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Altro atto da compiere prima di arrivare alla celebrazione del matrimonio era di recarsi al municipio ed in chiesa per l’iscrizione. In certi casi bisognava andare anche dal notaio per l’atto dotale stipulato davanti al notaio, con il quale si trascrivevano i beni mobili ed immobili che i genitori donavano ai loro figli in occasione del matrimonio: capi di vestiario e biancheria, case , terreni, denaro ecc.
A tale proposito mi sovviene di un tale atto del 1902, letto tra le curiosità di una rivista. Donavano ad una ragazza livornese: 30 camicie da notte, 15 mutande, 12 paia di lenzuola con 24 federe, 2 materassi di lana; biancheria di Fiandra, 70 libri rilegati in pelle con impressioni in oro zecchino, il tutto per un valore di lire 2.563. Altra curiosità sentita in merito era che, in alcuni paesi d’oltre Ribera, un tempo l’atto si chiudeva con l’obbligo allo sposo di condurre la sposa, almeno una volta, alla fiera di Ribera dell’8 settembre.
Ma torniamo alla celebrazione del matrimonio in quegli anni, distinguendo se prima della data dell’11 febbraio 1929 o dopo, perchè tale data segna la stipula del Concordato tra lo Stato italiano e la Santa Sede, secondo il quale il matrimonio celebrato in chiesa era valido a tutti gli effetti civili. Prima di tale data si dovevano celebrare due matrimoni: quello civile al municipio e quello religioso in chiesa.
Il nostro riferimeno sarà a quello concordatario, celebrato in chiesa e sempre di mattina. Il giorno fissato, la sposina accompagnata da un codazzo di amici e parenti in abito bianco si recava in chiesa dove l’attendeva lo sposino con il mazzo di fiori in mano. Lei entrava in chiesa al braccio del padre che, davanti all’altare , la consegnava allo sposo vestito di nero di cerbiotto. Era tradzione che la spesa del vestito di lei, confezionato su misura da una sarta locale, spettasse allo sposo. Nel mezzo della messa, così come avviene oggi, il sacerdote leggeva gli articoli di legge riguardantii diritti e i doveri dell’uno verso l’altra e, dopo l’apposizione della firma anche dei testimoni, li dichiarava marito e moglie.
All’uscita dalla chiesa gli sposi erano accolti da una gragnola di frumento al posto del riso che si usa altrove, altre volte da confetti di pessima qualità e, addirittura, qualche volta, da una manciata di monetine, che i ragazzi rincorrevano in mezzo ai piedi degli invitati.
Formatosi il corteo, si accompagnavano gli sposi in casa di lei, raramente di lui, dove avveniva il trattenimento, che, secondo le condizioni economiche delle famiglie, poteva essere costituito da fave e ceci tostati distribuiti in un grande canestro seguito da un vassoio con bicchieri pieni di vino; si distribuivano in altri casi, taralli e “muscardini” in un grande vassoio e, al posto del vino, il rosolio fatto in casa. Con l’esperienza si scoprì che spesse volte l’invitato timido per l’avventatezza degli altri, non riusciva a prendere la sua parte ed allora si pensò di distribuire i dolci in sacchetti di carta (coppi) e fu la soluzione migliore.
Poichè non era in uso il viaggio di nozze, si preparava in casa il pranzo per le due famiglie e i parenti e amici più intimi. In mezzo alla strada si improvvisava una rustica cucina con due grossi pentoloni; in una si cuoceva la pasta, nell’altra la carne in una salsa di concentrato (astratto) di pomodoro preparato durante l’estate. Gli invitati sedevano davanti ad una lunga tavola preparata dal falegname con assi di legno appoggiati a due tavoli.
Nel pomeriggio si ballava al suono secondo le possibilità di uno zufolo, del grammofono o di un’orchestrina ma sempre con rigida separazione di sessi: maschi con maschi e femmine con femmine con le dovute eccezioni come descritto per il fidanzamento.
La sera tardi gli sposi venivano accompagnati nella casa ad essi destinata per l’abitazione. E allora erano FINALMENTE SOLI!
Il rito nuziale aveva anche una coda l’indomani di buon mattino (la “bona livàta“, il ben alzati), quando i familiari delle due parti andavano a trovarli portando loro una frittata di uova e ricotta (la “froscia“).
Non so se bisogna dar credito a certe dicerie, secondo le quali si andava ad accertare la consumazione del matrimoni, ma è la VOX POPULI.











Complimentiper la fotografia con gli sposi, i bambini e il lungo corteo.
E’ bellissima.