Come i nisseni vissero l’epopea garibaldina. Il quadro in provincia all’indomani dell’unità nazionale e il ritorno delle camicie rosse in Sicilia nel 1862.
E il figlio di Garibaldi ballò laddove «tutto cambiava per rimanere uguale»
.
Quale è il quadro generale di Caltanissetta e provincia all’indomani della spedizione dei Mille e del plebiscito per l’annessione al Regno d’Italia?
Una sintesi, molto significativa, ce la fornisce un rapporto del Delegato centrale, Salvatore Castelli, che il 28 dicembre di centocinquant’anni fa così relaziona sulla situazione del territorio:
«La gran massa di questa popolazione aborrisce cordialmente la cessata borbonica tirannia e sente il massimo attaccamento pel Governo Nazionale (…) però il supremo principio dell’Unità d’Italia, fuorché sentirlo, assai poco comprendesi dal grosso di questo popolo a causa della generale ignoranza (…) al che avrebbe potuto in certo modo ripararsi dai funzionari in atto preposti alle diverse amministrazioni della cosa pubblica (…) ma (…) qui, tranne la bandiera e l’impulso superiore, poco o nulla in tal ramo della rivoluzione si è cambiato: le antiche autorità sì ecclesiastiche che laicali, gli impiegati ed agenti del potere che sotto un sistema di arbitrio (…) così bene servivano alle mire del dispotismo, seggon tutti al loro posto, puntualmente e con accrescimento di paga remunerati». Insomma, è l’emblematica conferma del celebre assunto gattopardiano del «tutto cambi perché tutto resti uguale».
Di certo comunque, rispetto al trascorso borbonico, non è uguale il rapporto con la leva obbligatoria, una delle novità imposte fin da subito dal Garibaldi dittatore, e che abbiamo già visto causa di malcontento sia in città che in provincia. A tal riguardo la situazione da noi si aggrava nel novembre 1861, e quindi ad Unità nazionale già conclamata con Torino prima capitale.
A Caltanissetta, infatti, si registra una imponente manifestazione di protesta cui prendono parte circa cinquemila persone di ogni ceto sociale. A farne le spese è anche il sindaco della città Antonino Sillitti Bordonaro contro il cui palazzo si riversa la massa, scagliando sassi a balconi e finestre, e al portone d’ingresso: devono accorrere la truppa e la Guardia nazionale per scongiurare conseguenze più gravi.
A San Cataldo non si è da meno e il delegato di Pubblica Sicurezza scrive che addirittura si prega nelle chiese «innanzi le esposte immagini dei Santi, con occhio lacrimevole» e si fanno voti per la salvezza dei propri figli.
La chiamata alle armi della leva del 1841 trova, pertanto, un’accoglienza ostile,
tant’è che il governatore di Caltanissetta, barone di Trabonella, così scrive al Luogotenente:
«Mancherei al dovere della mia carica e di buon cittadino, se non mi facessi ad esporle che la leva del 1841, quantunque è seguita quasi in tutti i mandamenti con calma e tranquillità, pure ha sparso un positivo e generale malumore, e quel che temo si è che, arrivata l’ora in cui dovranno marciare i coscritti , il malumore potrà cambiarsi in realtà, per cui con tutta schiettezza rassegno all’E.V. che credo indispensabile in questo Capo di provincia, come punto centrale dell’Isola, lo aumento della forza militare sino ad un reggimento almeno, allo oggetto di trovarsi pronta ad accorrere in qualunque punto il bisogno lo richiegga».
Ma quello della leva obbligatoria è solo uno dei problemi dei nuovi “italiani” del sud, pur se tra i più importanti, dal momento che togliere per lungo tempo braccia giovani all’agricoltura, in un contesto prevalentemente contadino, vuol dire lasciare molte famiglie alla fame e senza sostentamento, specie considerando il fatto che dalle parti nostre è impensabile che una donna possa sostituirsi all’uomo nel lavoro dei campi. A ciò si aggiunge la disillusione per la iniziale promessa di Garibaldi, non mantenuta, della distribuzione delle terre, così come si aggiungono le nuove imposte introdotte sul sale e sul macinato che colpiscono i prodotti basilari per l’alimentazione delle classi meno abbienti, come pane e pasta.
Eppure, da lì a pochi mesi, ecco la folla tornare ad infiammarsi al nuovo passaggio delle camicie rosse in Sicilia e, quindi, anche attraverso la nostra provincia.
E’ il 1862, e anche se cronologicamente ci allontaniamo dallo stretto riferimento alle date della spedizione dei Mille e dalla successiva proclamazione dell’Unità nazionale, eventi che abbiamo ripercorso sulla scia delle celebrazioni del 150°, riteniamo comunque significativo riproporre anche questa pagina di storia locale così da rendere più completa la rivisitazione di come i nisseni vissero fino in fondo l’epopea garibaldina.
Non è una provincia tranquilla, come s’è detto prima, quella che vede arrivare per la seconda volta gli uomini in camicia rossa. Stavolta il contesto è mutato e non ci sono truppe borboniche da combattere: l’obiettivo dell’Eroe ora è diverso, e il suo arrivo in Sicilia – proveniente da Caprera – è per mettersi alla testa di un esercito di volontari con cui marciare verso Roma per liberarla dal dominio papale, all’insegna del celeberrimo motto «O Roma, o morte».
Contrariamente a due anni prima, stavolta è lui in persona ad addentrarsi nell’interno dell’isola, alla testa di tremila uomini, tra cui c’è il figlio Menotti a capo di un gruppo d’artiglieria. Provenienti da Alia, le camicie rosse in agosto fanno tappa a Vallelunga e da lì si portano a Villalba dove sostano un paio di giorni. Nel piccolo comune l’accoglienza ripropone il calore popolare che aveva accompagnato la spedizione del 1860.
Lo storiografo villalbese Giovanni Mulé Bertòlo, all’epoca studente universitario, ha il privilegio e l’emozione di aiutare il Generale a scendere da cavallo, mentre l’intero paese si mobilita per l’accoglienza. Ed è così che lo scrittore tramanderà quei momenti nelle «Memorie di Villalba»: «La brigata Menotti Garibaldi ha per quartiere la chiesa della Concezione e i maggiorenti della brigata Corrao casa del già giudicato circondariale. La sera Menotti ed altri egregi ufficiali, sempre mai accompagnati dagli studenti universitari del comune, fra i quali l’autore di queste patrie memorie, se la scialano un mondo, in casa del sac. Salvatore Mulé, ballando, cantando inni patriottici ed eseguendo giuochi di prestigio…».
Walter Guttadauria










