso con i mafiosi dell’Agrigentino – i parchi eolici a Vicari, la velocizzazione della linea ferrata Palermo-Agrigento, la costruzione dell’elevatore che porta al caratteristico monte San Paolino di Sutera, la manutenzione straordinaria dell’acquedotto Madonie-Ovest. Anche piccoli appalti, ma pur sempre ghiotti, come la manutenzione di strade esterne al paese di Campofranco o della Sp 189 per Casteltermini, il rifacimento della Sp 23 nel tratto di Casteltermini.
LE ACCUSE
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Variegate le ipotesi di reato contestate: dall’associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, favoreggiamento aggravato e frode informatica. L’indagine del Ros, iniziata nel 2007, ha accertato che seppur in cella dal 2004 per mafia, l’imprenditore campofranchese Angelo Schillaci è rimasto il reggente cedendo la “delega” al fratello Alfredo. Ma rampanti boss suoi compaesani, come i fratelli Angelo e Giuseppe Modica, avrebbero pian piano preteso spazio nella famiglia mafiosa e – secondo il teorema investigativo e le “verità” di diversi collaboratori di giustizia un tempo organici a Cosa Nostra – hanno egemonicamente acquisito il controllo sul mercato delle forniture di materiali – il calcestruzzo in primis – e sull’aggiudicazione dei subappalti. Un controllo capillare, tant’è che Giuseppe Modica è stato ribattezzato da magistrati e carabinieri come una sorta di «assessore ai lavori pubblici di Cosa Nostra». Un meccanismo ben oleato, anche grazie a parenti di mafiosi impiegati nei settori chiave delle amministrazioni locali.
MAFIA E SCOMMESSE
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È uno dei settori su cui la mafia nissena investe. Uno scenario che coinvolge alcuni prestanome legati ai fratelli Carmelo e Rosario Allegro, entrambi di Serradifalco e già condannati per mafia nel maxi processo “Leopardo”, attraverso la società cooperativa “Full Games” e la ditta individuale “Games over” che gestiscono sale giochi. Gli investigatori hanno accertato che i due fratelli e le loro “teste di legno” scollegavano le slot-machine dal sistema informatico dei Monopoli di Stato, riconvertendo le macchinette elettroniche e le percentuali di vincita a danno di chi giocava. Un introito di soldi puliti, insomma.
IL RAMPOLLO CHE PIACEVA A “BINNU”
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Tra i personaggi chiave del dossier v’è il campofranchese Maurizio Carrubba, autista degli autocompattatori dell’Ato Ambiente CL 1, ritenuto dagli inquirenti nisseni come «l’amico Cl» citato in un pizzino sequestrato al boss Bernando Provenzano nel suo covo di Montagna dei Cavalli e indirizzato all’ex latitante Giuseppe Falsone. In quel foglietto, Binnu ritiene Carrubba – già incriminato nel blitz “Itaca-Bobcat” – un referente affidabile per la famiglia mafiosa. Maurizio Carrubba è fratello di Francesco, ucciso nel 1998 alle porte di Catania con l’allora rappresentante di Cosa Nostra Lorenzo Vaccaro. Galloni di capo che ha poi ereditato suo fratello Mimì Vaccaro.
E proprio Maurizio Carrubba si sarebbe ritagliato un ruolo di spessore, tant’è che Angelo Schillaci lo avrebbe incaricato di far da intermediario con i “recalcitranti” fratelli Modica per ammorbidire le contrapposizioni per la conquista della leadesrship.
L’inchiesta, infine, ha ricostruito – e anche confermato – gli organigrammi delle famiglie mafiose di Montedoro, Serradifalco e Bompensiere. I feudi dove la mafia, malgrado gli arresti e i processi, riesce a riciclicarsi.
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Operazione Grande Vallone: arrivano le congratulazioni dal Pdl Nisseno.
L’On Raimondo Torregrossa nella qualità di coordinatore provinciale del Pdl esprime grande soddisfacimento e gratitudine nei confronti degli investigatori e di tutti coloro che si sono prodigati per scrivere una nuova pagina della legalità siciliana. “Il Procuratore Lari, l’aggiunto Bertone, il comandante Provinciale Zuliani e il Generale Ganzer hanno dimostrato, ancora una volta, la loro professionalità e, il nuovo risultato raggiunto, è il suggello della loro abnegazione nel garantire la legalità nella nostra provincia. Ha ragione il Procuratore Lari quando afferma che l’Italia è all’avanguardia nella lotta alla criminalità e i risultati da Lui raggiunti a Caltanissetta ne sono la piena conferma. Anche in questo caso abbiamo la riconferma che la mafia ha trasformato il proprio modus operandi: abbandonare la lotta diretta, le stragi e le faide per occuparsi totalmente degli affari. Un grazie, quindi, agli investigatori e uno sprone a tutti noi nel denunciare sempre e comunque tutti i comportamenti illegali che albergano ancora oggi nella nostra società. Cambiare la forma mentis e instaurare la legalità deve essere il nostro obbiettivo principale.”










