di Enzo Trantino* ( da LETTERE A ME STESSO )
Enzo,
mi raccomando: distruggi questa lettera dopo averla letta. Ciò scrivo perché ne temo il rinvenimento in soffitta, in occasione di un’eventuale perquisizione culturale, se il foglio di giornale fosse servito, per caso, ad avvolgere una cornice d’argento o un pugnale pirata comprato a Marrakech.
Mi chiederai: perché tanta preoccupazione?
E’ sentimento positivo, il mio: temo che il troppo amore per la Sicilia e l’incontentabile richiesta di siciliani diversi da come sono si trasformi in capo d’accusa, di segno opposto.
In avversione cioè per questa terra, che è metafora che non si identifica con un’isola, ma con tante isole, che lo specchio della storia riproduce con complice ironia, affidandosi all’unica certezza: gli atlanti. Che vogliono una Sicilia sempre eguale, un puntuto triangolo galleggiante nel mare. Vero è che Gesualdo Bufalino ci ricorda che “gli atlanti sono libri d’onore”, ma per chi non fa riposare la lima dell’indizio, si pongono dubbi e diffidenze perché ogni siciliano è il proprio moltiplicatore; non governando i fatti, ma da essi governato, ne assume sembianze come cera negli stampi, ricordando le formelle del bianco mangiare, quando la crema riproduce connotati umani.
Noi siamo, mio inseparabile amico, una terra esausta. Saranno odori, rumori e profumi, la calura, l’arsura, lo zolfo e il fosforo, saranno la chimica e la fisica, tutto (ancora Bufalino) è “luce e lutto”. E quando i troppi nemici ci studiano con sufficienza, noi sale della terra, aumentiamo la dose dell’ingrediente e ci rendiamo incommestibili, impossibili al palato, così vendicandoci con chi non ci ama.
Non chiedermi perché siamo tanto unici, tanto difficili. Forse perché convivenza di raffinati e primitivi, secondo Brancati, che ci conosceva più di tutti, (dopo Pirandello), e perciò scriveva: “Noi siciliani facciamo rivoluzioni per restare indietro”, e sorrideva senza mostrare i denti, nella sua spettrale malinconia. Così le nostre “rivoluzioni” sono paradosso caritatevole, il solo a spiegare i gelsomini che rompono la lava, pur fragili nella loro levità, senza ambizione alcuna oltre il contrasto.
Siamo materia di studio, il capitolo non scritto delle obbligazioni: una cambiale scaduta e sempre rinnovata, una scommessa mai onorata. Eppure rispettabili perché il solo popolo della terra a non avere nulla da conoscere, avendo tutto sperimentato; è vero: siamo dei primitivi raffinati. Si può, a volte, essere siciliani “con difficoltà” (Sciascia), “con rabbia” (Gori), inconsapevolmente sempre, quasi automatismo ambientale: la consapevolezza è infatti confine definito; noi, invece, siamo abusivi, bracconieri, pirati, e, nel contempo, nipoti di Giufà, trafitti da logica esasperata anche nell’apparente stupidità, perché come accadeva al nostro ragazzo “babbo” la colpa è sempre del “paese limitrofo”.
E’ la nostra maledizione: divorati dai nostri stessi congegni; dalle furbizie ataviche e moderne.
Erano altri uomini per struttura i siciliani antichi. Vestivano in maggioranza di nero perché così irridevano alla morte, trovandosi preparati. “Era scritto”, era la filosofia illetterata.
Ora non più. Perché i siciliani in una lunga notte hanno quasi tutti lasciato la Sicilia. Spariti, nascosti, dispersi: non si hanno notizie. Come colpiti da improvvisa epidemia si convertirono al “continente”, divennero “europei denuclearizzati”, massa geografica, con usi, costumi e persino linguaggio incomprensibile. Si vergognavano di Giufà che chiedeva al giudice impietoso nello scherno “l’autorizzazione a uccidere le mosche”, e non si vergognavano per essere diventati i nipoti di quel giudice. Chiusero stalle e botteghe e fu lutto senza luce.
Perciò ti chiedo di distruggere questa lettera appena letta.
Non vorrei che i piccoli di oggi, divenuti grandi, ci chiedessero conto di quella Sicilia che abbiamo calato sul fondo, profittando del mare che ci circondava. Ciò perché l’ironia vuole che i pirati siano rimasti, ma i tesori degli antichi stampi, siano stati svenduti. Per acquistare l’aria di “europei e denuclearizzati”, e perciò costringere il regista Tornatore, per il suo “Baaria”, a trasferirsi in Tunisia per trovare l’antica Sicilia…
Nella fretta del modernismo a tutti i costi hanno trascurato la lezione degli “arcadi di Canicattì”: se fra quello che siamo e la verità vi è “discrepanza”, è la verità ad essere corretta… Che delitto abbiamo commesso sopprimendo quella Sicilia!
Perciò mi raccomando: distruggi questa lettera. E’ pericolosamente nostalgica.
Enzo
(enzo.trantino@alice.it)
*Catanese, avvocato e deputato al Parlamento per nove Legislature











Enzo,
lei è un uomo nobile e un nobel uomo.
Un caro saluto da un altro figlio, però non del tutto esausto, di questa terra.