La ricorrenza dei 150 anni. Il contributo al dibattito post-unitario di Filippo Cordova e Napoleone Colajanni
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Recentemente, chi scrive, si è occupato, con una sua ricerca, della pubblicistica meridionalista sviluppatasi dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia, di cui il prossimo anno ricorre il 150° anniversario. Questo mio lavoro prende in esame il contributo dato da vari pensatori meridionali, di diversa formazione culturale, al dibattito su quella che poi sarà definita la «Questione meridionale». Tra questi Croce, Salvemini, Fortunato, Gramsci, Sturzo ed altri.
Tra tali intellettuali sono da annoverare anche due esponenti della cultura e della politica di origine nissena: Filippo Cordova (più volte parlamentare e ministro) e Napoleone Colajanni (sociologo e parlamentare). Il primo originario di Aidone, il secondo di Castrogiovanni-Enna, allora entrambi centri dell’ex Valle di Caltanissetta.
Come è noto, già dalla prima fase unitaria, si andarono accentuando malumori e ripensamenti circa i risultati raggiunti dalle lotte risorgimentali.
Da quel momento in poi si ha, soprattutto nella cerchia degli intellettuali meridionali, una presa di coscienza che, per le masse contadine del Sud, il Risorgimento non avesse portato poi tutto quel progresso che ci si aspettava. Anzi, già dai primi anni post-unitari, spesso, verso il Sud si perpetrarono, da parte delle autorità centrali, vere e proprie mortificazioni, non solo economiche, ma anche verso le secolari abitudini, tradizioni e costumi delle popolazioni. Ciò, frequentemente, sfociò in veri e propri maltrattamenti di intere masse popolari che portarono alla lunga parentesi del brigantaggio, soppresso poi nel sangue.
In merito, il deputato della provincia di Caltanissetta Filippo Cordova, nella seduta parlamentare del 9 dicembre 1863, stigmatizzava in maniera decisa quei metodi violenti verso molte realtà del Sud e della Sicilia, da parte degli allora governi in carica «che credono – diceva – di potersi reggere colla violenza cingendo di cordoni militari le città, privandole di acqua, vietando l’uso dei diritti dei cittadini».
Così scriveva, più tardi, l’on. Colajanni: «Il governo, l’ente che ha rappresentato l’Italia sotto al Dinastia Sabauda, fallì completamente allo scopo in Sicilia e in tutto il Mezzogiorno. Il compito era (…) infondere a tutti la convinzione che in un libero regime l’impero della legge non pativa eccezioni e che la giustizia uguale per tutti era una realtà. (…). Il governo italiano venne meno a questo suo alto compito e sin dai suoi primi atti pare che si abbia assunto in Sicilia quello di distruggere tutte le illusioni sorte dall’animo dei liberali e dei cittadini».
Colajanni con forza sottolineò, più volte, nelle sue pubblicazioni e nei suoi numerosi interventi parlamentari, come i governi dell’Italia unita, sotto la casa sabauda, nel Meridione ed in Sicilia governassero i territori, da far apparire, agli occhi del popolo, la sua amministrazione detestabile alla pari di quella precedente dei Borbone.
Ma il problema, tuttavia, non era solo di ordine, per così dire, politico-amministrativo, in quella fase era emerso anche un altro aspetto che si era andato via via accentuando lungo tutto il corso della prima fase di sviluppo del nuovo Stato italiano e cioè la deprecabile questione del clientelismo politico.
Di questo aspetto, proprio il Colajanni, qualche anno dopo, nel 1888, avrebbe pubblicato un graffiante pamphlet sul malaffare dei primi decenni dell’unificazione dal titolo «Corruzione politica». In quella pubblicazione egli metteva in luce alcuni scandali che avevano colpito il neo Regno d’Italia, in vari settori della vita pubblica (dalle forniture militari, all’affare delle ferrovie meridionali, dai tabacchi, alle banche). Ma, concludeva lo studioso siciliano, gli atti processuali spesso scomparivano dagli archivi e le inchieste finivano annacquate, insabbiate e tutto ritornava a suo posto. Questioni che, ancora oggi, nel recente dibattito sui tanti misteri di Stato, sono di grande attualità nel nostro Paese.










