I rapporti tra mafia e Stato, tra mafia e politica
di Walter Guttadauria
Anche in passato – seconda metà dell’Ottocento – magistrati in servizio a Caltanissetta (ma non soltanto loro) venivano ascoltati da una Commissione parlamentare sui rapporti tra mafia e pubblica amministrazione, sulla lotta alla criminalità, sui problemi di ordine pubblico: era il tempo di inchieste che avrebbero dovuto mettere in luce (ma senza troppo riuscirvi) i mali atavici di una Sicilia – e nella fattispecie della provincia di Caltanissetta – marchiata dalla mafia e ad essa soggetta fino al punto di farvi ricorso per assicurare proprio l’ordine pubblico.
Ma quale rapporto mafia-istituzioni vi era nel Nisseno post-unitario? Quale l’incidenza della delinquenza e la risposta delle autorità?
C’è una emblematica testimonianza del 1875 resa da Alessandro Ristori, all’epoca procuratore del Re presso il Tribunale di Caltanissetta, relativa alla giustizia penale nissena impartita nel quinquennio precedente: un procuratore che non ha peli sulla lingua nel denunciare certe carenze, certe inefficienze, certe connivenze, in un contesto dove la tanto giubilata unità nazionale non aveva certo sollevato le sorti del Mezzogiorno, dove la leva obbligatoria induceva alla macchia centinaia di uomini poi divenuti anime di un brigantaggio contro cui avrebbe dovuto fare i conti l’autorità costituita.
Ristori citava queste cifre che rendevano bene il quadro della situazione: 2.079 crimini di autori rimasti ignoti, anche a causa dell’«infingardaggine, pusillanimità e poca attitudine di alcuni tra gli agenti di Ps e gli ufficiali di polizia giudiziaria, pretori, vice pretori e giudici d’istruzione»; 4.849 gli imputati di crimini, 1.123 quelli rinviati alle Assise, 82 i condannati, 1.518 gli ammoniti, 58 gli inviati al domicilio coatto, 210 i latitanti.
Il procuratore forniva questi dati alla Commissione parlamentare d’inchiesta inviata quell’anno in Sicilia ad indagare soprattutto sulle condizioni dell’ordine pubblico, e che a Caltanissetta aveva raccolto le testimonianze delle autorità civili e militari, ma anche di politici, notabili, commercianti, agricoltori, ecc.
Da ricordare che il 1875 è l’anno in cui il prefetto di Caltanissetta Guido Fortuzzi – mesi prima che l’organo di inchiesta arrivasse nell’isola – nel caldeggiare l’emanazione di leggi eccezionali per la Sicilia, così riassumeva la propria opinione sui nisseni: «Conosco per lunga pratica il pervertimento morale di questa popolazione, per la quale le idee del giusto, dell’onesto e dell’onore sono lettera morta, e che di conseguenza è rapace, sanguinaria e superstiziosa».
Un giudizio durissimo, che poco tempo dopo sarà sfruttato politicamente contro di lui, quando in seguito al rovescio del governo della Destra, di cui il prefetto era espressione, lo stesso sarà costretto ad abbandonare la città (lo scrittore Andrea Camilleri si è ispirato alla sua fuga per il suo celeberrimo «Il birraio di Preston»).
Prima di andar via, però, Fortuzzi ha modo di relazionare al ministro sullo specifico argomento della mafia nissena.
Esiste una mafia «bassa» ed una «alta», scrive il prefetto: la mafia bassa è «rude e sfacciata», cioè pura manovalanza del crimine e «qualunque mascalzone che si sente di possedere qualche po’ di coraggio si atteggia a mafioso». La seconda sfrutta la prima per determinati fini illeciti, che nelle campagne sono per lo più il furto di bestiame o l’accaparramento di terre.
Nei paesi l’«alta mafia» agisce per «arruffare le cariche comunali allo scopo di rubare l’erario cittadino o volgere a proprio profitto i beni comunali», o ancora per «corrompere magistrati e funzionari più che si può, ingannarli, raggirarli, spendere la propria protezione».
Era questa la situazione con la quale la Commissione parlamentare d’inchiesta era chiamata a confrontarsi nella tappa nissena del suo lungo peregrinare tra le province dell’isola. Oltre a Ristori vengono interrogati il prefetto reggente Costanzo Longhena, il comandante la Zona militare di Caltanissetta Ottavio de Saint Seigne, il vice presidente del Consiglio provinciale Pietro Landolina, il presidente del Tribunale Alessandro Smilari, il capitano dei carabinieri Giuseppe Rossi, l’ispettore di Ps Vincenzo Saccà, e poi ancora altre autorità, notabili, giornalisti, lavoratori del capoluogo e della provincia.
Tra gli interpellati, ecco una battuta del barone Pietro Landolina di Rigilifi, vice presidente del Consiglio provinciale: «Io non so cosa si possa dire a carico della deputazione provinciale, quello ch’è deplorevole si è che spesso si ecceda nell’animosità dei partiti ad attaccare persone (…). Io ritengo che l’amministrazione sia in mano di uomini onesti e di tutta buona fede perché altrimenti, ho l’onore di dirlo, io non vi apparterrei. (…) Che vi siano dei tarli io non lo potrei negare, ma di questi ve ne sono in tutte le amministrazioni e difficilmente si possono evitare».
Oltre alle audizioni la Commissione ispeziona le carceri e gli uffici pubblici, le scuole, le banche. Ma le informazioni raccolte, invero, paiono dipingere una provincia tutto sommato tranquilla in quell’anno, dopo le precedenti e sanguinose scorrerie dei briganti Anzalone, Salvo e Mirabella.
Come mai tanta “tranquillità”?
Dal prefetto reggente Longhena la plausibile risposta: «Si è detto e ripetuto che una parola d’ordine sia circolata in Sicilia intorno alla venuta della Commissione d’inchiesta e che (…) la mafia abbia in certo modo agito perché le condizioni della pubblica sicurezza non si presentassero sotto quell’aspetto serio che realmente avevano in passato».
Insomma, un falso quadro di temporanea serenità dipinto della stessa mafia per scongiurare i minacciati provvedimenti eccezionali: e in quel 1875, dunque, tutto è più tranquillo sul fronte dell’ordine pubblico, e ciò grazie all’apprezzabile opera – oltre che di carabinieri e truppa – dei “militi a cavallo”, un corpo di “tutori” scelti, guarda caso, proprio tra le file della mafia.
La Commissione parlamentare può pertanto concludere i suoi lavori ed uno dei suoi componenti, l’on. Romualdo Bonfadini, così l’anno dopo relazionerà sull’inchiesta svolta al Parlamento ottenendone l’unanime approvazione: «…la mafia è soltanto un particolare fenomeno delinquenziale, retaggio dei tempi borbonici; i ceti benestanti dell’isola ne sono le principali vittime… sarebbe ragionevole non sopravvalutarlo… basta con le favole terroristiche».












