Bongiorno, il Grande Zio
di Gero Difrancesco
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La perdita degli animali, specialmente quelli da lavoro, in una realtà esclusivamente agricola, dove tutto era finalizzato al raccolto, rappresentava per i contadini una disgrazia equiparabile “alla morte di un figlio maschio”.
Altro che “onorata società”! Quella combriccola di delinquenti, che proliferava all’ombra di un sistema di protezioni e di connivenze politiche, si manifestava doppiamente criminale perché non solo esprimeva una violenza e una sopraffazione quotidiana esagerata ma la riversava sui contadini poveri ed indifesi. Non erano più i latitanti o i briganti a commettere i reati, come era avvenuto nel recente passato, ma tante organizzazioni criminali che vivevano la realtà sociale dei loro paesi e ne condizionavano le dinamiche. Gli animali derubati venivano restituiti quasi sempre alle vittime dopo il pagamento del riscatto, cui fungeva da intermediario il mafioso di turno, “amico degli amici”.
Addirittura i derubati dovevano essere riconoscenti al mafioso che aveva fatto recuperare gli animali ad un costo inferiore alle pretese degli “ amici “, con l’obbligo dell’omertà nei confronti degli inquirenti. Guai a ricorrere alle forze dell’ordine! Le rappresaglie sarebbero arrivate puntuali e feroci, mentre tutti i reati continuavano a rimanere impuniti.
Era necessaria per questo tipo di delinquenza una ripartizione territoriale che evitasse sovrapposizioni e sconfinamenti ed una regia unica, quella di un “ Grande Zio “, che impedisse contrasti e scontri tra le mafie locali e ne garantisse l’incolumità giudiziaria.





















