Scilla e Cariddi
di Nino Calarco
Cariddi è il nome attribuito al vortice (garofalo) creato dalla corrente nello Stretto di Messina, al largo di Capo Peloro.
Un tempo rappresentava un serio pericolo per le esili imbarcazioni, soprattutto quando, durante le frequenti burrasche, esse venivano sbattute, dalla forza dei vortici originati dalla corrente, contro gli scogli della Calabria.
Nella fantasiosa ingenuità degli antichi, tuttavia, la striscia di azzurro Tirreno che separa le due coste, sicula e calabra, sulla quale degradano, ora violentemente e ora con dolcezza, gli speroni dell’Aspromonte da una parte e dei monti Peloritani dall’altra, altro non era che un pericoloso passaggio tra due orrendi mostri: Scilla e Cariddi.
Nella mitologia greca, Scilla figlia di Crateide, o, secondo altri, di Forco e di Ecate, era stata una leggiadrissima fanciulla, dai lunghi capelli che le adornavano le rosee guance e dallo sguardo incantato, la quale innamoratasi di Glauco, pregò la maga Circe che glielo rendesse favorevole. Circe però, come Scilla, amava il dio marino e, per gelosia, avvelenò la fonte dove la Ninfa era solita bagnarsi: quel veleno la tramutò in un orrendo mostro, con la parte inferiore del corpo a forma di pesce circondato da sei teste di cani dalle bocche irte di formidabili denti.












