Giuseppe Giusti
Oggi avrebbe 200 anni il poeta satirico e patriottico Giuseppe Giusti
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IL RE TRAVICELLO
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Al Re Travicello piovuto ai ranocchi,
mi levo il cappello e piego i ginocchi;
lo predico anch’io cascato da Dio:
oh comodo, oh bello, un Re Travicello!
Calò nel suo regno con molto fracasso;
le teste di legno fan sempre del chiasso;
ma subito tacque, e al sommo dell’acque
rimase un corbello il Re Travicello.
Da tutto il pantano veduto quel coso,
- E’ questo il Sovrano così rumoroso?
(S’udì gracidare).
Per farsi fischiare fa tanto bordello
un Re Travicello?
Un tronco piallato avrà la corona?
O Giove ha sbagliato oppur ci minchiona:
sia dato lo sfratto al Re mentecatto,
si mandi in appello il Re Travicello.
Tacete, tacete; lasciate il reame,
o bestie che siete, a un Re di legname.
Non tira a pelare, vi lascia cantare,
non apre macello un Re Travicello.
Là là per la reggia dal vento portato,
tentenna, galleggia, e mai dello Stato
non pesca nel fondo: che scienza di mondo!
che Re di cervello è un Re Travicello!
Se a caso s’adopra d’intingere il capo,
vedete? di sopra lo porta daccapo
la sua leggerezza. Chiamatelo Altezza,
ché torna a capello a un Re Travicello.
Volete il serpente che il sonno vi scuota?
Dormite contente costì nella mota,
o bestie impotenti: per chi non ha denti,
è fatto a pennello un Re Travicello!
Un popolo pieno di tante fortune,
può farne di meno del senso comune.
Che popolo ammodo, che Principe sodo,
che santo modello un Re Travicello!
Una recensione di Sergio Caroli
Il gran punto è sapere se gli uomini sono stati messi al mondo per vivere in pace e alla buona o vivere in guerra e alla brava», scrisse in una prosa Giuseppe Giusti, ed è un pensiero che posto accanto al ritratto fisico che di lui ci ha lasciato Manzoni (“Un caro viso, sul quale la bontà e la malizia fanno la pace, e l’ingegno e il core ci fanno baldoria insieme”) illumina non solo l’interiorità dell’uomo, ma le radici stesse della poesia dello scrittore, che fu motteggiatore sorridente e leggero, umile e dimesso quanto saldo nelle sue posizioni ideali.
Il suo volto rivelerà pure quella che qualcuno ha definito “onesta e casalinga mediocrità” e non si avvertirà nella sua ironia la solennità ammonitrice che vibra nei versi del Foscolo o nell’endecasillabo manzoniano, ma il tono patriottico è costante nella poesia del Giusti. E si potrà certo dire di lui, come desiderava, “Non mutò bandiere”, avendo egli costantemente ripetuto “Non vogliam Tedeschi”. Il posto che occupa nella letteratura italiana è il punto d’approdo della poesia patriottica del primo Risorgimento. Ai margini di essa con piglio arguto e, da ultimo, con accenti angosciati, egli pare stigmatizzarne le debolezze, se non condannarle.
Nato a Monsummano (Pistoia) il 13 maggio 1809 da famiglia nobile, si laureò in legge ma non esercitò mai l’avvocatura. Nel 1844, anno in cui si ammalò di tisi, pubblicò una raccolta di liriche; al contempo, a sua insaputa, uscì a Lugano a cura di Cesare Correnti una raccolta col titolo “Poesie italiane tratte da un testo a penna”. I suoi “Versi satirici” apparvero nel 1845 e 1847. Deputato nelle assemblee legislative della Toscana costituzionale tra il 1847 e il ’49,
guardò agli italiani come a un popolo che pareva sollevarsi contro lo straniero per conquistare la propria libertà, ma che era finito in balia di un manipolo di ciurmadori che ne dissipava i sacrifici. Amareggiato dal ritorno degli austriaci e gravemente « malato, si spense a soli 41 anni in casa dell’amico Gino Capponi. Animava il Giusti il culto del “buon senso”, della tolleranza e dell’onestà senza fracassi, ambendo egli alla civiltà di una prospera e modesta borghesia liberale, colta e riformatrice, e avversando sia le altezzosità aristocratiche sia i moti popolari, sicché Guerrazzi, suo avversario politico, poté dire che “scosse con braccio di Sansone il luttuoso edificio della moderna società ed ebbe poi paura dei calcinacci”.
Eppure, come appare da una sua lettera del 1847, seppe comprendere e giustificare con acutezza e profondità – come il suo amico Manzoni – la necessità storica delle insurrezioni popolari, superando il suo moderatismo. La sua poesia resta sempreverde in quanto rappresentazione di una ’commedia umana’ nella quale, in una visione sintetica e unitaria, icastica e caricaturale, non vivono solo i difetti più tipici della vita borghese toscana anteriore al 1848, ma una tipologia che non muore mai e che trionfa specialmente nei periodi di grandi trapassi storici: il voltagabbana professionale e, con esso, l’individuo disposto sempre a patteggiare con la propria coscienza. Assoluto capolavoro è “Il brindisi di Girella”, nel ritmo irresistibile e gioioso del quale irrompono gli eroi e le vittime della prima metà dell’Ottocento, travolti dal turbine degli eventi, e accanto ad essi i furbi, gli sciocchi, i giacobini, Robespierre, Fra’ Diavolo, il Re nasone, i carbonari. Girella li osserva come in una lanterna magica in un’atmosfera nella quale tutto il difficile è rimaner ritti, “Mangiando i frutti / Del mal di tutti”. Poesie come “La ghigliottina a vapore”, “Legge penale per gli impiegati”, “Apologia del lotto”, “Per il primo congresso dei dotti”, “Il poeta e gli eroi della poltrona”, “Il congresso dei birri” recano il senso di una vis comica ardita e potente nel deformare in chiave grottesca personaggi e situazioni.
Giusti mette in caricatura corruzione e crudeltà di arricchiti, pusillanimità di birri e di spie, inanità di poeti chiacchieroni, ozio di nobili inebetiti dalle mode straniere. Satireggia i più affocati tribuni della piazza sino a poco prima servizievoli sudditi della corona, don abbondi resi baldanzosi dalla morte di don Rodrigo (“Su, don Abbondio, è morto don Rodrigo, / Sbuca dal
guscio delle tue paure: / E’ morto, è morto: non temer castigo, / Destati pure.”). Di prorompente
energia è nel “Gingillino” la figura dell’arrivista, disegnata nei consigli forniti da una maestra di arrivismo, un’exsguattera, divenuta vedova di un alto funzionario della finanza: “In quanto a lodi, poi, tira pur via: / Incensa per dritto e per traverso, / Loda l’ingegno, loda la mattia, /
Loda l’imprese, loda il tempo perso; / Quand’ancor non vi sia capo né coda, / Loda, torna a lodare e poi riloda”. “Il Re Travicello”, una delle sue poesie più perfette, non sgonfia solo i regnanti sonnacchiosi e pigri, ma schernisce anche i popoli spesso degni di chi li governa.










